haikù sulla libertà 1.

haikù sulla libertà 1.

A volte vorrei avere la libertà dell’indifferente,

il suo crivello che non trattiene niente,

poi passa,

e nella tranquillità che segue il disagio

trovo il bello di cui essere cosciente.

nella sera

nella sera

Verrà la sera e l’aria dolce di tiglio e gelsomino,
rallenterà il passo,
Si sospenderà il giorno
mentre il pensiero volerà a te
stringendoti in legami d’aria.
Sono gli stessi che ora rondini tracciano,
con parole garrule nel cielo,
e nelle rapide curve che scrive il volo,
ci sono i caratteri d’Oriente,
fioriti di dolcezze e di segreti,
Il profumo d’acqua e dei deserti,
la notte che stende tappeti di promesse.
Così, in questo crepuscolo che m’appartiene,
porto segni gioiosi,
fatti di sospensioni e brividi d’attese,
e lascio che il cuore amoroso
si riempia,
dei pensieri che dicono di noi.

la ruota del tempo

la ruota del tempo

Il movimento della ruota del samsara, del procedere del tempo, che immagino cigolante e disassata come quella di un vecchio carro che continua ad avanzare con l’inesorabile fatica del dovere, è immagine dello scorrere.

Da noi c’è il fiume del tempo in cui si perde lo sguardo quando la foglia o il tronco non sono più il punto a cui ancorarsi per impedire d’essere noi stessi scorrere.

Un ruotare cigolante è meglio del flusso dove la scelta è l’essere parte oppure l’osservare?

Si capisce che quell’osservare è lo stesso che Nietzsche guardava nell’abisso: se si guarderà troppo il flusso esso volgerà gli occhi verso di noi e ci guarderà, perdendoci. Quindi sembra che la scelta migliore sia essere nel flusso. Non so se esso coincida con la dittatura del presente, ovvero questa continua ricerca del provare e della coniugazione del verbo essere, oppure se sia un affidarsi, un lasciare che le cose accadano con noi. Il carpe diem, non era privo di passato e aveva un futuro, insegnava a godere di ciò che si conosceva e nel suo farsi con una direzione. Od almeno così l’ho inteso, perché negli apparenti ozi poetici, gli amori si impegnavano, le intelligenze inerpicavano nuove vette, e le armi del potere correvano. Insomma il carpe diem era nel flusso che ricordava la sorgente e andava al mare. Affidarsi per godere del giorno, oppure osservare affascinati lo scorrere, questo il tempo che scorre lineare e non si ripete.

Altrove il tempo era ed è altro. 

Per la ruota del tempo e il mondo, nei suoi fatti apparentemente asincroni, diradare le nubi, capire, implica l’azione. È una condizione strana che accetta e al tempo stesso agisce perché vedere la sofferenza del mondo comporta uscire da quella rappresentazione pratica della paura che è l’indifferenza.

Per entrambe le cognizioni del tempo, nessuno ci chiederà conto con sufficiente forza prima di noi stessi, di ciò che abbiamo fatto per gli altri in noi.

Sankhara dukkha, è la sofferenza che si esprime in ciò che vive, una condizione leopardiana letta nell’oriente che non è mai privo di sofferenza. Noi più banalmente la possiamo confondere con la malinconia della consapevolezza. Ciò che vive esige cura.

La ruota gira e cigolando chiede attenzione, non all’utile ma al giusto per sé e gli altri.

Noi del tempo non sappiamo nulla. Abbiamo desideri, pulsioni mascherate in voglie, e una paura incoercibile che ci riguarda. La ruota vorrebbe ci lasciassimo andare, che assecondassimo il daimon che ci parla, troppo spesso inascoltato. Non bisogna abbandonarsi alla sofferenza ma trovare la traccia che da dentro porta verso un vedere gioioso.

Qui sembra, ma non è così, che le rappresentazioni del tempo trovino una coincidenza, ovvero lo scegliere chi essere.

E il tempo che ci chiede l’abbandono contiene il suo contrario ovvero l’azione che sprigiona il daimon del nostro destino. Abbandonarsi a sé coincide con la consapevolezza che scandiamo il nostro tempo, mai poco o troppo, è nostro e riempibile. Come lo si colma è tema di ciascuno ma a nessuno è risparmiata la malinconia e a nessuno manca il suo antidoto dell’affidarsi a sé, agendo.

libri e scaffali

libri e scaffali

Molti sono stati aperti una sola volta. Hanno generato curiosità, aspettative. Hanno parlato di un presente che mutava e non si era ancora visto tale, hanno tratto energia consequenziale da un passato, si sono avventurati in un futuro. A volte titubanti, spesso arditi, quasi mai così sicuri da cogliere l’interezza e per questo aperti a più soluzioni. E del resto come si potrebbe? Vedere ciò che accade, seguirne una piccola traccia nel dipanare delle alternative, farsi prendere da un lampeggiare di novità, è già un’avventura che posticipa il tempo, diventa passione del guardare, del capire, allora se a tutto questo dovessimo unire l’intera essenza delle probabilità verificate ci resterebbe solo il contemplare. Il sedere silente davanti a qualcosa di così grande che si mostra e non si esaurisce, come fanno i mistici, gli illuminati, ma se non siamo tali allora ci resta l’intuizione verso un infinito tascabile, a portata presunta d’intelletto. Read more

la festa della liberazione

la festa della liberazione

Il palco era collocato in una posizione inedita, tra l’università e il municipio. Guardava entrambi come se la libertà riguardasse il sapere e l’amministrare. L’università medaglia d’oro della resistenza da cui era partito il richiamo alle coscienze di chi aveva asservito anche il sapere alla dittatura. Il municipio avrebbe aspettato il 28 aprile per cambiare idea, non molti cittadini che ritrovarono nella parola libertà il modo di fare i conti con se stessi e con le proprie scelte. Questo pensavo mentre i discorsi proseguivano e il cerimoniale, così rigido e anacronistico, scandiva il susseguirsi delle corone da porre davanti alle lapidi dei caduti; la retorica evaporava significati che invece dovrebbero essere parte delle vite.

