sull’inevitabile o quasi

sull’inevitabile o quasi

Quando qualcosa si incrina, o si ricuce, oppure ci si dispone alla rottura. All’inizio non lo si fa neppure consciamente, ma ciò che prima era semplice e accettabile, muta e prevale il sentirsi non capiti, spesso offesi. Questo genera omissioni, silenzi, rimbrotti e ogni cosa cambia di significato. Insomma ci si orienta verso un fine di separazione. E c’è un limite oltre il quale tutto precipita, diventa inevitabile. Non lo è, ma ricucire costa fatica perché provare sentimenti non è gratis, capire l’altro è un impegno. Il conto sull’efficienza di una relazione, una sorta di economia dei sentimenti, prevale se ci si chiude, se non si costruisce/avverte il nuovo dicendolo esplicitamente (non ho più nulla da dire è la rinuncia a dire il nuovo), e al contrario, mettendosi in attesa di qualcosa che non verrà. Credo sia questo uscire da una fatica che si ritiene solo propria che accelera la distanza, l’inevitabilità. E il lasciarsi andare all’inevitabile, è un togliersi la colpa di ciò che si doveva decidere. Forse per questo c’è un culto del destino per il quale le cose succedono senza nostra responsabilità. Non è così, ma siccome un po’ infingardi lo si è di default allora è meglio crederlo. Si dovrebbe dire la stanchezza e la propria difficoltà e sperare che venga accettata, perché solo questo, l’accettazione, può cambiare entrambi e le cose. Se così non è, non era una incrinatura ma una rottura antica consumata da chissà quanto tempo e poi coperta d’ abitudine. Da molto l’io aveva soverchiato il noi, ma si faceva fatica ad ammetterlo, perché non essere in grado di tenere in piedi un progetto è un fallimento. Però ci si dimentica che solo i progetti e l’entusiasmo, e il costruire falliscono, e possono conservare il buono del molto che si è fatto, mentre l’arroganza, la prevaricazione, il dominio non falliscono, ma non costruiscono nulla. 

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4 pensieri su “sull’inevitabile o quasi

  1. Spesso il non parlare apertamente, magari solo per paura di ferire l’altro, crea queste fratture: le crea anche riuscire a vedere una realtà che prima non si vedeva. Non credo sia colpa di nessuno: semplicemente le cose mutano. Penso però che se c’è amicizia tra due persone è opportuno parlare apertamente perché è proprio brutto sentire il vuoto dentro, come fosse una morte improvvisa.

  2. Se chi parla e dice…non viene ascoltato non ci si può fare granché.
    Allora si costruisce il silenzio.
    È la rottura è inevitabile.
    I pentimenti a posteriori lasciano il tempo che trovano.
    Ci si convince troppo spesso che le cose non mutino e invece…tutto cambia, soprattutto i sentimenti che non si curano.

    Buona domenica
    .marta

  3. @dopodi lei: per paura di far male non si dice e poi si fa male lo stesso. Sembra non si riesca ad uscire da questo male che per l’uno è l’abbandono e per l’altro il progressivo silenzio interiore. Mi verrebbe da pensare che la verità ( che poi definirla tale è almeno azzardato) e la sincronia vadano di pari passo, dire ciò che accade. Ma per farlo occorre quella comprensione (bene) reciproco che forse si è già perduto. Forse per questo assegno all’amicizia uno spazio relazionale alto, perché essa permette di dire e di continuare, anche quando si parla dell’amicizia stessa. Nessuno di noi viene educato ai sentimenti e il per sempre è prima entusiasmo e poi paura.

  4. @trame di pensieri: troverai questa riflettere sul mutare delle cose tra qualche giorno, Marta. Ne sono molto convinto anch’io. E sono anche convinto che se si vuol stare assieme bisogna conoscere i mutamenti dell’altro. A questo serve dire, ma se non c’è ascolto significa che se n’è andata l’importanza. “Tu sei importante a me, se il tuo posto è pieno d’interesse” ma se questo non è vero allora ci si fida della memoria. Quelli che si conoscono a memoria hanno grandi sintonie quando va bene, e grandi presunzioni quando le vite hanno già divaricato.
    Ormai il di di festa se n’è andato, facciamo che sia una buona settimana 🙂

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