cronache dell’insofferenza

cronache dell’insofferenza

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Mia cara …,

queste giornate di sole invernale seguite dal gelo della notte mi portano su stati d’animo opposti. Cammino, guardo, quando non lavoro e sento che la mia metereopatia si accentua d’inverno e l’umore ne risente. Ma se guardo oggettivamente gli sbalzi d’umore del tempo, la sua apparente stranezza, trovo abbia una  logica semplice e penso che il procedere apparentemente amichevole della stagione non possa essere confuso con altro.  Così credo che i miei umori siano altrettanto semplici e mi parlino con chiarezza di me. Stamattina, mentre pedalavo nel freddo della città, nelle strade che amo, pensavo alle insofferenze crescenti che provo. Alla tentazione dell’isolarsi pur restando tra gli altri. All’apparenza che si deve mantenere per gli obblighi che il nostro “mestiere”, qualunque esso sia, comporta, e ai silenzi che vengono accettati con indifferenza come non rappresentassero un dire. Ci sono delle cronache dell’insofferenza, fatte di piccoli fatti, di atteggiamenti, di distanze, di selezione di amicizie, di rifiuti. Me ne accorgo perché lascio andare, non trattengo, ma ancor più chiudo  ciò che non mi piace. Quello che posso, naturalmente. L’insofferenza di cui ti parlo, è spesso scatenata dalla banalità di ciò che viene proposto, dall’esibire la superficie per mascherare la paura del profondo. Cosi i discorsi divengono vuoti, le cose che si fanno, involucri, e cresce attorno a noi l’assenza di una condivisione. Quello che non si può condividere, è la bruttezza e la vediamo diventare comportamenti, oggetti, case, monumenti, gestione della vita quotidiana. Cosi nasce il brutto banale, peggio del kitsch. Ed solo avidità, incapacità di pensare agli altri e quindi anche a se stessi, difficoltà di capire che noi siamo quello che lasciamo e non quello che teniamo. Pensavo, stamattina, che l’insofferenza costruisce un muro che s’innalza e che isola e che solo la disponibilità all’ascolto può correggere questo rifiutare ciò che infastidisce. Ma per ascoltare serve speranza, e questa ancora non mi manca. Pensavo. E non confondo l’insofferenza con l’indifferenza.

Allora mi è tornata a mente un’immagine che mi porto dietro dai sogni dell’infanzia e che posso vedere nel giardino arabo, nell’hortus conclusus. Forse, il mio è un difetto di fabbrica, una tendenza all’insofferenza. Però questa immagine è forte e bella, e riporta al valore dell’interiore. Hai mai pensato a quanto sia stata svalutata l’interiorità in questi anni? È perché essa non è facilmente riconducibile a un valore economico e porta con sé una forte carica di non conformità o per altro? Diciamo che l’interiore si è pensato fosse surrogabile con altro e che esso venisse comunque fuori, ma in modo accettabile. La pubblicità ci propone il buen retiro come uno status economico, lo dota di piscine e grandi spazi, oppure lo innaffia di liquori costosi, o ancora lo mette vicino a caminetti in soggiorni che non sono nel vivere comune, lo riempie di boiserie che da sole fanno un appartamento più grande di quelli in cui viviamo, ne fa oggetto di ambientazioni da film e serie melò. Sorvola sul fatto che l’interiore non costa nulla e tutti l’abbiamo a disposizione, basta un po’ di tranquillità. E quell’interiore, in me, sta costruendo un giardino che non ha porte, che esige per entrarvi di volontà d’arrampicarsi e di superare l’ostacolo, che conserva e mostra sopra di esso punte d’alberi, ma impone una scelta e una fatica. Non ho usato la parola muro, è una brutta parola di questi tempi, eppure se pensi che la sapienza del costruire è legare assieme le pietre, ti accorgi che i muri cattivi sono quelli invalicabili tra uomini, mentre quelli interiori si basano sulla comunicazione, sul comprendere e quindi diventano ponti quando si ha la pazienza di scavalcarli.

