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 In Italia o altrove, sempre più spesso arriva questo invito del governo, della polizia, della protezione civile: restate nelle case.

Restate nei vostri fortilizi, barricatevi, circondate di mura i giardini e le piazze, non possiamo difendervi, non possiamo garantire la vostra incolumità. Anzi non riusciamo a mantenere ciò che è scritto e cioè che la giustizia sia imparziale e quindi ciò che è giusto per alcuni sarà ingiusto per altri e questi si incazzeranno e vorranno pareggiare il conto e diventeranno pericolosi. Chiudetevi in casa, state attenti, il mondo che governiamo è insicuro, qualunque cosa facciate è a vostro rischio.

Le nostre case sono oggi la sicurezza, pensate al terrore che si prova vedendo in un film, la porta che viene abbattuta: è il male, non l’ospite che entra.  E su questa sicurezza/insicurezza si fondano fortune politiche, si erode la libertà di muoversi, di essere, di comunicare.

Ma io voglio uscire di casa, stare tra gli altri, non pensare a  nuove blindature, voglio essere libero senza pericolo. Ed invece sempre più mi dicono che la libertà è un rischio, che non la posso esercitare ovunque , così che il limite della libertà sta diventando la mia casa. 

Qual’è la politica della sicurezza che ci permette di essere liberi ovunque?

La Cisl prevede 900.000 nuovi disoccupati nei prossimi mesi, ora il suo problema è come reagire a questo governo e alle sue proposte.

Nei prossimi mesi si giocherà una partita fondamentale per l’economia italiana e ciò che uscirà dalla recessione sarà ben diverso da quello che conosciamo ora. Sparirà una parte del manifatturiero entrato in crisi nella crisi. Ci saranno fenomeni delocalizzativi accentuati dalla ricerca dei bassi salari nei paesi emergenti. Segmenti importanti di tecnologia, che attualmente vendono molto all’estero, saranno ridimensionati dalla crisi dell’auto e del mercato consumer. La crisi trascinerà il terziario e la ricerca finanziata dalle imprese, nel ridimensionamento delle commesse.

Fin qui, previsioni elementari, ma le domande da porre alla Cisl e agli altri sindacati vengono dall’azione: come si creeranno posti di lavoro nei prossimi mesi, come si sosterrà il reddito attuale, quanto conterà l’unità dei lavoratori per determinare una uscita favorevole dal tunnel?

E se il governo non sta facendo le politiche giuste per recuperare posti di lavoro e redditi sufficienti, perchè a fronte di 900.000 posti di lavoro in caduta libera, la Cisl non partecipa allo sciopero generale del 12 dicembre, indetto dalla Cgil?

Se non arrivano risposte mica mi preoccupo, mi terrò i miei pregiudizi.

