quieta inquietudine

quieta inquietudine

La mia generazione coltiva serenità irraggiungibili e fugaci. Ha l’indubbio merito della riscoperta del piacere, anche se questo non è stato privo di conseguenze e difficoltà, cosi si è barcamenata camminando sul limite del nuovo e tenendo a unità di misura il vecchio. Forse per questo dopo grandi slanci, speranze insostenibili senza fatti concreti, è diventata immemore di sé e della realtà. Noi così  attenti all’ essere assieme abbiamo prodotto l’isolamento nel reale e le amicizie nel virtuale. Un paradosso nel momento in cui mai si è stati così possibilmente vicini e comunicanti. E proprio chi aveva messo al suo centro il cambiamento verso il coincidere tra uomo e libera crescita, il mondo come patria ha ricreato la rete dei piccoli recinti. Perdere ideali e prospettive non ė stato semplice, servivano grandi uomini per rimettere tutto assieme in un insieme coerente. Invece sono fioriti i nanetti e i condottieri avevano un cavallo di legno e una spada di cartone. Nessuno guida nulla e l’autista ė sceso a fumare lasciando il pulman in moto.

Così chi può si raccoglie in una serie infinita di soste che dovrebbero tenere assieme, proiettare in avanti il giorno verso un qualcosa che ha obbiettivi concreti e insieme evanescenti: un reddito per acquisire cose, una tranquillità fatta di smemoratezza, una preoccupazione vaga per i figli che non rispondono a un mondo sognato e già dimenticato. C’è una inquietudine per assenza di qualcosa, una melancolia che non ha nostalgia del non sapere, una meridianità del pensiero che pur essendo nato in un homo faber non ha scordato l’antenato che scorrazzava in cerca di vita altrove. Esploratori inchiodati al luogo del benessere che non è poi così tale vista la quantità di succedanei che richiede.

Tratto con nostalgico amore la mia quieta inquietudine, ne traggo una spinta e una consapevolezza: nulla la colmerà mai e nulla sarà per lei sufficiente, in questa approssimazione di me che si cheta quando almeno un poco m’assomiglio.

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