improperi

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Perché hai creato una sequenza di dolore e l’indifferenza? Perché in noi non è emersa la reciprocità del sentire? Perché ci colpisce poco una tragedia per qualcuno che giudichiamo diverso da noi e siamo affranti da ciò che è nel perimetro del giardino culturale in cui siamo cresciuti?

È naturale tutto ciò: la differenza divide, gli interessi dividono, la parentela si diluisce con la distanza e diventa indifferenza. Che c’entra la cultura?  Siamo naturali e animali raziocinanti, dotati di libero arbitrio, presuntuosi di parole, fugaci di azioni. Ma cos’ è rimasto di duemila anni di storia se tutto assomiglia a ciò che c’era prima? Cos’è mutato se il mezzo è ancora l’annientamento e la servitù dell’avversario per generare sicurezza. E cos’è sicurezza?

La sicurezza è l’intangibilità del mio spirito, della mia dignità, del mio corpo, del mio pensiero. Ma è vero per tutti o solo per me? Appena distante da dove vivo, in una notte priva di luce perché non c’è corrente elettrica e le candele sono buone solo per i cecchini o i droni, in quei luoghi senz’acqua e senza cibo, dove ci ci stringe in cerca di calore, si pensa ad un futuro che racchiuso tra l’alba e il tramonto del giorno successivo, cosa significa la parola sicurezza? Dove nulla è intangibile, cos’è sicurezza? Per 1400 anni abbiamo guerreggiato. Ovunque e dovunque. >E nulla è stato risparmiato. Nulla era sacro e nel tuo nome e si sono perpetrate stragi immani, dall’una e dall’altra parte. È curioso che mentre noi precipitavamo nella notte della cultura, nell’estirpare radici antiche di pensiero per sostituirle con nuove, tra le sabbie dei deserti d’Arabia altri popoli venissero alla luce. Perché le luci non si mischiarono? Devo chiederlo agli uomini, gli dei sono muti, parlano per enigmi e prescrizioni, enunciano domande che diventano obblighi radicali. Dovrei dire alla mia coscienza che la labilità dell’uomo, la sua imprecisione e fallibilità lo salva dalla notte dello spirito, che gli permette di essere relativo e sfuggire alla dittatura sanguinaria degli assoluti. Oggi è giovedì e per alcuni conta molto, per altri nulla, i fatti che accadono però ci riguardano. Anche quando le parole si spengono. Siamo scivolati in un buio che non è notte, è assenza di luce, di proposta, di forza intellettiva e come animali siamo abbacinati dall’istinto. Ma a che serve tutto questo se sappiamo la nostra insicurezza? la nostra debolezza?

Tenebrae, il buio si confonde col silenzio, con l’assenza di parola, di soluzione, di raziocinio. Stamattina c’era chi metteva in discussione il dubbio, ovvero la cultura laica del relativo che ha permesso le libertà nei popoli. Qualcuno sosteneva che l’occidente ha fallito nel cercare di capire l’altro. Se non siamo stati in grado di trasmettere un orizzonte comune di crescita, che resta della luce?

Oggi chi fa sociologia dell’Islam ha scelto un campo fortunato di carriera, ma è da noi che dovrebbe avvenire la ricerca, ovvero cos’è sostenibile nel nostro mondo? E perché questo non è l’orizzonte comune di popoli diversi? Chi è laico queste cose le chiede a se stesso, non ha un dio che risponde, e il cammino della tenebra è un percorso tra uomini, con risposte tra uomini.

Non voglio la precarietà di ciò che guardo da distante, non voglio che essa entri nel mondo, che sia condizione di guerra e di morte, e se non voglio questo, devo guardarla, percepirla come tenebra dell’essere e dello spirito. Angoscia che esige un assestamento in me. Perché non posso essere al sicuro se non affronto il cammino verso una soluzione.

Non ho sicurezza e neppure ricette, so che una guerra non verrebbe vinta dai civili, ma dai militari. So che il percorso è lungo, comunque, e che ci sono ragioni dentro la nostra società, la nostra cultura ed economia che dividono, so che non c’è nessuna soluzione buonista nel senso che un buon sentimento resta chiuso dentro una testa e che accanto al contingente c’è la sua proiezione nel tempo. So che esiste un noi fatto di convinzioni difficili da ricondurre all’umanità dell’uno. So tutte queste cose e non chiedo ragione se non a me stesso sapendo la mia piccolezza, l’inermità, lo sgomento. Questa è la solitudine, restare nella notte soli e trovare le ragioni che mi riguardano.

Me lo ripeto: le ragioni che mi riguardano. E so che saranno fallaci, parziali, ma non ho altro. Solo questo per affrontare la notte.

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2 pensieri su “improperi

  1. Dovremmo tutti cercare di fare, nell’infinitesimo piccolo, la cosa piu’ grande che si puo’ fare: creare valore intorno a se’, essere come il colibri della fiaba che prova, goccia a goccia, a spegnere l’incendio.

  2. Nel piccolo il grande: c’è un dipinto di Escher che lo mostra con evidenza tranquilla. E se insieme si unisce il fare ciò che è giusto. Credo si sia in una sintesi ammirabile. Grazie SoloG.

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