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Traditore della patria, era il massimo dell’infamia. Una colpa che investiva tutta la famiglia sino al nome e lui, il traditore, era peggio dell’omicida. Tra i concetti ormai desueti possiamo porre anche questo, senza troppa angustia. Forse qualcuno si chiederà, ma tra molto, se il senso di sfiducia e negatività sociale non sia dovuto anche a questa incapacità di riconoscere una patria. Se le regole costruite senza sentire comune non risentano della mancanza di un luogo al di sopra della politica che giustifichi il fatto di stare assieme. Se la violenza che permea i comportamenti, il vociare che nasconde i soprusi, il malaffare e la carenza di applicazione della legge in parti importanti del paese non siano consegenza della mancanza di una positività ed identificazione comune. L’ hanno capito bene gli Stati Uniti che non hanno paura di essere multietnici, ma hanno chiaro cosa significa appartenere ad una nazione. Perchè se si sta assieme solo per benessere e sicurezza la festa mica dura per sempre, eppoi serviranno gli ascari o la brigata sassari per difendere le case di chi ora si scorda la propria miseria, neppure tanto lontana. In fondo mi dispiace solo per i vecchi che dopo essere stati nazionalisti oltre misura adesso si trovano a vociare per un luogo mai esistito.  E che non può essere patria, ma solo minoranza ricca in un paese povero di ideali, idee e futuro. Se mi chiedessero oggi l’immagine del mio paese, la prima cosa che mi verrebbe in mente è uno spot o un logo, ma le persone dove sono finite?

La ragazza del bar mi guarda stupita per la sequenza caffè amaro, attesa, cappuccino. Che ne sa del mio rapporto con il caffè, lei si limita a farli, i caffè. Al terzo caffè saranno le 11 e la giornata sarà ancora nuova, così giorno su giorno, con le differenze d’umore e qualche stupore di novità. Il caffè è il legante dei pensieri rivolti a sè. Solo a lui può essere affidata la giornata che inizia, con l’olfatto principe dei sensi, a far da guida. Ho l’abitudine antica di guardar fuori e dentro assieme e di annusare il caffè, dedicandogli una lentezza che poi sparirà. Poco conta  la sequenza d’atti già in memoria: è il primo regalo del mattino, riavrà l’attenzione che mi dona.

anche quest’anno, le parole, sono state infilate con la pazienza degli aghi sottili: collane e braccialetti ora giacciono dimenticati, ché questo è l’uso della parola: rifulgere e rivestire un pensiero, traversare il giorno e poi perdersi nell’orizzonte.

Dalla banchina salutiamo mani che rispondono e il colore che le accoglie, sventoliamo fazzoletti per ciò che abbiamo amato dentro quegli abiti, mentre il fumo si stende assieme al vorticar d’eliche. Sappiamo che torneranno diverse, stupite e gelose delle nuove compagnie.

Non invecchiano facilmente le parole, solo cambiano rivestite in storie mai raccontate. Mentre tra noi pochi, sanno l’arte del penetrare le cose per dare i nomi felici, quelli che non saranno scordati.

E’ più importante la strategia o l’intelligenza della fantasia?

Messa in altri termini: conta di più la costanza che quieta costruisce, scava, chiede senza stancarsi ovvero l’alzata d’ingegno della passione, il pensiero innovativo che demolisce il paradigma e trova nuove strade?

Dagli scatoloni non aperti del trasloco, sono emersi i primi volumi delle opere mai seguitate. Una cultura monca racchiusa tra AA e Ar, con Aristotele a far da confine. Chissà cos’è accaduto poi, in filosofia? E man mano hanno rivisto la luce i dizionari delle opere e degli autori, qui siamo andati meglio, arriviamo a Camus. Sornione, tre enciclopedie mediche abortite rammentano ipocondrie fugaci: potrei valutare i miei mali sino  agli apparati, oppure oscillare tra candidosi e canizie, ma tutto poi  irreparabilmente sconfinerebbe nel contagioso dolente oscuro.  Un Arione, musico e poeta, inventore del ditirambo testimonia il limite d’interesse per  l’enciclopedia biografica. Mentre più preoccupante è la letteratura italiana  con due opere, sempre ferme al ‘200 e al placito di Capua. Sao ko kelle terre, che nostalgia per i nodari scrittori, precursori delle sintesi del blog e  i provenzali d’assalto sparsi per l’italia. Qui ci potevano stare Calvino e  Ariosto, il criterio cronologico ha devastato la cultura e il pensiero trasversale. L’arte sta ancora meditando sul pittore di Firenze, sesto secolo a.c. autore di un cratere, però ha avuto modo di incuriosirsi tra Boucher e Dosso Dossi, Caravaggio e Courbet.

