scritture e segni

scritture e segni

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Una narrazione epica di eventi e giornate così comuni e apparentemente banali che solo la luce del vederle dal di dentro, riscatta.
Un mescolarsi tra pensieri subitanei, riflessioni ancora indecise, ingressi inconsulti d’altri pensieri, sollecitazioni apparentemente distanti e contaminanti. Tutto poi torna ancora sul singolo evento per leggerlo nella meccanica, scomporlo e ricomporlo scarnificato in simbolo: ecco la fisiologia dell’ideogramma.
Così la giornata, lo scorrere diventa immagine, calligrafia e si snoda, inanellandosi, dall’alto verso il basso, da destra verso sinistra, incontro a ciò che viene ed è già, a suo modo, avvenuto. Incomprensibile solo per un niente, quello che manca per afferrare il senso, ma è lì, ad un passo, sulla punta d’uno scatto di comprensione, d’ intelligenza. 
Essere sacerdoti d’un definitivo che di continuo si compie e non è mai apparenza, ma approssimazione del vero più profondo.
Ecco il senso del bianco, del riempirlo di segni, del guardare -e guardarsi- stupiti e complici.
oggi si vola

oggi si vola

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Oltre la tenda gonfia di luce, c’è un tramestio d’ali, il tubare insistito della concitazione. L’ho aperta di colpo e quattro colombi adulti si sono sparsi sul tetto della casa a fianco. E con essi, travolto dal coraggio e dalla paura dei bambini che si buttano per mostrare d’essere cresciuti, uno dei due colombini è anch’esso volato sul tetto a fianco.

L’ altro, passeggia nervosetto, è solo nel vaso, guarda fuori col tondo occhio dei colombi. Ti fissa e sembra chiedere tempo. Il becco punta avanti e un occhio mi guarda, uno solo, come se l’altro inseguisse il pensiero dell’andare. Ho pensato che il concitare di prima fosse la spinta a volar via, il convincere che è ora. Tra animali ci si spinge ed incita allo stesso tempo. Mi aspetto tornino a prendere il colombino e chi con la voce grossa, chi suadente, gli dicano, tutti assieme: è ora, bello mio, oggi si vola. 

Gaber usa la similitudine tra l’uccello e la realtà e parla di politica. E fa pensare, come al solito, che la verità non si possiede. al più si vede, la si segue, si cerca di comprenderla ed è già più avanti. Facitori di verità fasulle e fruitori umili di piccole verità, basta scegliere.

felicità globale

felicità globale

Stavamo camminando, così tra lazzi e frizzi, e un attimo dopo, senza sapere, eravamo finiti dentro il cambiamento. Le parole si inseguivano, usavamo modi di dire infami all’intelligenza, che pareva esprimessero chissà che.  Erano giaculatorie quelle parole, riempivano i vuoti, sembravano pieni. E le liste di letture per capire: due palle infinite. Come se la realtà disvelata non fosse di per se stessa evidente. 

Anche allora c’era una propensione alla chiacchiera, le promesse si susseguivano, solo che per un poco molti non ci credettero più. E neppure si rispettava più l’autorità, il potere che rappresentava. L’abitudine alla deferenza aveva fatto scordare a chi ricopriva un ruolo che c’erano obblighi, che le parole servant public non erano da raccontare ma da praticare.

Ma cos’era questo autoritarismo da ribaltare e dov’era? Era dentro e bisognava vomitarlo per togliere la tossicità e ritrovare l’innocenza. Più facile ripensare la società, ex novo, puntare sul piacere come strada alla felicità globale. Il piacere era rivoluzionario, la felicità transitoria ma ripetibile. Una condizione comune e un vivere dentro il migliore dei mondi finalmente possibile. Così, pareva, senza inquinamenti di sapere e di analisi, la vita sconfinava nell’essere.

La giustificazione era trovata e molti aderirono subito, altri poi e senza nessuna intenzione di cambiamento. Solo polpa e niente osso.

Utopia? Certo, ma cos’è più fertile di essa? Rimpianti? No, compatibilmente con i limiti che ciascuno sciorina a giustificazione.

Non che i limiti non esistano, ma quante volte sono diventati l’escamotage per negare la spinta, la rivoluzione, il rovesciamento di ciò che è comodo. Oggi che i lazzi sono più complicati e le passioni latitano, pure la realtà viene seppellita sotto cumuli di parole. Basterebbe ripensare cosa davvero ci tiene assieme, se il limite è solo stanchezza. Uno sberleffo e un guizzo d’intelligenza. Un elogio all’irriverenza.

fine della storia ?

fine della storia ?

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Dovevano trovare un motivo per lasciarsi, e doveva essere dignitoso.

Dignitoso significava adeguato, appellante alla necessità, all’impossibilità di continuare. Doveva essere qualcosa che concedesse all’amore, o a quello che ne restava, di rimanere con il tratto positivo che segna le vite e le spinge, non le fa fuggire da qualcuno o qualcosa. Quel motivo era già stato declinato in modi differenti, giocato sul limite eccitante e pauroso del precipizio. C’era una sorta di assioma in quel non morirà mai che sembrava giocare con il tempo, le contingenze, gli obblighi. E le scelte. Nelle affermazioni incaute del mai e del sempre era pur rimasto l’a prescindere. E su quello si era giocato quel rapporto finché era stato sostenibile. Era necessario finisse negli obblighi non nel suo attrarre e dare senso alla vita.

