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Sgradito. E già sento l’odor di marcio incollato sulla fotografia.
L’ incomodo si toglie, sibilando qualche porcheria o in silenzio, come creanza insegna.
C’è arte nell’uscir di scena e dirsi scemo per l’incomprensione; un tempo non sarebbe accaduto mai.
Se si rimirano i difetti, esposti come pezzi pronti all’auto trapianto, si riconosce la propria identità. Ma questo è affar mio e aver sempre tolleranza, giustificare, è un lusso.
Educazione è capire quando si è sgraditi, prender atto e alzar le spalle portando il buono del rifiuto.
Le domande, che noia le domande: perchè, cos’è accaduto, chissà che problemi ha? Ma cosa nel difetto d’attenzione si può solo dire: è così, andiamo.
Con gli anni divento sempre più insofferente alla scortesia, non mi piace l’intelligenza stracciona che vive della propria puzza sottonasale, preferisco lo stupore che si annida sotto il consueto, il pensiero quieto e forte.
Alcune cose non si fanno, il confine tra il dire e il tacere è netto nei sentimenti. Non si può condividere il nuovo amore con chi viene sostituito. E’ pernicioso, ha un prezzo altissimo ed esacerba le ferite: non si fa e basta. Occorre affrontare la sofferenza di chi si lascia, soffrire un poco e non cercare comprensione. Via gli sms in diretta, via i telefonini, via le richieste di aiuto: non si condivide, non si può condividere. Quando ci si lascia far capire di più del necessario, è una violenza che cambia. Meglio non dire per rispettare, tacere e tenersi i magoni. Altrimenti resteranno meno che macerie: solo sale e terra bruciata.
E’ come dire IO ad alta voce e poi fermarsi per sentire bene il voglio che c’è racchiuso: consapevolezza d’essere, del proprio peso che calca la strada, dei muscoli sottopelle, del sangue che gira forte e piano a comando.
Ich,
qui adesso,
io,
sono.
E sostenere lo sguardo proprio, lasciar da parte i dubbi, ora che un’unghia è lama e che la vittoria è in pugno.
Anche seppoi della vittoria non resterà che un pensieromosca, fastidioso per quanto è stato, per come ero, per dove; adesso voglio, io, essere.
Il convegno è andato bene, la sala era piena, le autorità partecipi, molte televisioni e interviste, discorsi densi, sollecitazioni. Al ministro era chiaro che gli avrebbero impedito di trasvolare, non è venuto, nessuno si è lamentato. Pochi gli sfaccendati disattenti, quelli che non hanno mai ascoltato una parola in vita loro. Tra questi, quelli che han mangiato sempre bene e si sono tarati per vincere una poltrona, poi il nulla, ma non era il loro convegno, non hanno disturbato. Gli altri, erano tanti, contenti e sorpresi.
Per chi conosce i propri limiti, le possibilità erano superiori e non accontentarsi fa parte dello stile e sostanza di vita. Due piani quindi: la soddisfazione esterna e la voglia di far meglio e di più. C’è movimento in tutto questo, è la positività vera della fatica, che la relativizza e ne fa desiderare altra, non per stordirsi ma per fare.
Alla prossima.
la lunghezza e la vaghezza sono un deterrente per qualsiasi lettura, qui non mi sono risparmiato e capisco chi salta ad altro.
Lei mi ha chiesto di incontrarmi?
Certo e la ringrazio per la disponibilità, incontrarsi al bar è così banale, scambiamo parole, concetti e li frantumiamo assieme alle patatine, ai crostini, li beviamo con i nostri aperitivi. Guardi questa piazza, è la cornice di tali e tanti discorsi, parole, baci diurni e notturni, carezze, improperi, addii e tradimenti che la salute pubblica, dovrebbe imbiancare i muri una volta all’anno, togliere la crosta di emozioni accumulate, rifare nuovo il contesto. Ma posso chiederle una cosa personale?
Quanto personale, l’indiscrezione dovrebbe essere commisurata alla confidenza e a ciò che si è ordinato. Lei quanto è disposto a pagare?
Dipende dalla sua risposta, può darsi che non valga nulla per me, che entrambi abbiamo perso il nostro tempo, oppure che valga molto ed allora la mia gratitudine sarà importante. Dipende. Deve correre il rischio che dopo tra noi ci sia disinteresse.
