la festa della liberazione

la festa della liberazione

Il palco era collocato in una posizione inedita, tra l’università e il municipio. Guardava entrambi come se la libertà riguardasse il sapere e l’amministrare. L’università medaglia d’oro della resistenza da cui era partito il richiamo alle coscienze di chi aveva asservito anche il sapere alla dittatura. Il municipio avrebbe aspettato il 28 aprile per cambiare idea, non molti cittadini che ritrovarono nella parola libertà il modo di fare i conti con se stessi e con le proprie scelte. Questo pensavo mentre i discorsi proseguivano e il cerimoniale, così rigido e anacronistico, scandiva il susseguirsi delle corone da porre davanti alle lapidi dei caduti; la retorica evaporava significati che invece dovrebbero essere parte delle vite.

E così guardavo la traduttrice per la lingua dei segni, i suoi gesti che erano parole sintetiche e così esplicite da riassumere, non il ieri raccontato, ma l’oggi. La costrizione, n , il disastro dei corpi e degli spiriti, l’ascesa della libertà, il dentro e il fuori, rappresentati e chiari nella nettezza delle mani che raccoglievano il senso e lo redistribuivano. Ero affascinato dal suo muoversi controllato ed essenziale, che non era un riassunto, ma il senso per quanti erano sordi. La sordità e l’indifferenza senza gesti che le richiamino alla coscienza sono nei fatti, sinonimi. Adesso l’oratore parlava delle ultime, ancora più inutili stragi, delle torture efferate che si erano svolte in un palazzo poco distante, e le mani riportavano a sé quel dolore che le parole dovevano esprimere. Non erano cose lontane, in altri luoghi stava accadendo lo stesso. Resistenza e libertà, venivano prima l’una e poi l’altra e non erano gratuite.

Bisognerebbe avere coscienza che gli uomini sono unici quando viene praticata l’eguaglianza, l’asservire toglie ad essi la loro unicità ancor prima della libertà.

Le parole e i gesti della traduttrice aiutavano a riflettere, a considerare che fruivano  di un privilegio che non era costato nulla ai figli e ai nipoti ma molto ai padri.

La religione della libertà di Croce mi è tornata a mente quando è stato evocato il nome di Antonio Gramsci, il cervello a cui doveva essere impedito di pensare, secondo lo stesso Mussolini. Oggi è l’anniversario della sua morte, ma quel cervello non smise mai di pensare, restò libero preparando la libertà di altri.

Così la cerimonia ufficiale finiva tra battimani e fanfare, si formavano i capannelli di persone che si conoscono da sempre. Molti sorridevano perché si era sentita una giornata differente. Guardavo la traduttrice che ora parlava con le autorità, c’erano molti militari sul palco e pensavo che le sue mani, ora quasi ferme, avrei voluto spiegassero di nuovo quel gesto che aveva fatto alla fine. Sì, quando era stata chiesta, per la pace oggi minacciata, un’ azione agli uomini liberi, lei con le mani, aveva mimato la colomba che vola verso il cielo e mi era sembrato bellissimo.

.colore

.colore

 

La sublime sventatezza delle tue parole mi spinge a scattare foto di piccoli bianchi fiori,
di mischiarli col verde e col giallo del campo,
e perdendo lo sguardo nell’azzurro,
tra gonfie nubi nel cuore tutto si fonde.
Quel cuore che si vorrebbe pervicacemente rosso e forte, ma anche tenero e dolce.
Quel cuore che trova un cremisi e lo riconosce
e aspira, si rende ape e poi uccello, ma non smette di battere con te che togli e aggiungi senza posa.
A me che sono implume a primavera, orgoglioso d’ogni estate
e ogni inverno mi metto in disparte,
In attesa di vita, come l’eterno.

