ragazzi di fatica

ragazzi di fatica

Le case delle maestre avevano facciate rigorose e solide, erano come il sapere, fatte per durare. Assomigliavano alle loro scuole, con soffitti alti, infissi scuri e tende pesanti e se non erano belle nei particolari, si riscattavano nelle proporzioni e nelle misure ampie dei portoni, nelle scale larghe, rigorosamente senza ascensori. Per aspera ad astra. Faceva bene far le scale, era parte di quella ginnastica povera e concreta delle scuole e arrivare col fiatone, incontrare, giusto il necessario, i vicini, scambiare convenevoli, gli esercizi di cortesia, e poi ciascuno nella sua casa, era parte dell’educazione al riserbo.

La lunga facciata guardava una strada larga, nata dopo l’unità d’Italia, nel 1875. Una strada che prima aveva occupato il canale dei Gesuiti, interrandolo e poi aveva lasciato spazio alla modernità della Ferrovia provinciale con la stazione di santa Sofia. Quindi le case erano sorte in un posto nuovo e ben servito, e pur dentro le mura del ‘300, erano aperte alla nuova linfa portata dal positivismo: accanto a piccole case d’artigiani, che conservavano tracce della città vecchia, l’edificio lungo e nuovo degli insegnanti era diventato una nave che si spingeva verso l’altro sapere, quello universitario, un baluardo della città nuova, del nuovo apprendere, della modernità. La facciata era il nuovo confine della città che cresceva e si rinnovava, quindi un fondale per la semplice ripetitività di motivi geometrici. Facevano eccezione per aggiunta d’importanza ai nuovi possessori, ch’erano alfieri d’un mondo di principi e d’eguaglianza fondata su censo e merito, di pochissimi terrazzini, che sancivano un privilegio da condividere. E pertanto, questi, erano condivisi, a cavallo di due appartamenti, ma erano tagliati a metà da elaborate divisioni di ferro battuto che finivano in punte acuminate, come ci fosse qualcosa da difendere da scale d’assedio visto che erano a sei metri d’altezza. In realtà erano solo le difese dai vicini, anche loro insegnanti e pari, ma dotati di bimbi molesti, chiassosi, scherzanti, male educati e incuranti della proprietà privata, un bene che il regno aveva ribadito ed esteso a loro attraverso cooperative e stipendi certi come la casa che abitavano. Non tutti erano insegnanti allo stesso modo e c’era una differenza tra chi figliava e chi si dedicava solo alla scuola, di fatto sposandola e investendo in essa tutta la forza educativa che veniva dalla missione del far apprendere e crescere i cittadini di una nuova Italia. Oltre l’impero austroungarico, oltre la Serenissima, il Regno era il nuovo e l’educazione elementare il suo apparato culturale di massa. Eppure se i maestri si fossero visti nelle case, com’erano davvero, avrebbero notato che quei ferri battuti, quelle punte acuminate, difendevano basilici e rosmarini, rose un po’ stentate, un sostegno per la bandiera, e qualche piccola cianfrusaglia in spazi davvero minuscoli, quindi nulla. Ma nel nuovo regno il privato era rimasto eguale all’impero, era nata una borghesia che era sì modernista in pubblico ma difendeva le sue abitudini e convinzioni, e con esse, piccoli tinelli e tappeti e mobili scuri e note di pianoforti verticali sempre al limite d’intonazione. E il pianoforte e l’enciclopedia erano uno status, che quasi tutti avevano e mostravano. E a volte suonavano (il pianoforte, naturalmente), facendo salotto prima che discussione. E come pesavano quei pianoforti, e posso dirlo per esperienza come pesa e come fa male portare su e giù pianoforti per scalini pepe e sale. Qui il Sommo soccorreva noi venuti tanto dopo, che ci facevamo risate allegre su quelle scale di graniglia, assoldati dal prete o da qualche padre d’amico che avevano ricevuto in eredità casa e oggetti. Così ebbi modo di conoscere i figli vecchi degli insegnanti dell’età umbertina. Di vedere salotti rigorosamente in velluto Bordeaux, i poggiatesta impreziositi di merletti di Burano, lampadari di ferro con i beccucci del gas adattati alle lampadine (sempre fioche, da 20 candele, foriere di generazioni di talpe per risparmio), e le grosse stufe di ghisa, le parisine, messe nell’angolo, per sicurezza, anche se c’erano immensi termosifoni del Silurificio di Napoli, perché non si sapeva mai con questi impianti moderni, vuoi mettere la sicurezza della legna e del carbon coke? 

Le vecchie maestre ci chiamavano tosi o ragazzi (di fatica era sotto inteso), facchini non era appropriato, perche potevamo essere stati loro scolari. Ci offrivano cioccolatini dallo spiccato sapor di muffa, noi eravamo parchi e ben educati, sperando  nell’intestino forte e che fossero solo delle regalie dell’anno prima. Però erano Streglio e La Torinese e superato il primissimo moto di rifiuto, una qualche attrazione l’avevano mantenuta, non sputavamo di nascosto, insomma.. Avevamo sempre fame e questo ci rendeva invincibili. Poi per chiederci qualche piccolo spostamento di mobile, le maestre ci facevano indossare pattine con feltro lucidante e allegramente pattinando su pavimenti in terrazzo veneziano, parquet di noce, mattonelle bianche e nere, sollevavamo ridendo, mobili pesantissimi, rischiando sempre la spaccata sugli strati di cera Fila, deposti con cura maniacale. Eravamo danzatori involontari e irriverenti, ma infine utili. Guardavo i libri rilegati, le edizioni Ricciardi di letteratura, una sontuosa copia dell’enciclopedia Pomba, le librerie invetriate, i cassettoni, i mobili scuri, le specchiere maculate, i tendaggi pesanti che filtravano aria e rumore di strada in una perenne sonnolenta, penombra. Guardavo, finivamo e passavamo al lavoro vero, negli appartamenti di quelli che erano stati i vicini. E portavamo giù per le scale cose identiche a quelle viste, sempre pesantissime, libri e mobili, attaccapanni e pianoforti.

Era l’estate, la stagione dei traslochi d’eredità ai parenti disattenti che volevano far cassa, dei lasciti alla parrocchia. Così finiva un’epoca, si svuotavano gli appartamenti pagati con mutui infiniti, le porte finestre venivano aperte e quei terrazzini ormai abitati solo da piante rinsecchite, rivelavano la prigione in cui erano state costruite le vite.

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