Willyco

in alto, senza parere

Archive for the category “sensibilità”

chi sarà il nostro Steinbeck?

Chi sarà il nostro Steinbeck, il Dos Passos o il John Fante di questo paese che frana? Chi sarà il Volponi, il Levi, o l’Ottieri?

Oggi, in sovrappiù rispetto al ’29, agli anni ’50, anche lo Stato è in crisi. Tutti in depressione, senza orizzonte a breve. Solo le banche ballano mentre oscilla il mondo. 

Chi descriverà tutto questo, se abbiamo perso gli operai, e non ne ha parlato nessuno. Chi parlerà, illuminerà, lascerà traccia d’un mondo che si è sbriciolato senza domande? Senza troppe domande, perché la classe media aveva troppo orgoglio per accorgersi che ne prendeva il posto e diventava proletariato. Ma proprio da quella classe media venivano, vengono gli scrittori che parlano d’altro. Forse non sanno e non vedono, oppure non sentono. Neppure dei loro vicini parlano, parlano di un mondo di pochi, un sogno che dovrebbe essere di molti.

E allora chi parlerà dei giorni uguali? Del lusso della noia, dei residui d’una generazione di reduci vissuta di ricordi e di voraci sogni. Mancano le strade di periferia, lì dove si staccavano gli operai dagli impiegati, chi parlerà delle case al mare, delle aziende che chiudono in silenzio, degli appartamenti dove si vive, venduti per pagare i conti? Chi scriverà per gli e book e per gli editori di carta, sapendo che proprio il loro mondo è fuori della realtà?

Meglio il fantasy, meglio il ricordo, meglio la thriller story, meglio il relativo, i lustrini, lo sport, l’intimismo. Meglio. Passerà. Meglio parlar d’altro.

Non resterà traccia. Non abbiamo Steinbeck, e neppure Fante, certamente non Tondelli, Levi, Calvino o Pavese. Forse non va troppo male. Non ancora.

il partigiano Johnny

Oggi ascoltavo radio tre, ad ogni programma veniva letta una lettera di un condannato a morte della Resistenza italiana. Sono riandato a quando la lettura di quelle lettere mi segnò  un percorso di vita, una parte con cui stare. Ma già allora si discuteva sul fatto che la celebrazione può svuotare di significato ciò che si celebra e se di partigiani ce n’erano molti ed il 25 aprile erano in piazza con i fazzoletti rossi o tricolore, già la liberazione sembrava allontanarsi, come accade a tutto ciò che si colloca in un luogo di tempo che non ha più relazione con noi. Emergeva una tranquillità progressiva dettata dalla democrazia e dal benessere che considerava l’evento come particolare od eccezionale: era accaduto quasi per caso, non accadrà più. In fondo cancellare la Resistenza oppure portarla a guerra civile significava cancellare anche il fascismo.

C’hanno provato, ci riproveranno.

In questi giorni ho sentito spesso evocare gli ideali di chi partecipò alla Resistenza, come fossero anch’essi passati con la stagione degl’idealismi. Tutto distante e poco attuale anche sul piano delle idee. Invece le ragioni per cui molti scelsero una strada personale difficile, con un numero enorme di morti, si tacciono, non emergono. Ebbene, quelle ragioni sono ancora tutte vive e attuali: la libertà, la democrazia, l’eguaglianza, la solidarietà, la giustizia, il lavoro, la dignità, l’unità del paese e la sua autodeterminazione, non hanno cessato di essere il presente ed il futuro per tutti noi. Semplicemente si danno per scontate, oppure ci si accontenta. Quando emerge la domanda: ma lo rifarebbero se vedessero ora com’è diventata l’Italia? Io credo di sì, perché la conquista di questi obbiettivi non si è mai pienamente compiuta e se oggi non serve più la lotta armata, l’impegno, la partecipazione sono necessari come allora.

