riassunto

riassunto

Rimettere in ordine ciò che si è scritto, discernere quello che resta da quello che era transitorio e trovarsi davanti a una consapevolezzae ad una determinazione. Questo scrivere è stato un diario non autorizzato dalla razionalità, una sequenza interminabile di stati d’animo, di percezioni, di sguardi e di emozioni. È stato l’apocrifo racconto d’una vita nel suo farsi e contemporaneamente rifrangersi. Come accade a tutti penso. Le urgenze, l’ascolto, il raccontarsi d’altri vissuto come emozione e lasciato frammischiarsi al proprio. Chi ha la pazienza curiosa dell’ascoltare capisce cosa sia un interesse determinato, focalizzato negli occhi dell’altro, indagato nei moti, nella scelta delle parole.
Trovare e condividere la consonanza, ovvero la capacità di essere veri dove l’apparenza e le sue finzioni non sono richieste.
Parlare di sé e parlare d’altro, in ordine inverso, nell’audacia onnipotente del passare dal particolare al generale. Di molte cose avverto il limite (ecco il biografismo) ma mai degli abbracci, anche di quelli dati a chi ha tradito. C’è un’ accettazione inerme nell’abbraccio che purifica il passato e il futuro. È una terapia che rimescola le carte, ci riconfigura ma dopo, molto dopo. Accade anche nell’ascolto che deve abbandonare la facilità del giudizio e affidarsi allo stupore dell’altro da sé. L’abbraccio e l’ascolto sono un far proprio che lascia integra la libertà. Anche del tradire.
E che dire degli abbracci mancati? Dell’ascolto negato?
Qui, rileggendo, il pensiero si vela di scuro, porta il rimpianto di una possibilità negata, coinvolge l’esame di una scelta che poi magari si relativizza in giustificazioni oppure si assolutizza nell’assenza della perdita.
Beati quelli che rimuovono, oppure beati quelli che sanno abbracciare e se lo tengono per sempre quell’abbraccio.

il giorno dopo

il giorno dopo

Se qualcuno mi ha letto sa per cosa ho votato. Serenamente e con convinzione. Non ero tra quelli che votavano no e speravano vincesse il sì, proprio volevo che la Costituzione non fosse cambiata in questo modo. Dovrei pentirmene? Essere triste perché la mia convinzione ha vinto? Non lo sono. Mi preoccupo della situazione politica da molto tempo, non è una novità sapere che il partitismo italiano si è trasformato in altro da quello che c’era al momento del varo della Costituzione. Sono anche conscio della scarsa qualità della classe dirigente italiana, che produce troppe leggi, di poca qualità. Ci sono cerchi ristretti di potere, è stato fatto l’elogio delle oligarchie da Scalfari, ma il metodo di selezione di esse è più la conformità che l’indipendenza dei singoli. Manca un progetto generale che riguardi il futuro collettivo e sembra che il problema stia nella governabilità. No, il problema sta nella gestione del potere e nella risposta che il governo e il parlamento danno ai problemi reali e urgenti. Questo è il prodotto del leaderismo e del piegare i partiti, luogo di discussione di sintesi, ad esso. I partiti dei leader si sono staccati dalle periferie del Paese. Tutte. E queste ricambiano  con una avversione crescente per la politica. Ma i partiti non riformano se stessi, non riformano la gestione del potere che appare smaccatamente sbilanciata verso chi più conta. No, piuttosto chiedono all’elettorato di modificarsi, di cedere quel poco di controllo che ancora possiede. E qui scatta la reazione. Poi le componenti che essa contiene sono differenti, bisogna tener conto che in politica non esistono i vuoti e non esistono azioni prive di una reazione, per cui in un voto che ha un oggetto preciso confluiscono componenti emozionali importanti. Per questo è sempre delicato sollevare emozioni che non si sa bene come controllare. È il caso dell’antipolitica generata dal dileggio nei confronti della casta di cui solo gli altri fanno parte, oppure la personalizzazione di un processo collettivo di formazione delle leggi, che portano sempre a reazioni diverse dall’oggetto su cui si decide.