Nei labirinti tracciati sui pavimenti delle cattedrali medievali, c’era sempre un percorso che portava al centro, alla torre della sapienza. Il senso era che dopo molti errori si trovava l’uomo e l’equilibrio del suo cammino. Erano su due dimensioni che attendevano di essere completate con le nostre due dimensioni, ovvero quella della volontà del sentire (il contrario dell’indifferenza) e quella della nostra concezione del tempo. Trovare il centro, come piantare e curare fiori, erbe, frutti nel giardino arabo era -ed è- la condizione del proprio crescere, la dimensione del condividere con pochi l’equilibrio tra interiore ed esteriore, ma anche la necessità di operare perché ciò che ci attornia sia espressione di quell’equilibrio.

Mi dirai che seguo fantasie, che i miei bisogni sono poco adatti a questo mondo così concreto e veloce. Credo tu abbia ragione ed è per questo che divento insofferente, selettivo, silenzioso. Moltissimo di ciò che mi (ci) attornia, si basa su presupposti privi di tempo. La velocità annulla, o vorrebbe annullare, il tempo e quindi respingere la paura della morte. Questo impedisce di comunicare davvero: non c’è tempo.  Pensa a questi giorni convulsi, ai simboli osannati e calpestati pochi giorni dopo. Pensa al fatto che di quelle vite innocenti spente a Parigi, già non si parla più, come se le morti non rilevassero alle vite.  E mi allora ho pensato che questa società non propone la vita anche se dice che vale molto, non propone la bellezza ma la caducità dell’acquisto, propone il potere e la perpetuazione dell’esistente negando così alla speranza una quantità incredibili di energie. Quelle del cambiare, del mutarsi e mutare ciò che sta attorno, pensando che ciò che facciamo non serva solo a noi ma a quelli che verranno.

Faccio queste considerazioni sentendo l’ennesima inutilità della conferenza di Parigi sul mutamento del clima. Non cambierà nulla, come è accaduto in passato e le città, i luoghi diventeranno difficile ancor più, pervasi dalla violenza del brutto che abbiamo attorno. Questo mi genera insofferenza. E la verifico in queste orge di consumi che sono le feste, nei casotti di legno che vendono tutti le stesse cose, in questo tripudio di luci che dovrebbe evocare chissà quale idea di contentezza e del bello. Il natale viene associato alla festa della luce, lascio stare i simboli, ma il corpo sente che il sole ricomincia a rinnovare la sua forza, aspettiamo il calore che non è solo una temperatura gradevole, ma il luogo interiore degli affetti , dei sentimenti, dell’amore. Il pensarlo esigerebbe un senso un po’ più profondo dei luoghi comuni. Un meditare su come siamo e come vorremmo essere, un confrontarsi, invece del mettere assieme senza scambiare, del trovarsi senza essersi cercati. Dovrebbe ma non è così, e allora alla vista di come le nostre strade che hanno una loro consolidata bellezza vengano deturpate, ridotte a gimcane tra paccottiglia e cibo che sta girando per tutti i mercatini d’Italia, mi accresce l’insofferenza e accentua il silenzio.

