Willyco

in alto, senza parere

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il parente

Era fuori luogo vantarsi dei figli, o degli altri parenti prossimi, la discrezione e il tener serrato l’orgoglio faceva parte dell’educazione. Era un eccesso, i figli crescevano con l’idea che nulla o quasi fosse sufficiente, che ci fosse sempre un obbiettivo più in alto da raggiungere, che la considerazione delle madri e dei padri fosse surrogata dall’amore, quello magari non mancava, ma i risultati erano altra cosa. Quindi mai fermarsi, mai essere contenti, cercare di eccellere, poi dipendeva dalla riottosità di ciascuno, dall’indole, come si diceva allora. E quella, l’indole, a ceffoni o altre punizioni, si correggeva. Era troppo, ma non guastava quella discrezione che teneva nel circolo delle parentele e degli amici l’evidenziare i meriti, con qualche mezza parola, qualche apprezzamento. L’ostentazione era espressione di volgarità. A questo sfuggiva il parente, da citare come esempio, e a seconda di chi comandava c’era sempre un congiunto, più o meno lontano, da ascrivere alla parte in auge nel comando. I nonni e i padri socialisti, furoreggiavano, anche i liberali, però vecchio stampo si sottolineava, non mancavano. Una curiosa prevalenza di ascendenze che, vista la frequenza, di certo avrebbe dato a queste formazioni politiche la maggioranza del paese, ma visto che non era stato così, forse tutti questi padri pensavano ad altro, Più occulti, c’erano quelli che, nel cuore, erano sempre stati da quella parte, non importava quale, ma da quella parte, quella dell’interlocutore, ed era quella che li aveva sempre guidati. Anche nel segreto dell’urna, certo. Misteriosamente assenti, o espunti, i fascisti. Strano per un paese che nel 1940 aveva 75.000 antifascisti censiti dall’Ovra e il resto? Probabilmente allora, come adesso, l’antipolitica e l’indifferenza erano la vera maggioraanza del Paese. Ma di queste cose si parlava poco, casomai c’era la piazza per manifestare la curiosità e la presenza politica, a volte il bar, l’osteria, le case erano più riservate.

Sui successi familiari prossimi, c’era il riserbo, anche la scuola veniva derubricata nel: va bene, è stato promosso. Le bocciature erano un’onta, non un’occasione per capire di più, quel figlio riottoso. Era importante non mostrarsi troppo e il non vantarsi, era un bel tratto di non chalance, di stile. Forse per questa educazione, anche adesso, mi disturba il parente esibito, l’ostentazione che spesso dietro l’ illustre, riscatta i tentativi maldestri d’essere poco riusciti. In fondo è facile trovare schermi esterni e senza scavare troppo, tutti abbiamo di chi gloriarci gratis, anche se trovare chi ha fatto del bello, oltreché del buono, magari, è più difficile. Basta? Noi, di quali glorie discutiamo con noi stessi, cosa vorremmo davvero esibire? Nell’epoca dell’autostima, delle prestazioni incrementanti, vendersi bene fa parte della considerazione di sé, ed invece l’intraprendere silenzioso è messo in disparte. Sarebbe bello dire pianamente ciò che si è, non richiamare alle armi i parenti che hanno fatto quello che noi volevamo fare, mostrare la fatica, le mani, i sogni sognati e affermare sollevati: ci provo, vivo, a volte m’è piaciuto.

tilt

Il dottore la prendeva mettendole le mani ai fianchi, lei ferma sulle gambe e lui, sinuoso, muoveva le anche, la assecondava, con le spalle che assumevano un ondeggiare di danza. Non si girava mai, a volte si stendeva su di lei, alla fine soprattutto, e l’impressione era quella di un rapporto intonso, esclusivo. Il dottore, studiava medicina, giocava malamente a poker, fumava e tossiva molto. Il suo amore per il flipper era assoluto, e nel flipper versava gran parte del suo mensile di studente fuori sede. Eravamo in tanti innamorati di quella macchina, ma non con lo stesso trasporto e infatuazione, Il nostro era un amore a singulti, alimentato dal fascino sensuale che partiva dall’immagine, dal cinguettio dei rimandi elettromagnetici, dalla neghittosità che la pervadeva nell’essere violata. A noi piaceva vincere subito, di forza, e si vinceva una o più giocate, per il dottore, invece era un coito che aspirava ad essere perennemente sospeso. La sua passione era condurla sino ad un momento prima del limite che sospendeva la partita, il tilt, come fosse una questione di danza, di movimenti accompagnati. Nel bar c’erano due flipper, lui giocava sempre con lo stesso, quello che aveva una bella ragazza in mostra, vestita da cowgirl, con le luci in posizioni strategiche. Quando si giocava a poker, i flipper disturbavano, spesso li staccavamo, ma se c’era lui, ci si adattava. Credo per rispetto e per imparare. A volte si sospendeva la partita per guardarlo. Chi ha giocato con i flipper elettromagnetici mi capisce, non era solo questione di rimandare una bilia d’acciaio con le palette, ma di controllarla, accompagnarla facendola partire per trajettorie diverse. L’abilità consisteva nel far scorrere la bilia sulle palette sino al punto giusto e poi farla schizzare. E il sogno era che i funghi, si illuminassero a ripetizione suonando, che la bilia restasse imprigionata in un gioco di rimandi, che oltre ai punti, vorticosi di suoni, le trajettorie la tenessero in gioco. In eterno. Il dottore era un asso, nel trovare un accordo con la macchina, nel far volare quella bilia, tra funghi, ostacoli, molle, lampadine, elettromagneti, come fosse sospesa, fermando il tempo, mentre tutto avveniva con una velocità incredibile. Raccontavano di tarature delicate dell’interruttore del tilt, e pareva l’aggeggio, fosse una goccia di mercurio sospesa tra due  contatti, che chiudeva la partita, se agitata troppo, quindi bisognava muovere la goccia, senza vederla o sapere dov’era, sino all’ attimo prima del contatto. E si diceva, che per lui, per il dottore, dovessero tarare ogni volta con più precisione, per impedirgli di vincere troppo spesso. Favole da bar, quel che è vero, è che lui ci parlava davvero con la macchina, a bassa voce, non con le nostre imprecazioni, con gli scossoni e i pugni, lui, aveva la macchina sui polpastrelli, sui palmi, nella testa e la muoveva con forza gentile, suadente. Preso, presa.