Oggi ho visto molti commenti sul risultato referendario, ne ho ascoltati tantissimi, poco si parlava dell’oggetto del referendum e del fatto che la Costituzione non muta e del perché non muta. Si parlava dell’incertezza politica, dei riflessi economici del voto, del discorso del premier sulla sconfitta, del partito democratico, delle cattive compagnie di quelli del no, ecc. ecc.
Ci sono quelli che hanno votato sì ma l’hanno fatto per altri motivi che ora recriminano con quelli del no, non ascrivibili alla destra o al m5s. Gli dicono che sono irresponsabili, che non dovevano votare sul quesito referendario ma sul fatto che Renzi si dimetteva. Nessuno del sì, che abbia detto sinora che forse il metodo per riformare la costituzione era sbagliato, che i professoroni forse non erano tutti deficienti, che i gufi magari non erano veloci ma un po’ più saggi visti i risultati, che c’è un modo alternativo al fare politica mettendo alla porta i tuoi compagni di strada se non la pensano come te.
Nessuno che abbia detto che per fare una modifica importante della Costituzione forse serve uno schieramento ampio e non una maggioranza variabile (a dire il vero l’aveva detto anche Renzi in fase costitutiva del Pd, in riferimento alla riforma Prodi sul titolo V, tanto che era stato inserito nella carta dei valori costitutiva del Pd), nessuno che dica bisogna ricucire lo strappo di 7 mesi di campagna elettorale violenta e divisiva, per avere un futuro comune.
Nessuno che si chieda perché Berlusconi, quando la sua riforma costituzionale non dissimile da questa fu bocciata da un referendum, non abbia sentito la necessità di dimettersi. Forse che gli interessi del Paese erano più presenti a Berlusconi? Non credo, però nessuno dice che aver caratterizzato così tanto una campagna referendaria corrispondeva anche a un giudizio non nel merito ma personale. Ecco, io credo che lo statista, soprattutto di sinistra debba avere più a cuore il futuro del Paese che non quello proprio. Soprattutto se è segretario del partito che ha una schiacciante maggioranza alla camera e una possibile maggioranza in senato.
Ho ascoltato il discorso del premier stanotte e non ho sentito un ripensamento di fronte all’esito, ho sentito i ringraziamenti a quelli che hanno condiviso la sua battaglia e il silenzio sui cittadini che hanno pensato altrimenti. Ma un capo di governo con una maggioranza in parlamento rappresenta tutta la nazione, non solo una parte e questo fa lo statista a differenza del presidente pro tempore.
Credo che siamo davanti a una scelta tra chi pensa in modo differente dalla destra e dal m5s, ovvero si riconosce ciò che è avvenuto e cerca di capirne le ragioni e chi invece resta nel suo recriminare. Posso capire che si debba elaborare una sconfitta, ma non è attaccando l’avversario di un giorno che questa diviene una vittoria, anzi il problema è proprio quello di superare la bocciatura cercando nuove soluzioni. Vedremo se sarà così. Non c’è nessun sogno infranto, ma una realtà da gestire e un Paese diviso.

E chi ha condotto il Paese a una scissione tra il chi è con me e il chi è contro di me, dovrebbe rendersi conto che la grandezza è nell’unire non nel dividere.

che resterà ?

che resterà ?

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Che resterà di questo tempo indeciso,

di questi giorni che scavano fossati,

che resterà delle pietre lanciate,

delle amicizie provate,

dei confronti infuocati,

che resterà delle speranze deluse,

degli scenari tracciati?

Rovine, resteranno rovine.

Dal dileggio non emergerà la speranza,

dei toni troppo alti resterà a lungo l’eco,

e chi si è riconosciuto non dimenticherà,

né per convenienza, né per stanchezza.