E l’insofferenza mi porta alla selezione severa delle persone con cui parlare davvero, mi porta alla denuncia di ciò che non riesco più a tollerare, mi spinge a protestare per quanto vedo e sento. E penso sia necessario un manifestare pacifico di diversità, un dar motivo dell’isolarsi che magari sembra assurdo, e che a volte, è percepito come un’offesa nella società che privilegia l’individualismo e l’anomia delle persone. Quand’ ero giovane, provavo cose analoghe però non capivo bene cosa mi disturbasse, ora che giovane non lo sono più, le due dimensioni di cui ti parlavo, il sentire il tempo proprio, le coniugo per mio conto, parlandone a chi ha la pazienza di ascoltarmi, proprio come faccio con te, solo che un tempo pensavo fossero tanti e oggi invece penso che si sia assottigliata molto la combriccola degli insofferenti coscienti di esserlo. Forse per questo si tollera la bruttezza che abbiamo attorno, per non star male, per non ascoltare la bellezza interiore che vorrebbe altro. Altre regole di crescita, altre speranze e un senso di responsabilità nei confronti di ciò che accade che sembra non esserci più. Ieri, su Repubblica, Piketty invitava l’occidente a riconoscere che i guasti che si stanno creando nella natura comune, sono fortemente connotati con noi, con le nostre abitudini, con lo sfruttamento che viene fatto delle risorse non fungibili a solo fine di profitto. Ed io l’ho tradotto in un atto di nichilismo di massa che impedisce di considerare la lentezza, ovvero il tempo del comunicare e del condividere come prioritario e quindi di guardarsi attorno, che trova scuse nell’impotenza e nella necessità e così giustifica tutto. Allora penso che delle molte solitudini che ci sono al mondo, quella di massa è la peggiore, perché è cieca e rassegnata, si conforma a qualcosa che non dipende, che non vuole dipenda, da lei.  E quando penso a questo, allora preferisco avere pochi amici, sognare la solitudine che diventa gioia del riflettere nel giardino arabo virtuale, costruito con la pazienza, la speranza, il silenzio. E in particolare di quest’ultimo non sento più il peso e sento che vale più di molte parole che si spargono senza voler dire.

Questo volevo dirti della mia insofferenza, che come vedi non è particolare e forse è proprio semplice da capire, solo che io l’ho descritta con molte parole, come mi viene e come so dire. Eppure la sento ancora parziale e insufficiente nel dirla, come ogni approssimazione di sentire. Se l’ho tradotta in una lettera è per capire meglio e di più. Sapessi quanti pensieri collaterali nascevano finché ti scrivevo queste parole, se fossimo assieme ti spiegherei meglio, tradurrei in espressioni le parole, ti parlerei con tutto me come quando m’infervoro per la passione che mi suscita un argomento. E il tempo volerebbe, ne sono sicuro, anche se penso che tu guarderesti, scuotendo il capo, le mie dita colorate d’inchiostro e mi ricorderesti che  esistono le biro e che spesso scrivo lettere che non spedisco. Con tenerezza e comprensione, lo faresti, sentendo che è una partita persa il convincermi. E allora capirei che l’insofferenza ha un limite e che ciò che comunica il bene, invece, no. E di questo, ti ringrazierei, grato come sempre e forse ancor più.


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6 pensieri su “cronache dell’insofferenza

  1. Ti vien più facile rivolgerti ad un interlocutore…e anche per chi legge penso si senta più coinvolto…
    Avanti così, così…allora con “lettere”

    Non è facile parlare dell’insoferenza, o delle insofferenze. A volte riguarda tantissime cose…a volte si riconducono a pochissime. Comunque sia l’ha descritta molto dettagliatamente in modo “leggero” come sei solito scrivere..

    Buona serata
    .marta

  2. È vero Marta che mi piace rivolgermi a qualcuno,quando scrivo ho qualcuno a cui parlo, è vero che scrivo lettere ed è vero che non poche non verranno spedite, è infine vero che mi piace scrivere a mano con la stilografica.
    Quindi se riceverai una lettera non sarà per caso. 🙂

  3. Nel mezzo del cammin fra vaghe stelle
    mi ritrovai in questo Blog sincero
    e nelle mille e mille sue fiammelle
    che tutt’ insieme ardevano lo cielo !

    Così quel cielo stesso ch’ era opaco
    all’ improvviso diventò fulgore ….
    capii allor che se la vita è un gioco
    più bello lui sarà se lo fà Amore !

  4. Grazie Bruno, per la tua attenzione, per avermi riportato a Dante che amo, per la tua bella vena poetica (mi piace assai il gioco e l’Amore accoppiati, essenza del vivere) e per il sorriso che hai generato. 🙂

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