chissà cos’è passato

chissà cos’è passato

In questi giorni, camminando, i pensieri rincorrevano le nubi e mi pareva di aver molte cose da scrivere. Ma le ho perse nel cielo e tra il verde, seppellite sotto molta musica, letture appassionate e soliloqui notturni. Poco male. M’hanno detto, molto tempo fa: quando scrivi sei incommentabile; non si sa con chi parli, alludi, insegui cose tue che dai per scontate.
Già, anche questo nella sua verità è dimostrazione di una ricerca di pochi simili, o forse, più banalmente, è il limite comunicativo che mi porto dietro. Borbotto, curvo parole per far loro seguire l’arco delle idee, mi sospendo a pensare davanti a un bivio. Percorro un po’ di strada in un senso, torno indietro, verifico, scelgo. A volte capisco e spesso no e se un discorso resta sospeso, forse lo finirò, oppure resterà appeso in attesa di qualcosa che trovi un pezzetto di memoria, un’esperienza, anche solo una conseguenza logica che lo porti avanti, ma non di una scusa che motivi un punto fermo.
Se mi annoio dell’ascoltarmi come biasimare gli altri. Potrebbe essere un epitaffio per il tentativo di colmare sempre quei contenitori che chiamiamo parole. E che poi restano quello che sono: mezzi e solo parole.
Vedo che rarefano i passaggi, capisco e non cambierò. Resteranno i curiosi, i passanti. Ci sarà chi chiede al vicino: ma cos’è stato, chi è passato? E a uno scuotere perplesso del capo, se ne andrà pensando ad altro.
Ed è bene così.

a proposito di auguri

a proposito di auguri

Gli auguri han iniziato ad arrivare mercoledì. Prima quelli automatici di chi non ti conosce, la scelta è urbi et orbi, ovvero messaggi standard e ognuno ne fa quello che vuole. Funzionano lo stesso gli auguri così? Non so, non credo. Giovedì c’era già una discreta raccolta di messaggi. Però iniziavano i consapevoli, ovvero quelli per cui sei un viso e un nome associato. Però restavano standardizzati.
Se restiamo all’ambito religioso glovedì, per chi crede, c’è la cena Domini e deve ancora avvenire la passione. Il corpo del Cristo è integro, non c’è ancora flagellazione, dileggio, tortura, solo incomprensione con i discepoli e una solitudine estrema con la consapevolezza del destino proprio e l’angoscia. Lo ricordo ad uso dei cristiani o dei presunti tali. Insomma di giovedì si dovrebbe meditare su altro, ovvero sulla condizione dell’uomo piuttosto che togliersi il pensiero degli auguri. Ma se le cose diventano rituali è meglio prendersi avanti, arrivare primi dà soddisfazione e toglie un peso. Cosi in questi giorni il flusso di auguri è aumentato e credo raggiungerà il massimo domani ma a chi e perché vanno questi auguri, chi li fa dovrebbe chiedersi cosa significano per chi li riceve, se è un ateo, un agnostico, un appartenente ad altro credo religioso. Dovrebbe chiedersi se un fatto importante può essere condiviso in funzione del simbolo e dell’umanità sottesa. Dovrebbe ma non avviene, e così gli auguri non hanno alcun significato e si va da un estremo all’altro, dal proliferare di auguri di buona Pasqua ai non credenti come il sottoscritto, sino alle iconografie buone per la scampagnata di lunedì con raffigurazioni di agnelli, uova e gatti. Qualcuno la butta sull’umorismo che ripesca qualche vecchio luogo comune sui comunisti, questo magari mi conosce e mi mostra Stalin che consiglia di salvare gli agnelli mangiando bambini.
Quindi una congerie di messaggi con la parola auguri destinati a tutti dove ognuno prenda ciò che più gli aggrada e soprattutto eviti di riflettere e trarre conclusioni da ciò che viene evocato.