Di tutto questo c’è un peso crescente,

molti non hanno notato,

da tempo non guardano più,

però qualcuno se n’è stupito, 

altri cercano di pensare sia dovuto,

ma è un peso nel cuore che pulisce il superfluo,

che evidenzia destini sullo sfondo,

mentre trasale ciò in cui si è creduto.

Si è tracciata una riga 

e usato un bastone,

no, non sarà come prima,

e neppure come dopo,

come un tempo s’era sognato.

auguri alla ciclista in beige

auguri alla ciclista in beige

In bicicletta, bene incappottata di piume, tra i 45 e i 50 anni, la osservo davanti a me, mentre lentamente procedo in auto. Il traffico nelle vie centrali non è caotico, casomai sono i pedoni e le bici che si muovono come la strada non fosse commista di presenze. Tutti schivano tutti, sembra un patto reciproco. La guardo, mentre mi taglia la strada la prima volta, rallento e mi fermo. Non se ne accorge. Sta scrivendo sullo smart qualcosa di urgentissimo, sinistra guantata sul manubrio e il pollice della destra che scorre sullo schermo. Invia e sopra pensiero, mi  ri taglia la strada. Mi fermo nuovamente. Osservo il beige del cappotto imbottito, il viso bello che non vede nulla, chiuso in qualche pensiero. Riparto. Ormai la tengo d’occhio e infatti arriva la risposta e lo smart phone prende tutto dei suoi occhi e l’attenzione, legge spostandosi verso sinistra, comincia a scrivere. Mi taglia nuovamente la strada. Altro blocco di freni. Non se ne accorge e continua la sua sinusoide da destra verso sinistra e viceversa. Sorrido e lascio che vada più avanti. Dietro di me qualcuno dà un colpetto di claxon. Poi il flusso riprende piano, attento ai pedoni e alle biciclette. Lei si è avvantaggiata e la vedo in lontananza. Non ha investito nessuno e nessuno l’ha investita, magari c’è un protettore particolare per gli utenti di whatshapp. Certo che dovrebbero essere mutate le domande agli esami di guida, la presenza di telefoni ha cambiato radicalmente la presenza cosciente degli utenti della strada. Forse per questo i costruttori di auto si stanno attrezzando per inserire di serie, la frenata automatica. Ma chi va in bici o a piedi come si ferma?

Mah… Cambieremo abitudini, in fondo è la realtà che fa i comportamenti, noi ci adattiamo alla media del momento.

Alla bella ciclista in beige, che è stata oggetto dei miei pensieri e attenzioni, auguro che la sua fortuna continui, che l’amore, ma solo quello, l’investa. 

l’attesa

l’attesa

Gli anziani arrivano in barella con il cappotto e il cappello in testa. Qualcuno con la mascherina verde dell’ossigeno, guarda d’infilata avanti a sé. I volontari delle varie croci colorate spingono, affiancano, rassicurano e consegnano. Gli ammalati sembrano fiduciosi, oltre gli sguardi smarriti c’è la certezza di essere arrivati in un luogo sicuro. Guardare il mondo stesi e in movimento non è usuale, cambia le prospettive. Attorno ci sono gli altri in piedi, c’è confusione ordinata e la solitudine della condizione dell’inermità del male. Poi non ci sono alternative, in un pronto soccorso, si è nelle mani di una struttura che si spera adeguata. Loro hanno una corsia prioritaria, gli altri guardano e aspettano.

Le astanterie sono mantici che inspirano ed espirano sofferenti deambulanti: giovani, donne, bambini, anziani. Un’umanità dolente alle prese con questo nome strano: triage. Forse accettazione non andava bene, molti non capiscono cosa ci sia dietro al nome. Dovrebbero insegnare il significato profondo delle parole che dispongono di noi. Le persone arrivano, dicono cos’hanno a voce troppo alta, ricevono una fascetta da mettere al polso con un numero e delle carte da consegnare. Si siedono in file parallele e guardano uno schermo.

