un maledetto imbroglio

un maledetto imbroglio

E se fosse tutto un maledetto imbroglio questo mutare impercettibile d’opinioni? Non una dietrologia, un burattinaio che orchestra la rappresentazione, ma la semplice deriva degli interessi, cioè fare quello che conviene quel poco o tanto da lasciare uno spazio per la coscienza che si conservi una via d’uscita. Capire le ragioni del potere per trovare la convenienza, insomma, si sa che la coerenza non è solo ardua, ma faticosa e con prezzi da pagare. Pensiamo ai quotidiani, ovvero a chi fornisce le notizie e la loro interpretazione. Repubblica naviga in mare renziano, non basta la prolissa domenicale prosa di Scalfari per un giornale che ai tempi di Berlusconi, aveva fatto delle 10 domande al premier il controcanto del potere e ora di domande non se ne fa più nessuna. Che fosse tutta una questione tra imprenditori? Di inimicizie d’affari? Questa è dietrologia deteriore, ma lo smottamento, dapprima piccolo e lento, poi più forte e consolidato, c’è stato e ora la parte politica del giornale è chiaramente orientata, hanno sposato questa visione della società renziana. Capisco che al Pd la sparizione dell’Unità non faccia poi così danno, a poco serviva anche prima, ed Europa non è mai stato davvero importante. Ma cosa leggere allora? Il Fatto? Le acidosi di Travaglio? Può servire la continua denuncia e l’acquisto di dosi massicce di Maalox, per chi si sente impotente di fronte alla continua violazione di principi e regole? Poi se si pensa alle carriere costruite sulle denunce senza effetto qualche dubbio viene. In questa analisi della realtà, pur smaccatamente di parte e verbosa, la vecchia Unità funzionava bene perché aveva voglia di formare un Paese nuovo e c’era un partito che orientava una visione diversa della società e del futuro, ma dalla narrazione dello “sfacelo” quotidiano, che speranza può emergere? Capisco allora che in sostanza mi manca un giornale da prendere ogni giorno, che non posso leggere solo la parte culturale di Repubblica, che il Manifesto non è sufficiente, che se non c’è una informazione alternativa di popolo, non si va da nessuna parte. Che serve un giornalismo che evidenzi le connessioni tra ciò che dovrebbe cambiare e ciò che cambia. Il privilegio non è diminuito in Italia, non c’è nulla di nuovo, se più non si considera la riforma del Senato e l’abolizione finta delle province come la panacea dei mali del Paese. Pagano i soliti, al più si è dislocata l’attenzione altrove, ma il potere è intatto e ringalluzzito. Oggi siamo nell’era del cambiamento renziano, e le connessioni non sono così scontate, non c’è una critica che leghi presente e futuro atteso e ovunque emerge il pensiero: almeno qualcosa sta cambiando. E questo uniforma le coscienze nell’attesa di vedere che effetto che fa. In fondo questo nuovo non è la preparazione di qualcosa di diverso, più giusto, equo, ma il proprio coincidere con il mutare perché questo di per sé è diverso rispetto alla morta gora in cui il berlusconismo e l’insipienza della vecchia guardia Ds aveva collocato il paese. Ma basta l’analisi individuale per leggere la realtà? No, perché manca un progetto che riguardi i singoli e le collettività e questo progetto dovrebbe essere raccontato ogni giorno assieme all’analisi di ciò che va e di ciò che non va. Ecco perché adesso quando passo ogni mattina all’edicola non so più che comprare e mi pare un maledetto imbroglio.

 

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