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anche quest’anno, le parole, sono state infilate con la pazienza degli aghi sottili: collane e braccialetti ora giacciono dimenticati, ché questo è l’uso della parola: rifulgere e rivestire un pensiero, traversare il giorno e poi perdersi nell’orizzonte.
Dalla banchina salutiamo mani che rispondono e il colore che le accoglie, sventoliamo fazzoletti per ciò che abbiamo amato dentro quegli abiti, mentre il fumo si stende assieme al vorticar d’eliche. Sappiamo che torneranno diverse, stupite e gelose delle nuove compagnie.
Non invecchiano facilmente le parole, solo cambiano rivestite in storie mai raccontate. Mentre tra noi pochi, sanno l’arte del penetrare le cose per dare i nomi felici, quelli che non saranno scordati.
La malinconia lieve del natale è stata tenuta a bada con chiacchere, cibo sapido, sonno prolungato.
Ma da dove nasce questa asincronia sottile?
Da una attesa indefinita della sorpresa, dai doni che si possono acquistare, da quelli che non arrivano più, dal ricordo dell’amore bambino che non ha paragoni con quello adulto.
La magia del natale, la neve, i suoni, le sfavillanti liturgie, il freddo esterno e il calore luminoso delle case: tutto appartiene ad un’altra età. Solo che riconoscerne la fine significa trovarsi nella realtà, nella solitudine adulta dove il magico è diverso, ogni decisione è a termine e il futuro si restringe.
Restano gli affetti, la famiglia, chi ancora non si annoia, chi vorremmo vicino: la vita altra che consente questa vita, sognata, in parte realizzata, cercata.
Ciò che pesa non sono le feste, ma la solitudine dell’adulto, l’inadeguatezza dei desideri ora senza un babbo natale che ci metta, di suo, una pezza luccicante.
E in fondo la ricerca che ci accompagna è solo quella di trovare un natale adulto che fissi un orizzonte alla meraviglia del vivere.
Con la stilo, ho scritto 440 biglietti d’auguri aziendali, scindendo la creanza d’affari dalla conoscenza personale. Gli auguri sono stati sinceri e i pensieri li hanno differenziati: questo è in gamba, quest’altro è un avversario, con questo sarebbe bello lavorare. E’ un buon esercizio per mettere ordine ai compagni di strada, anche se non tutto può essere detto. A ciascuno ho augurato che i desideri si realizzassero, riservandomi di contrastare lealmente quelli in conflitto con i miei.
Quelli a cui non potevo augurare proprio nulla sono stati depennati dalla lista che ogni anno si accorcia; segno che non ho più la pazienza costruttrice d’un tempo.
Chissà se Attila mandava gli auguri.
Il frigo chiede buoni propositi, ben sapendo che si spegneranno nella gloria dei rossi autunnali, ma ora urgono, dice con insistenza. Adesso bisogna abbassare la temperatura e salvare il pianeta, quindi invitare, scongelare, cucinare, ridere, bere, approfondire, scherzare fino a notte fonda. E pesarsi col mal di testa il mattino dopo.
La convinzione che la terza guerra mondiale sarà tanto breve da non consentire il cupio dissolvi con anime lepide e lipidiche, si è fatta strada: bisogna puntare al consumo dell’esistente. Ma non da solo, è impossibile con un frigo, fitto di pecorini a varia stagionatura, di salsicce, bottarghe e dolci sardi.
Quando arrivo in questa stagione mi guardo e riduco le calorie. Adesso è l’ora del pomodoro a fette grosse con il cetriolo, dei trionfi delle insalate pastello, del prosciutto sposato con fichi e melone. Ed invece il frigo straripa di spalla di maiale affumicata, di pezzi di cinghiale, di lardellati, di culatello.
Sovvertirò la cousine reinterpretando il maiale, servendolo freddo e sfilettato tra insalate d’orzo con verdure. Il pecorino a dadini disperso tra pomodori e melanzane appena fritte e messe a meditare tra alici e capperi. Saor di sarde e sogliolette tra uvette e pinoli con contorni di verdure all’olio.
Dolci al cartoccio, da piluccare distrattamente per non consentire alle calorie di capire dove stanno finendo.
Tutto poco, tutto a porzioni piccole, con gran dispendio di piatti e bicchieri, tra valpolicella ripasso e bianchi di nerbo.