Tilt è stata la prima parola inglese di cui ho capito davvero il significato profondo. Mi è tornata in mente, qualche giorno fa, quando ho letto della morte da centenario, di Steve Kordek, uno degli inventori del flipper. Era una parola, allora, molto usata per definire uno stato in cui spesso precipitavamo davanti alle difficoltà, ma non era definitivo, era un momento e poi la partita ricominciava. Anche nella vita, cosa non da poco.

Il dottore si è laureato, un po’ tardi, uno sfigato direbbero adesso, ha fatto il cardiochirurgo, il primario. Mi piace immaginare nella sua casa, un vecchio flipper in soggiorno e che le sue mani abbiano ancora lo stesso amore.

‘a fritola

A fine gennaio, veniva preannunciato con piccoli conciliaboli di donne: se fa doman dopo pranso, bisogna ‘ndare comprare  ( si fa domani dopo pranzo, è necessario fare gli acquisti). E mia mamma o mia nonna compravano pinoli, uva passa, cedrini, lievito di birra.  E noi capivamo che si preparava la gioia vera del carnevale. Era l’altro versante delle mascherine di cartone portate sul viso, dei coriandoli sul cappotto, delle stelle filanti multicolori, di tutto quel fingere dei bambini votato all’esterno, alle corse, al fatto di non vedersi davvero, ed invece essere ciò che ci pareva, quell’essere altro che cessava sulla porta e mutava in casa, perché il carnevale continuava con i grandi e i piccoli assieme a tavola davanti alle frittole, o meglio in dialetto: ‘e fritoe.

La ricetta di casa era quella veneziana modificata, conservando quel tripudio di passa, cedrini e pinoli che venivano incorporati nell’impasto di farina, zucchero, lievito, un rosso d’uovo e un bicchierino di grappa (e qui interminabili discussioni come per il latte), lievitati e lasciati riposare la notte nella terrina coperta vicino alla stufa.  In campagna, ed anche a Venezia, si friggevano nello strutto fresco del maiale macellato a dicembre, spesso mescolato con dell’olio di semi. In città, da noi, solo nell’olio. Era una magia vedere che da un cucchiaio di pastella prendeva forma una palla che si gonfiava, prima bionda e poi bruna, rigirata e tolta prima che scurisse troppo e messa su carta paglia ad asciugare. Spolveravo di zucchero grosso, e mangiavo ancora bollente. La nonna mi allontanava con una frittella per mano, le frittelle dovevano aspettare i grandi. Solo a volte si mangiavano calde, ‘a fritola xe bona calda, e giù che i grandi ridevano, noi non capivamo visto che eravamo gli unici a mangiarle appena cotte e ci chiedevamo perché non le facessero al pomeriggio per gustarle calde. Allora spiegavano che non si poteva, sia per la quantità e le attese, perché era bello offrirlo e c’era il problema dell’odore di fritto da non regalare agli ospiti A noi invece lo regalavano l’odore ed eravamo felici portatori de spussa de fritoin,  che ci avrebbe seguito su abiti e cappotti per un paio di giorni. Mica mi dispiaceva, pur zitto, l’odore avrebbe testimoniato al mondo che avevamo mangiato fritole e galani.

I galani, erano un complemento, rispetto alla regina fritola, ( la frittola era il dolce veneziano per eccellenza, diffuso dall’Istria a Milano, assieme alla Repubblica, ma questo l’avrei saputo molto dopo ) più rapidi d’impasto, tirati sottili come sfoglia da tagliatella, venivano tagliati a rombi e fritti in poco tempo, subito tolti e messi a cedere anch’essi olio alla carta e spolverati di zucchero.

Due scuole di pensiero si dividevano nel pomeriggio e come per le permutazioni, si frangevano in molte varianti che consideravano con convinzione od orrore le alternative. I veneziani non mettevano latte e uova nelle frittelle, vino bianco al posto della grappa, ma noi eravamo di terra, non d’acqua, da noi esistevano, sia pure in campagna  galline e mucche  e vigne per cui, sia pure i quantità modiche, venivano aggiunti tutti, quasi a dispetto dei veneziani che avevano tolto la libertà ai padovani 500 anni prima.

