l’attesa

l’attesa

Gli anziani arrivano in barella con il cappotto e il cappello in testa. Qualcuno con la mascherina verde dell’ossigeno, guarda d’infilata avanti a sé. I volontari delle varie croci colorate spingono, affiancano, rassicurano e consegnano. Gli ammalati sembrano fiduciosi, oltre gli sguardi smarriti c’è la certezza di essere arrivati in un luogo sicuro. Guardare il mondo stesi e in movimento non è usuale, cambia le prospettive. Attorno ci sono gli altri in piedi, c’è confusione ordinata e la solitudine della condizione dell’inermità del male. Poi non ci sono alternative, in un pronto soccorso, si è nelle mani di una struttura che si spera adeguata. Loro hanno una corsia prioritaria, gli altri guardano e aspettano.

Le astanterie sono mantici che inspirano ed espirano sofferenti deambulanti: giovani, donne, bambini, anziani. Un’umanità dolente alle prese con questo nome strano: triage. Forse accettazione non andava bene, molti non capiscono cosa ci sia dietro al nome. Dovrebbero insegnare il significato profondo delle parole che dispongono di noi. Le persone arrivano, dicono cos’hanno a voce troppo alta, ricevono una fascetta da mettere al polso con un numero e delle carte da consegnare. Si siedono in file parallele e guardano uno schermo.

Nella prima astanteria ci sono un sacco di schermi che ti raccontano da quanto tempo stai aspettando. Non c’è il tuo nome, ma un numero e una priorità, affiancati dai minuti che sono passati da quando sei arrivato. Per passare il tempo, uno schermo passa un programma che mostra una famosa serie televisiva sui medici e gli ospedali americani. Una situazione comica: un ospedale che mostra un altro ospedale pieno di ammalati gravi. In questo modo inizia l’attesa di varcare una porta che darà inizio ad un percorso breve di spazio e lungo di tempo.

È così: il tempo perde misura e si sospende, indecifrabile. Ci sono astanterie prima e dopo la porta, la gravità separa le persone nel percorso: ci si rende conto che è meglio attendere. Quelli che aspettano sono i fortunati, che hanno la prospettiva di un rimedio a casa e attendono di tornarvi subito. Per loro questo luogo è la risposta ad un’emergenza che dev’essere ricondotta a domestica normalità.

Il pronto soccorso, è una struttura con regole coercitive e proprie, quando si entra si consegna il proprio tempo, se ne perde il dominio. In fondo il libero arbitrio e la stessa libertà hanno una relazione profonda con la proprietà del proprio tempo, qui si perde. Quando leggevo asylum ero uno studente di sociologia, allora sembrava possibile che il fuori e il dentro dovessero essere fatti coincidere per preservare l’individuo. Non è accaduto e la gestione quasi militare del servizio e la sua economicità, hanno ripreso il sopravvento con regole ferree. Non a caso si è diffuso il luogo comune del pronto soccorso come una prima linea, ma questo vale per alcuni pazienti, gli altri sono dentro ad un ambulatorione polivalente che funziona giorno e notte e discrimina l’urgenza da ciò che non lo è. Nelle astanterie non si sente la prima linea, c’è un bisogno e la sua risposta che si vorrebbe arrivasse presto. Sarebbe possibile con più personale, invece nasce un tempo asintotico che porta a qualcosa in un punto non noto. Si pensa, pare sarà così, però non c’è più l’esattezza dell’intersezione con un accadere certo in chi attende. Forse per questo si chiamano pazienti.

Rispetto alla prima astanteria, la seconda ha le sedie lungo le pareti, le persone si guardano, spesso telefonano. Quasi tutti parlano a bassa voce, raramente tra persone che non si conoscono. Ci sono i famigliari, oppure persone sole. Quando non parlano, ed è la condizione prevalente, gli sguardi si perdono. Ci sono infortuni sul lavoro, qualche disattenzione grave di casa, extracomunitari, persone in carrozzina, mali di strada. In corridoio passano le urgenze vere, parenti con la borsa seguono la barella, molti sono anziani, sia il ricoverato che chi lo accompagna. Gli sguardi si alzano per un attimo, osservano e poi ciascuno torna nel dolore fisico personale. A volte le voci si riaccendono, entra qualcuno di conosciuto, il silenzio resta nelle teste. Chi accompagna cammina, si siede a fianco, gira attorno ad una situazione inusuale e sostanzialmente priva di poter decidere alcunché.