Credo che il grande insegnamento e attualità della Resistenza sia in questo considerare possibile ciò che è giusto-

I ragazzi spesso non sanno di cosa si parla quando viene evocata la Resistenza perché le ragioni non emergono, e non hanno riferimento con il quotidiano. Il partigiano Johnny, i piccoli maestri di Meneghello, avevano la loro età ed erano in grado di sognare, volere, un futuro diverso. E lo immaginavano finché amavano, ridevano, soffrivano: non avevano rinunciato alla loro età. Gli adolescenti, i giovani non possono ricordare per sentire, ma se si collegano le difficoltà che vive la nostra società con le ragioni di allora, forse sarà più semplice per loro capire che qualcosa di importante è avvenuto e che solo una parte del percorso è stata compiuta.

scrivere con malinconia ed altri accidenti del vivere

Parliamo tanto di me, che questo poi si fa guardando il mondo e raffrontandoci in continuo con ciò che percepiamo, sentiamo, guardiamo. A questo serve scrivere parlando d’altro. E pure a dire la verità scrivendo, la mia verità. La verità non si esibisce, si racconta, è un’approssimazione della comprensione, ma la verità di chi scrive onestamente, anche quando è ipotetica, è chirurgica. Almeno chirurgica a sé, e inseguendo qualche demone, lo anatomizza, ma vuol lasciarlo vivo ed aderente alla sua verità. Ché poi è la stessa di chi scrive. La verità del guitto, invece, balla larga nei vestiti non sono suo e vuole far apparire tali.

Dirla con semplicità, la verità, ma questo è il segreto dello scrittore di rango che ammanta la semplicità di vesti e la lascia spogliare da chi conosce l’erotismo della verità.

La verità ha una sua malinconia, che supera di molto il racconto del proprio malessere, anzi il parlar d’altro è un modo per proporre diversamente la malinconia che è nelle cose. E sono le cose che ci colpiscono, che offendono; in fondo la verità è una mediazione tra un sentire e un essere ed entrambe le condizioni sono vulnerabili dalle cose. Ma restiamo in ambiti domestici: la nostra verità, che è poi bisogno, non ha specchio nel bujo del non vedersi, del non sapere chi si ha davanti. Soprattutto se si scrive come si borbotta tra sé. Il fatto di non avere specchio nello sguardo, nell’espressione, fa trovare specchio nelle parole e qui, a volte, si potrebbe usare la  perfetta ricetta dello scrittore, ovvero mistero, storia, erotismo q.b. Ma questa non è mica verità, è racconto, plot, eppure quanti tentativi maldestri di racconto auto specchiante slegato da chi scrive, si trovano. 

Chi ha lembi di storia comune si capisce per ricordi conosciuti, sensazioni sperimentate. Aiuta il vissuto che si sovrappone. Questa condizione si può trasferire anche nella relazione epistolare, che è fatta di sintonie profonde, rivelazioni intime, è un percorso di conoscenza, una relazione. Invece scrivere da queste parti, razionalizza, semplifica. Una frase in testa è fatta di continuità piene di puntini multimediali, qui spiegare tutto diventa una fatica immane. Allora si razionalizza, e si perde il succo della vita vera. Non scrivo per essere capito subito, non da tutti almeno, ma per la sintonia.

Oh beh!

questa canzone è per me la summa sublime di ciò che si può comunicare:

a ciascuno il suo

A volte penso che i carichi, presi con grande insensatezza (la generosità è tale), siano eccessivi. Lo sono perché projettano un’ombra sul mondo, sul tempo, su ciò che si vede.

Ribellarsi per tutta la vita alla schiavitù delle cose, al loro ingerirsi nella vita, proprio per il senso del dovere che merita la funzione che ricopriamo, significa rispettare le regole, ma non impedirsi di vivere. Forse si cade in altre costrizioni; penso a me che, coltivando le mie passioncelle, ho direzionato la nave tenendo equilibri che poco c’entravano con una visione usuale del presente, del mondo. L’essere fuori in realtà non pesa, è una scelta. E’ il folle che non sceglie la sua follia, ma la diversità non è un marchio d’infamia tra gli eguali, è una specialità, un seguire il demone, o il sogno che questo produce. Il problema, per non pochi, è proprio quello di avere un sogno, di alimentarlo, di svegliarsi, fare, e poi nuovamente sognare.

