un’inutile vita grama

un’inutile vita grama

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È passato del tempo, allora come adesso, mettevo in forma di lettera, dialoghi, considerazioni che venivano dopo, quando il passo era meno importante di ciò che si era scatenato prima. Nel parlare tra se c’è questa attenzione caparbia ad un oggetto, l’inseguire code di pensieri che si dileguano dispettosi, scegliere porte spalancate ed ammiccanti. E noi parlavamo di temi sensibili, importanti davvero, del che fare della vita, convinti entrambi delle proprie scelte e ragioni, ma ascoltando. C’è una attenzione amorosa nell’ascoltare, un lasciarsi stupire e l’ammettere il dubbio. In questo c’era amore nel confrontare le nostre due diverse concezioni, la mia viscosa, rallentante, che sbottava verso la leggerezza come capacità di lasciare impronte lievi e la tua, bruciante, veloce, piena dell’impeto che spinge e fa vibrare. Confronto impari perché la bellezza s’accoccola sempre nel fascino del pensiero altrui, così è da parte mia ma era anche puntigliosa, la mia difesa, anni di ricerca non si buttano per aria facilmente. Sai cosa emerge in questi casi? Il timore del fallimento totale, aver sbagliato quella prima porta che poi ha reso il resto un cumulo di errori giustificativi, di seppellimenti del fastidioso nella glorificazione del parziale successo. Usare la lentezza come costruzione di se stessi. Dopo il fascino giovanile per me la velocità era divenuta nemica della riflessione. Non siamo militari, mi dicevo, non dobbiamo decidere come uccidere il prossimo nemico per non essere uccisi, non dobbiamo sbaragliare nessuno, e questo lo penso ancora perché la riflessione sospende, rallenta, porta alla considerazione dell’alternativa e quindi argina il desiderio, la sua soddisfazione. E chi ha detto che desiderio e felicità coincidano? Anche se noi cerchiamo la seconda anche attraverso il primo. Come vedi non penso in termini di mortificazione, di assenza, ma di lentezza, ben sapendo che essa contiene veleni importanti e discreti, quelli a cui ci si assuefa guardandosi l’ombelico, contemplando la bellezza e non vedendone le domande, curando il corpo come immutabile perché pensato coincidente con la mente, con il pensiero fecondo, vitale. La lentezza si può trasferire nella dimensione propria di una terzietà, di un guardare distaccato che la velocità, nella sua ansia di bruciare tempo e vita, non ha.

Thanatos, desiderio e rifiuto/ricerca della morte. In un confronto da giganti, l’assalto al cielo degli dei, ecco cosa mi suggerivi, ascoltandoti, e interpretando con le mie lentezze, la tua ansia di corsa vitale. Volevo avere il respiro del mare, contenerne la furia sapendo che sono le maree che contano e con esso portare l’annessione del cielo al proprio piccolo, miserrimo, mondo. Così importante e fondamentale che trovarne misura è impedito. Questa era la mia proposta. Ciò che facevo. Lentezza e velocità messe di fronte, con sorrisi e scambi veloci di parole e silenzi. Io taccio quando non so dove poggiare i piedi, avresti dovuto accontentarti di seminare dubbi come papaveri, ma da buon miles riottoso ho sempre avuto una trincea in cui resistere: questa era la percezione del fallimento. Nel fallire non conta ciò che si è stati, ma ciò che si è diventati. In questo il fallimento assomiglia molto all’innocenza, nell’uno c’è la coscienza che l’errore è stato più grande di noi, l’abbiamo attivato, ci siamo misurati, è stato un confronto perseguito per orgoglio, per delirio di onnipotenza, per impossibilità di fare altrimenti: avevamo poveri mezzi a disposizione del sogno, alcune tecniche di sotterfugio imparate faticosamente e ammantate di sincerità, una capacità infinita di auto convincersi, e una fiducia sterminate di riuscire. Eppure abbiamo fallito. Potevamo fare altrimenti? No, anche se era certamente possibile, ma che fine avrebbe fatto la sfida con la dissoluzione, la coincidenza tra vita e possibilità di dare forma e soddisfazione ai desideri? C’era Thanatos e la sua sfida, sempre aperta, dietro, e sapendo che alla fine essa vince, meglio fuggirle correndole incontro, meglio alzare continuamente la posta, mettere milioni di sogni e di chilometri tra una immagine nostra e il tempo che si confronta con noi. Sai perché il fallimento assomiglia all’innocenza? Perché contiene la stessa impossibilità d’essere altro, quando l’innocenza si percepisce già non è più tale, quindi dev’essere senza saperlo davvero, oppure la consapevolezza di essa si deve arrestare, esattamente come il fallimento, appena prima. Dove si differenziano è invece nei tempi dello svolgersi, thanatos è una fuga continua, l’innocenza sembra immota mentre si muove. Hai fatto caso che entrambe prescindono dalla vita? Questo dovrà pure significare qualcosa. Forse che il dualismo non è così automatico e non esiste una scelta radicale nell’essere innocenti o nel correre, ma un’ approssimazione, una conformità a ciò che si è e non a ciò che ci pare di essere. Potrei usare le tue parole, le tue distinzioni tra cose e pensieri, tra sentimento e piacere, tra decisione e dubbio. In fondo ci si dice che vorremmo avere l’apparenza di qualcuno, ciò che in lui lenisce le nostre ferite, non le sue sconfitte, i suoi dubbi, la tenebra che contiene. Chi persegue la lentezza vorrebbe avere il piacere della velocità e chi è veloce sa che può rallentare se ha superato la paura di essere raggiunto. Ho pensato che se alla fine di un discorrere così partecipe perché entrava nell’intimo, esponeva la propria nudità fatta di paure prima che di desideri, se nel considerare che il fallimento è sempre parziale e che esso è una molla per una impresa ulteriore, se tutto questo resta e affolla la mente, avevamo parlato davvero. Cambiando ciascuno per suo conto, alimentando piccoli dubbi che pizzicheranno la pelle nelle notti poco assonnate, e non è poco perché questo è uscire da una inutile vita grama. Sbagliando, ma provandoci. Non ho nulla da celebrare, nulla, e questo stranamente mi rende sereno, fiducioso, partecipe. Chissà se sono più attaccato a me o al mondo, ma sono attento a ciò che muta, proprio per l’assenza di certezze e rallento.

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