Il giorno dopo ci saranno scorte per rifocillare un’armata, speriamo non portino niente.
p.s. qualcuno sa dirmi come fanno i pecorini sottovuoto ad impestarmi il frigo?
La percezione dell’età si basa su canoni di adeguatezza ambientale: funzionalità fisica, mentale, sessuale. L’ambiente scelto e non imposto, è la cuccia, in cui l’equilibrio è possibile. Esempio unico nel mondo animale di governo globale e trasformazione funzionale dell’ambiente per una specie. La giovinezza, quando prescinde dall’età, perde consistenza: è un’età indefinibile della vita ed essere giovani non è più solo un fatto di tessuti, ma di atteggiamento verso la vita. Perchè rifiutare l’opportunità che viene offerta di esserci integralmente, a lungo, di procrastinare la decadenza. Certo si perdono alcune gioie come l’osteria e i dialoghi sul tempo, le acute osservazioni sul passato immaginario, la narrazione intensa del servizio militare o delle imprese epiche, sessuali, gastronomiche, etiliche, i silenzi protratti e sonnolenti. Ma bisogna pur perdere qualcosa, se si sceglie di passare dalla giovinezza al collasso rinunciando alla saggezza presunta ed inane. Un buon indice è l’attenzione al nuovo, compreso lo stimolo sessuale: se permane, la mente e lo sguardo restano ironici e attenti. Ma in questi casi a volte il dubbio mi assale: meglio maturo gentiluomo o vecchio stronzo?
Il dongiovannismo è un mestiere serio. Non scevro di rischi, nella sua essenza, è circolare ed insoddisfacente. Prodotto alto della volontà e dell’intelligenza, si nutre di perenne ricerca, essendo la conquista, il fine che esaurisce il piacere. Come se ne parla oggi se ne svilisce l’impegno, paragonandolo alla quotidianità amorosa giocherellona.
Meno nobile, diversa, ma attraente, è la condizione dello sciupafemmine. E molti vorrebbero praticarla, non conoscendone i rischi e soprattutto l’impegno. Inizialmente tutto sembra semplice: captare la disponibilità, condividere, lasciare, poi riprendere il ciclo con leggerezza, ma che fatica mantenere il ruolo, la capacità e la fama nel tempo. Per questo, lo sciupafemmine, dopo i fasti iniziali, ha la convinzione che le femmine lo sciupino e vorrebbe essere finalmente lasciato in pace.
Detto ciò, con buona pace della linguaccia Minnie, non appartenendo né all’una né all’altra categoria summenzionata, affermo sin d’ora che non parteciperò ai loro eventuali scioperi di protesta.
Continua,
ogni giorno.
Continua
La strada è un serpente, scaglie di macchine che ondeggiano piano. Caldo, ancora caldo e la coda si muove a scatti. Non c’è razionalità nelle code, ovvero c’è, tant’è che in matematica si studia la teoria delle code, ma la teoria oggi non serve per andare avanti. E come lo spiego allo strombazzatore, che rompendo i timpani, non si avanza? Eccolo che sgomma e supera: pace. Lo ritrovo fermo con la polizia, 100 metri avanti ed una leggera soddisfazione allevia l’attesa. Comunque di questo passo saremo al mare in tre ore.
Maria, al telefono mi chiede di passare da lei. Maria è la mia ” badante”, quella che una volta alla settimana mi scrive:”ma quanto siete bravo, signor roberto, avete pulito il bagno, ho cambiato i lenzuola, i asciugamano e non tolgo la polvere dai libri. Ma quanti libri avete, signor roberto, si vui non li toliete da terra, come facio io a pulire?” eccetera. Abbiamo una letteratura epistolare soddisfacente tra noi, anche se sui detersivi la deludo sistematicamente perchè mi propone marche inesistenti al super sotto casa. Oggi la cosa è riemersa quando sono salito da lei: ” si vui non mi date detersivo come facio a pulire”… “Maria, quella marca non la trovo”… ” come no la trova, basta andare al magazino all’ingrosso e si trova”… ” Maria, me ne vendono 20 litri e ci impiego tre ore tra andare e venire, ti pare sano che mi riempia la casa di taniche di detersivo? “… ” fate cumi vulite, io pulisco con quelo che trovo”… ” ecco brava, fai così”.
