dicembre

dicembre


Il latte d’inverno sapeva di fieno e mangime (dove sapere è un conoscere arcaico che non ha bisogno di conoscenza), di acqua fredda versata negli abbeveratoi di zinco. Sapeva del profumo tostato dell’erba, dei fiori seccati e fermentati tra il fieno, sapeva del peso delle balle impilate nei fienili, del caldo degli umori vegetali che imbevevano l’aria e la paglia. Sapeva di chiuso, di muggiti tra stalli divisi da sbarre, sapeva di oscurità che veniva da piccole finestre con i vetri appannati. Sapeva di aliti sovrapposti, di catene che scorrevano, di mungiture meccaniche, di getti d’acqua in pressione, di grate lavate che raccoglievano deiezioni e strame di paglia. Sapeva di stalla chiusa al tramonto, di aria ferma, di rumori ovattati che cingevano attorno. Insomma era la somma dei sapori che cambiavano la densità e rendevano quel latte consono con la stagione fatta di riserve accumulate, di libertà limitate e finestre accostate.
E anche il formaggio prendeva altro sapore, diventava più grasso e denso e oscurava il profumo lieve di prato, la leggerezza di quello estivo.
Forse mancava l’aria, che pure c’era tutt’attorno, forse mancava la sua limpidezza, la stilettata di gelo che prendeva appena il sole calava, forse tutto questo non si poteva sentire e dipingere se non si vedeva o respirava e le mucche erano al chiuso, tra loro, ad attendere che passasse la chiusa stagione.
Era la giusta fase di ciò che dormiva, che s’acquattava in attesa avvolgendosi in morbide aderenze di membra. Era il momento delle digestioni difficili anche per gli umani, dei soffitti interessanti, della scoperta delle crepe e delle ragnatele. A partire dal cibo semplice che originava dal latte, dalle carni insaccate, dai sughi, dalla farina grossa fatta cuocere, mescolandola a lungo in acqua e sale e poi stesa fumante; a partire dai discorsi divaganti, sulla neve che tardava,  sul freddo che cercava confronti e li perdeva, tutto confluiva nei segnali della povertà che cresceva attorno, negli uomini, nei discorsi e nelle cose. Come se tutto invecchiasse d’inverno e non nelle altre stagioni, e guardare avanti, aspettando, corrispondesse al considerare ciò ch’era passato: un aruspicare che mostrava. A questo dava stura quello stendersi e pensare, quel rimuginare che metteva le caselle nel loro presunto ordine. E l’orizzonte s’accorciava, diventava breve mentre dilagavano i tramonti, sino a comprendere ciò che s’era sbagliato o fatto giusto. Che in fondo, salvo pochissimi casi, non era così diverso far l’uno o l’altro, né questa scelta generava di per sé eccellenza perenne. Importava aver vissuto e aver voglia di vivere, non comunque, e neppure a qualsiasi costo, ma seguendo una traccia e deviando da essa.
E tanto più i discorsi con le persone ch’ erano parte d’una consuetudine s’ impoverivano di contenuti, rintanandosi nella mal celata noia, e nella voglia di finire in un silenzio, tanto più la selezione diventava severa. Lo scegliere era essenziale per riconoscersi nelle idee, nelle parole dell’altro. Per dare un senso alla fatica del rompere il caldo abbraccio del silenzio. Questo era il discrimine vero, ossia chi poteva accompagnarci oltre l’inverno e chi restava in esso, indifferente alla stagione. Ed era il prescelto o i prescelti, chi poteva essere con noi nella stessa vita e nel suo farsi. Mica cosa da poco perché li si giocava la solitudine e noi non eravamo costretti a masticare senza voglia, a ruminare fieno disseccato, a stare in compagnia per forza. E se le passioni d’inverno diventavano più grevi, ciò che le muoveva attendeva di rilucere nel vivo del confronto.
Serviva capire e meditare, scendere nelle cose, e in sé, con gli occhi un po’ imbambolati di chi scopre l’altro lato del consueto, magari a partire da una crepa, da una discontinuità mai vista nel soffitto e nella propria vita.

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2 pensieri su “dicembre

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