Nel mio circondarmi di sapere rimandato, di curiosità sollevate in libreria, interrompere un’opera è stata una decisione non facile, una metafora del vivere. Chè tante ne ho interrotte, ma di più ne ho completate e quando una vita non basta, bisogna circondarsi di possibilità e scegliere, per non sentire l’obbligo senza amore.

Scartare, vedere il futuro delle cose, l’intreccio di queste con la vita.  Questo l’ho messo da parte perchè potrà servire. A cosa, a chi?

Vale anche per i doni: lasciare solo quello che è prezioso e tenere l’affetto. Sottrarsi all’obbligo di indossare, di ostentare un gradimento eccessivo se il piacere si è chiuso con l’attenzione. E’ ora di liberare il campo dai morti sorrisi, come le mie sconcluse enciclopedie raggruppate in un magazzino in attesa di macero o di ricicli altrui. Ora non ricordano più una possibilità interrotta, non sono state e basta.

Diverso quello che è nel cuore, quello non si conclude mai, e questo dizionario d’amore scrive ogni giorno pagine nuove e non scorda ciò che di buono è stato. Sembrerà strano, ma il buono è nuovo ogni giorno.

Ho bisogno di vento,

giro al largo,

un navigare dolce

di pensieri filati,

in stiva cose nette

per resistere al libeccio.

Giro al largo,

non ormeggio,

lascio le vele a mezzo

e guardo e studio fluidi,

m’ingegno a legger refoli,

cerco aria

e giro al largo.

Se ogni giorno

nel vivere sopito

 non scordassimo quanto è stato,

il sangue versato,

i sogni risvegliati,

le storie  ben vissute,

sentiremmo il sangue

circolare sotto la storia,

rosso e mai domo,

che muta forma, parole, lingua

e scuote dal torpore del cinismo.

Mai eguale

eppur disposto  a lottare

per l’eguaglianza e la giustizia.

 

Strano che questa data torni così spesso nella storia del mondo moderno.

Ricomporre l’equilibrio: questo significa sanare una sofferenza.

Ma a quale prezzo?

Di un’altra sofferenza.

Non avevano detto che c’era una freccia positiva nella storia?

In via etnea gli altoparlanti municipali diffondono carole tra griffes a tre ordini di cifra. La gente sciama tra il mercato a un euro e i negozi x-man. Tutto eguale, tutto rosso, tutto luccicante.

Tre zampognari, stanno fermi e silenti in un angolo. Non è il loro natale: musica troppo forte, canzoni in inglese, i gospels, Sinatra. Qui le zampogne sono fuori luogo. Forse ovunque sono fuori luogo, forse il natale è fuori luogo.

Qui e ora, il comune assorda e dimentica i debiti.

Nel mio sciagurato apprendere, lo studio ha seguito scie ben diverse da quelle che dovevano essere percorse, così la grammatica, come ogni altro esercizio di paziente apprendimento, non ha ricevuto attenzioni, tanto che oggi tutto si confonde in un informe inviluppo di regole senza nè capo nè coda. Così è nato un legame tra grammatica, condizione del vivere e assenza di certezze che non si riferiscano a pochi radicati principi. Sussiste un sostanziale fastidio per tutto quello che si imbeve di sterilità apprese chissà quando e come. E penso all’eleganza del gesto che innova, alla solitudine che accompagna la rottura di un paradigma, alle forme che ammettono il dubbio e sfociano nel condizionale.

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