roma o toma

roma o toma

Alle sei del mattino vuotano i cassonetti, si sente bene in queste notti così calde e prive di vento. L’avevano fatto anche alle 23, ma quelli erano altre raccolte. Speriamo duri e diventi abitudine, intorno ai cassonetti non c’erano più i soliti cumuli di cose che la mano sembra faticare a mettere dentro. Ieri mattina passava un mezzo per spazzare la strada: non spazzava niente perché c’erano auto dappertutto ai bordi e sui marciapiedi. Però r ispetto a qualche mese fa mi sembra sia più pulito ciò che si può pulire meccanicamente, se adesso disinfettano i cassonetti potrebbe persino sentirsi un odore che non fa parte dell’olfatto degli ultimi anni. Leggo i quotidiani attacchi di Repubblica alla giunta romana in carica, certo che non gli sta in tasca che magari con fatica qualcuno ci provi dopo tanti fallimenti e rassegnazione. Il m5s non è il mio partito, il mio ha perso. Ha perduto la capitale e ha fatto finta di niente. Ma questa è un’altra storia, ciò che conta sono i cittadini e se il PD vorrà vincere preferirei si misurasse con un successo piuttosto che con un fallimento. Questa idea del non combattere per essere migliori ma appena un poco meglio di chi è peggio, non insegna nulla a chi poi vota. Fa di tutto, anche degli sforzi nobili, un polpettone. E siccome invece penso che ci siano differenze in politica come nella vita, io che non voglio essere uguale se non nei diritti e nei doveri, non mi adeguo al tutto uguale e così penso che fa male Repubblica a non indagare nelle cose che si fanno: è davvero tutto uguale?
Ciò che muta poco invece è lo sporco che nessuna azienda può pulire, l’odore di piscio, i rivoli che si sovrappongono sull’asfalto con segni bianchi e poi grigi che la pioggia non cancella, le bottiglie di birra o analcoliche a seconda del credo religioso, abbandonate sui marciapiedi, le infinite carte dei supermercati che pubblicizzano sconti e finiscono a strati ovunque. E poi la plastica nelle sue varie declinazioni polimeriche che insozza e rende inagibili le aree verdi, gli scarti alimentari abbandonati lontano dai cassonetti. Potrei continuare l’elenco delle inciviltà che non dipendono dalla politica ma dall’educazione. Dormendo in un quartiere multietnico non mi infastidiscono le abitudini diverse ma l’assenza di chi fa rispettare le regole magari dopo averle insegnate. Mi chiedo se qualcuno abbia parlato con i responsabili delle varie comunità dicendogli cosa si può fare e cosa non è permesso. Però stamattina i negozi di frutta e verdura magrebini avevano il marciapiedi lavato da poco mentre il supermercato all’angolo era sozzo a partire dalle vetrine piene di polvere e sporco. E qui la nazionalità non fa molta differenza: ho sentito commenti rassegnati da parte di due romani, mentre il piede, intanto, spostava la bottiglia giù dal marciapiedi e non la metteva dentro al cassonetto, il cane al seguito irrorava gomme e muri, la cassetta della pubblicità di casa era colma di carta inutile ma nessuna mano la prelevava. Questa sarà una battaglia più lunga, fatta di sanzioni e di regole chiare, ma non la vince solo chi amministra ma i cittadini che vogliono vivere meglio.
Metto un’ultima annotazione che riguarda un fatto che ben conosco: una casa vacanze è stata multata per 2600 euro perché mancavano il cartello dei prezzi giornalieri e un divano in entrata è stato considerato un possibile letto aggiuntivo. I vigili sono passati 4 volte, la casa vacanze l’hanno fatta chiudere ma non hanno notato lo sporco nella strada, le lunghissime fila di auto sui marciapiedi, l’odore di piscio che infestava gli angoli. Ecco, credo che le regole siano importanti e comportino conseguenze, ma chi è orbo non vede la realtà e non la muta. E se questo vale per il cittadino a maggior ragione vale per chi ha il compito di cambiare ciò che non va.

cose

cose

Questa notte ero a Roma, la scossa è stata lunga, ha fatto scricchiolare il vecchio armadio e ha trascinato la coscienza fuori dal sonno. Solo poi ha riempito la testa di domande torpide: che fare, cosa stanno facendo i vicini, perché nessuno si muove? In realtà solo la seconda scossa, un’ora dopo, ha mosso uno scalpiccio per le scale, la porta sbattuta, delle voci in strada.

