nell’orizzonte si staglia un bianco cavallo

nell’orizzonte si staglia un bianco cavallo

pesce che vola
pesce che vola

 

 

Premessa: quanto segue è fastidioso, troppo lungo e comunque non dice nulla che non sia un’opinione. Al più è una traccia di discussione. E qui può finire la lettura. 

Tema: ma il nuovo è davvero nuovo e il vecchio quanto è vecchio?

Svolgimento:

Qualche anno fa, nel 2009, di Renzi non si sapeva quasi nulla oltre la cerchia dei sodali di Firenze.  Dopo le dimissioni di Veltroni per la sconfitta in Sardegna, del PD era segretario Franceschini, che per tenere un po’ assieme, un’elezione senza congresso e decisioni politiche poco comprensibili, convocò il 21 marzo, un’assemblea dei Circoli a Roma. In quell’occasione, e in un’ora disattenta, con un intervento appassionato, si fece molto notare una quasi quarantenne avvocata di Udine, Debora Serracchiani. Strigliò il segretario, chiese ragione e ascolto per gli iscritti che sentivano lontane le decisione della politica del partito dalla vita reale. Con determinazione dettò delle linee di cambiamento. Fu molto applaudita. Cito alcuni passi del suo discorso:

Noi non possiamo riconoscerci in un Paese che non investe nella scuola nell’università e nella ricerca. 

Noi non ci possiamo riconoscere in un Paese che pensa di superare la crisi economica solo prendendola più allegramente.

Noi non ci possiamo riconoscere in un Paese che pensa che i propri lavoratori siano dei fannulloni e che i medici debbano denunciare i propri assistiti.

E noi non ci possiamo riconoscere in un Paese che non si preoccupa di quei bambini che rischiano di essere bambini non esistenti, bambini che non potranno essere registrati. Io quel paese non lo voglio.

Noi non ci dobbiamo riconoscere in questi.

E noi, dico segretario, non ci possiamo riconoscere in un Paese che non tassa i più ricchi solo perché pensa che siano troppo pochi!

E dico, segretario, che non ci riconosceremo in un partito che non capisca quanto sia importante tornare a parlare agli italiani con una voce sola.

Questo noi lo pretendiamo!!!

Poi Debora Serracchiani fu candidata alle europee, e fu eletta a furor di popolo, prendendo più voti di Berlusconi nel Triveneto, poi è stata eletta segretaria del PD del Friuli Venezia Giulia, poi Presidente della Regione, e ora anche vice Segretaria del PD nazionale. Poi si vedrà. Quindi un cursus honorum rapido, con dichiarazioni e prese di posizione nette. Magari non sempre conseguenti a quel primo appassionato intervento, ultimamente spesso parla, mentre il segretario nazionale tace, cioè fa dire ai vice per non metterci la faccia, ma le situazioni cambiano e anche le opinioni possono mutare. Ho parlato di una persona che stimo per l’impegno, anche quando non condivido ciò che pensa e dice, perché la sua storia, come quella di tutta questa nuova generazione di politici, è breve, molto tranchant nei modi e legata a tempi rapidi.

Sembra che uno dei caratteri dell’economia contemporanea, ovvero la velocità e il cambio di prodotto, sia il segno in cui si misura l’efficacia dell’azione e il cambiamento. Il nuovo, insomma. La stessa interpretazione della modernità è concentrata sul fare, sullo sperimentare, sul conformarsi ad una velocità esterna più che a determinarla. Quindi tutto il lessico che ha orientato le idee di cambiamento e di sinistra è diventato improvvisamente obsoleto perché quelle idee volevano cambiare profondamente la società e i rapporti che erano in essa (ricordate il veniamo da lontano e andiamo lontano? Il percorso di lunga lena, ecc. ), mentre ora si punta sull’accelerazione che di necessità si sovrappone a ciò che esiste e quindi all’accettazione dell’economia così com’è, della politica estera come viene (Mogherini, chi era costei?), nella rappresentazione dell’uomo come serve al momento. Quindi un seguire il flusso che mai come ora determina governi e loro azione in forza della crescita e dell’arricchimento di pochi a scapito di molti. La diseguaglianza è un drammatico problema che investe tutte le democrazie occidentali.

Da un paio d’anni viene detto che tutto ciò che è stato fatto finora in politica in Italia, è stato incapace di modificare la realtà, che esso si è perduto in interminabili discussioni utili solo a conservare privilegi e diritti di pochi. Quindi il vecchio è stato, ed è, incapace di cogliere la realtà, è cieco, non vede gli elementi di reale adeguatezza ai bisogni delle persone, i loro nuovi diritti. La cittadinanza si esprime mediamente per interessi, ovvero ciò che non interessa mediamente non esiste, e quindi non è un caso che sia scomparso il dibattito sulla cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia, il diritto a un fine vita decoroso, il conflitto di interessi, la lotta all’evasione, la proprietà dell’acqua pubblica, i beni comuni, ecc.ecc.. C’è una nuova declinazione dell’eguaglianza basata sulla meritocrazia, una sorta di arrichessez vous interpretata come opportunità dei singoli non come offerta di sistema di diritti. Quindi siamo dinanzi ad una nuova interpretazione della realtà che scardina le ammuffite parole delle ideologie e dell’illuminismo. Una interpretazione più che positivista, basata sulla fortuna dell’individuo anziché sull’insieme, sull’io, anziché sul noi.