Anche i galani (qui la grafia dialettale è inesatta, la tastiera non soccorre perché servirebbe la l tagliata essendo aspirata, e poi ci sono posti dove si aspira di più e altri meno, per cui grande è la confusione sotto il cielo piccolo del Veneto,  ma un veneto non dice galani, ma ga’ani e così fa scoprire da dove viene),  finché si gustavano, suscitavano discussioni non da poco, per cui c’era chi apparteneva alla scuola della bolla piccola e fitta su pasta sottile e c’erano altri di parere opposto che sostenevano la bolla grande e friabilissima su pasta leggermente più grossa, altri ancora invertivano lo spessore della pasta con le bolle di preferenza. Si diceva, se ciacolava per asserzioni, più che per opinioni.

Su queste discussioni e molto d’altro si perdevano i grandi, io asciugavo l’olio delle dita, sui quaderni e sui libri di scuola e nell’unto da ceffoni perdevo me stesso.

p.s. allego la ricetta di casa:

250 g di farina 00

15 g di lievito di birra

50 g di uva passa ammollata nel latte

50 g di pinoli

una manciata di cedrini (questa cosa della manciata mi piace, facciamo 50 g per capirci)

poco zucchero, 50 g sono sufficienti

un rosso d’uovo

scorza di limone grattuggiata

un bicchierino di grappa

Si scioglie il lievito in acqua tiepida assieme allo zucchero mescolato con il tuorlo d’uovo, si aggiunge la grappa e la farina con poca acqua. Si mescola a lungo finché le bollicine in superficie ci dicono che sta lievitando. Si lascia riposare coperto in un luogo caldo. (a casa mettevano la terrina vicino alla stufa tutta la notte)

Quando è lievitato bene, circa il doppio del volume, si incorpora l’uvetta, i cedrini il limone grattuggiato, i pinoli e il poco latte dell’ammollo, si impasta tenendo la pastella abbastanza fluida. Si frigge in olio bollente lasciando colare a cucchiaiate, si gira e quando è marrone non troppo scuro si toglie e si scola su carta assorbente. L’abilità è il cuocere dentro e fuori senza bruciare.

A casa si spolverava con zucchero grosso, adesso si preferisce lo zucchero a velo, a me piace quello grosso.

foto d’interno con famiglia

Quasi tutti hanno gli occhi chiusi o altrove. La macchina fotografica è entrata nella casa, già ha modificato i rapporti tra l’apparire e l’essere. Atteggiarsi è più importante per dare misura dell’essere consoni al ruolo. Ognuna di queste persone ha una vita propria diversa. Siamo in Spagna, prima della grande guerra. L’interno è quello di una casa borghese, già si è superato il limite dell’affetto ottocentesco, il lei appartiene più ai genitori che ai figli. Il giovinotto segna il distacco pur mantenendo il legame. La posa, la camicia con il colletto rigido , il panciotto dal taglio elegante, lo fanno più adulto e un po’ zerbinotto. Ha già avuto le sue esperienze, i suoi amici lo attendono al caffè, è in apprendistato per il vivere.  In Spagna ci sono i casini, i circoli dei borghesi, dei nobili, della caccia e via dicendo, ma fa fatica ad espandersi il cabaret, soprattutto in provincia. La ragazza si affida alla casa, ai genitori, le troveranno un marito, ma i suoi occhi diretti, gli unici che guardano l’obbiettivo, fanno presupporre una ingenuità, mista a coraggio. Forse il marito lo proporrà lei, anzi il pensiero è già presente. Si esce di casa presto, per maritarsi e per riprodurre l’agiatezza da cui si proviene. Lo status è un contenitore in cui le vite si sviluppano, un incubatore. Sopra l’ottomana, simmetrici ci sono i ritratti dei nonni, probabilmente entrambi morti, sono numi tutelari del ricordo di ciò che si è. I genitori sono intorno ai quarantanni, forse più giovani considerata l’età dei ragazzi, ma già molto maturi entrambi, infagottati negli abiti che diventano corazza verso gli altri e verso se stessi. I mobili, la tappezzeria, l’ampiezza della stanza e le suppellettili, testimoniano una condizione agiata. Adesso possiamo chiederci quali pensieri si aggirano nelle teste, quanto il fotografo abbia celato nel mestiere e quanto abbia lasciato trasparire nelle pose, nella noncuranza del marito sul bracciolo, nel comporre un ritratto rassicurante, che si avvicina più a quella del pittore che a quello di chi ruba lo sguardo e il lampo di pensiero. C’è un’apparente calma e unità, ma avverto una tensione che diverge, ogni persona ha un obbiettivo proprio. Quella che sembra con meno futuro, ovvero con un presente solido da riprodurre, è la madre. E’ ancora nell’altro secolo e la figlia cerca in lei l’affetto, non lo specchio. I due uomini si stanno rincorrendo, il padre tiene a bada, ha un buon controllo della situazione familiare, il figlio avrà le libertà che lui deciderà. Complessivamente l’affetto circola, non sono assieme per caso, la fotografia deve testimoniare un’unità, un come eravamo che sia esemplare. Se ci riesca o meno poi ognuno è libero di pensarlo. Mi interessano i pensieri, li sento tutti diversi, l’unità è il vincolo familiare, ma le vite divaricano. 

