dell’urtare la sensibilità

dell’urtare la sensibilità

Discutevamo, ieri sera, tra persone che si conoscono. Eravamo, in una stanza accogliente, fresca d’aria condizionata, mentre fuori restava il rumore, e una città bella immersa nell’umidità e nel calore della notte. Discutevamo, si fa ancora, non stupitevi, dei guai della sinistra italiana ed europea. Dei problemi evidenti del mondo e dell’incapacità di dare loro una risposta, una soluzione. Risposta e soluzione sono azioni diverse, la prima appartiene a chiunque governi, ed è il terreno su cui dovrebbe venire giudicato, la seconda è di chi analizza e imposta il cambiamento  della società. Ecco, alla sinistra spettano risposte che siano coerenti con le soluzioni. Da questa premessa deriva un’ analisi e una coscienza del mondo che parte dall’uomo e dai suoi problemi e deve indicare soluzioni. Si discuteva con convinzione e finché noi accennavamo ai problemi di comprensione, alle incapacità che pervadono tutti quelli che hanno coscienza della complessità, ma anche dei bisogni della società, un tir intenzionalmente disseminava morte, uccideva donne, uomini, bambini a Nizza. Uccideva cercando le vittime, voleva uccidere persone inermi, quante più possibile, in una parte della città destinata all’incontro, alla piacevolezza dello stare assieme.

Leggendo le notizie a notte fonda, mi era tornata alla mente la pazzia del pilota che ha schiantato l’aereo sulle alpi francesi. Ma questa non era pazzia e ancora una volta avveniva un massacro, in una città francese, europea. I massacri oscuramente si pensano destinati ad altre parti del mondo: Bagdad, Islamabad, Damasco, Istanbul, Kabul oppure Nairobi, Abuja, Mogadiscio o ancora le Filippine, o l’Indonesia o in altri cento luoghi che sono semplicemente più lontani di Nizza. E se essi accadono mentre noi ignari, come ieri sera, parliamo d’altro, si allargano le braccia: è il mondo.  Ma adesso si sente l’alito della bestia, che s’avvicina, e con essa il pericolo. Si estende l’insicurezza, subentra il senso di inanità, l’incapacità assoluta ad affrontare la realtà se è vicina. E allora il discutere diventa vuoto, la prospettiva inutile e la dittatura del reale e del presente subentra al ragionare, al cercare soluzioni. Emerge la nostra misura che oscilla tra il voler comunque contare in una soluzione oppure nello sperare fatalistico che tocchi ad altri.

Repubblica on line e altri quotidiani nel riportare le fotografie del massacro mettono come prima immagine un riquadro nero con la scritta: queste immagini possono urtare la vostra sensibilità. E’ una scritta ambivalente che mette in pace la coscienza di chi pubblica, che attiva quelli che cercano sensazioni forti, che accentua il rifiuto della realtà degli altri che guardano ma non vorrebbero vedere. E prima di vedere l’orrore, mi chiedo cosa sia oggi la mia, la nostra sensibilità, e cosa essa possa produrre di concreto, perché la sensibilità orienti e rafforzi effetti gestiti da altri.

A cosa sono sensibile? All’immagine della bambola accanto a un corpo che non ha più calore e vita, avvolto in un lenzuolo riflettente, al bambino annegato e deposto sulla spiaggia , all’altro bimbo che si trascina esausto mentre un avvoltoio lo guarda e aspetta? A cosa sono sensibile e cosa provoca in me questa sensibilità?

Posso accontentarmi dell’orrore, della rabbia, della ritorsione per rispondere (ecco che la risposta come richiesta immediata ad altri, emerge) e rendere più complicato a chi vuole uccidere, il raggiungere lo scopo?

Quei morti che si vedono nelle immagini, hanno bisogno di un senso. Non sono un prodotto della pazzia. Il senso e la pietà li dobbiamo a quei corpi ora senza vita, che avevano sogni, desideri, che volevano vivere e star bene. Devono avere una memoria che non sia un fatto di cronaca che scompare. E quindi non posso derubricarli a un maledetto 14 luglio.

