di te conservo

di te conservo

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Di te conservo un prato enorme che finiva nella pietra,. rasati entrambi per cura di frequentazione e decoro d’amministratori. Perché questa è la cura che metteranno nel cuore dei problemi immani e futuri.

Di te conservo la luce radente che il tramonto regala agli occhi e toglie al cuore. Una luce che puzza di addio, di distacco, di greto di fiume in città, di acqua già morta nel guizzare d’inutili pesci, di cose abbandonate anzitempo da un sé voglioso di nuovo. Eppure è una luce che allunga le dita, indora le cose, le maneggia e le arrossa. Una luce che ha il sospiro freddo del monte e il caldo della terra. Una luce che conserva negli occhi, che riordina gli steli del prato, che affretta le persone a raccogliersi. Una luce ambivalente che contiene immatura la sua fine eppure riluce, riflette.

Di te conservo quella luce che è l’ora in cui si immagina, quando il possibile s’affaccia, il sorriso è ancora dentro, quando la sera non preannuncia la notte, e le cose diventano inutili a mascherare i sentimenti.

Di te conservo il dettaglio della voce allora, già fresca di scuro, , la e che si allarga e la i che s’appuntisce,, il sorriso nervoso di tempo, che sfugge, sfugge,. e consapevole s’incrina.

Di te conservo la folla attorno già pronta ad andare eppure seduta, allungata, discorrente e intenta, inefficiente nelle felicità, distratta fintamente al suo afflosciarsi, esattamente come chi serviva ad esempio,. E il tempo s’affloscia nella luce, lo sapevi? S’affloscia e s’oscura di desideri mancati, di possibili spenti, di baci, di sudori, di corpi scongiunti, di esiti scongiurati, di doveri assolti.

Ci insegnano il congiuntivo e non il disgiuntivo, forse per pudore, nella memoria d’un personale dolore che non è lecito insegnare e allora si lascia fare alla vita. Ed è una vigliaccheria che s’aggiunge, un coraggio tolto agli eventi, un finto malcelato dovere che puzza di tutte le sacristie del mondo credente e ateo, una ignavia che si ripete.

E così ti conservo al margine d’ogni verde, d’ogni riflesso, d’ogni pietra che riluce. E non importa che non sia tu che vieni alla mente perché comunque coincidi. Come coincide il mare con il suo moto e l’immobilità del suo abisso,. come coincide ogni meriggio nella luce che allunga con l’ombra priva di luce,. come diviene ogni angolo in cui la polvere trova rifugio senza diventarne morbida parte.. E io penso che tu sia questo sentire che è forte e non ha più sembianza, ma è te ogni volta che cala il giorno. Ed è assenza che si fa presenza, vuoto che si riempie, coppa che spande, sguardo che si perde e ritorna, fatica e rifugio. Sì rifugio d’un passato distillato in senso,. solo senso come ambra che contiene qualcosa che visse e di essa riluce e vuole contatto di pelle e se s’avvicina al fuoco, brucia. E per questo si cura, perché nel bruciare non ciò che visse ma noi saremmo consumati. Definitivamente.

p.s. la punteggiatura incespica volutamente e cammina, essa sì per suo conto.

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6 pensieri su “di te conservo

  1. Bello. Fluido come l’acqua di un fiume d’estate dove s’ innesta la luce e si affonda mentre riaffiora. Malinconico come un “si appresta” e consapevolmente sa. Mi ha però colpita la voce di allora già “fresca di scuro”. Descrizione comunque magistrale. Mirka

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