Almeno in parte, emigro. Una parte scrivente di me si specializza, credo che porterò le mie furie, e i pensieri che le accompagnano, altrove. Le persone che frequento, i blog che leggo, mi assomigliano e mi trovo bene, mi manca solo quella parte di politica che ha fatto la mia vita. In questi giorni, penso alla scuola, all’opposizione sindacale fatta a suo tempo a De Mauro, a Berlinguer nelle loro ragionevoli riforme, a Bonanni e Angeletti sempre pronti a trattare, al sonno del parco buoi che emerge in mogugno, ma non si concretizza in coscienza,  alla Cgil che non capisce che l’unità sindacale è finita e basta, al Pd che si barcamena e non dice a sufficienza per paura dei propri democristiani, dei cattolici, dei posti da perdere e fa l’arrogante solo con quella sinistra divisa e disgraziata, incapace di un corteo unitario, ai cittadini che si rivolgono al capo dello Stato, e non all’opposizione, perchè ritengono che sia l’ultima speranza (delusa peraltro), alla politica di destra che affronta problemi veri, là dove quella di centro sinistra ha preferito sorvolare, e propone, naturalmente, soluzioni di destra. A quelli che si scandalizzano tra una tartina e un campari, all’incapacità dei riformisti di rispettare il nome che portano e non propongono riforme convincenti. A questo paese che non è peggio di altri, ma sta peggiorando, a Berlusconi a cui non si dice che è il peggiore capo di stato in occidente, a chi non vede che il berlusconismo altera definitivamente il modo di percepire i diritti. A chi giustifica la lega perchè è di popolo, a chi pensa che non ci sia speranza, a chi si culla nell’illusione di emigrare, a chi non trova lavoro e non si ribella, a chi si accontenta oltre la dignità, a chi si è rotto le palle di questi discorsi tanto non cambia nulla, a chi vede sempre le ragioni dell’altro che comanda e mai quelle di tutti, a chi è imbecille e non lo sa, a chi crede di salvarsi, a chi se ne frega tanto non va più a votare, a chi non capisce più qual’è il suo ruolo, a chi ha la ragion di stato, di partito, di convenienza. Come faccio a non dire che tutto questo e altro mi sta sul cazzo, che l’unica via è quella di cercare di modificare questo stato di cose, che i sentimenti sono parte della vita reale, non una via di fuga. Si può traslocare nel virtuale, trovare una Patagonia dove sia bello andare e al tempo stesso avere un posto dove tornare? Credo di sì, e credo anche che se si mettesse in moto una migrazione di massa chissà quali sarebbero gli effetti nel mondo reale. Basta pensare all’effetto Obama sul convincimento delle persone attraverso la rete, partendo da oggettive condizioni di difficoltà. Reale e virtuale si toccano, si scambiano i ruoli, influenzano scelte e condizionano vite, nella politica in Italia non è così. Non ancora e prima che questo terreno tendenzialmente libero, venga circondato di reticolati, è possibile lavorare sulla coscienza della forza del mezzo. Ai detrattori, ai minimizzatori dell’importanza di questo mondo, finora non è interessato intervenire, perchè gli effetti sono la babele, il pensiero che si elide, ma se le cose mutano allora i benpensanti denunceranno la canaglia e il bubbone. Questo blog non chiude, parlerà meno di tutto questo, annoierà da altre parti. E’ necessario comunicare quando si parla di sociale, di politica, di vita comune, ma se non ci sono commenti o critiche, si resta alla superficie. E questo non mi va.  

Non collaborare, lasciare che sia il governo a governare, fare opposizione, difendere chi è debole, chi perderà il posto di lavoro, chi non galleggia. No. Non capisco quello che non sia difendere i diritti individuali e collettivi, la responsabilità dell’opposizione è verso la propria idea di paese.

Micromega parla di piazza navona dicendo: “è solo l’inizio, l’impegno ritorna”.

Fosse davvero così! La mia sensazione è che la cosa sia molto più seria e che l’operazione PD abbia sottratto una parte consistente di terreno al dibattito sul riformismo e sul socialismo.

Banalmente, sono transitati altrove molti consensi possibili di operai, impiegati, giovani, precari. Persone che hanno perso la fiducia su un progetto più alto, che fanno fatica  a far quadrare i conti, che preferiscono proiettare sogni su un futuro troppo buio per essere reale. 

Eppure, fino a poco tempo fa, queste persone erano nella sinistra, adesso hanno le stesse parole d’ordine del governo:sicurezza anche abbassando la libertà individuale, guerra al pubblico “fannullone”, fastidio per il diverso, per l’immigrato, diversificazione dei diritti individuali e collettivi in relazione alla provenienza geografica, ecc.

Queste persone, che venivano in piazza per la pace, per il lavoro, per lo stato sociale; non verranno più, semplicemente perchè non sanno collocare i loro interessi individuali in una prospettiva più larga, in un comune sentire che entusiasmi, così hanno abbassato desideri e soglia del cambiamento. D’altronde dopo l’annullamento della differenza della sinistra, così ben rappresentata da Berlinguer, si è scivolati nel processo di omologazione al sistema e questo ha sempre avuto la tendenza a depauperare l’espessione del dissenso, a livellare la specificità.

Oggi l’aggregazione avviene al centro ed in questo si confrontano le idee politiche di governo, così le ali sono ridotte a testimonianza, non a prospettiva di cambiamento reale. Gli errori non insegnano, sono emendabili, cancellabili, ma in questo modo perdono la loro fnzione di catalizzatore del cambiamento.

Che dire di un gruppo dirigente che non si mette in discussione, che tutela, non l’idea o il progetto, ma se stesso, come fosse l’unico rappresentante della prospettiva. Non un dibattito, non un’ analisi che comportasse conseguenze, ammissioni di errore, dimissioni: tutto consegnato a riti burocratici che evocano la democrazia ma la manipolano in senso conservativo. C’è un primato dell’esserci, per cui il voto diviene funzionale, orientato, percorrendo, così, i riti comuni a tutti i partiti. La stampa, le riunioni, le iniziative divengono prerogativa dei gruppi dirigenti, chi esprime tesi diverse non ha tribune istituzionali. Gli stessi sindaci Chiamparino, Cofferati comprendono che l’arroccamento in corso frantuma prospettive, annulla idee. 