Nella prima astanteria ci sono un sacco di schermi che ti raccontano da quanto tempo stai aspettando. Non c’è il tuo nome, ma un numero e una priorità, affiancati dai minuti che sono passati da quando sei arrivato. Per passare il tempo, uno schermo passa un programma che mostra una famosa serie televisiva sui medici e gli ospedali americani. Una situazione comica: un ospedale che mostra un altro ospedale pieno di ammalati gravi. In questo modo inizia l’attesa di varcare una porta che darà inizio ad un percorso breve di spazio e lungo di tempo.

È così: il tempo perde misura e si sospende, indecifrabile. Ci sono astanterie prima e dopo la porta, la gravità separa le persone nel percorso: ci si rende conto che è meglio attendere. Quelli che aspettano sono i fortunati, che hanno la prospettiva di un rimedio a casa e attendono di tornarvi subito. Per loro questo luogo è la risposta ad un’emergenza che dev’essere ricondotta a domestica normalità.

Il pronto soccorso, è una struttura con regole coercitive e proprie, quando si entra si consegna il proprio tempo, se ne perde il dominio. In fondo il libero arbitrio e la stessa libertà hanno una relazione profonda con la proprietà del proprio tempo, qui si perde. Quando leggevo asylum ero uno studente di sociologia, allora sembrava possibile che il fuori e il dentro dovessero essere fatti coincidere per preservare l’individuo. Non è accaduto e la gestione quasi militare del servizio e la sua economicità, hanno ripreso il sopravvento con regole ferree. Non a caso si è diffuso il luogo comune del pronto soccorso come una prima linea, ma questo vale per alcuni pazienti, gli altri sono dentro ad un ambulatorione polivalente che funziona giorno e notte e discrimina l’urgenza da ciò che non lo è. Nelle astanterie non si sente la prima linea, c’è un bisogno e la sua risposta che si vorrebbe arrivasse presto. Sarebbe possibile con più personale, invece nasce un tempo asintotico che porta a qualcosa in un punto non noto. Si pensa, pare sarà così, però non c’è più l’esattezza dell’intersezione con un accadere certo in chi attende. Forse per questo si chiamano pazienti.

Rispetto alla prima astanteria, la seconda ha le sedie lungo le pareti, le persone si guardano, spesso telefonano. Quasi tutti parlano a bassa voce, raramente tra persone che non si conoscono. Ci sono i famigliari, oppure persone sole. Quando non parlano, ed è la condizione prevalente, gli sguardi si perdono. Ci sono infortuni sul lavoro, qualche disattenzione grave di casa, extracomunitari, persone in carrozzina, mali di strada. In corridoio passano le urgenze vere, parenti con la borsa seguono la barella, molti sono anziani, sia il ricoverato che chi lo accompagna. Gli sguardi si alzano per un attimo, osservano e poi ciascuno torna nel dolore fisico personale. A volte le voci si riaccendono, entra qualcuno di conosciuto, il silenzio resta nelle teste. Chi accompagna cammina, si siede a fianco, gira attorno ad una situazione inusuale e sostanzialmente priva di poter decidere alcunché.

Una signora è stata morsa dal cane della vicina, ha il braccio avvolto in un canovaccio di cucina. Si vedono i mesi di un anno passato molto tempo fa, i festoni natalizi, magari fu un regalo, adesso filtra un po’ di sangue. Ci saranno guai per la vicina, la denuncia che scatta con la prognosi. Il domestico si mescola con il contingente, con quella vicina la signora dovrà vivere ancora, sembra accomodante, sorride perché è passata la paura. forse resterà solo un brutto ricordo.