E così guardavo la traduttrice per la lingua dei segni, i suoi gesti che erano parole sintetiche e così esplicite da riassumere, non il ieri raccontato, ma l’oggi. La costrizione, n , il disastro dei corpi e degli spiriti, l’ascesa della libertà, il dentro e il fuori, rappresentati e chiari nella nettezza delle mani che raccoglievano il senso e lo redistribuivano. Ero affascinato dal suo muoversi controllato ed essenziale, che non era un riassunto, ma il senso per quanti erano sordi. La sordità e l’indifferenza senza gesti che le richiamino alla coscienza sono nei fatti, sinonimi. Adesso l’oratore parlava delle ultime, ancora più inutili stragi, delle torture efferate che si erano svolte in un palazzo poco distante, e le mani riportavano a sé quel dolore che le parole dovevano esprimere. Non erano cose lontane, in altri luoghi stava accadendo lo stesso. Resistenza e libertà, venivano prima l’una e poi l’altra e non erano gratuite.

Bisognerebbe avere coscienza che gli uomini sono unici quando viene praticata l’eguaglianza, l’asservire toglie ad essi la loro unicità ancor prima della libertà.

Le parole e i gesti della traduttrice aiutavano a riflettere, a considerare che fruivano  di un privilegio che non era costato nulla ai figli e ai nipoti ma molto ai padri.

La religione della libertà di Croce mi è tornata a mente quando è stato evocato il nome di Antonio Gramsci, il cervello a cui doveva essere impedito di pensare, secondo lo stesso Mussolini. Oggi è l’anniversario della sua morte, ma quel cervello non smise mai di pensare, restò libero preparando la libertà di altri.

Così la cerimonia ufficiale finiva tra battimani e fanfare, si formavano i capannelli di persone che si conoscono da sempre. Molti sorridevano perché si era sentita una giornata differente. Guardavo la traduttrice che ora parlava con le autorità, c’erano molti militari sul palco e pensavo che le sue mani, ora quasi ferme, avrei voluto spiegassero di nuovo quel gesto che aveva fatto alla fine. Sì, quando era stata chiesta, per la pace oggi minacciata, un’ azione agli uomini liberi, lei con le mani, aveva mimato la colomba che vola verso il cielo e mi era sembrato bellissimo.

.colore

.colore

 

La sublime sventatezza delle tue parole mi spinge a scattare foto di piccoli bianchi fiori,
di mischiarli col verde e col giallo del campo,
e perdendo lo sguardo nell’azzurro,
tra gonfie nubi nel cuore tutto si fonde.
Quel cuore che si vorrebbe pervicacemente rosso e forte, ma anche tenero e dolce.
Quel cuore che trova un cremisi e lo riconosce
e aspira, si rende ape e poi uccello, ma non smette di battere con te che togli e aggiungi senza posa.
A me che sono implume a primavera, orgoglioso d’ogni estate
e ogni inverno mi metto in disparte,
In attesa di vita, come l’eterno.

chissà cos’è passato

chissà cos’è passato

In questi giorni, camminando, i pensieri rincorrevano le nubi e mi pareva di aver molte cose da scrivere. Ma le ho perse nel cielo e tra il verde, seppellite sotto molta musica, letture appassionate e soliloqui notturni. Poco male. M’hanno detto, molto tempo fa: quando scrivi sei incommentabile; non si sa con chi parli, alludi, insegui cose tue che dai per scontate.
Già, anche questo nella sua verità è dimostrazione di una ricerca di pochi simili, o forse, più banalmente, è il limite comunicativo che mi porto dietro. Borbotto, curvo parole per far loro seguire l’arco delle idee, mi sospendo a pensare davanti a un bivio. Percorro un po’ di strada in un senso, torno indietro, verifico, scelgo. A volte capisco e spesso no e se un discorso resta sospeso, forse lo finirò, oppure resterà appeso in attesa di qualcosa che trovi un pezzetto di memoria, un’esperienza, anche solo una conseguenza logica che lo porti avanti, ma non di una scusa che motivi un punto fermo.
Se mi annoio dell’ascoltarmi come biasimare gli altri. Potrebbe essere un epitaffio per il tentativo di colmare sempre quei contenitori che chiamiamo parole. E che poi restano quello che sono: mezzi e solo parole.
Vedo che rarefano i passaggi, capisco e non cambierò. Resteranno i curiosi, i passanti. Ci sarà chi chiede al vicino: ma cos’è stato, chi è passato? E a uno scuotere perplesso del capo, se ne andrà pensando ad altro.
Ed è bene così.