Una signora è stata morsa dal cane della vicina, ha il braccio avvolto in un canovaccio di cucina. Si vedono i mesi di un anno passato molto tempo fa, i festoni natalizi, magari fu un regalo, adesso filtra un po’ di sangue. Ci saranno guai per la vicina, la denuncia che scatta con la prognosi. Il domestico si mescola con il contingente, con quella vicina la signora dovrà vivere ancora, sembra accomodante, sorride perché è passata la paura. forse resterà solo un brutto ricordo.

Qualcuno tace, altri si lamentano, scorrono le ore e le flebo. È notte fonda e il personale si riduce. Un signore arrivato da poco, ha una grossa borsa da cui estrae cose che guarda e poi rimette dentro. Sembra stia cercando qualcosa a cui attaccarsi, un punto fermo. Non lo trova e rovista fino alla stanchezza. Poi si assopisce. Anche il signore africano col berretto alla Andy Capp e un grosso zaino a fianco, si è assopito. Qualcuno viene dimesso, arriva una coppia di cinesi, lui ha il viso tumefatto e tagliato, si siede e tormenta una bottiglia di plastica mentre parlano tra loro con una velocità impressionante di consonanti e aspirate. Poi improvvisamente tace. È alto, robusto, quando lo chiamano fa fatica ad alzarsi. Intanto una signora è arrivata direttamente in pigiama e carrozzina. Si stanca presto e gira in corridoio. Non si può, la riprendono, lei protesta e continua. Credo sia una conoscenza abituale perché alla fine lasciano perdere.

Nella stanza accanto c’è l’astanteria dei ricoveri per osservazione, suona qualche campanello. C’è lo scalpiccio dell’infermiere e poi si spegne e con esso l’apprensione che generano i segnali in ospedale. È difficile scambiare dolore, forse per questo si parla poco. I parenti fanno pellegrinaggi alle macchinette del caffè e delle merende. Tutti attendono le dimissioni, per raccontare poi, a casa la fatica di queste ore e il male.  

È tutto molto bianco, la luce toglie colore ai volti. Intanto la notte diventa sempre più fonda. Le teste si appoggiano sulle spalle di chi accompagna, quelli soli dormono appoggiati al muro. Il sonno fa scorrere il tempo in attesa che si chiuda l’avventura di un male imprevisto. Credo sia sempre così, tutti i giorni e le notti, forse prima linea è il non cessare mai, l’avere le stesse cose che si ripetono con persone e dolori differenti. L’attesa è una spirale che si guarda dal girone successivo.

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5 pensieri su “l’attesa

  1. E’ un tempo sospeso, tempo lento e tempo opposto alle urgenze (soprattutto lavorative) che la vita frenetica ci impone, che sembrano, queste ultime, indilazionabili, indifferibili, da fare immediatamente e da concludere per …ieri. 😦

    Lì dentro tutto è ridimensionato, fermato e molto incerto.
    Ed è tempo in cui ci si “ridimensiona”, si dipende dagli altri e si comprende cosa è davvero importante nella vita.

    Spero tutto risolto, Will, un abbraccio 🙂
    con l’immancabile sorriso per te,
    ciao
    Ondina

  2. Per quanto mi riguarda, magari tutto risolto no, ma niente di grave e mi curo. Questo non è male per un “salvadego” quale sono. L’osservazione che fai sul tempo Ondina, la condivido molto, ma come sai ho una particolare sensibilità al tema del tempo. So attendere però valuto il tipo di tempo che vivo.
    Le note che ho scritto finché ero in attesa erano più orientate su questa umanità che non ha molto aiuto, soprattutto di notte a sentirsi meno sola. E la gestione non aiuta, sarà magari efficiente, ma considera il tempo e la persona come subordinate, questo vedevo. Poi il pronto soccorso è uno spaccato notevole del presente, sarebbe utile che chi ha compiti di gestione politica ci passasse, per capire, qualche ora ogni mese in posti diversi.

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