Ma quali proposte innovative sono nate in questi mesi, quali analisi e prospettive verificabili? Le stesse primarie oggi, si fanno, quando “non indeboliscono” il candidato: buffa considerazione sui meccanismi di scelta aprioristici e sulla capacità del candidato di attrarre consenso.

La diversità di appartenenza d’un tempo, del resto simmetrica, allora, nello schieramento avversario, partiva da considerazioni forse “ingenue” di differenza, di baluardi e posizioni da tenere, pena la confusione. Nel metterla da parte, si è creato un terreno indistinto e chi ancora la interpreta, spesso è scivolato nello snobismo di sinistra, con il corollario del rifiuto dell’analisi dell’avversario, rinunciando così, all’unico strumento che consenta di vincere una battaglia.

La diversità, invece, è la capacità di cogliere ciò che muta, di capire le ragioni del mormorio sociale, di inserire quanto accade e può accadere, in un progetto ampio, chiaro, fondato su presupposti condivisi: la laicità dello stato, l’eguaglianza individuale e collettiva, la solidarietà, la preminenza del fine comune, la libertà individuale.

La differenza tra idee e prospettive fa scendere in piazza le persone coscienti di un fine specifico ed uno generale, dove quello generale esprime una visione diversa della società rispetto all’avversario, ne fa una prospettiva collettiva e in questa inserisce i singoli atti, le battaglie puntuali. Serve un ordine, una chiarezza interiore per la differenza, ma senza differenza non si procede, non si è convinti e schierabili.

Un esercito con truppe disorientate, ecco il panorama dell’attuale situazione politica di opposizione: per questo l’impegno non è dato, ma da conquistare con fatica e costanza per cambiare davvero. Il resto è conservazione non riformismo.

Stanno passando, nell’indifferenza e nel dileggio degli italiani, i provvedimenti del ministro Brunetta in materia di lavoro nel pubblico impiego. Se si colpisce l’assenteismo o i finti ammalati, è una azione meritoria, anzi doveva essere una sensibilità della sinistra distinguere e colpire chi non lavora.  E non aver paura di rompere un tabù sul lavoro a prescindere, ma oggi, la soddisfazione generalizzata che stanno producendo i provvedimenti, in particolare nei lavoratori dell’industria ha ben altri effetti. Si sta infatti, determinando una spaccatura ancora più accentuata nel mondo del lavoro, che rompe i meccanismi di solidarietà tra lavori diversi. Ciò che voglio dire è che il giudizio generale sui lavoratori pubblici non colpisce il deviante, l’assenteista, ma tutti i lavoratori di questo comparto. L’ulteriore effetto è che non si discute dei diritti comuni, ma di diritti differenziati. Se un lavoratore del privato, con pochi diritti, magari precario, solo esulta e plaude per un privilegio tolto e non guarda alla propria condizione di sfruttamento e incertezza di futuro, non capisce il proprio stato. Per sgomberare il campo, sono contro i privilegi, sono per la giusta retribuzione del lavoro fatto, per diritti egualitari sul lavoro. Ed invece ho la netta impressione che si stia estendendo l’area della precarietà e che non si percepisca che si parte dal pubblico impiego per poi attaccare gli altri comparti del lavoro. La mia proposta è semplice: diritti eguali e rigore Ma dappertutto. Con un nuovo statuto dei lavori e dei lavoratori valido ovunque. Oggi si gioisce perchè il vicino viene colpito, domani toccherà a noi. Magari partendo dalla malattia o dal congedo per maternità, o dal tfr, prossima vittima designata. Ecc. Ecc. La lega a nord coinvolge e arruola adepti nel mondo del lavoro, indica il nemico: il sud, l’extra comunitario, differenziando le paghe sui posti di lavoro, rifiutando gli impiegati meridionali, parlandone come di assenteisti e fannulloni. Questa cultura si estenderà e nell’indifferenza invaderà anche il sud, allora chi pagherà per primo saranno i deboli in queste aree, i lavoratori dell’industria e dei servizi. E poi toccherà al nord. Ma con il mondo del lavoro spaccato sarà facile vincere e far scordare che non sono solo i devianti il problema di questo paese. Chiedetevi quanti privilegi sono caduti in parlamento in questi mesi e se per caso non ne sono stati aggiunti? Da quello che rispondete può iniziare la riflessione.