E’ singolare, ma accetto, comunque se l’indiscrezione sarà eccessiva, me ne andrò.
Entro nel tema: Lei cosa pensa del suo futuro, che progetti ha, fa dei progetti?
Certo che faccio progetti e chi non ne fa?
Non sia banale, mi scusi il termine, non ho bisogno di risposte vaghe, ma di sostanza. Qual’è il suo progetto più importante? Da quanto non immagina più il suo futuro con novità?
…
Abbiamo età confrontabili, nel senso che siamo negli estremi della stessa generazione, i miei anni in più mi hanno insegnato cose che Lei non ha vissuto. Noti che non ho detto “ancora”, perchè può essere che non le viva mai, anzi per buona parte sarà così, ma c’è un momento in cui i progetti vecchi non vanno più bene e si è ad un bivio: o nuovi progetti o nulla.
Mi faccia capire, per progetti Lei intende come io mi vedo e mi vedrò, per cosa lavoro, amo, vivo. Se è questo che intende dovrei parlarle delle certezze, delle persone che si attendono responsabilità da me, degli obblighi del lavoro, della difficoltà di vivere mettendo assieme desideri e possibilità concrete.
Mi parli di questo e di come intende uscirne, perchè mi pare un insieme di vincoli, di costrizioni.
Beh, gran parte degli sforzi nel quotidiano sono per reggere l’edificio costruito prima: matrimonio, lavoro, legami affettivi, non avanza molto tempo per progettare. E’ come se la nave avesse il pilota automatico, molta parte della rotta è determinata, anche le tempeste, sino ad un certo grado sono previste. Diciamo che evito i guai, cerco di comportarmi in modo da avere stima, credibilità, rispondo di ciò che faccio. Con una dose di mezze verità, con qualche aggiustamento o compromesso, ma non deludo.
Ah, quindi Lei è uno di quelli che non delude. Se permette: deludente!
Cosa significa, lei è offensivo, mette in dubbio la mia credibilità?
No, no la credo. Mi colpisce il fatto che Lei pensi di avere un progetto o un futuro e di non includere la capacità di deludere nel suo agire. O mi sta raccontando come si vorrebbe e non è, oppure non ha futuro. Cerco di spiegarmi: io deludo, con buona o cattiva pace di tutti quelli che mi vogliono intero o a pezzetti, io deludo. E’ il mio antidoto all’appartenenza, al vincolo dei progetti a quelli di un altro, all’obbligo di essere diverso da me stesso. Deludo e anche quando mi minacciano con la pistola della solitudine, non mi piego. Persisto. E’ il mio modo d’essere, la mia libertà, il mio essere responsabile verso me stesso e di converso, anche con gli altri. sono io se deludo, se non sono etichettabile, se non posso essere prevedibile. Per questo non prometto, per questo non ci sono che per pochi. Quelli che mi accettano, che non mi vogliono per se, ma sono contenti di ciò che sono e sarò. Chi crede in me, se mi capisce davvero, non resta deluso, restano delusi gli altri, quelli del bignami, quelli delle equazioni senza comprensione.
E il suo progetto allora qual’è visto che è destinato a deludere.
Non posso deludere me stesso, eccolo il progetto. Tanto generico da inserirlo in qualsiasi futuro disponibile, ma al tempo stesso tanto impegnativo da costituire l’etica del progetto stesso. Se non voglio deludere me stesso, non posso accettare ciò che sento sbagliato nel profondo, posso accettare l’incoerenza apparente, ma non la perdita di dignità.
Ma allora gli altri non contano per Lei?
Gli altri contano tantissimo, ma non più di me. E badi bene che non è egoismo, anzi è la misura della responsabilità, che non è farsi carico del mondo costruito su di sè, bensi distribuire i pesi e i compiti. Nessuno che non condivida, può essere chiamato a rispondere di ciò che non è suo. Anche con i figli è così, si fanno nascere, crescere, gli si dà tutto quello che è possibile dare, ma da un certo punto le storie si separano, cominciano a dialogare e le responsabilità sono diverse. C’è un’evolvere della responsabilità, commisurata al progetto, fare un figlio è un progetto e la responsabilità evolve finchè una parte dirà all’altra: voglio fare da solo e nessuno che ami davvero dirà che non è possibile, che non è il caso. Da allora le storie e i ruoli divaricheranno pur dialogando.
Quindi anche Lei è responsabile, non è vero che delude e basta.