storie: tre

Era una zattera, una immensa zattera fatta di materassi e noi eravamo stati su una nave che ricordavamo, ma che era lontana nel tempo e nello spazio. Eravamo caduti dalla nave e finiti sulla zattera, approdata in quel magazzino gelido in cui non c’era nulla da fare. Avevamo contato i materassi, erano centinaia, impilati l’uno sull’altro, fin quasi il soffitto, per decine di metri di lunghezza. Dopo pranzo salivamo sulle pile, avevamo fatto una scala spostando i materassi, e dormivamo. A 5 metri da terra, immersi in un freddo che non aveva fine, seppelliti di coperte che non scaldavano, dormivamo. Non c’era nulla da fare, solo il bujo ci poteva riconsegnare alla vita comune, e dormire era un modo per far passare il tempo. Scendevamo dalle pile quando il freddo aumentava, il tetto era pieno di buchi e topi, e tirava assieme, aria, squittii e fumo. Quello nostro e quello della stufa. Allora scendevamo e, noi quattro, intorno a una stufa arroventata, bevevamo thé. Non ho mai bevuto così tanto thé in vita mia, a litri, per scaldarci, in bicchieri di vetro. A volte facevamo il caffè, con la stessa cuccuma. Teneva un litro e mezzo, era rossa, smaltata, smalterie di bassano, come quella che avevo a casa quando ero sulla nave. Il caffè veniva aggiunto a cucchiai, lo rubavamo in cucina, e poi bolliva a lungo e noi bevevamo, aggiungevamo acqua, bolliva e bevevamo. Per la stufa, andavamo a rubare legna e carbone lungo la ferrovia, appena oltre the wall, erano travi da segare, antracite che faceva un fumo terribile, tutto trasportato a mano, accumulato tra i materassi, nascosto. Mi pareva di essere in un campo di concentramento, ma non era vero. La sera potevamo uscire. Eravamo solo caduti dalla nave e su quella immensa zattera di materassi, dovevamo navigare durante il giorno. In due mesi avevo prodotto un foglio dattiloscritto, era già troppo. E lo stile non era dei migliori, ma mi sarei fatto, disse il maresciallo, perché i concetti c’erano, le doppie pure, erano le virgole che erano poche.  Da lì capii che la vita era a singulti, per frames talmente brevi che le storie dovevano aprirsi e chiudere nello spazio di un oggetto. Erano quelle storie e quelle vite che mettevo accuratamente a lato, che espellevo da me in continuazione. Io non ero lì, non ero in quel posto di detenzione con libera uscita, potevo volare, essere sulla nave da cui ero caduto e che sarebbe tornata. Asylum, era un libro di cui discutevamo, potevamo farlo, in fondo non eravamo lì per caso. Forse sembrava a noi, ma in realtà esistevano i reparti disciplina. C’erano troppe coincidenze. Eravamo tutti vecchi, come si poteva essere vecchi a 24 anni allora, tutti soldati semplici per scelta, comandati da ventenni. Confrontando le storie, emergevano assonanze, quasi tutti studenti universitari, alcuni sposati, qualche disertore riacciuffato. E noi quattro, che rappresentamo mezza Italia, ma dello stesso colore, dovevamo rigare diritto. O arrangiarci. Noi c’eravamo rifugiati sulla zattera di materassi, altri nuotavano altrove. Una vita parallela così forte non l’avevo mai conosciuta, con regole che mutavano le visioni del mondo, violenze strane ed assurdità che diventavano normali. Per questo si parlava di Asylum, anche se bastava varcare il portone per essere fuori. Ma non eri fuori, la diversità ti seguiva, non eri più come gli altri.  Da qualche parte facevo il 5° anno di ingegneria, da qualche parte ero sposato, da qualche parte mi interessavo di sociologia e del mondo che mi stava attorno, forse ero lì per questo, oppure non c’era un nesso tra le cose. Continuavo a chiedermelo, mentre mi mandavano altrove, sul confine orientale. Il freddo mi seguiva ovunque, anche nella nuova fortezza Bastiani. Ero diventato strano, con una doppia vista, vedevo tutto dall’alto e da vicino ed era insieme grande e piccolo, vetrino e ricercatore. Non andava bene, quando tornavo non mi riconoscevano del tutto, capivo che per sopravvivere dovevo ritrovare la nave od almeno imparare a nuotare. Era il mio primo naufragio, e se lo ricordo ancora così intensamente, è perché, parlando tra noi, ci salvammo con fatica, quasi tutti. 

Non so gli altri, ma sentivo che qualcosa era finito, e non sarebbe più tornato. Ed era davvero così.

storie: uno

Io che scrivo di notte, non sempre ho le idee chiare, e quanto ho scritto è lungo e neppure finito, quindi arriverà a puntate, e chi avrà pazienza, memoria e intuito rimetterà assieme il tutto. Forse.