Il tavolo ad un certo punto aveva alzato la posta chiedendo la radicalità che include l’amore, la necessità di svolte e scelte che alterano tutto il passato e ridimensionando il buono che era stato, perché la dittatura del prima, del possesso, confluisce nel non dipendere dal futuro e sembra libertà dolorosa di scelta, ma impedisce che si accetti davvero la giocata. In quel lasciarsi c’era la conseguenza di un ragionamento binario che includeva una strada e una necessità escludendo l’altra.

Allora si può dire che due necessità si siano confrontate, accade spesso nelle scelte vere, e che la scelta dell’una avesse molte ragioni importanti. Anche l’altra ne aveva, ma era una partita a due e quando si è in due, qualcosa o qualcuno soccombe. Per questo, e per molto d’altro, serviva una soluzione dignitosa. Che non lasciasse fuori tutto il buono che era cresciuto. Cosa quasi impossibile, e allora uno si prendeva la responsabilità e se l’altro avesse amato oltre il limite della contemporaneità avrebbe accettato pur restando ferito. Qualcuno era vittima e qualcuno carnefice, ma era difficile, come sempre stabilire il limite perché il bene dell’altro rovescia i ruoli e allora restava il fatto di interrompere una possibilità prendendosene la colpa. Ecco. Serviva una colpa e una necessità che la scatenava, e attenuava, perché la colpa si può espiare, può essere perdonata. 

Accettare il proprio limite era più difficile perché significava vedersi come si è nel profondo, senza attenuanti, capire che gli aggettivi non contengono le paure, che al più tentano di esorcizzarle. Il limite è l’orlo dell’infinito e tutti lo portiamo dentro: questo è l’abisso.

spine irritative

spine irritative

D’autunno e in primavera il rapporto tra apparato digerente e cuore si fa più stretto e il primo può attivare delle “spine irritative” che innescano altre disfunzioni. Meglio proteggere.

Così ha detto: spine irritative.

Me le sono figurate lunghe, acuminate come quelle dell’albero di Giuda o di certi cespugli apparentemente inestricabili e invivibili e che invece sono albergo condiviso di rettili, uccelli, piccoli animali da sottosuolo. Mi sono ricordato di mio padre che nelle stagioni di passaggio sentiva acutizzare l’ulcera, regalo di guerra, e mangiava poco, piegava la bocca per il dolore e taceva più del solito. Queste due parole, quasi ossimori, perché la spina non solo irrita ma fa male, conducevano al pensiero che siamo noi a portare dentro le cause, e a contenerle assieme agli effetti. E, pensavo, che ciò accade ovunque ci sia un rapporto in noi, di piacere e dolore, anche nei sentimenti, anche negli amori che pur quando passano, poi i ricordi riacutizzano. Come le stagioni di passaggio che, indecise sul da farsi, intanto cominciano a mettere in discussione equilibri, propongono svolte ancora indeterminate, scuotono tra euforie e depressioni il quieto vivere deciso. Le stagioni del dubbio e della relazione non possono che produrre malesseri irritativi, mi dicevo.

Sono spine irritative che producono effetti altrove – pensavo – complessità di gangli nervosi, circuiti, tutto questo meraviglioso gravame di connessioni, interno e interagente con l’esterno, di cui non si può cogliere davvero la causa ma solo l’effetto. Noi siamo quello che mettiamo in noi, ma non è a costo zero, perché siamo davvero molto più coesi e complessi di quanto pensiamo ed è in noi che il battere d’ali lontanissimo provoca uragani incontenibili.

Così pensavo, camminando sotto i vecchi portici che conosco dal mio sempre. E intanto notavo un nuovo finger food nella strada che un tempo portava al monte di pietà. Lì c’era un artigiano che un tempo mostrava il suo lavoro nel farsi, circondato da attrezzi, con una vetrina scura pena di oggetti da cui lo si vedeva lavorare. Ora era arrivato Hopper senza essere Hopper e la vetrina era molto illuminata, con quella luce fredda che consuma poco e non riscalda il cuore , ed esibiva una scritta da fantasia liceale: idem con patate. Burger, würstel e cartocci di patate con salse varie-gate. Così diceva ed era un locale che si giocava l’apparenza dell’anonimato, ostentava colori indecisi come il crema e il marrone, tagliava la lunghezza della stanza con un bancone spoglio. Sembrava che l’unica gloria fosse il luccicare dei forni. Guardavo curioso la solitudine del rosticciere, l’oro fritto che s’ammosciava nella patata in attesa, le pareti che già cominciavano ad invecchiare nel pulviscolo d’olio. E sentivo la consistenza della spina irritativa, quella che volevo raccontare al medico e che non dipendeva dalle stagioni, ma era fatta di un disfarsi dei ricordi, delle parole, del linguaggio, delle abitudini, delle qualità. Confondendo la bulimia con il desiderio della pienezza, del benessere perenne, la quantità diviene spina che lancia segnali al cuore -pensavo- e il degrado non è cambiamento, è indecisione del prendere in mano i destini. Vigliaccherie per interesse, ignavia, e così le passioni si deterioravano in una luce senza sole. Volevo dire al medico del disgusto crescente che prendeva quando si guardava il vuoto senza essere vuoti, volevo narrare la difficoltà di dare nome proprio alle cose, di essere precisi e insieme dubbiosi. Volevo dirgli che scomporre le passioni in coriandoli non ha mai giovato a nessuno. Ma come fare, come dire il disagio che non impedisce di vivere ma lo disorienta?

