finis terrae

finis terrae

Una sera arrivò Alvise e disse: non ce la faccio più a leggere l’Espresso, tra complotti, burattinai, notizie su come va il mondo, la notte vado a letto pensando d’essere in mano d’altri e non dormo più. Vorrei essere un uomo che decide per sé, almeno questo.

Era una sensazione che provavamo quasi tutti e forse dipendeva da ciò che leggevamo, ma non solo. Dopo essere andati alla conquista del mondo, il ritorno era stato feroce.  Ci scherzammo molto, quella sera, ma il senso d’essere in mano d’altri, la difficoltà a scomporre in fatti semplici ciò che accadeva, ci pesava addosso.

Alvise era stato il primo a sposarsi, il primo a diventare ricercatore, il primo a fare un figlio. Fu anche il primo a separarsi. Annusava le cose con la giusta ironia, vedeva il limite, agiva di conseguenza e con coerenza. Era avanti perché in molti si pensava che non ci sarebbero stati limiti alla crescita individuale e collettiva. Il privato, da questo punto di vista, era davvero politico. Poi diradarono  le cene comuni, le discussioni, le vacanze assieme, le vite di tutti sono continuate, scisse dagli impegni, ma forse anche dalle sensibilità comuni che si sgranavano col tempo. Pensavamo vagamente le stesse cose. Una manata di passeri era stata lanciata in cielo, disorientata e decisa, poi ciascuno era andato per suo conto.

Non si fanno mai bilanci, sarebbe ammazzare qualcosa che può crescere. I bilanci servono alle aziende, a chi deve scrivere un segno davanti a una cifra, e nella vita non si dovrebbe essere mai meno che un uomo. Non noi almeno. Ma quello che mi pesa adesso, è l’idea, la consapevolezza, che troppe speranze si siano accumulate e che abbiano generato sogni guasti cosicché d’esse sia difficile trovare traccia in ciò che sta attorno. Pensavo al tema della famiglia, ben vivo in quegli anni, tanto che gli effetti si videro subito. E ne discutemmo così tanto che le vite cambiarono, luoghi comuni si dimostrarono privi di consistenza, barriere caddero. Non tutte e non a fondo, la riflessione seguì la generazione che l’aveva prodotta, quella successiva la usò, ma la prima, nel frattempo, parlava d’altro: s’era sfiancata nella teoria e adesso faceva pratica. Così sull’amore, la sua durata, sui sentimenti molti restarono a mezz’aria e la cosa tornò ad essere quello che era prima: un problema personale. Oggi  sul tema ci riflette la chiesa cattolica, e in quella difficoltà che essa ha di cogliere la ragione dell’amore, e della sua preminenza, c’è una labile traccia di ciò che non si è elaborato a sufficienza e quindi non si normato di conseguenza. E colpisce il fatto che chi scrive le leggi, siano esse civili o religiose, sia sempre tanto indietro da non riconoscere il presente.

Del futuro da tempo non si parla più. Per il resto la complicazione è cresciuta, le trame sono continuate, le soluzioni semplici scartate. Insomma tutto immutato o quasi. Solo che allora eravamo giovani e la speranza era qualcosa da fare assieme. Adesso non capisco più dove finisca il presente e quanto di esso sia narrazione. Story telling come si dice ora, ma sul presente non c’è molto da dire. Almeno non da me. C’è chi condivide entusiata, chi si accontenta o si fa una ragione, chi sposa una idea di futuro raccontato, comunque questi hanno altri strumenti dai miei, per determinare un futuro che sia attraente. L’impressione è quella di essere ormai un francobollo staccato da una busta, un tempo è servito a qualcosa ora è una curiosità da collezione. Sarà per questo che non capisco e mi sento escluso da questo presente. Non è quello per cui abbiamo, lavorato, lottato, fatto. E quando subentra questa consapevolezza, in chi la percepisce prevale la fatica di mettere assieme l’insofferenza con un progetto e questo produce inanità, disadattamento, indifferenza.

A volte mi chiedo se ci sia ancora terra da percorrere in questo mondo liquido, se servano le idee, le energie gratuite che si è disponibili a mettere in comune, se invece di farsela raccontare la si voglia scrivere una storia. Poi penso che non serve, che siamo destinati  all’oblio come generazione, che non rappresentiamo utilità marginale se non per l’economia. Anzi serviamo a questa e ne sosteniamo un pezzo, ma poi ci vien chiesto di pensare piano: per favore state zitti, andate in vacanza, spendete, ma soprattutto non disturbate con i vostri sogni stantii.

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Un pensiero su “finis terrae

  1. BRANCOLO NEL BUIO
    COGLI OCCHI SBARRATI DALLE LACRIME …
    MI CURVO SULLA FERITA DELL’ ANIMA MIA
    E LA LAVO COL PIANTO .
    @Ruccio Vitale

    Questi versi, che mi evochi con questo ulteriore, bellissimo tuo post, @Willy caro, furono scritti, many and many years ago …. dal mio compagno di banco @Ruccio, ai tempi in cui frequentavamo il Liceo Classico Giulio Cesare in Roma, e mi domando : dove sarà … ora ???
    Era un Poeta in nuce, un abile cacciatore e provetto allevatore di “cani da caccia”, camminatore instancabile …. scriveva da dio . Poi si laureò in legge assai presto, si sposò, fece figli, divenne un importante dirigente del Ministero del Tesoro, si separò, divorziò, si riaccompagnò, restò un infallibile cacciatore che sapeva parlare ai cani ma perse ogni poesia, e la capacità di scrivere come è dato a pochissimi ….
    I miei Ideali …. erano più piccoli ( io, provenivo da una famiglia operaia che faceva sacrifici per fami studiare nei posti più prestigiosi, lui era il frutto di una famiglia alto-borghese “di destra” non fascista ), ma vivono ancora …. e, spero con tutto il cuore, che mi sopravviveranno !

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