La comincia così: avevo quasi 10 anni, li avrei compiuti dopo poco. I miei (le donne dovrei dire), mi lasciavano andare da solo ai giardini grandi. Quelli dell’arena, dove c’è Giotto. Io c’ho giocato in quella chiesa, voglio dire dentro, tra gli affreschi, e anche tra le rovine degli Eremitani dove era andato a pezzi il Mantegna, c’ho giocato per anni, ma questa è un’altra storia. Lungo la mia strada per arrivare ai giardini, c’era un palazzo nuovo che aveva sostituito una fila di case basse. Erano case belle, lungo il canale, come la mia, ma vecchie ed ormai fuori dell’idea di città che nasceva. Questo nuovo, era un palazzo alto, con un portico grande, pretenzioso. Il pavimento del portico era a tessere di mosaico multicolori. Nessuno aveva un pavimento così all’esterno e non era possibile giocarci evitando le commessure e neppure scriverci col gesso, ma si poteva correre e poi scivolare sulle suole e pensare all’estate che già invadeva la fine del maggio. Tutto era così nuovo, la libertà di andare, il primo caldo, la città che mutava, che si poteva lanciare il pensiero assieme alle gambe. Anche a quel fratello che era più grande e si prendeva tutte le palle che ti venivano regalate, oppure agli amici che avresti trovato ai giardini, alle corse, al sole nuovo nuovo, al compleanno. alla scuola che finiva. Si poteva pensare che i giochi del pomeriggio erano ancora intonsi, nuovi da scartare, come il panino in tasca. E si poteva cantare. E stavo cantando, cambiando le parole, mentre scivolavo sul pavimento a tessere multicolori fino a fermarmi di colpo. Un pensiero nuovo si era fatto strada e non assomigliava a nulla di pensato prima: ero felice per tutto quello che sarebbe successo, ma era finita la mia fanciullezza. Non ero più un bambino e la vita non sarebbe più stata solo giochi, piccoli doveri, amore dei miei, coccole e ceffoni. Sarebbe stata altro che allora non capivo, sentivo però che era finita e il dopo avrebbe avuto più peso, più responsabilità. Questa consapevolezza non mi avrebbe più abbandonato e il gioco fantasia/responsabilità avrebbe visto una natura prevalere sull’altra. Successivamente a questo ci sarebbero stati almeno altri quattro momenti altrettanto importanti e ogni volta la stessa consapevolezza che qualcosa finiva mentre altro iniziava. La differenza rispetto a quel primo momento fu che i successivi non sarebbe avvenuti perché era ora, ma perché altro li avrebbe determinati. Ma questo lo capii poi.

In quel pomeriggio di sole, sotto quel portico che percorro ancora, ci fu un bivio ed io presi una strada, che con tutte le sue svolte non è mai tornata indietro e non ha mai avuto altro bisogno se non il riconoscerla come propria. Ma quel roberto, allegro e ricco di immaginazione, che pure c’era ed era ben lieto di uscire allo scoperto non era chi pensava di essere in quel momento. C’era, era una parte, ma non era tutto e così ho accettato di divenire un cantiere, una costruzione con due nature. In fondo tutti assomigliamo a palazzi importanti, così è per noi almeno, con una facciata che dice chi siamo a quasi tutti gli altri ed un cortile in cui far riposare carrozze e cavalli e che ci parla di noi a noi stessi. L’importante è che la distanza tra queste due nature non sia troppo grande, che l’una non racconti cose che l’altra non tollera. E qui mi fermo, la storia continuerà, divagando e senza pretese di obbiettività.