Spine irritative, dentro, fuori, e acuzia di stagione. In fondo è ottimistico pensare che sia la ciclicità della natura che ci richiama, che basti un gastroprotettore per rompere un legame doloroso e intanto attendere, pazienti, le infinite rinascite che riparano alle vite ammalorate.

Rassicura pensare ci sia sempre una soluzione che non svolta davvero, la possibilità di attenuare il dolore che non guarisce, infine trovare un equilibrio con ciò che vorrebbe scelte e attenzione.

E allora, camminando, pensavo che dovremmo trasformarci in quei piccoli uccelli che vivono tra i rovi e trattano le spine come consigliere e volano e tornano felici, in quei percorsi che solo loro sanno.

Solo loro e nessun altro.

acque

acque

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Acqua sopra, sotto, di lato. Oggi Venezia era liquida, trasudava acqua e salso dalle pietre, dal legno delle briccole, dal marmo che colava acqua bianca di calcare. Il percorso canonico santa Lucia, Rialto, san Marco era un fiorire di ombrelli e di frette pronte a infilarsi in androni, che poi sono micro calli, verso un riparo, una parola, un piatto che fuma, un’abitudine.
Altro discorso per i percorsi alternativi dove le persone sono piu rade anche col sole, le osterie, “i bacari”, hanno il pregio del cibo non usuale. Come la parlata più aperta, sapida, fatta di confronti vinti in partenza, veneziana e altezzosa. Come la repubblica. Però si mangia meglio e si paga il giusto, basta sapere dove sono. Spesso il proprietario saluta chiedendo di più, sorride, ieri come al solito pranzava con la famiglia nel tavolo vicino alla porta. Le pareti sono ricoperte di quadri, di fotografie: ospiti illustri e sconosciuti. Oli leggeri, pesanti, svagati. Acquerelli, litografie, riproduzioni a mano, falsi, autentici e vetri. Dipinti e soffiati. Fuori diluvia, a Venezia o si diventa pietra o corpo o si marcisce.

elogio del piccolo

elogio del piccolo

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Le cose che facciamo non sono quasi mai importanti in assoluto. Non per tutti almeno, e non allo stesso modo. Però continuano ad essere per noi importanti, e ciò che riguarda molti, si allontana da noi. Ci sembra che ci sia stata tolta, chissà quando, la possibilità di essere davvero attori di cose grandi che riguardano tutti, e che il futuro comune si sottragga alla nostra possibilità di influenza. Al più, pensiamo, ne subiamo le conseguenze. Così si torna al nostro piccolo importante, anche per fuggire sensazioni d’impotenza o d’inutilità. 

L’opinione sulle proprie capacità cambia con queste sensazioni, anche se i principi restano, non si spiegherebbe altrimenti il rientrare di molti, per stanchezza prima che per comprensione o età, all’interno di silenzi collettivi. Se poi le sconfitte sono state così ripetute e forti da far rintanare la voglia e la fiducia di poter influire, allora subentra la consapevolezza che ciò che facciamo può essere importante a noi e a chi ci sta vicino, ma non avere altri effetti che in noi stessi. Si perde una dimensione e se ne enfatizza un’altra.

È bene o male?  

È così, e però non vorremmo negarci un modo per rappresentare la nostra singolarità e per proiettarla verso l’esterno. In fondo il discrimine è tra atti pubblici, che riguardano altri, e atti privati, che riguardano noi, e lo scrivere, il dipingere, fotografare, fare giardinaggio o qualsiasi altra cosa che per noi abbia importanza è un messaggio privato, sintetico, di noi, che descrive una singolarità complessa, ma a suo modo esplicita, fatta di cura e di rappresentazione. E così il piccolo cessa di essere tale e diviene grande, perché ciò che facciamo ha sempre una sua grandezza. Forse ci rattrista un poco che questo piccolo esserci nel nostro importante, non venga colto, che si pensi ancora di prenderci in giro raccontandoci storie: siamo capaci di cose grandi epperò nessuno le addita più, si mette insieme a noi a costruirle, si preferisce il racconto del futuro piuttosto che farlo. E tutto questo diventa rumore, chiacchiera.

Ecco, il nostro piccolo importante include l’amore, non la chiacchiera. Non è difficile capirlo.