Qualche giorno fa, altrove, parlavo del sogno come generatore di passioni, credo sia davvero così, ma non sopravvaluto le passioni, hanno troppa letteratura in questi tempi e modificano poco le vite collettive. Soffrono della stessa sopravvalutazione dell’emozione che diventa il modo per sgravarsi di obbiettivi più ampi e faticosi. Ma pur ridotte passioni, emozioni, hanno comunque bisogno di un flusso in cui manifestarsi, una sorta di recinto in cui possono eplicarsi, correre. E parlo di passioni che non sono la soddisfazione del desiderio, del giorno per giorno; no, parlo di ciò che si può mostrare senza tema, perché è in sè chiaro, parla della diversità e della sua continuità e così ha un ambito in cui confrontarsi. In fondo quando raccontiamo (una parola terribile, che non sopporto, è il continuo uso del termine narrazione), ci sono almeno due realtà che si uniscono, quella delle nostre urgenze interiori, quelle che ci fanno star bene o male, e quella delle urgenze esteriori, con la loro violenza e scarsa creanza.

Quando lascio che l’urgenza esteriore mi espropri da me, allora non ho più equilibrio, cerco ciecamente la medietà, il confondermi nell’essere eguale perché questo è rifugio, è riposo. Ma non posso permettere che l’esterno ammazzi la capacità di sognare, di generare passione; non posso permetterlo perché ne morirei in ciò che ho di vero e quello che rimarrebbe sarebbe poca cosa: un codice di regole banali.

 

you tube ed io cheffò

Evito i doppi sensi, parlerò di musica. Per ora.

Da orrende scatole di latta e pixel, l’idea del suono si ricompone in noi, mp3, you tube, quel che passa il convento. Sembra basti. Forse un segno dell’evoluzione del sentire è questo, o dal vivo oppure approssimazione. Ieri un’amica mi diceva che non ha in casa riproduttori di suono, a parte la radio. Fa parte della conventicola snobbiosetta, di cui faccio anch’io parte, degli ascoltatori di radio 3. Solo che io aggiungo le radio digitali ai miei ascolti via etere, poi i cd, l’mp3. Gielo dico oppure taccio che ormai il mondo non è quello della sua giovinezza, quando un giradischi era un segno di opulenza?  Oppure è lei che è avanti, con i suoi ascolti su you tube ed io invece spaventosamente retrò, con i miei troppi impianti hi-fi, le scaffalate di dischi, i registratori, la marea di cd che occupa lo spazio non occupato dai libri. Premetto che mi piace la musica, ma non ho particolari conoscenze e neppure l’orecchio assoluto. Avere a disposizione strumenti plurimi cosa comporta per il nostro rapporto con la musica? Faccio un esempio carogna: nel pezzo della Grimaud dell’opera 80 di Beeethoven pubblicato ieri, al minuto 0.35, c’è una nota sbagliata. L’ho letto, non me n’ero accorto. Ho riascoltato, è vero, per questo ho preferito questa versione a quella più bella dei proms 2008. E’ vera. E la questione della nota sbagliata mi pare esiziale, finalizzata a qualcosa che poco ha a che fare con il rapporto vitale che possiamo (in questo possiamo ci sta tantissimo) avere con la musica. Se si ascoltano concerti dal vivo, a me capita, con orchestre, direttori e solisti importanti, l’esito della serata dipende dall’estro, dalla sala, dallo strumento, dall’emozione di chi suona, dal momento. Non di rado qualcuno stona, aggiunge di suo suonando a memoria, parliamo di musica scritta e quindi terreno di caccia per i melomani in vena di bravura. Già una cadenza è materia del contendere, opinabile. Ebbene la magia c’è sempre, anche quando non si è d’accordo, anche quando l’applauso è solo liberatorio per sciogliere la tensione, anche quando l’applauso si trattiene perché l’incanto non si vorrebbe rompere. C’è un caso, ma io sono di parte perchè riguarda il mio direttore preferito ovvero Carlos Kleiber, che finita l’ultima nota, lasciato spegnere il suono, ancora nessuno applaude, finché uno prende il coraggio ed esplode la sala. In questo caso l’applauso era poco per descrivere il senso di unicità di ciò che si era udito, eppure magari ci sarebbero chissà quante osservazioni sul metronomo, oppure sulle parti di orchestra, ma era il grande incantatore che aveva preso tutti e portati altrove, per un tempo unico e non ripetibile. Questa è la musica fuori studio: iterazione ed emozione prima quasi che senso. Glenn Gould scelse ad un certo punto della vita, di non fare più concerti, la sua volontà di perfezione si poteva attuare solo in studio, solo con quella sedia, solo con quello Steinway CD 318. Per chi lo ama, quasi più degli autori che ha interpretato, Bach ad esempio, non resta che ascoltare ciò che ha lasciato ed il suo imperativo della musica che si genera e poi si fa esperienza e poi si stratifica in vita.