la rotta

E’ uno dei primi ricordi di cui mi resta memoria, segno che scavò un suo posto senza bisogno di ragionare. C’era un muro di sacchi di sabbia  tutt’attorno la cappella degli Scrovegni. Appena dietro, un lago d’acqua enorme, mai più veduto, che invadeva il teatro dei miei giochi di bambinetto. Con mia nonna, aggirammo il parco, passando sul ponte del corso, guardando attoniti, l’acqua invadeva l’intera luce delle arcate, fin davanti al teatro, sulla riva opposta. Di lì si vedeva l’acqua tracimata, il fiume interno che si era creato invadendo prima la “maresana” e poi le mura. Quelle mura avevano retto alla lega di Cambray ed ora erano impotenti, ma io mica lo sapevo, mi pareva così meraviglioso e naturale che ci fosse tutta quell’acqua grigio/marrone con chiazze arcobaleno, che correva ed allungava le dita, invadendo erba e pietra. Sciacquava piano, senz’onde quasi, e correva dove di solito io correvo, riunendosi più a valle, in posti in cui la nonna non mi lasciava mai andare. Era libera quell’acqua, più di me. Di tutto questo mi è rimasta l’immagine fotografica, il senso di stupore e le parole concitate dei grandi. La sera, a casa, la radio parlava del Po, della preoccupazione che era quasi una invocazione, una preghiera: basta, prima la guerra, poi la miseria di questi anni difficili e ancora disgrazie, basta. Non c’erano punti esclamativi, rassegnazione piuttosto. Quella notte il Po, ruppe, tracimò, invase, uccise, spostò popolazioni già provate in un esodo che per molti non ha avuto ritorno. Si riempirono le campagne e le città, di povera gente, donne, bambini, uomini, per lo più braccianti. Sfollati, loro che avevano accolto durante la guerra, chi fuggiva dalle città, erano adesso, erano ospiti d’altri. Si aprì una catena di solidarietà che coinvolse l’intero paese, anche noi demmo qualcosa, tra poveri ci si capiva allora. Per molto tempo la ferità divenne l’incubo annuale delle piene d’autunno. Poi, come accade per i disastri e le guerre, la memoria degli altri rimosse, coinvolta da nuove sollecitazioni e disgrazie, come se ciascuna disgrazia non fosse un problema a sé. Ne sanno qualcosa gli abitanti dell’ Aquila, che anche senza terremoti scompaiono dall’attenzione comune. A sessant’anni da quella che fu la più grande alluvione del Paese non c’è sicurezza che non possa riaccadere, ma forse non è neppure questo il problema maggiore. La tragedia ulteriore è la rimozione dell’accaduto, del dolore e del rivolgimento sociale che ne conseguette. Molti polesani andarono in Fiat, in Falk, nelle grandi fabbriche del nord, molti diventarono altro da sé, spinti da una forza che non aveva mediazione umana e quello che mi chiedo, anche in questi giorni in cui i giornali non hanno ricordato, e solo radio tre, si è cimentata con l’analisi e la memoria, quanto pesi non avere una memoria collettiva che tenga il disastro e la solidarietà, i singoli e la collettività nel nostro essere uomini. Tutti i giorni uomini, non solo quando qualcosa ci tira per i capelli.

Era il 14 novembre del 1951.

Beethoven in galera

Per qualche anno la mia azienda, regalò dei concerti di musica classica alla città. Era un modo per dividere, con i cittadini, una parte dell’utile del nostro lavoro. L’esperienza fu bella e particolare, tanto da scordare la fatica dell’organizzazione. E vi posso assicurare che regalare qualcosa, non è facile. Di questi concerti esistono le registrazioni e l’edizione su cd, ma di uno esiste solo una copia del filmato. Vorrei parlare proprio di questo.

Il solista era un giovane pianista russo, Evgheny Brakhman, vincitore di importanti concorsi internazionali. Un virtuoso di talento. Doveva fare tre concerti con noi.  Chiedendo aiuto per l’organizzazione, emerse una possibilità: un concerto in penitenziario. Per fare queste cose occorre una buona dose d’incoscienza, ovvero affrontare i problemi man mano si presentano. Noi avevamo l’incoscienza; chi ci aveva fatto la proposta era una cooperativa che lavorava con i detenuti, loro si preoccuparono dei permessi. Noi del resto. Tralascio spiegare cosa significhi portare un pianoforte da concerto in un carcere, comunque si arrivò al giorno.

Era pomeriggio, un sole caldo di maggio. Noi, gli esterni, eravamo una dozzina. Controlli, corridoi, rumore di cancelli che si chiudevano alle spalle. Ma mano si procedeva, si entrava nel ventre d’un animale che viveva, digeriva, graffiava la pietra per rifarsi le unghie. Ma erano i suoni che accompagnavano, i clangori del metallo, i passi, il silenzio fatto di strisce di rumore parallele e noi, alieni, che ci muovevamo in un mondo messo da parte.

La sala era un piccolo anfiteatro, il pianoforte al centro, poi gradinate di cemento fino alle finestre a sbarre in alto. Sedemmo in prima fila, intorno c’era il vuoto. Evgheny era andato a mettere l’abito da sera. Ricordo il tono dei discorsi, qualche parola imbarazzata come i risolini che alleggerivano la tensione d’essere in posto rimosso dalla testa. Il capo delle guardie spiegò che nessun detenuto era obbligato a venire, avevano parlato della possibilità il giorno prima, durante il pranzo. Poteva non arrivare nessuno. E invece poco per volta la sala si riempì. Circa un centinaio di detenuti presero posto. L’attesa sembrava importante più per noi che per loro, che chiaccheravano tra loro. In più lingue e dialetti, la sala era piena di voci. Quando entrò Evgheny calò il silenzio. Di colpo. 

Da quel momento il suono e il silenzio cominciarono a dialogare. Il tempo e la vita altrove erano in quella sala, riuniti in qualcosa che apparteneva al mondo esterno, ma era lì, condiviso come accade in una sala da concerto. Quando si ascolta musica a teatro, ognuno prova sensazioni proprie, eppure l’unità della sala si ricongiunge sul palcoscenico, un cono d’attrazione che preme e riceve dal concertista. Ebbene la stessa magia dell’uno e dei tanti si era riprodotta nella sala del carcere. Il programma non era ridotto, era un normale concerto in due tempi. L’ultimo pezzo era la tempesta di Beethoven. Ero un po’ preoccupato per la qualità dell’accordatura del piano, per la temperatura, per la difficoltà e l’emozione che doveva emergere. Ebbene, non ho mai sentito Brakhman suonare, con tanta determinazione e chiarezza. Alla fine ci fu un silenzio che seguì l’ultima nota e poi l’esplosione dell’applauso. Lungo, forte, con richieste di bis, e persone che scendevano dalle gradinate e attorniavano il pianista in piedi, e lo toccavano, volevano abbracciarlo. Le guardie erano preoccupate, dividevano, allontavano. Venne presa la decisione di riportare i detenuti in cella per sicurezza e così avvenne. 