I cani avevano abbaiato a lungo, ma questo, come il caldo, non significava nulla. Mia nonna diceva: fa troppo caldo, non verrà mica il terremoto? Lo diceva in dialetto e sembrava parlasse di uno che conoscevamo.

Ma il terremoto non veniva solo d’estate. Questo pensavo stanotte e nel buio c’era la sensazione di essere salvi, di averla scampata anche stavolta ma sembrava quasi un privilegio scontato: non eravamo nel posto che era diventato sbagliato. Se si ragiona si è vivi, e comunque era avvenuto distante, mi dicevo, pensare è un modo per rassicurarsi, chi ha il panico scappa e non sa che fare se non fuggire. Ragionavo. La luce accesa non mostrava crepe sui muri, sembrava livida sulle cose attorno. Non mi potevo vedere, probabilmente ero livido anch’io.

Poi è iniziata la ricerca di notizie, non c’era ancora nulla, sembrava che la notizia principale fosse la sconfitta della Roma col Porto, seguita da quella dell’inusuale divampare d’incendi in città. Così sono tornato nel buio che fa pensare, isola, e a volte rassicura e a volte inquieta, mi sembrava non ci fosse nulla di urgente da fare se non attendere la luce. Vedere le cose dà loro una dimensione. Poi sono cominciate le dirette e le notizie, le dichiarazioni inutili della politica, gli appelli utili della protezione civile.

Mentre il giorno cresceva ho pensato che ci sono le cose e le vite, che importanti sono le seconde ma che ad esse dobbiamo dar modo di avere identità e memoria, che mettere in sicurezza le cose significa preservare le vite, che le cose sono le case e ciò che contengono, gli edifici pubblici, le fabbriche, gli ospedali, le chiese e chissà quant’altro ha creato l’uomo. Ho pensato che questa sarebbe la più grande opera pubblica mai tentata in un Paese e che svilupperebbe competenze, lavoro, futuro basato su scelte vere tra cosa si deve conservare e cosa abbattere. Intanto arrivavano le brutte notizie, e la solidarietà che cresceva. Siamo un Paese solidale, un popolo che si commuove, ma dimentica con rapidità e così ciò che è urgente non diviene progetto. Adesso è urgente salvare le vite, poi dar loro un futuro e poi rendere vivibili i terremoti, le alluvioni, le eruzioni. Vorrei che la politica facesse queste opere pubbliche, che dicesse all’Europa: questo mi interessa nel debito che devo sforare, questo voglio prima di tutelare la finanza.

È giorno da parecchio, la vita intorno sembra normale, eppure se si dimentica non si è normali, si è solo indifferenti.

l’ultima settimana di agosto

l’ultima settimana di agosto

L’ultima settimana di agosto mutava l’umore, la spiaggia si svuotava degli amici di scorribande; anche la casa dove soggiornavamo, vedeva partire famiglie e ragazzi. Arrivavano gli inquilini di settembre. Anziani (così mi pareva allora) che amavano alzarsi presto, fare lunghe passeggiate per prendere l’aria e lo jodio, tendenzialmente nervosi per le nostre urla soffocate, per le piccole corse nei corridoi: persino lo scalpiccio sembrava dar fastidio. Per niente simpatici, sin dai convenevoli iniziali, con le caramella alla menta e le osservazioni sulla nostra crescita. Quando arrivavano loro era finita, subentrava un senso di straniamento verso il luogo e la vacanza stessa. Avvertivo lo scivolare ineluttabile dei giorni verso il ritorno e uno strano desiderio dei giochi di casa, come se la vacanza mi avesse colmato di tutto ciò che poteva dare ed ora stancamente, si ripetesse senza convinzione. C’era il mare, i bagni infiniti di richiami, il sole un po’ meno caldo, la sabbia che non scottava più come a fine luglio. E le ombre erano più lunghe, le sere meno luminose per cui tornare per cena metteva una leggera malinconia. Era un attendere qualcosa che non preannunciava nulla di esaltante, ma piuttosto un sentirsi svuotare senza potersi opporre. Meglio tornare. Sapevamo che ci sarebbe stato il rito dei libri nuovi da ricoprire, dei quaderni, del profumo d’inchiostro e del legno di cedro delle matite, tutto da sniffare nella cartoleria vicina a casa. E si sarebbero riallacciati i legami con gli amici di città, racconti di vacanze da infiorettare di avventure e qualche piccola scorribanda per saggiare le vecchie complicità. L’abbronzatura si sarebbe lentamente dissolta in un cedere alle lenzuola strati di pelle bruna. Diventavo scurissimo, c’era solo la traccia del costumino che spiccava e neppure quella era bianca perché, per scherzo, facevamo i naturisti tra le dune. Poi tutto sarebbe stato archiviato nel ricordo: estate del … e si sarebbe sovrapposto, salvo gli eventi eccezionali, alle altre estati.