Qualcuno tace, altri si lamentano, scorrono le ore e le flebo. È notte fonda e il personale si riduce. Un signore arrivato da poco, ha una grossa borsa da cui estrae cose che guarda e poi rimette dentro. Sembra stia cercando qualcosa a cui attaccarsi, un punto fermo. Non lo trova e rovista fino alla stanchezza. Poi si assopisce. Anche il signore africano col berretto alla Andy Capp e un grosso zaino a fianco, si è assopito. Qualcuno viene dimesso, arriva una coppia di cinesi, lui ha il viso tumefatto e tagliato, si siede e tormenta una bottiglia di plastica mentre parlano tra loro con una velocità impressionante di consonanti e aspirate. Poi improvvisamente tace. È alto, robusto, quando lo chiamano fa fatica ad alzarsi. Intanto una signora è arrivata direttamente in pigiama e carrozzina. Si stanca presto e gira in corridoio. Non si può, la riprendono, lei protesta e continua. Credo sia una conoscenza abituale perché alla fine lasciano perdere.

Nella stanza accanto c’è l’astanteria dei ricoveri per osservazione, suona qualche campanello. C’è lo scalpiccio dell’infermiere e poi si spegne e con esso l’apprensione che generano i segnali in ospedale. È difficile scambiare dolore, forse per questo si parla poco. I parenti fanno pellegrinaggi alle macchinette del caffè e delle merende. Tutti attendono le dimissioni, per raccontare poi, a casa la fatica di queste ore e il male.  

È tutto molto bianco, la luce toglie colore ai volti. Intanto la notte diventa sempre più fonda. Le teste si appoggiano sulle spalle di chi accompagna, quelli soli dormono appoggiati al muro. Il sonno fa scorrere il tempo in attesa che si chiuda l’avventura di un male imprevisto. Credo sia sempre così, tutti i giorni e le notti, forse prima linea è il non cessare mai, l’avere le stesse cose che si ripetono con persone e dolori differenti. L’attesa è una spirale che si guarda dal girone successivo.

‘900

‘900

Con la morte di Fidel Castro, finisce il novecento perché ci è nato. I millennials non l’hanno nemmeno assaggiato questo secolo breve e lunghissimo. Sono finite le ideologie, non tutte, è rimasto il capitalismo. Sono finite le passioni pubbliche, collettive, annegate in piccole pozzanghere di soggettività. È emersa la solitudine, il dominio della tecnologia, l’eclissi della conoscenza. La politica rimane sempre più nuda e si inchina alla finanza, ai poteri forti e senza nome.

Un oceano di parole investe ciascuno di noi, connessi, non si sa a cosa e a chi. Sempre più virtuali e disperati in cerca di fisicità che durino, che abbiano un senso si è prigionieri del presente. E il nuovo stranamente soccombe davanti al vecchio che comunque un’ impressione di solidità l’aveva. Il sogno era coniugare le libertà individuali con quelle collettive, fare della terra un mondo di possibilità e portare la serenità nella politica. È questo il dio che è fallito: il pensiero di un destino collettivamente positivo e individualmente felice.

Con Fidel Castro finisce la generazione del ’68, finiscono le battaglie per le libertà altrui, subentra la consapevolezza che le proprie sono precarie quanto mai, che il mondo si avvia verso una stagione fatta di contrapposizioni e di muri. Colpito a morte il romanticismo finisce con le sue deviazioni sanguinarie; un acuto si è levato nel teatro, è stata cantata un’ elegia dell’uomo, del primato dell’ideale, della libertà, ma la platea era vuota. Che faremo senza passioni, se i cuori non batteranno più forte resterà solo la commiserazione. In fondo il ‘900 è stato il secolo delle grandi vittorie dei piccoli contro i giganti, è stato il secolo di Stalingrado, del Piave, della battaglia d’Inghilterra, dei pacifismi e delle suffragette, dei maquis e dei partigiani. È stato il secolo degli anarchici a Barcellona, della resistenza a Praga e a Budapest, delle disselciate strade di Parigi. Un resistere e riprendere fino alla vittoria spinti da cosa, se non da un ideale collettivo, sbagliato, crudele, ma forte e saldamente poggiato sull’idea che il futuro migliore e di tutti, era possibile. La lunga battaglia di Fidel Castro esemplificava questa vittoria dei molti, del popolo, contro la dittatura. Non era forse romantica la vita del Che, quella dei descamisados che finito il compito in patria, andavano in Bolivia o in Angola a portare un progetto di liberazione?