Ma non sapevo che oggi per gli ortodossi è pasqua e che Maria aveva preparato il pranzo tradizionale Moldavo. Sono riuscito a cavarmela in tre ore, un litro di vino di casa che non fa male, solo sonno, 5 portate per assaggiare. Il mare se n’è andato, ho optato per il giro in bici. E lungo il fiume c’erano macchine e tavolate, musiche balcaniche, arabe e rock ucraino, partite di calcio plurilingue. Avete mai pensato che uno sport come il calcio ha regole universali e che chi gioca non occorre conosca la lingua del compagno o dell’avversario. Infatti c’era un fiorire di “pasa, pascia, passa…” e scoppi di risa per i tiri sbilenchi. Ed io a cosa pensavo? Al fatto che nel veneto della lega, ci sono extra comunitari dappertutto. Che appena questi avranno la cittadinanza voteranno per la lega, che la loro crescita demografica molto più veloce rispetto a quella indigena, modificherà abitudini e festività. I musulmani osservanti non lavorano il venerdì, ma come fanno in conceria nelle valli dell’Agno, lavorano la domenica. Quindi meglio gli osservanti. Che sosterranno i consumi di noi inappetenti, anche se gli involtini fritti nella foglia di vite e in quella di cavolo, non li ho ancora digeriti. Che Georghe, con tutti i suoi, otto tra fratelli e cognati, tifa per il Milan e dice che Berlusconi è un bravo presidente. ” del Milan” gli dico io. ” e che fa, del Milan, dell’Italia: è la stessa cosa, no?” E capisco che Georghe è più integrato di me.
E’ bella la pianura veneta, i colli sono vicini e in bicicletta si vedono bene i campi in sfarzo di primavera. Ci sono estensioni grandi di colza, con un mare di fiori gialli che ondeggiano. Saranno gli aiuti comunitari che hanno orientato la semina: qui ormai si produce quello che decidono a Bruxelles. Solo le vigne resistono come cultura autoctona stabile. In questi campi lavorano tanti extracomunitari, lo fanno bene, senza paura per la fatica. Chissà se saranno loro i futuri contadini di questa parte di Italia. Ne parlavo con un sindaco neo eletto in parlamento per la lega, dicendogli che mi pareva incongruente voler cacciare i “foresti” a parole e poi affidargli i nostri cari, gli anziani, giorno e notte. Non capire che tutta la manualità dai campi alle officine (non è casuale la citazione) si sta trasferendo su altre braccia che non sono nostrane. Che il futuro è fatto di convivenza e rispetto reciproco. Mi ripete la litania dei regolari, del rispetto della legge, delle regole che valgono per tutti. Sono daccordo e se magari la smettessimo di pagarne la maggor parte in nero, non sarebbe meglio?
La giornata è bella, il sole scalda, i pensieri di rivincita politica possono attendere: abbiamo 5 anni per capire e per crescere.
Siamo vivi e combattivi e digeriti. Vi pare poco?
Da molto tempo ho un cattivo rapporto con gli auguri dal significato religioso, nel senso che non hanno per me significato. Non mi muovono nulla, si riferiscono a cose che guardo e limito al rango del conoscere comprensivo. Mi interessa, sono curioso: la notte di natale ero in piazza san Pietro per vedere le persone in attesa. Ho anche cercato di entrare in chiesa, affascinato dalle luci, i canti, la ritualità. Era interessante, ma capisco che chi crede ci trova cose e sensazioni che non mi appartengono.
Questi giorni di festa pescano nel miei ricordi di ragazzo, nelle preesistenze dei campanacci agitati per scacciare presenze maligne, nel fascino e nella potenza di formule latine e greche che chiedono conto del male fatto, nell’uso della tenebra e della luce. Qualche anno fa ero a Ratisbona la notte di pasqua e sono entrato in cattedrale. La chiesa era immersa nel buio, gremita e silente. In mezzo all’abside, illuminato da un cero, il lettore si rivolgeva al vescovo e al popolo, scandendo le parole. Poi l’esplosione del gloria e della luce: una saetta ha attraversato le navate diretta ai sentimenti e ognuno ne ha ricavato il suo. E’ stato emozionante, ma mi fermo a questo livello di sensazione profonda.
Capisco che le feste per chi ha fede hanno altri significati, epperò non è il mio bisogno. Sarà per questo che gli auguri mi mettono a disagio come una formula vuota. Che faccio, uso la formula degli auguri astronomici, assolutamente incomprensibili? No, amici cari, vi auguro di passare tre giorni allegri, con bel tempo e buona compagnia. E poi ciascuno ci aggiunga ciò che conta.





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