Di quella settimana conclusiva sento ancora il suo sospendersi e mutare, come fosse un attimo senza tempo prima di una picchiata verso qualcosa che semplicemente pareva ed era dovuto. E lì ho appreso il gusto difficile del mutare che abbiamo dentro e che si manifesta quando non è ancora definito il cambiamento. Potrei dire che era l’attesa che prendeva fisionomia, che pian piano acquistava modalità d’esperienza e diventava parte di me. Ma non avevo ancora a disposizione la pazienza, il gusto dell’attendere lento, e questo farsi era così confuso e dolce che semplicemente mi ascoltavo crescere. E vivere. Ma questo l’avrei capito poi.

la scelta

la scelta

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La confusione che m’inquieta, rassicura quelli a cui la racconto. Le piccole infelicità, se dette, incontrano cenni d’assenso. E pure l’inquietudine, il sentimento della propria differenza, trovano estimatori e complici. Anche le sensazioni che superano la barriera dell’attimo trovano condivisione. Tutto questo rassicura dalla solitudine, ma non dall’essere monadi che semplicemente s’assomigliano e di rado s’incontrano. E c’è una verifica che come disciplina ci si può imporre: il raccontare le transitorie felicità, la misura delle pienezze nel loro colmare.  Dire tra righe ciò che non si può rappresentare e lasciarlo a chi intuisce che non siamo davvero soli ovunque e sempre, perché la scelta non ha sottigliezze: o tentare, infinitamente tentare oppure disperare.

cose

cose

Allo spirito delle cose chiediamo d’orientare i passi,

verso giorni col tempo che rallenta,

e vogliamo desideri da incrociare con rossore,

sogni che si svegliano, 

improvvisi batticuore,

attese e incontri attesi,

insomma ciò che viene

purché bella sia la storia del nostro amato amore.

E, nel dir di noi, la vogliamo così intensa 

che per sempre incrini poi la voce,

anche quando le cose torneranno ad essere sol cose.

Perché le cose parlano

se qualcosa hanno da dire,

e chiedono di noi, indiscrete,

e spingono, con immemore dolcezza,

nei desideri che coincidono con gli amori

ma tacciono al loro spegnersi,

addolorate e complici.

banali ferragosti

banali ferragosti

Facevo cose banali. Cinque litri di normale nella ‘500 e andavo al mare. Spiaggia libera, asciugamano, sacchetto con i panini e la coca. Ero povero, non indigente. Dipendevo dalla precarietà del poco che raggranellavo. C’era un pamphlet situazionista sulla miseria della classe studentesca. Un sacco di parole per dire che dipendevamo in maniera indecente dai genitori, dal sapere accademico, dalla precarietà dei lavori offerti a chi studiava. Leggevo con attenzione e mi ritrovavo, in verità sarebbe bastata un po’ di autocoscienza, ma c’era conforto in quei ragionamenti: sembrava non sarebbe durata. C’era la mobilità sociale e col tempo, si pensava, si sarebbe stati meglio. Adesso è come allora, solo che è sparita la mobilità sociale.

Al mare ci andavamo in gruppo. Facevamo le solite cose: bagni lunghissimi, gli scherzi scemi, gli sfottò, la ricerca di qualche contatto femminile. Si parlava di tutto, non restava niente. Era meglio un paio d’anni prima, nell’adolescenza che finiva nelle scoperte, nelle camminate infinite, nei discorsi filosofeggianti. C’era stata questa nuova sensazione che la vita non era un insieme dato, ma qualcosa di ancora informe, che solidificava nelle scelte, che si costruiva precariamente eppure con arditezza. C’erano passioni che avevano bisogno di avere un senso, una relazione con la giornata; e spesso erano così totali da traboccare in essa. E poi c’era la scoperta del sesso, della sua impervia e semplice attrazione, della bellezza che si toccava col piacere. Si discuteva su tutto quello che si poteva dire. Si era spesso sinceri. Non mi vantavo. Avevo bisogno solo di rafforzare l’autostima e quindi un po’ assomigliavo e un po’ ero io. Nell’assomigliare si poteva dire tutto, nell’io molto meno, districandosi tra timori, sorpresa di scoperte, desideri.