Bisogna ascoltare, questo è il comandamento, lasciare che sia la musica ad entrare e l’interprete essere il servitore dell’ascolto, colui che porta alla soddisfazione del desiderio, ciò che serve. In questa ricerca di ascolto, nelle mie piccole manie tecnologiche ho cercato qualcosa che si avvicinasse al vero, ben sapendo che quell’elettronica, quelle scatole e quell’aria spostata in vibrazione, non erano il vero, c’assomigliavano. Per questo ho infarcito la casa di impianti e casse acustiche, ma l’esperienza vera si svolge solo in due modi: andando a concerto e abbandonandomi nelle mani di chi potrà provocare emozione, sensazione irripetibile, ricordo. Oppure nel gesto di scegliere un cd o un disco, metterli sul piatto, sedermi in poltrona e lasciare che il pensiero che ha scelto quella musica, quell’autore, quell’interprete, prosegua ad emozionare. A questo punto non m’interessa che ciò che ascolto sia il frutto di un ingegnere acustico, ascolto ciò che alimenta un pensiero.  Gould, come tutti quelli che registrano, accettava di buon grado, anzi pretendeva che alcune frequenze fossero evidenziate rispetto ad altre, in questo caso l’elettronica si inserisce nell’interpretazione, non c’è solo la perfezione delle note, ma anche il volume del suono corretto per un riproduttore. Ecco, questo è il mio limite, oltre cambia il rapporto con l’ascoltare e uso mp3 e you tube per altro, non c’è più la magia complessiva. Punto al particolare, a volte lo vedo nel gesto nel direttore, oppure colgo l’espressione, la rarità, ma il suono è compresso, inscatolato, spesso svilito dalla registrazione. Cosa mi resta, allora, di quello che penso sia l’emozione della musica, ciò che mi cambia e a volte mi salva? Poco, solo la testimonianza che è accaduto qualcosa, che qualcuno era in quel posto ed è stato fortunato a sentire ciò che io non sento. A volte è la voglia di confrontare un’idea, capire qualcosa in più, ma per ri partecipare ci dev’ essere una curiosità, una necessità veniale da soddisfare senza grande fatica, qualcosa di accessorio rispetto al piacere e la volontà dell’ascoltare profondamente.   

You tube mi mette davanti ad uno schermo e l’mp3 mi porta altrove finché corro o faccio altro, le condizioni per essere davvero attento non ci sono, è arredo del giorno, colonna sonora di un film con vicende che a volte si combinano a volte no. Questo il limite e l’opportunità, come per lo scrivere ci sono mezzi crescenti, ma l’esercizio dell’emozione è cosa seria.   

p.s. per non parlare troppo male di questi strumenti, che se non ci fossero qualcosa adesso mancherebbe, allego sempre la Fantasia corale op.80, con il mio pianista di riferimento, Sviatoslav Richter, nell’edizione con Sanderling direttore. Val la pena di ascoltarla, proprio per quanto dicevo, senza pensare alla qualità del suono mono: sono entrato in sala da concerto, ascolto.