Strano perché mai come ora l’umanità è in una fase di passaggio, va verso qualcosa e quindi la festività ebraica dovrebbe evocare qualcosa. Forse se si parla di umanità sembra che parliamo di qualcuno che è distante e non comprende le nostre vite, e invece ci siamo dentro tutti fino al collo: dove stiamo andando? La morte e resurrezione dei cristiani non era una novità nel mondo antico, più o meno tutti cercavano una scappatoia per evitare la fine del proprio tempo, anche i paradisi non erano infrequenti, magari con diverse gioie ma una restava comune ovvero il reincontro di chi era stato caro. Ci si era dati da fare con la testa per cercare una soluzione all’irreparabile. Ho un grande rispetto e sento il fascino di questa religiosità che cerca di mettere assieme il trascendente con la vita, la sofferenza e il tempo. Il cristianesimo propone la morte del Cristo per espiazione del male compiuto da altri e la resurrezione, mica cosa da poco in una visione basata sull’oggi, sul transeunte che vuole diventare materialmente eterno. È questo che viene augurato? Non lo so proprio, forse dove c’è consapevolezza delle parole si augura un inizio, un nuovo che si apre come conseguenza del passaggio.
E allora se questo è l’augurio che non chiede di credere, vediamo un po’ dove siamo visto che siamo in cammino.
Il mondo è sull’orlo di una nuova guerra, ci sono prove di forza e apprendisti stregoni all’opera. Vengono sperimentate armi inaudite, la tentazione di usare l’arma di cui dispone è sempre troppo grande per un militare e per un innamorato del proprio potere. Vale in ogni parte del mondo e genera effetto domino. Troppo complicato parlarne? Parliamo d’altro. L’umanità è arrivata al più alto numero di componenti mai registrato sulla terra, 7.2 miliardi di individui. Siccome le risorse disponibili, pur sufficienti per tutti sono mal distribuite nasce un problema di logistica, non arriva il necessario dove serve e chi si trova ad abitare in quei luoghi si sposta verso il necessario. O così o muore. In questa fase di passaggio loro sanno dove andare ma gli altri che non hanno lo stesso problema dove vanno? Troppo complicato anche questo per collegarlo agli auguri? Passiamo ad altro. La tecnologia confusa dai più con il progresso ovvero l’avanzamento comune dei popoli, continua a sfornare prodezze, una è quella da cui sto scrivendo. Non ha limiti di applicazione la tecnologia e genera ricchezza e quindi entra in medicina e risana, nelle comunicazioni e fa del mondo un villaggio globale, entra nel lavoro e innova le modalità del produrre oltre che i prodotti. Le fabbriche automatiche cominciano a diventare realtà e quindi il costo del lavoro non sarà più il motivo per delocalizzare, la tecnologia riporta a casa i prodotti ma non crea lavoro, anzi ne distrugge. Verso quale lavoro stiamo andando? Questo è un altro dei temi del passaggio in corso. Potrei continuare con l’evoluzione dei sistemi politici, le biotecnologie molecolari, l’insicurezza crescente nei grandi agglomerati urbani, l’inquinamento e il cambiamento climatico, ecc.ecc. ma a che servirebbe se non a dire che stiamo andando verso qualcosa di nuovo e non necessariamente buono. Il Papa dei cattolici da tempo enuncia questi temi, lo cito perché mi pare l’unica voce alta che si pone un problema molto laico ovvero la vita e l’equità. E mi pare che dica che i problemi dell’uomo devono essere risolti dall’uomo secondo buona volontà e giustizia. Gli uomini di buona volontà non mancano solo che sono disgregati, non si riconoscono come comunità, fanno e non chiedono mentre dovrebbero anche chiedere a chi sta sopra di loro di essere più giusti, di vedere che non si sta bene, che l’insicurezza cresce e diventa fonte di ingiustizia, di separazione tra gli uomini. Se l’augurio che ricevo riguarda queste persone, quelli che sono in passaggio ma si pongono il problema di dove andare e di star bene allora li accetto e lì ricambio sennò risparmiate tempo e caratteri, lasciatemi perdere.