Quante nozioni scolastiche mutavano nel farsi e diventavano dell’altro così originale che pareva nuovo e mai pensato prima. Lo usavo per stupire l’amico, e di più stupiva me, apriva mondi che nulla avevano a che fare con il nozionismo preteso a scuola. Mi perdevo in quel panorama di possibilità che si aprivano. Gli amici erano pochi, finiti gli sciami della fanciullezza, ci si sceglieva, a volte si forzavano le situazioni. Allora ho fatto scelte sciagurate per rifiutare il banale.  Poi tutto si era trasformato in una cricca, in un parlarsi a memoria. E mi mancavano le notti insonni, conquistate e perseguite senza un vero motivo che non fosse la libertà.

Questo accadeva solo due o tre anni prima di quelle estati che inghiottivano pensieri, che riconsegnavano al banale. E agosto piombava in quei gesti scontati: il mare, la piscina, qualche lettura forsennata, assieme alla scoperta della solitudine come salvaguardia di una diversità e innocenza solo mia. Non mi disturbava che gli amici delle altre stagioni, andassero verso vacanze a me impossibili (erano tutti più ricchi di me), mi sembrava che rimasto solo ci fosse una tregua da un ruolo. Chi restava per quelle puntate al mare, lo conoscevo meno ed era un fare senza impegno. Il banale consentiva di non pensare troppo alla propria condizione affettiva, agli amori incerti, alle timidezze infinite di scenari costruiti nella testa, al bisogno di sesso che era insieme bisogno d’amore. Il banale riempiva i giorni comuni con altri, se mi si chiedeva di andare, andavo: meglio che niente. Meglio che si riempisse il giorno che alla notte pensavo io. Con le ubbie, le passioni che tracciavano confini, con le parole che si colmavano di significato e tracimavano, investivano altre parole e creavano pozze di pensiero liquido dove mettere le mani. Con paura, ma anche con desiderio, perché sapevo che lì sotto i significati si accoppiavano, c’erano nascite improvvise, folgoranti intuizioni e rifiuti che volevano dire il contrario.

Intanto al mare, di giorno, giocavo facendo parate spettacolose alla palla che scivolava sull’acqua, nuotavo senza paura e mi perdevo in quell’infinito che stava sotto e in cui ci si sarebbe potuti lasciar andare. Eventualmente. Sino al primo grido di richiamo, sino al pensiero che io mi aspettavo altrove.

 

del dare confidenza

del dare confidenza

In questo percorso virtuale (ma cos’è virtuale se ci si racconta davvero?) attorno ai lati in penombra trovo che il dire sia una opportunità e un limite. E’ una condizione innata, quella della propensione al fidarsi, al lasciar entrare, ma fino a che punto questa positività resta tale? L’ospite poco sensibile urta la suscettibilità, non si fa domande, scambia la confidenza con il permesso assoluto, l’arbitrio dell’essere.

La giusta distanza è un mestiere difficile; proprio per ridurla. Un tempo le regole aiutavano, il lei iniziale, la creanza distinguevano la discrezione e la imponevano come tratto dei rapporti. Eppure ci si diceva molto, forse più di adesso. Tutto formale? No, la distanza iniziale, il ritegno, faceva da crivello e aiutava a distinguere ciò che era importante da ciò che non lo era.

Dare confidenza porta ad attendere e in quest’epoca in cui tutto sembra immediato mentre il vero tarda anche l’attesa non ha più soddisfazione. Però chi bussa ad una porta accende un’attesa. La confidenza dovrebbe maneggiare le attese, lasciare che essere cadano oppure si rendano più esplicite. Dire e lasciarsi dire è un’apertura di credito, poi come sarà spesa si vedrà. Dipende dall’educazione, o meglio dalla verità. Ecco, creare le condizioni del dare confidenza o non farlo, è un modo di dire la verità.