Molte idee erano sbagliate, ma i dittatori del ‘900 non sarebbero stati sconfitti se quelle idee non avessero tenuto. In fondo le dittature erano anch’esse figlie di quel secolo che compiva la glorificazione della borghesia, del capitale e della tecnologia applicata alla guerra. Nascevano dal connubio tra una visione dello stato e dei popoli che prometteva benessere e ordine, terra e sangue, ma usando l’arma della conquista, portando la differenza e la superiorità degli uni rispetto agli altri nel dna del potere e facendone una volontà di potenza. Il ‘900 ha contenuto i contrari, le idee si sono espanse sino a entrare in conflitto con le coscienze. Spesso, hanno vinto le seconde producendo nuove idee, nuove provocazioni. Quando gli assiomi delle ideologie penetravano davvero nelle menti, si generavano gli anticorpi e altre passioni accompagnavano la distruzione dei paradigmi delle prime. È accaduto ovunque, dalla politica alla scienza, dall’economia ai diritti individuali, dalle libertà formali a quelle concrete. Poi il secolo si è affievolito, la libertà ha cessato di infiammare i cuori sostituita dal benessere, le grandi scoperte sono diventate meno decisive della tecnologia, la stessa ragione si è relativizzata ammettendo come prassi l’ossimoro.

Siamo individui e popolo, ma non attraverso un processo di coscienza, bensì insieme con una prevalenza schiacciante dei primi: una somma di individualità concorrenti. L’umanità è divenuta essa stessa terreno di battaglia per l’individuo, una guerra permanente di tutti contro tutti. Con le passioni che s’assottigliano, anche i sentimenti diventano più precari: oggi ci si infiamma per l’uno, domani per l’altro e non parlo di amori ma di una precarietà del campo in cui si è. L’anomia, troppo spesso evocata nel finire del secolo, ora è parte integrante del processo che tampona l’isolamento con l’illusione del virtuale. Se ho tantissimi followers mi acconcio a loro, li devo tenere e mi adeguo al loro pensiero medio. Esattamente come fa in continuazione la politica e l’economia consultando le tendenze, le attese, le mode, intese come atteggiamento prevalente. All’umanità e ai suoi bisogni collettivi si è sostituito (sinonimato) il mercato, che ci vuole singoli, interagenti con l’oggetto del desiderio, mutevoli per necessità produttive. L’io si esprime nella scelta oggettivata e infatti il successo di mercato è il risultato di una lotta che piega i flussi di pensiero verso le cose. Le passioni hanno a che fare con i bisogni e né le une né gli altri possono essere mai completamente soddisfatti. In fondo è la loro bellezza perché inesausti spingono l’uomo in avanti. I desideri si saturano nella soddisfazione, digeriscono e si trasferiscono verso un nuovo pasto che dev’essere a breve per esigenze di produzione. I corpi perfetti praticano la bulimia del desiderio e non lo mutano in passione, si occupano del puntuale e non del contesto.

Finisce il romanticismo, il ‘900 breve e cruento, finisce un’epoca. E noi come vivremo nell’età senza orizzonte?