la cultura dell’ombra

Dalle poche cose che conosco di te, posso prevedere le semplici mosse d’apertura. Doppia mossa di pedone, oppure cavallo? Ma noi non giochiamo a scacchi e neppure ci conosciamo. Strano questo ossimoro della conoscenza. Pare, sembra, eppure spesso è. Che significa? Che siamo abbastanza eguali? Che le mie sensibilità incontrano conferme? Vedi, per molto tempo mi sono accontentato del sole, dell’evidenza. C’è una sovra valutazione del sole, spesso se ne fa l’elogio come fosse simbolo di verità e di chiarezza, si vanta il suo potere medicamentoso, eppure mostra la superficie, spesso la appiattisce, le toglie colore e densità, cosicché la malattia del vivere, che s’ annida nel profondo, ne viene travisata e sottovalutata. Dal culto dell’evidenza un po’ mi distacco e così mi perito guardare nella sottigliezza che si nasconde dalla violenza della luce, leggo tra le righe. Oh, certamente mi sbaglio spesso, non troppo spesso, intuisco cose che non vogliono sbocciare, bulbacee che attendono indefinitamente l’occasione d’ uno splendore, ed alla fine sono affascinato dalla potenzialità più che dalla forza. Ma pur penso che ciò che non vuole uscire una ragione di certo ce l’ha, e penso pure che troppa luce c’ha fatto perdere l’attenzione e l’ombra. Pensa che l’ombra, viene al più considerata refrigerio, come fosse un condizionatore alla violenza del reale e non, invece, reale e vera essa stessa, e ricca, talmente ricca di morbidezze e pieghe da essere complementare alla luce. Mi piacciono entrambe e tu, che non mi conosci molto, non sai quanto mi piaccia la luce, l’espormi al sole, assorbirlo, ma al tempo stesso tenermi l’ombra che mi è alternativa. Così l’ho portata fuori dalla paura dell’inconosciuto e senza morbosità la guardo, cerco di capirla, l’apprendo. 

Confesso che m’interessa poco, il dark, come molto del codificato del resto, se qualcuno mi indica cosa devo vedere, non di rado vedo altro e non per dispetto, ma per incapacità di seguire un dito, lo sguardo che non si accompagna di un segno di comunicazione. Quindi ti prevedo, nelle cose semplici che fai, perché conosco la soglia dell’ombra, e so bene quanto ci si riposi, e si senta il calore del sole come gradevole, restandone al limite. E tutto porta nella direzione nelle cose che lasci trasparire: una tenda che ti vela, una porta, o forse una finestra che sbatte ritmicamente in lontananza, e la vista dalla finestra, che tu porti dentro alle perverse triadi di cuore, cervello, amore.

Se devo sforzarmi per capire l’esterno che vedi, questo m’arriva, e passa, attraverso un sentire d’ombra. A tuo onore dovrei dire che mai sento il pantano dell’ombra, le pozze non asciugate in cui si scivola, casomai ne percepisco l’effetto doloroso, il bisogno tuo di togliere questa crosta viscida che si spegne nell’ infinita stanchezza che senti emergere. E non è d’ombra, questa stanchezza, ma luce su ciò che non sei eppure vorresti essere. Anche la tua sicurezza quando perde il fragile involucro di smalto, è un ricettacolo di domande che con sistematica crudeltà uccidi. Formiche di pensieri che sbucano dai recessi dove hai deciso sia meglio non cercarsi. Il suono dell’ombra, è ovatta e basso frinire di steli che s’ accarezzano assieme, e seguono un vento di danza che viene dal profondo. La mia meditazione nel sufficiente silenzio, è questa vista di ciò che esce, del fresco che porta con sé, della reversibilità della condizione: non più in basso, ma più avanti, non nero, ma somma di colori. Un tempo usavo bisturi affilati, ora non più, separo per superfici, prendendole delicatamente tra le dita, via la prima, poi la seconda e ancora avanti, finchè la sinopia appare. C’è molta insolenza in tutto questo, la pretesa di vedere oltre ciò che si mostra, ma a mia discolpa metto il rispetto: cercare di capire un’altro è un regalo reciproco. Può bastare? Non lo so, credo che se l’arroganza di sapere già tutto si mette in disparte, ciò che si intuisce sia delicato, suscettibile di errore e di moderata gioia se si verifica la previsione.

Conoscerti è fonte di sorprese, sono i piccoli gesti che si ripetono, la mossa del pedone o quella del cavallo? Il resto, dipenderà dalla giornata.

l’attesa

Un’attenzione non richiesta e non voluta, imbarazzante. Si ricorda di me, me lo dice, scava con fatica nei particolari. Si corregge, mi dà ragione se preciso, verifica se mi ricordo di lui. Mi ricordo, sorride e mi stringe ripetutamente la mano. Cerca una condivisione ed evoca trascorsi miei, importanze che non ci sono mai state o che, forse, non ho percepito appieno.