Questo però non è granché nuovo, basta leggere un qualsiasi classico del liberalismo, quindi la novità è più su una nuova gestione del potere. La mia tesi è che in realtà sia transitato solo il potere tra generazioni e che i poteri veri, quelli neanche tanto occulti siano intatti, anzi che ci sia in corso una deriva che consciamente o inconsciamente ne aumenta l’influenza e la presa economica. Se così è la generazione di Renzi, Serracchiani, Guerini, Taddei, Madia, Boschi, ecc. ecc. ha preso in mano non solo il PD, ma la rappresentazione e la gestione della realtà politica e dell’agire dell’intero Paese. E quello che io penso è che si consumata una lotta di potere, più che di idee, e una parte ha perso perché chiaramente inadeguata a capire cosa stava accadendo, ma che entrambe le gestioni del potere, quella precedente e l’attuale, siano presuntuose e arroganti e non dissimili, quindi il nuovo non è più democratico o attento alla diversa interpretazione delle cose che porta la critica, ma determinato a ridurre la propria realtà ad unica, sia pure a colpi di maggioranza, anche contro l’evidenza, tanto poi se si sbaglia si potrà riparare: siamo giovani, abbiamo tempo.

Mancando una visione chiara di dove si finirà, un modello esplicito a cui conformarsi o meno, le idee nuove sono labili e mutevoli quanto quelle precedenti erano vecchie e irrigidite, però a fronte della lentezza del processo che compone ragioni opposte, che mette assieme gli obbiettivi e li compone negli effetti reciproci, oggi si preferisce la velocità. Gli esempi sono ripetuti, si colloca Rai Way in borsa, si parla di legge sulla Rai e subito parte una offerta di Mediaset che chiede l’acquisto della società di trasmissione che di fatto la farebbe diventare monopolista delle antenne. Ora si mette una barriera al 51% , ma se passerà la legge elettorale che consente a un partito con il 25% degli aventi diritto al voto di portare a casa la maggioranza sull’unica camera che legifera, di determinare capo dello stato e presidente della repubblica chi potrà impedire che una determinazione ministeriale non venga immediatamente modificata? E questo vale per qualsiasi altra privatizzazione senza una legge sui monopoli, senza che neppure si sia riusciti in 20 anni a chiudere una reti di Mediaset, rete quattro, dichiarata non conforme alla legge con sentenza. Banche popolari, Enel, Finmeccanica, non si capisce quale sia il progetto semplicemente perché il progetto non c’è, prima c’era un eccesso di ideologia e di progettazione ora c’è la totale assenza di un piano su cui si possa esprimere un gradimento, un parere, un voto. E la stessa gestione della crisi, nel risolverne problemi, non porta verso una maggiore trasparenza, ma verso la costituzione di nuovi aggregati privati, insomma emerge un modo per privatizzare ciò che è pubblico o già privato, favorendo però la concentrazione in grandi gruppi che poi deterranno l’intera, o quasi, offerta dei beni e servizi.

Quindi il nuovo, è esercizio di potere conforme a una visione giovanilista della realtà, dove la discussione è un impedimento, una perdita di tempo, ma che nel fare poco si cura delle implicazioni. Anche la discussione diventa un atto formale perché altrove si è già deciso, l’ultimo esempio è la convocazione per domani da parte del presidente del Consiglio, dei gruppi parlamentari per esaminare, un’ora ciascuno, i provvedimenti su scuola, Rai, ambiente e fisco. Cosa si può davvero discutere in un’ora e sopratutto quando mai in una repubblica parlamentare il presidente dell’esecutivo convoca i gruppi parlamentari del partito di cui è segretario, forse per dire cosa questi dovranno votare in leggi non fatte da loro? Dove finisce l’indipendenza dei poteri, la libertà del parlamentare e del parlamento? Quindi il nuovo è un potere che non si cura di nascondersi e si esercita visto che adesione e convenienze, non si oppongono. Però questo passaggio di potere generazionale e sua modalità di gestione, non ha sconfitto solo la parte del “vecchi” della politica, ma anche tutta quella parte giovane che non si è adeguata con prontezza alla nuova gestione del potere. Il modello oggi è molto più verticistico, poco democratico perché basato ancor più sulla cooptazione e selettivo in senso di fedeltà al capo, tende ad escludere una reale contendibilità del potere e pensa di essere in tal modo duraturo. Questo è un modello che sta contagiando l’intero sistema politico. Del resto si legge nelle priorità e nella politica sinora portate innanzi, e orientate alle modifiche costituzionali in senso maggioritario, nell’ emettere continui provvedimenti che affrontano i temi più diversi, nel dire e nel contraddire secondo convenienza, nel non toccare nessuno dei potentati reali che assicurano la tenuta del potere oltre la stretta cerchia della politica. E’ significativo che emerga la convinzione di giocare una sfida già vinta per il controllo del potere politico in Italia e il favore del potere economico, che accompagna quello politico, è emblematico di una direzione e di un sostegno conforme agli interessi del primo. Ma per un partito riformista gli interessi del potere economico sono i suoi stessi interessi? Visto dall’esterno il cambiamento è sì nuovo, ma in senso di restaurazione di potentati più che nella distribuzione di nuove eguaglianze e diritti.