 “Pasqua è voce del verbo ebraico ‘pèsah’, passare. Non è festa per residenti, ma per migratori che si affrettano al viaggio. Da non credente vedo le persone di fede così, non impiantate in un centro della loro certezza ma continuamente in movimento sulle piste”. 

Faccio mie le parole di Erri De Luca e a chi è in cammino dentro e fuori di sé, auguro giorni nuovi, coscienti, sereni, oggi e sempre.

feria quinta

feria quinta

A quell’ora, prima del buio, cenavano i viandanti, gli artigiani, i contadini, i pescatori, chi lavorava con la luce e voleva affrontare l’oscurità senza l’assillo della fame. La fame era una cattiva compagnia nella notte, toglieva speranza al giorno e agitava i sogni. I benestanti mangiavano più tardi, col fresco che veniva dalle colline, dai giardini, dal pelo dell’acqua o dal deserto. Restavano a lungo a tavola, lasciavano che il sonno li cogliesse tra il vino e gli ultimi pensieri sulla fortuna degli uomini e sul suo alimentarsi d’intrigo e d’occasioni. Per i primi, legati a una religiosità della luce, la cena era il momento degli affetti, dello stringersi in vincoli di parole, era il promettersi il futuro e il giorno che sarebbe venuto, faticoso ma possibile di mutamento. Per gli altri era il rassicurarsi del proprio continuare nel piacere di esistere, com’erano e come sarebbero stati. Per tutti poi c’era il buio, così assoluto da contenere le paure del cuore, la luce delle stelle e la solitudine che gli uomini cercano di colmare in molti modi. Ma la solitudine è un contenitore bucato e per quanto si faccia alla fine il vuoto del fondo riappare. Così in quella sera, che è raffigurazione di tutte le sere, la solitudine ondeggiava, si colmava di parole e di compagnia, fino al momento in cui la scelta giusta sarebbe stata il sonno. E se questo non veniva e si ricacciava nei suoi ambiti oscuri? Se subentrava la coscienza che la comunicazione era fraintesa, che la parola non bastava, anzi tornava indietro frantumata di disattenzione, allora cosa restava se non il parlare con se stessi. Bere la solitudine per vedere se essa si disperdeva in noi. Altrove si provvedeva in modo diverso per non sentire il morso dello specchio. Da sempre si usa la comunicazione della vacuità e quella del corpo, si tacitano le domande con ciò che le discioglie in qualche ebbrezza. La solitudine però parla e vede tutto, coglie il presente e il futuro, diviene dentro di noi il respiro del mondo. È la notte dell’anima dove il buio entra nel cuore e divora la luce. Chi conosce l’uomo sa che solo accettando il proprio destino lo si compie e si compie la ragione per cui si vive. Quel destino che scriviamo noi quando vogliamo vedere la solitudine che ci portiamo appresso e quando la camuffiamo. Accettare e discernere, significa sapere chi siamo nel fondo e ogni atto d’amore poi non sarà lo stesso, ogni comunicazione terrà conto di chi ci sta davanti.

Una soluzione, forse tra le poche davvero buone, è avere una persona di cui ci si fida fino in fondo e ascolta. Che non giudica e cerca di capire. Che accoglie e fa propria la fatica del vivere, senza chiedere altra ragione che quella che le viene raccontata. Ma questa persona non è detto ci sia o sia disponibile nel momento in cui è necessaria e allora si torna a noi, alla crepa che ci chiede ragione di noi e del resto che capiamo.
La spiritualità innata dell’uomo ruota su questa scissione interiore che cerca ricomposizione. Non occorre credere in nulla che non sia il vedere e il vedersi e cercare uno scopo che tenga assieme il tutto. Qualcuno ci ha promesso qualcosa e ci ha tradito. Senza volere ci ha messo di fronte a noi stessi e da lì si parte e si arriva per superare la notte.

il tempo dell’assenza 1.

il tempo dell’assenza 1.

“…una storia d’amore, ossia l’abdicazione della ragione a favore della passione; è sintomatico, direbbe il buon dottore. È una forma di resistenza. Per Sarah l’amore è solo un insieme di contingenze, nel migliore dei casi il potlach universale, nel peggiore un gioco di dominazione nello specchio del desiderio. Che tristezza. Sarah cerca di proteggersi dal dolore degli affetti, non c’è dubbio. Vuole tenere a bada ciò che può scalfirla, si difende in anticipo dai colpi che potrebbe ricevere. Si isola. ”  da Bussola di Mathias Enard edizioni e/o pg.346 

In quel succedersi di piazze, di portici con plateatico di tavolini all’aperto, di visi ignoti che ti riconoscono, di saluti e indifferenza, che è la mia città, passano conoscenze inattese. Si attende l’uno e arriva l’imprevisto altro e così mentre il sole scendeva tra i palazzi, è apparsa una figura nota. Riconoscibile e cara nel ricordo di qualche anno vissuto molto assieme. Poi, accade senza un motivo preciso, la presenza si era rarefatta sino a temerne una malattia non raccontata perché le poche volte che ci si incontrava il discorso era svagato e frettoloso di lasciare. Infine la sparizione, il succedersi delle richieste di notizie, i mi pare, mi hanno detto, fino al non so comune: l’assenza.