Mentre uscivano, ascoltavo i commenti, i bravo detti a voce normale, come fosse uno di casa, le domande sulla provenienza del concertista e chi sapeva dov’era Gorki, lo diceva al vicino. Finché, improvvise, alla fine, un fiotto di parole in russo. Chi parlava era un signore sui 50 anni, alle mie spalle. E iniziò uno scambio di sorrisi e risposte che s’incrociavano, la commozione di una lingua comune, fino ad una stretta di mano che sembrava un abbraccio. Le guardie li divisero immediatamente. L’anfiteatro ormai era vuoto, conteneva solo noi. Gli esterni. Evgheny sedette, e suonò un pezzo breve: Traumerei. Era un bis  senza pubblico, anche noi eravamo in più. Era solo per l’emozione sua, per il cuore. Per questo il nostro applauso, alla fine, suonò senz’ eco.

Uscimmo in silenzio, sembrava una consegna concordata ed invece era l’emozione che durava. Dopo l’ultimo cancello i rumori, le luci, le auto, la città.

Come un risveglio nella sera.

p.s.uscendo  ho chiesto ad Evgheny se era emozionato e dell’esecuzione che ne diceva, mi rispose: emozionato? davvero tanto e  la tempesta, stasera, spero di suonarla  come oggi.

Non la suonò allo stesso modo, l’esecuzione fu meno emotiva e carica di forza. Come se una parte della forza del pomeriggio fosse stata spesa definitivamente.

I detenuti avevano avuto il meglio per un’ora, e non mi sono mai pentito che così fosse stato.

è iniziata la scuola

Da qualche giorno il traffico è aumentato, le rotatorie si saturano più in fretta. Basta metterlo in conto. Stamattina mi sono scoperto a guardare i fiori spontanei lungo l’argine, l’acquazzone di ieri li aveva lavati. Anche l’erba era brillante, alta e grassa, di quel verde giusto e irriproducibile, che non si vedeva da tempo. Un regalo per gli occhi.

Il traffico aiuta a perdersi nei pensieri. Noi guidiamo come camminiamo: automaticamente. E da quando è iniziata la scuola, come ogni anno, tutto va a rilento. Non ne capisco bene il motivo, ma ne accetto gli effetti. La mia scuola era in centro, dopo i primi anni, si andava soli. A piedi da casa. Ed era una conquista grande. I ricordi altrui annoiano, stamattina ci pensavo finché guardando il canale, le rive, l’erba. Di quegli anni mi resta molto, ma è cosa mia. Sfumature e lacche di ricordo. Ma riassumendo all’essenza, mi resterebbe il profumo di legno di cedro delle matite, l’odore buono di carta e d’ inchiostro che porto ancora con me, nelle passioni inconsulte per lo scrivere, in un certo modo e con certi mezzi. Resterebbe il buco, fatto con una gomma, in una delle ultime pagine rimaste in un quaderno, dopo aver strappato lo strappabile. Era quella maledetta parola che non veniva giusta: celo, e in quel cielo senza la i, ho versato tutte le lacrime che avevo. Resterebbe il profumo e la consistenza dei libri nuovi, che sembravano così belli e pieni di parole, giuste giuste da leggere. Ma passava prestissimo la foga d’imparare e restavano i ceffoni conseguenti.

Questo e molto d’altro resta. Intanto il traffico è sempre lento. Arriverò in ritardo anche oggi, è iniziata la scuola, capiranno.

la formazione

Finché parlavo, con distratta solennità della mia formazione, citando maestri e compagni, oppure, sinteticamente dicevo: “sa, di formazione sono un chimico e poi un sociologo”, mi veniva da ridere. Non era vero niente, non mi ero formato, l’avevo fatta franca. Solo ad ingegneria, non l’avevo fatta franca, la abbandonai, come una donna che costringe, al quinto anno, per fortuna di entrambi, ma poi (esiste il contrappasso), mi sono ritrovato a fare un lavoro da ingegnere, con ingegneri che capivano poco e avevano, fortunatamente, molta formazione. Costretto a dire ogni volta: guardi, non sono ingegnere..

Quando mi ero posto il problema della formazione (tardi, molto tardi), il dilemma era stato: posso colmare le mie lacune oppure mi dedico ad altro? Mi dedicai ad altro.

Dal gruppo di intelligenze vivide che eravamo, la vita ci ha diviso ed unito, ma con entusiasmo, siamo andati verso...

no, troppo pretenzioso sembriamo il gruppo di via Panisperna.

Del gruppo di sciammannati, copiatori di compiti e scansafatiche, alla fine ognuno ha vissuto e molti ce l’hanno fatta.

Neppure questo va bene, anche se è più vicino alla verità. Gli intelligenti, nel gruppo, si capiva chi erano, ma non ho mai capito chi davvero facesse i compiti da copiare, ed escludendo l’intervento della divinità, tra noi, un traditore dell’ignoranza, c’era.