Conclusioni:

vista così la situazione non resterebbe che attendere che qualcosa accada di positivo oppure che passi, perché tutto passa. Però non c’è una pazienza sufficiente nei vecchi e negli scontenti, per cui chi non si adegua o è destinato a patire, a diventare gioiosamente gufo, oppure immagina una via di uscita più conforme a ciò che pensa.

Allora la prima domanda che ci si può porre è: va bene esercizio del potere, ma per chi? a favore di cosa? Quindi la prima necessità è favorire la nascita di una risposta aggregante, di un possibile riconoscersi non solo nella protesta, ma nella proposta.

Lo spazio e le teste esistono, possono mettere a disposizione alternative serie, che magari verranno bocciate, ma come si diceva un tempo, bisogna durare un minuto in più dell’avversario perché il giusto alla fine riemerge. Poi servono uomini, punti di riferimento, e qui c’è il secondo problema, se la politica oltre le banalità e la gestione del potere è davvero servizio, servono persone che abbiano la tranquillità di non dipendere da qualcosa o qualcuno, che possano fare riferimento a un gruppo che condivide non il potere, ma il fine per cui lo si chiede. Ci sono questi uomini e donne? Io ritengo di sì, e sono al di fuori della contesa generazionale, si guardano come persone e portatori di contenuti, e capiscono che nelle organizzazioni in cui lavorano, c’è necessità di cambiare fortemente, anche e sopratutto se sanno che non hanno intera la verità.

La sinistra politica da sola è incapace di riformare se stessa e di mettersi assieme, c’è troppo vissuto e troppa rendita di posizione, però abbiamo un esempio, nel ’69 il sociale fu gestito molto più dal sindacato che dalla politica e cambiò la politica stessa. Quindi sia pure con caratteristiche molto differenti, la nascita di un blocco sociale, alternativo, di sinistra riformista potrebbe essere perseguito, ma non a partire dai partiti bensì dall’analisi della realtà di quel 50% del Paese che è sostanzialmente immerso a vita nella crisi e a cui è stato tolta l’unica possibilità di mutamento che aveva ovvero la mobilità sociale. Non è strano che il Papa riesca a vedere e indicare i problemi con una precisione che la sinistra non evidenzia, ed è pure ascoltato. Quindi consapevolezza, tempo giusto per costruire, ed elaborazione di alternative. Se Landini scendesse in politica fondando un partito, sbaglierebbe, ma se la C.G.I.L. si chiedesse fortemente come deve essa cambiare per rappresentare gli interessi di chi lavora e vive in questo Paese, allora le cose cambierebbero. Un sociologo renziano ha detto che è stata seppellita la rappresentanza degli interessi come attore che interferisce con la politica, invece io credo che la rappresentanza degli interessi sia il sale della democrazia e della mediazione che porta al cambiamento di tutti. Se si elimina la rappresentanza non si elimina il privilegio, ma la dimensione dei diritti, ha diritto chi ha il potere, gli altri sono muti, e questo riguarda i partiti, i sindacati, ma sopratutto i cittadini: senza rappresentanza non c’è voce, senza voce non c’è limite all’abuso.

Tesi finale:

c’è stata solo una presa di potere di una parte dei giovani in un partito di vecchi che non si ritenevano tali. Doveva accadere sopratutto per la poca capacità dei vecchi di capire cosa accadeva. Però il nuovo non  nuovo anche se il vecchio è stato sconfitto comunque. Se quest’ultimo ora avesse un po’ di intelligenza la eserciterebbe, sia prendendosi la responsabilità di essere conseguente a ciò che dice e sia favorendo che un nuovo davvero tale, nasca. E siccome sono un inguaribile romantico ed ottimista, penso che ogni malattia genera i suoi antidoti e che all’orizzonte davvero appaia un bianco cavallo, adesso resta da capire chi lo conduce.

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