Lei non capisce, c’è una profonda differenza tra responsabilità e delusione: si delude chi ci vuole avere solo per se, chi ci vuol togliere la libertà di dare, di amare, non altri. Si può scegliere di non deludere di assumersi un ulteriore fardello, ma è una scelta libera che spesso costa l’infelicità permanente, lo spegnersi della forza vitale, comunque è un atto di libertà. Cosa enormemente diversa dall’atto vincolato, dalla necessità indotta dal bisogno di compiacere. Vede non è necessario dire di si per essere amati, anzi dire di no all’inizio può sembrare una delusione poi se l’altro è in grado di amare davvero, il no viene riportato alla sua dimensione vera e cioè l’affermazione della propria capacità di discernere, scegliere, amare. Come dire: ti amo, ma non sono d’accordo.
Credo che Lei stia semplificando le cose, la vita non è fatta così, le persone non amano sentirsi rifiutare, se voglio un progetto assieme ad un altro devo adattarmi all’altro, ci sono i mutui da pagare, i figli da crescere, le aspettative sul lavoro, non siamo animali che vivono di caccia. Lei è un utopista oppure un egoista e forse entrambe le cose.
I suoi problemi, vincoli, necessità, dipendono da Lei. Lei vuole un futuro compatibile, un progetto possibile, bene. Ma non tutti i progetti compatibili hanno la stessa difficoltà, ci sono progetti facili e via via più difficili. La complicazione dipende dai limiti che Lei si mette, se Lei si innamora di una persona ed è già legato, dovrà scegliere e qualcuno resterà deluso. Cercherà il male minore, ma per chi? Ecco, se si risponde che cerca il male minore per sè, la delusione che causerà non sarà così alta da impedirle di progettare ancora, se invece non baderà a sè il mondo comincerà a chiudersi nel quotidiano. Questo non la esime dall’ingiustizia verso un altro, la responsabilità è portarne il peso e cercare che ci siano le condizioni per una futura felicità. Comunque ciò che volevo sapere, l’ho capito: Lei si arrabatta non mi ha raccontato nessun progetto vero e dà il nome di progetto ad una onesta e tranquilla carriera. Apprezzabile, se le basta…
E’ un colloquio poco piacevole, non so se la rivedrò.
Io credo di si, le nostre strade si intrecciano e mi sento di poterle parlare in libertà perchè Lei poi rifletta e se ritiene cambi idea, ma anch’io cambio sulle sue parole. L’importante è che il dialogo non si interrompa o che l’uno uccida l’altro. Metaforicamente si intende. Arrivederci intanto e si ricordi che io deludo ma non tradisco, ma questa è un’altra storia.
Ricorderò.
C’è temporale nell’aria, stasera.
La ragazza s’è proprio arrabbiata,
la diagonale di gonna
la segue.
Lui non ha dove andare,
si giustifica, tace.
E il silenzio acquattato,
li ha presi
e subito gli sguardi ha rubato.
C’è temporale nel cielo, stasera,
Il bianco s’aggrappa all’azzurro,
disperato, mentre il grigio lo morde.
Il ragazzo a due passi
la segue,
lei, solo mani a parlare con un libro.
Se adesso, correndoti incontro,
uno sconosciuto aprisse le braccia,
uccidendo il silenzio, stasera
che direbbe il tuo libro,
ragazza?
Non piove,
nell’ aria bagnata che arriva:
verrà temporale stasera,
e un androne
da calpestare nell’ombra
per parlare con occhi bagnati.
Grida, corsette, sorrisi,
su gocce, improvvise,
festose,
adesso è il tuo libro a soffrire, ragazza,
mentre corri silente, seguita.
Un androne,
un’ ombra per riprendere vita,
l’ abbraccio tentato, respinto,
non è ancor tempo di coprire il rossore.
Il temporale scompiglia le strade,
la diagonale di gonna
è ormai sghemba,
Nell’ombra lui parla,
e si perde,
solo allora lo stringi, ragazza,
la pelle cerca un tocco sincero,
e lo baci ridendo a un pensiero
d’acqua e di nubi,
nato stasera.
Non mi risponde, era un commento intelligente e non l’ha notato.
Disattento!
Non mi mette tra i preferiti, anche se io l’ho fatto subito.
Insensibile!
Gli ho scritto una mail, ma non mi risponde.
Maleducato!