Sto aspettando. Lui lavora lì, bussa, entra e mi raccomanda. Non ho chiesto nulla, arrossisco. Mi devo schermire, difendere. Mi siedo e sorrido alla signora che mi sta fianco.

Non voglio priorità. Dico. Mi piace aspettare, se posso. Sono così pochi i momenti di quiete.

La signora mi guarda e restituisce il sorriso.

Si vede che non ha nessuno che l’aspetta.

Già, è così. Intanto esce, mi saluta e stringe ancora la mano, ammicca.

Alla fine, oltre all’imbarazzo, ho ceduto anche il posto che mi spettava.

Mi merito l’attesa, me la godo e la traccia di rossore che sento, la confino nel sole di questo marzo, che è altro.  Che vuol essere altro, non io.

un pensiero attorno

Non ho perso il vizio di guardarmi attorno. Un tempo, nel mio partito, chi era dirigente, chiedeva con frequenza cosa pensassero gli operai, gli impiegati, nelle fabbriche, nelle famiglie, in bar. Non c’erano sondaggi quotidiani, si capiva così, in presa diretta l’umore e l’opinione. Allora gli statistici erano quelli del pollo a testa, con uno che ne mangiava due e l’altro niente, ed i sociologi trattavano cose grosse come la definizione di classe sociale, la violenza urbana e rurale, la famiglia, e nessuno ti spiegava cosa pensavi. Anche se non faccio più politica come allora, non riesco a non chiedermi cosa sta accadendo. La mia percezione è quella di un fascino anomalo per un capo del governo, non eletto, che porta avanti una politica di rigore e tagli, neo (o vetero) liberista, praticamente senza opposizione. Credo sia un prodotto dell’antipolitica, ovvero della possibilità di operare senza mediazione in un mondo intellettualmente molle. La ragione, il rigore sono connaturati con l’etica e l’intelligenza, le stesse qualità che impediscono di giustiziarci quotidianamente gli uni con gli altri, in forza di regole condivise, rispetto dei patti sottoscritti e compromesso sulla gestione dei conflitti e sul nuovo. Bene, in questi mesi sono stati buttati all’aria i patti sottoscritti tra stato e cittadini su wellfare e pensioni, i conflitti ed il compromesso si scontrano con una logica esterna: i mercati. Il presidente Monti dice che dobbiamo rispondere ai mercati, che dobbiamo convincere i mercati, come se il patto tra cittadini avesse una variabile indipendente ed un’ unica soluzione: la subordinazione alla finanza e alla speculazione. I mercati per l’appunto. Eppure il consenso non diminuisce in modo significativo. Per questo penso che stia prevalendo, non la vena masochistica del Paese, ma la convinzione che si possa fare a meno della mediazione e della politica. Basta che ci sia uno che decida, che rassicura e che mantiene. Ma quali sono i vantaggi sinora promessi? Nessuno in realtà, perché è proprio del liberismo lasciare che sia il mercato a decidere del merito di ciascuno e di ciascun prodotto, quindi interventi reali sulla ripresa e sulla crescita non ce ne sono. Basterebbe intervenire sul costo dell’energia, sul costo della burocrazia, sui tempi consegnati al rispetto di leggi perennemente interpretabili, per avere un sostanziale miglioramento della competivitività del Paese. Ma la competitività ancora non dice quale sarà il modello di sviluppo e le tutele dei cittadini, questo viene comunque lasciato al mercato e tolto dalla politica. La mia impressione è che un silenzio colpevole gravi sul paese, che le colpe degli anni passati premano su tutti, per questo sta emergendo un modello senza mediazioni sul generale, fatto di proposte nette: prendere o lasciare. E chi è messo davanti alla scelta, prende. Dopo il disastro della politica degli ultimi anni, non solo di Berlusconi, ma anche della sinistra, il governo sembra un gabinetto di salute pubblica, fatto perché si debba uscire da un disastro talmente immane che ogni dubbio è fuori luogo. Se ciò fosse, la logica sarebbe il processo a chi ha prodotto il disastro, il castigo del colpevole, l’oggettivazione del danno subito, invece questo è occultato e passato sotto silenzio, come se il malato guarisse a botte e non spurgando le ferite. Questo è il grande malinteso che diventa imbroglio, se non si ripristinano le regole democratiche ovvero la discussione tra i rappresentanti del popolo, ogni cosa sarà dovuta, soggetta ad una teoria che non si sa se verrà verificata. Chi ci dice che le teorie economiche del premier siano quelle giuste ? In ambito tecnico si pensa anche altro, non pochi giudicano vecchia l’impostazione neo liberista. Obama ad esempio, fa ben altro. Ma ciò che sorprende, e non dovrebbe essere così se non ai romantici come il sottoscritto, è la mancanza di dibattito, di confronto sulle condizioni, quasi che un ipse dixit abbia coinvolti i fedeli, non i cittadini. Ritorno sulla questione dei mercati, ben sapendo che non è possibile sottovalutarli, in una democrazia il governo è del popolo e il condizionamento dell’azione di governo dev’essere assunta per variabili dipendenti da questo. Lo sviluppo deve far parte di una visione della crescita, la coesione sociale, il patto solidaristico dev’essere all’interno di regole, sentimenti condivisi. Se così non è l’apologo di Agrippa funziona a rovescio ovvero ognuno è per sé, gli arti si muovono indipendenti dal corpo e dal cervello e questo comporta la perdita della libertà. Pensavo a Tabucchi e al suo Sostiene Pereira, a quante volte si è messa in disparte la percezione di ciò che accade attorno. Mi sembra importante, non l’aver ragione, ma il poter discutere (quindi niente prendere o lasciare) e farlo. La dignità comincia anche da qui.  

