se brusa la vecia

se brusa la vecia

Il manifesto dice che nel pomeriggio in “prato” ci sarà il tradizionale rogo della vecia.

Allora le parole uscivano leggere e giocose, erano fiato d’inverno, vapore subito dissolto, seguito da un altro, per gioco, per sfida e così gli occhi che accompagnavano le parole, brillavano felici e impazienti. Allora.

Era l’attesa del sei gennaio: il mattino presto con la calza ripiena di dolci e un giocattolo nuovo, poi il pomeriggio, in piazza, il gran fuoco – ‘a parola par brusare ‘a vecia – fatta di fascine sovrapposte attorno a un palo con sopra una scopa sormontata da un manichino di paglia e stracci con tanto di cappello a punta. La vecia.
Ci sarebbe stato un fuoco enorme che mandava stelle di faville verso il cielo, e che a noi avrebbe infuocato il viso, rapito gli occhi, annullato i pensieri e messa una gran voglia di gridare, di meravigliarsi e ridere infagottati in cappotti e sciarpe di lana fatte in casa. Urla e parole staccate dal senso sotto lo sguardo divertito di genitori e nonni che ci avrebbero fatto assaggiare le mele e i peretti di San Pietro cotti e poi affogati nel vin brûlé. Ma solo due bocconi e un sorso, perché per i piccoli, c’erano caramelle e frutta candita.

” brusare ‘a vecia” era un rito arcaico, senza domande. Precedente ogni senso, ogni cristianesimo, anche se questo ci aveva messo di suo e la forma della pira e il mettere in “figura” una donna rimandava ad altri roghi ben presenti nel dire e nella memoria che non si cancella mai nelle generazioni.
Il male si bruciava e così la devianza, ciò che non rispondeva ai dogmi sociali, le streghe insomma ; sembrava ci fosse una consequenzialità purificante che veniva data per scontata e pur non essendoci prove dirette, per fortuna, non si raccontava forse anche in casa, di malefici subiti da altri, di misteriose croci sotto i letti, di corde e nodi affogati nella crine e di roghi di materassi e di benedizioni ripetute per scacciare la sfortuna dalle vite, dai raccolti.
E quella “paro’a”, il gran fuoco della befana, non indicava nel fiume di faville e fumo portato dal vento come sarebbe stato il raccolto in campagna. Non era forse così da sempre che i segni, il vento e il cielo potevano indicare cosa sarebbe avvenuto e che il vecchio doveva morire per rinascere nuovo?
Perché si bruciasse la befana che portava doni, non si capiva. Gli altri portatori di doni si tenevano in gran conto, babbo natale era una recente acquisizione ma nessuno pensava di immolarlo. I santi sarebbe stato blasfemo solo pensare di fargli fare una fine cruenta.
Restava questa vecchietta che per settimane ci avevano portato ad ammirare in qualche vetrina del centro e che era, sì un po’ sdentata e pure vestita da poveretta, ma sembrava buona e di certo tutto quello che aveva lo metteva per riempire calze e portare giocattoli. Non di eccelsa qualità i giocattoli, soprattutto poco solidi per mani e piedi poco rispettosi però, accidenti, era pur sempre una tra le pochissime persone buone che ti regalavano qualcosa.
Eppure quelle domande si spegnevano nell’attesa del rogo che chiudeva le feste, che riconsegnava grandi e piccoli al lavoro o alla scuola. Spariva la pietà astratta, se mai c’era stata, nelle fiamme che s’innalzavano alte, si urlava, si correva, si danzava senza saperlo e si prendeva freddo cosicché non di rado la sera c’era la febbre come complemento della gran scaldata ricevuta.
I roghi accompagnano l’umanità, con l’irragionevole presunzione di purificazione di chi li appicca, non mi chiedevo allora perché il fuoco desse gioia l’accettavo e basta. E neppure mi chiedevo cosa contenesse una tradizione, di quante paure e di terrori antropomorfi fossero fatte le vite. Eppure vivevo in una città che era stata culla della scienza, ma questo non era bastato per esaminare il legame tra parole, gesti, fatti accaduti. La bestia era sempre viva e solo pochi anni prima i nomi di quelli che poi sarebbero stati scritti sulle pietre d’inciampo erano persone vive finite nei campi di sterminio.

Sarebbe bastato togliere la vecia dalla cima del rogo e tutti sarebbero stati felici lo stesso, ma c’era qualcosa di così arcaico da estirpare che nessuno aveva il coraggio di farlo. Bisognava dare alle cose un nome, dignità alle donne, riconoscere che il male non aveva genere e lo si portava dentro e lì si vinceva. Ma tutte queste domande mica me le facevo e guardavo il fuoco, e gridavo e osservavo ammirato i fiumi di faville che si perdevano nel cielo, felice di non so cosa. Correndo e saltando assieme a tutti gli altri piccoli uomini attorno al fuoco.

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