Napolitano non è più dei “nostri”, non il Presidente della Repubblica che non può essere di nessuno, ma proprio il “compagno” Napolitano non c’è più. Bisogna evitare le confusioni, non rivolgersi al dirigente di lotte di un tempo, che adesso è altro. Pertini, Scalfaro e lo stesso Ciampi ci avevano abituati ad un ruolo non disgiunto dalla loro storia precedente: padri nobili in grado di distinguere i figli e di indirizzare, correggere, rifiutare. Napolitano ha fatto una scelta di garanzia che partecipa dall’alto, che prende atto dell’equilibrio politico attuale del paese. Questa la mia impressione. La fedeltà alla costituzione non è in discussione, ma l’intervento è morbido, delimitante dei poteri. Così ho letto il richiamo sul ruolo del CSM, la firma del lodo Alfano, gli interventi per moderare gli animi. Quietare, placare, parlare, mentre la richiesta impropria è altra: arginare, impedire, evolvere. Non so come andrà per le nuove leggi elettorali e neppure sulla tutela del lavoro e del welfare. La sicurezza nei luoghi di lavoro registra morti quotidiani, l’attenzione dei media è altrove, era un tema sollevato dal Presidente con forza. Segno che non basta indicare il problema. Quindi forse questa terzietà avrà difficoltà a continuare perchè il paese è a rischio di integrità se non fisica, certamente ideale ed etica, Ministri della repubblica si esprimono villanamente, sui simboli dello stato unitario. C’è un cambiamento radicale di contesto. Nulla di tragico. Per ora. Ma non è il Presidente Napolitano che risolverà il problema dell’opposizione e delle idee carenti della sinistra e del riformismo. Non Lui.

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Scoprire i problemi di Berlusconi non è difficile, basta leggere le leggi che fa.

(Benigni)

L’anomalia di questo paese è l’assenza di etica alta e condivisa.

Come si fa a spiegare il comportamento deviante di chi dovrebbe stabilire la devianza e la sua sanzione?

Come si fa a spiegare che tutto questo interessa una parte minoritaria del paese e che la stanchezza cresce?

Come si può spiegare che l’opposizione non è alternativa alla maggioranza?

Come spiegare che i comici dicono la verità e tutti ridono, anzichè piangere? 

Noioso, sono noioso come una mosca in bottiglia.

Prima notte calda, giusta per sedersi in terrazza e pensare ad un tema in cui sono scivolato negli ultimi anni: la disaffezione dal mio partito.

La mia storia politica nasce prima del ’68 e parte dalle persone, dalle storie individuali. C’è ingiustizia che circola, ho analisi rozze, più che altro sensazioni. Sono certo che si può cambiare e che chi lavora ha ragione, così arrivo al sindacato, solo dopo qualche anno, al partito. Ho fatto il militante, il dirigente, l’amministratore pubblico, ho rifiutato incarichi, fino a dimettermi. Troppo indipendente, inaffidabile. Così sono tornato alle persone. Non è stato facile, anni di peso, malumore, ma adesso sono sereno. E’ stata una belle esperienza ed ora torno da dove sono partito. Certo, adesso gli operai votano lega e non pci, il lavoro sembra una variabile da usare a piacimento, ma le persone mi appassionano ancora di più e ancora credo che possa diminuire l’ingiustizia. Solo che la linea del mio partito non mi convince più, è distante da me e forse da molti altri. Vorrei che le idee della sinistra fossero almeno discusse. Che si dicesse qual’è la speranza e la direzione del cambiamento.

Oggi bisogna fare argine, analizzare il presente e proporre un futuro accettabile, riformare la rete di consenso e della speranza sulle idee di cambiamento. 

Mi è tornato in mente ”per chi suona la campana” e “terra e libertà”. In Spagna nel ‘37 c’era tutto: il macello delle idee e delle persone, lo scontro a sinistra, gli ideali, l’entusiasmo, il cambiamento, la coscienza delle battaglie da combattere. E il mondo pensava che quello che accadeva avrebbe cambiato la vita di tutti.

Aveva ragione.

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