Ed allora accetto che la mia “sensibilità” cresca con due o tre variabili: la distanza, l’appartenenza nazionale delle vittime, la loro età e se accetto questo sentire che mi sembra naturale, tutto il resto, ovvero la soluzione del problema diviene urgente oppure si sposta nella risposta sottocasa, nel muro entro il quale non vorrei recludermi?

Teoricamente dovrei essere sensibile alla sofferenza e all’ingiustizia ovunque essa si manifesti, ma capisco che non è così e allora torno sulla presunta sensibilità, che è qualcosa che si maneggia e si relativizza e produce effetti solo in termini di adesione a una risposta più che a una soluzione. Voglio che la mia sensibilità non venga urtata e quindi aderisco a una risposta che sembra dare più certezze, più sicurezza, sempre con quei tre parametri della distanza, nazionalità, età. Non sto cercando il benaltrismo di sinistra che rinvia le soluzioni a chissà dove e chi, voglio semplicemente essere più sicuro. Ecco che si palesa il limite dell’etica, della mia e credo di quella di tanti altri, bisogna riconoscere il limite per superarlo, lasciarsi urtare e riflettere.

Il mondo è in sofferenza, ribolle, ci sono reazioni in atto che in un tempo recente non avvenivano, ma non perché ci fosse un ordine più giusto e umano, no, anzi era peggio, però scegliendo la pace vicino a casa si è pensato che il resto in termini di giustizia ed equità sarebbe venuto di conseguenza, ma non è così. I problemi sono tutti sul tavolo e non c’è una strategia per togliere tensione, per rendere esecrabile la violenza, ad esempio oggi il presidente francese ha detto che i bombardamenti in Siria e in Iraq verranno intensificati, cioè verranno uccisi molti più civili ignari e innocenti di quelli di Nizza e questo a cosa servirà?

Sono così confuse le mie idee di fronte a questa realtà che hanno bisogno di trovare un senso, un collocarsi ordinato che proponga davvero una soluzione, che dica dove stare e che allarghi la sensibilità. Che faccia di quest’ultima strumento per risolvere. Ne ho bisogno perché le fotografie non devono restare tali e al più possano “urtare” la quiete, ne ho bisogno per capire che questo non è un mondo quieto, non è un mondo in pace.

 

 

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5 pensieri su “dell’urtare la sensibilità

  1. Il tuo post merita più di un commento lungo, perché tocchi tanti temi ognuno dei quali meriterebbe un grosso approfondimento. Trovare delle soluzioni è sempre possibile fuorché un caso: la morte. Il mito dell’uomo eterno ha sempre ossessionato la mente umana. Personaggi che hanno vissuto a lungo, Matusalemme, Noé alla fine sono morti anch’essi. Per il resto una soluzione esiste. Quando mi hanno chiesto di trovare delle soluzioni mi sono sempre posto tre quesiti. Chi vuole, quanto costa, come realizzarlo. Se uno di questi tre quesiti frana, la soluzione proposta è un semplice compromesso, che il più delle volte è peggiorativo del problema affrontato. Se pensiamo agli ultimi avvenimenti, parliamo di Nizza, ponendoci i tre quesito riscontriamo che manca qualcosa. Chi vuole la soluzione? A parole tutti, nei fatti nessuno. Quanto costa? Molto moltissimo. Il sistema finanziario, l’industria bellica, i personaggi che campano sulle paure della gente e la lista sarebbe ancora lunga. Come realizzarlo? Certo che è possibile anche in forma non cruenta ma Chi e quanto non vogliono.

  2. Le tre domande che ti poni, Newwhitebear, sono quelle giuste. E sembrano non lasciare speranza in un mondo governato dai due poteri: quello della finanza e quello della volontà di potenza. Posso solo pensare che ci sia un convergere tra la necessità e le soluzioni, perché la perturbazione crescente del mondo continuerà e i bisogni saranno sempre più coscienti ed evidenti. Lo spero perché altrimenti ci saranno tempi oscuri.

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