Riproviamo:

Del gruppo di ragazzi pieni di speranze, zeppi di fantasie, discretamente arrapati ed insoddisfatti, sognatori in cerca di posto fisso in cui dare il meglio di sé, ovvero oziare e fancazziare, costretti, non per indole o per scelta, comunque a frequentarsi, si sarebbe potuto dire molto. Partendo, ad esempio, dalla necessità di un maggior uso di sapone allo zolfo, e dal miglior uso della giovinezza e del sesso. Ma non era questo che si sarebbe proiettato sul loro futuro, in realtà, ciò che sarebbe emerso nella vita era, il tragico, enorme, sbilancio tra aspettative e pratica possibilità di realizzarle. Insomma quella compagnia di sodali, avrebbe voluto fare molto, come singoli e come gruppo, ma le risorse messe in campo erano drasticamente limitate. Per censo, attitudini, composizione di desideri, obbiettivi. Avrebbe dovuto sopperire la formazione, ma qui faceva aggio la mancanza di una rigorosa disciplina calvinista: eravamo tutti cattolici in prossimità d’ateismo, credevamo nella salvazione e non nelle opere. Qualcun altro ci avrebbe riempito l’intelligenza residua, dopo il gioco di vivere, con quella formazione che suonava così bene dirla in un college inglese e così strana da noi, che al massimo avremmo diretto un reparto di fabbrica. Per dirla brevemente, molti di noi tentarono di vendere l’anima al diavolo in cambio di un minimo di onniscenza per colmare i buchi cognitivi accumulati, ma eravamo tanto poco promettenti, che nessuno rispose.

Fu così che, piano piano, maturò singolarmente, e con una strana concordanza, anche nel gruppo (strano litigavamo su tutto), l’idea  che la formazione, il sapere fatto di nozioni, accademico, era un impedimento alla libera crescita dell’individuo. Che codificando regole ed apprendere, si impediva alla fantasia e all’ingegno di stiracchiarsi dopo il lungo sonno, alzarsi con calma, prendere il caffè dell’ottimismo della volontà e poi, trionfalmente uscire nella vita, per piegarla, plasmarla, condurla verso il nuovo. Era tutto così naturale da essere inscritto nel nostro dna, e quindi perfettamente confacente all’uomo (noi eravamo l’uomo), alla sua crescita, alla sua felicità. Anche economica. Ci preparavamo duramente studiando altro, interessandoci d’altro, facendo altro. Questo gruppo, e i singoli, poteva aspirare a guidare qualsiasi cosa, era scevro di legacci, pronto all’entusiasmo ed all’azione, ma anche meditativo, quanto basta, per non aver voglia di far nulla. Una masnada di leoni (avete mai visto i leoni, non fanno nulla se non hanno fame, sono consci di sé e basta) con una  diversa fame di sapere. Ed effettivamente si studiava tutt’altro, rispetto al programma scolastico, chi azzardava lingue morte medio orientali, chi si dilettava di filosofia, altri di discipline tecnico motoristiche, tutto andava bene, purché al di fuori del normale corso di studi e vicino all’estro personale. Fosse il teatro nò, oppure il cinema canadese d’avanguardia, l’hi fi costruito in casa, la musica dei trovatori tardo provenzali, la letteratura di fantascienza sovietica. Qualunque cosa era più interessante di quelle banalità scolastiche (si pensava facilmente recuperabili), che insegnanti stanchi ci impartivano. La formazione discussa nell’etimo e nelle fondamenta, per poter davvero dire: mi sono formato. Dove, in cosa? Che domande banali: mi sono formato, adesso compratemi così come sono, se ci riuscite.

E mancava ancora tempo al ’68, leggevo Quindici, andavamo alle mostre di pittura contemporanea per guardare e fare domande intelligenti, del tipo: ma tu l’acrilico lo dai di polpastrello? ed ascoltare risposte infarcite di cioè, fumo e colpi di tosse, mangiare al rinfresco, per poi sghignazzare in osteria.

Il mio compagno di banco, copiava da me, prendeva voti migliori, dormiva fino alle 10 in classe, poi tirava fuori un panino di frittata con la cipolla e faceva colazione. A volte si riaddormentava, ma il pomeriggio giocava a biliardo da dio, voleva diventare giocatore professionista, mi raccontava del mondo suo ed io del mio. Il giorno dopo, bruciavamo assieme, per compiti e per noia, si studiava l’ultimo mese dell’anno. Non hanno capito niente, l’hanno bocciato. E’ diventato presidente della Parmalat spagnola, girava in Ferrari e, ho controllato, non era tra gli indagati. Altri, più conformisti, hanno fatto aziende, soldi, sono diventati professori, ricercatori, professionisti, politici. Hanno cercato posti fissi e sonnolenti, oppure cavalcato onde di intuizione, fatto e sfasciato famiglie, patrimoni, speranze, delusioni.

Nel gruppo di ragazzi che eravamo la formazione ha contato tantissimo, l’abbiamo evitata, ci siamo misurati, abbiamo acquisito dimestichezza con l’ignoranza, insomma, siamo figli di quella formazione.

Ringraziamenti.

Titoli di coda.

Musica. 

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