Oggi lo sbircio solo, giuro che non commento. Solo un poco…
Antipatico!
Ha risposto, mi ha citato.
Bravo.
Non ha capito, eppure basterebbe poco.
Stupido.
Non viene mai da me, non commenta. Chissà chi si crede di essere.
Stronzo!
Ho riletto alcune cose sue vecchie: com’è cambiato.
Vanesio.
Non mi piace come scrive, ovvero mi piace però non sempre lo capisco. A volte è bravo, secondo me se la tira.
Presuntuoso.
7.30, mattina, gessatino, attillato, non troppo serio, oggi look timida aggressiva.
Tacco 6 o tacco 8?
Agenda, niente ufficio, solo clienti esterni.
Tacco 6 o tacco 8?
Cosa mi ha detto? “non c’è problema, nema problema”
Scemo.
Agenda: settimana piena, mese pieno: sarà così fino ad agosto. Poi mare. Quest’anno non mi piace.
“La vestizione del guerriero”, così l’ha chiamata mentre mi rivestivo.
Scemo.
Che si può fare in pausa pranzo. E’ stupido, non capisce.
Oscillo tra il pensiero di lui e di me. Compasso, centro su me, qual’è il raggio?
Non mi piace ” mammina inquieta”: non ascolta, sente solo la superficie.
Banale.
Chissà se ha fatto insiemistica, se riesce a capire che noi due siamo A e B e siamo sovrapposti: AUB.
Quanto sovrapposti?
Tacco 6 o tacco 8?
Ci provano sempre, anche se hai il tacco basso. Ci provano insinuanti, sfrontati, imbecilli, carini. Mai quelli che vorresti.
Tacco 6 o tacco 8?
Aspetto che chiami lui, resisto. Non scrive. E’ così…
Scemo.
Non mi piaceva, quando l’ho conosciuto, sembrava distratto, felice. Chissà perchè poi sono cambiata. Perchè non era felice. Mesi di appuntamenti, sogni, nomignoli, parole. Parole e basta. Letto, sintonia. Mi piace come mangia piano, come ride. Chissà se chiama. Mi basterebbe… no, non mi basterebbe.
Scemo.
Ci siamo lasciati subito, appena dopo la prima volta. Paure sue e mie. Poi insieme perchè non bastava e di nuovo lasciati, spesso. “Un amore a termine” così l’ha definito. Quand’è questo termine che me lo trovavo dappertutto. Perchè non termina adesso ? Ieri ho girato per passare vicino a casa sua, ho guardato le finestre, il campanello. Volevo chiamarlo per dirgli “ E adesso che faccio: mi hai lasciato tempo per pensare, voglia di essere amata, pennellate di grigio da distribuire nella giornata. Sei scemo se mi lasci andare “
Devo andare, devo andare, devo…
Tacco 6, è lunga la giornata.
Da ieri provo un senso di assenza: ho scoperto che Minnie ha deciso di chiudere il blog.
Che significa scrivere in rete e quali legami si creano tra noi che ci leggiamo?
Non ci conosciamo direttamente, ma la rete che si è creata tra persone che condividono pezzi di vita, non è banale. Di certo c’è un mio grande arricchimento nelle vite affini che sono arrivato a conoscere.
In questa amistà, Minnie è particolare per la sua concretezza unita alla capacità di sognare: se andasse per mare le farei prendere il timone della barca.
Minnie non è di quelli che chiudono il blog e lo riaprono come fosse la porta di un bar. Sarà per questo che mi manca non leggerla: speriamo ci ripensi.
Nella notte che mi avvolge,
Nera come voragine infinita,
Ringrazio ogni divinità vi sia
Per la mia anima invincibile.
Stretto nella morsa della circostanza
Non ho battuto ciglio o pianto ad alta voce.
Sotto le mazzate del fato
La mia testa sanguina ma non si piega
Oltre questo luogo di odio e lacrime
Incombe solo l’orrore dell’ombra
Eppure la minaccia futura
Mi trova, e mi troverà, senza paura.
Non importa quanto angusto è il passaggio
o quanto pesante la sentenza
Sono il padrone del mio destino:
Sono il capitano della mia anima.
(William Ernest Henley)
Dedicato a Minnie, d., Camilla e a tutti quelli, donne o uomini, che in questi giorni, si prendono per mano e si conducono, affrontando impavidi la paura.





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