Hasta la victoria siempre comandante Fidel. 

il nulla della sabbia e del deserto

il nulla della sabbia e del deserto

Di notte correvano sul tetto strane zampe. Sembravano tante e fitte quanto può esserlo l’attenzione sull’orlo del sonno. Come correvano? Alternate, sincrone, oppure come i cavalli mordendo e spingendo sul terreno di paglia. Cercavano notturni pasti di sangue, oppure ondeggiavano, scavando semi col becco? Le scimmie gridavano, gli uccelli rispondevano tra loro, commentando. Così finiva la stanchezza in un buio relativo, pieno di luminosi rumori. Noi siamo onde, tutto è onda, tutto vibra finché non arriva il sonno e la coscienza si trasferisce altrove. Poco distante c’era il deserto, oltre la palme, dove pian piano s’impicciolivano e diradavano gli alberi che diventavano tamerici e acacie minuscole. Poi c’era un basta e solo distanza senza nulla a cui attaccare lo sguardo. Per questo forse sembrava non esserci nulla in quel pieno di polvere e pietre, perché non c’era dove fermare gli occhi e vedere.

Il deserto è un colore e una polvere, è il macinare di infinite zampe, è l’opera di scarabei instancabili e di capre sparite. È una pista che non si vede, ma che per altri è nitida di segni. È il letto fossile di un fiume che attende un acqua che non arriva. È una distanza senza misura, è il rumore che si spegne e diventa fruscio. È roccia che si sgrana, fuoristrada puzzolenti, dromedari ancora più puzzolenti, stracci sfrangiati che sventolano fieri del loro colore, ombra che ribolle di caldo e  il freddo che assale immediato con il cadere della luce. Il deserto è qualcosa che dorme e non si sa quando si svegli, è uno strisciare intravisto, è l’insieme ordinato delle orme che si sciolgono. È un fuoco che illumina i volti e gela le spalle, è un’ infinita distesa di parole, di sorrisi smozzicati, di volti color ambra. Il deserto è la scoperta indifferente delle rovine di ciò che c’era, è l’ergersi di una duna infinita di vento, è la somma di tutte le dune prima conosciute. È un terreno che sembra pietra, una corsa verso una cresta, un nulla che si riempie di silenzio.

Sul tetto di paglia e lamiera, di notte correvano animali e nessuno stava zitto. Avevano tutti un nome che io non conoscevo, ero sotto una grande città aerea e senza uomini. Dormivo nella cantina del mondo; di un mondo così sconosciuto che solo il giorno e la notte erano comuni. Dormivo assieme alle zanzare fuori dalle zanzariere, alle mosche che si posavano e riprendevano a volare, al sudore che cresceva verso la luce, fino al canto del muezzin all’alba. Non sapevo cosa dicesse, il muezzin, ma era dolce e deciso, ammutoliva le zampette, i gridi d’uccello, il vociare delle scimmie. E in quell’intervallo di silenzi e canto, l’ultimo sogno spariva nella consapevolezza.

Fuori il nulla si travasava nella polvere che pareva sabbia, di certo si staccava qualche molecola di vecchie argille dai palazzi in rovina, e persino il marmo s’arrotondava levigato dal vento. Che ci faceva il marmo nel deserto, mi chiedevo, e fantasticavo dell’energia di antichi abitanti sepolti dove ora sembrava esserci solo colore. Ma andando vicini alle pietre si sarebbe vista l’umidità penetrata negli interstizi che asciugava nel sole che cresceva, e le piccole vite che s’interravano in attesa del caldo. L’ aria si colmava di presenze, oltre le jacarande e le palme, c’era il deserto, le piste, le dune infinite e il nulla che mai c’era stato davvero, il nulla che era presunto e però entrava dentro assieme allo stupore di essere comunque in un limite. La soglia di un mondo in cui si poteva essere sguaiati o silenziosi, si poteva correre o camminare, si poteva fare qualsiasi cosa perché era indifferente la volontà degli uomini, al più si poteva trovare un accordo, ma era lui, il deserto, che dettava le condizioni. E non c’era il nulla, ma un mondo così pieno di vibrazioni e di colore d’una sola lunghezza d’onda da assorbire tutto, era l’alternativa al conosciuto, il buio nella luce. Era un mondo in cui serviva una mano che guidasse, un occhio che vedesse, Era la differente vibrazione della terra.