E adesso, dopo l’abbraccio, ha subito iniziato a parlare come un torrente bisognoso di strada, saltando antefatti e interi capitoli poco utili alla storia, il tutto innescato da una domanda così generica che si aspettava risposte svagate e che restava appesa e stupita di tante parole. Quel dov’eri finito ha fatto fatica a connettere le cose che arrivavano a fiotti, almeno all’inizio: mancavano le cause e c’erano fatti raccontati con precisione; come in quelle storie in cui c’è subito l’assassino ma manca un movente e alla fine neppure l’assassino è certo. Con distacco analitico parla di un amore passato. Della sua insensatezza dilapidatoria, così simile al potlach senza il beneficio del prestigio. Ne ha ricavato una caduta a spirale verso un centro (un buco) che non prevedeva l’unione ma il suo contrario, così ha detto, ed era la scissione definitiva da sé, dal suo pensarsi, dalla sua immagine. Il prezzo di quella passione che l’aveva portato via, era stato un distacco che trovava nel dubbio, nella spogliazione delle idee maturate con adesione e fatica, l’estraniazione da sé. Assentiva, così ha detto, ad una visione dei rapporti tra persone, tra amori che non era la sua, eppure l’accettava lo stesso provandone un piacere d’ignoranza per non averla saputa sino a quel momento e d’umiliazione per non sentirla proprio. Ed era un piacere a cui si piegava, come una flagellazione d’insufficienza.

Nell’economia dell’amore l’attesa del ricevere si ricaccia nel profondo, anche se è pronta a balzar fuori se ripetutamente contraddetta, però intanto si rovescia nel dono e si scioglie in un sorriso quando lo si sente accettato, nel suo caso erano accaduti tanti e tali dinieghi che non c’era più neppure la ritualità del convenire l’accettazione. Non sapeva come fosse accaduto, ma ciascuno difendeva un ruolo, dove da una parte c’era una pretesa silente e accusatoria e dall’altra un dare presuntivo di miglioramento, un gettare in una fornace le convinzioni, ciò che aveva di caro e ogni volta ritrovarsi senza nulla sentendo la propria insufficienza, e dover dare ancora. Alla  fine aveva cercato con sempre maggiore frequenza giustificazioni e colpe. Si lamentava in silenzio, faceva il broncio, si sentiva ridicolo mentre incupiva. Era diventato impossibile a se stesso. Era questo un amore? E sembrato attendere una mia risposta, ma non era vero perché ha continuato. Era amore l‘ansia di accettare ed annullarsi come fosse un atto espiatorio, oppure dovevo attendermi gioia, pienezza, condivisione? Di sicuro la seconda, lo sapeva, eppure per molto tempo (non tanto nella cronologia che mi faceva, relativamente breve, un anno o poco più, che per lui doveva essere stato un tempo infinito) aveva sperato, cercato con tristezza crescente che i fatti e le parole coincidessero, che i silenzi avessero senso, che la ferita e l’offesa fossero guariti da un mutare di entrambi, ma questo non veniva e continuava a scendere nell’insoddisfazione, fino al momento che s’era fermato sull’orlo di qualcosa che non sapeva.

Mi ha descritto un’atonia senza limite, un prostrarsi e disperare determinato, cioè la ragione, ha detto proprio questo, aveva preso il governo della passione e pian piano la smontava, la mostrava chiedendo un motivo per ciascuno dei pezzi che sottoponeva ai suoi occhi ed egli, anche se si ribellava, però veniva pian piano convinto a vedere ciò che non aveva voluto.

Come si fosse generata questa estrema resistenza prima dell’indifferenza non lo sapeva, ciò che invece capiva era che era necessario allontanarsi e la modalità prevedeva solo due possibilità: il taglio netto o un processo di riconquista della negazione. Quel no, ripetuto dapprima all’idea di amore guasto, poi alla scissione di questo dal soffrire, l’aveva gettato sulla passione per spegnerla un poco per volta. Ed era andato avanti e indietro, staccandosi con immensa fatica, sperando che un fatto esterno risolvesse, ma non era venuto, così si era operato da solo.

Per capire e cercare di mettere un ordine, e un nome, gli avevo chiesto com’era accaduto. Mi parlò allora di un momento di gioia glorioso, di un incontro, della conquista presunta, del trionfo che in realtà era solo tronfio culto del narciso. Mi disse che erano stati mesi in cui governava le cose e decideva cosa si poteva fare e cosa era precluso, ma questo era avvenuto sino al momento in cui si era trovato talmente legato che era subentrata la gelosia, il sospetto. E chiedendo ragione aveva sentito il rispondere evasivo, e anziché indagare aveva cominciato a dare di più, a credere tutto finché erano assieme e a dubitare su tutto quando non lo erano. Lì era caduta la difesa della ragione e si era consegnato a un evolvere inatteso.

Si era fermato dal parlare. Pensava e si vedeva dalla tensione che ripercorreva qualcosa. Ecco, mi disse, ho accettato che fosse vero il sospetto e cercato di riportarlo in una modalità di amare che non era esclusiva. Insomma volevo mi andasse bene tutto purché alla fine scegliesse me. Tu pensi che questa sia stata una forma d’amore?  No, non lo era perché io stavo rinunciando non ad un rapporto esclusivo, ma a me stesso. A ciò in cui credevo. E non ne veniva un balzo in avanti, ma una precarietà e un abisso che si apriva. Questa discesa è continuata a lungo, alcuni mesi, una vita, finché ero talmente sconvolto da un continuo essere entro passioni contrastanti che mi sono bloccato. Cioè ha funzionato qualcosa di automatico, il sonno, la stanchezza, il vuoto, e ne è venuto un periodo altalenante fino a vedermi e capire che dovevo scegliere. Doveva essere un taglio netto e invece ho scelto di riconquistarmi. È stato un bene e un dolore aggiuntivo. Ma un bene, alla fine. È stato un tempo dell’assenza perché c’ero ed ero altrove, in una vita che immaginavo e che dovevo vedere per capire che non era reale. La realtà ero io allo specchio la mattina, nei gesti che facevo a memoria e che, per la prima volta, dovevano ricevere un ordine: lavati, raditi, pulisci i denti, fai la doccia, bevi il caffè, vestiti, esci, vai. Questa era la realtà, non dov’era, con chi era, perché non ero con lei. Questo ogni giorno per mesi, inframmezzandolo a ciò che c’era attorno. Dovevo rispondere alle domande, gestire la vita normale eppure non c’ero se non quando mi imponevo di esserci. Ero naturalmente assente e ragionevolmente presente, fino al silenzio notturno quando mi lasciavo andare e allora lo scuotersi, la tentazione del chiamare, la curiosità malsana mi aggrediva, e ancora dovevo riconquistare un governo della presenza. Sonniferi e negazioni, infinite negazioni per essere me. Per questo capisco chi si difende e nega anticipatamente e capisco chi si lascia andare e si perde, entrambi scelgono.

Nel mio caso non sarei più stato lo stesso, lo capivo e non avevo scelta, e ora sono in grado di vedere ciò che è accaduto. È stato un errore, di valutazione, di percezione, ma necessario perché mi sento differente, più maturo. Gli errori hanno bisogno di un’ assoluzione e forse questo raccontarmi a una tua domanda su un ricordo comune, è anche questo, ma sarebbe togliere forza all’errore se non lo considerassi parte di me. È una sorta di faglia che può essere riattivata e che resta dentro, perché in fondo è me. Se mi innamorassi di nuovo potrei sbagliarmi nuovamente ma non sarebbe lo stesso errore, non ci sarebbe una coazione a ripetere perché sono stato gettato innanzi da me stesso e nell’inferno ci sono già sceso. Dovrebbe essere un nuovo inferno, e si è fermato, con un sorriso appena accennato, ha ripreso, o un paradiso. Ammesso che noi non conteniamo sempre entrambi.

E ha cominciato a sorridere, ad abbracciarmi per andare via perché aveva fretta. E ringraziava e voleva ci vedessimo presto e contraeva e distendeva il viso e io non sapevo se avevo riconquistato un amico oppure se era definitivamente andato. Questa volta con una spiegazione.

a proposito di tenerezza

a proposito di tenerezza

Il bisogno di tenerezza si esprime, chiede, cambia la voce e il gesto. E’ disponibile a dare subito e condividere.

Dove si è generato? Quale mano ha cominciato a scavare e creare una voragine che non si colma se non per momenti, tempi brevi, e poi ricomincia?

Comunque è qualcosa che si è avuto e ha creato un’abitudine di piacere oppure qualcosa che è mancato e sin da allora si è cercato?

E questo bisogno è apparentemente collegato e scollegato da ciò che accadde, sembra che la sua natura sia qui e ora. Forse per questo i fortunati(?) ne conservano un equilibrio, una ragione, mentre gli altri sono senza un limite che dica basta. Confondendo con altro il bisogno di tenerezza, surrogando e surrogandolo, oppure facendone scorpacciate infinite è un bisogno che non si placa. Che si legge in ogni gesto, parola, abitudine che viene porta.

Il contatto tenero e fisico inizia con l’abbraccio, in un accogliere che già nella sua gamma di intensità, rivela molto d’altro. Sì perché la tenerezza non si chiede e dà solo nella gioia, ma allo stesso modo nel conforto.  Anche una spalla e un silenzio, e il lasciarsi bagnare di lacrime tiene molto assieme.