il sorriso della solitudine

Spesso mi fermavo fino a tardi. A volte, mi spingeva l’uggia per le cose e le persone, verso la finestra, spegnevo la luce, e guardavo la città dall’alto, le scie di luce sulla tangenziale, i colli neri sullo sfondo del cielo notturno. D’estate aprivo la finestra, veniva il caldo e il rumore del fare dell’uomo, un ansito sordo di fabbrica, un respiro lungo e denso di fughe, di movimento, di condizionatori ed io, fermo, guardavo lentamente fino alle altre finestre d’ufficio illuminate, con qualche figura che si muoveva. Chissà che facevano, io non c’ero già più, ero stato inghiottito dal bujo, e stavo in silenzio ad attendere. Aspettavo che il silenzio entrasse. Qualche volta accadeva, il tempo dilatava e poi svaniva, sciolto in una sensazione di pace. Ero arrivato alla finestra in cerca di quiete e di concentrazione e il pensiero veniva aspirato dalla solitudine esterna, dovevo cacciare anche quella, non dovevo pensare. Nulla era davvero importante e l’essere solo una condizione, su cui, sin da quando possiamo ragionare, ed anche prima, battiamo furiosamente le braccine per stare a galla. Ma non era quella solitudine da privazione, da scarico dell’universo, che volevo, no, volevo l’altra, quella che attraverso l’assenza di pensiero, non fa sentire, toglie la percezione di essere in un gorgo, ti riempie di calma.

Mi hai chiesto cosa significa essere solo, vuol dire non avere … e già quel non priva l’avere di qualsiasi possibilità di diventare un aiuto all’essere. E ci si gioca tutto lì, su un terreno in cui non scegliamo le armi, solo i modi. Non è l’unica solitudine, di altre ti parlerò, ma questa per me, è quella che conta, sempre in bilico tra pace e tragedia, dove l’essere fa per suo conto, e si salva se trova le mani virtuali in cui mettere dita forti, sente le gambe che lo sostengono, rivede, come qualcosa che passa, ciò che prima attanagliava. Il sorriso della solitudine è questo aver coscienza di sé e non cercare, non elemosinare, non dibattere, perché non serve, non muta, è la nostra condizione. La pace, così transitoria, si nutre di quel momento d’assenza, ritrova energia da immettere nei rapporti successivi. L’ho immaginata poi, come una lingua d’acqua che si spinge nella terra, accarezza, scava e ritira, ma torna partecipe di te ed indifferente del poco che ha così tanto tolto al vivere. 

Sembra ci siano due vite che si intersecano, come una tessitura di fune, l’una fatta di impegni, scaramucce, risate nervose, pianti trattenuti, muoversi fino alla stanchezza inenarrabile della notte e l’altra che discerne, respira, si ferma su ciò che conta davvero e scorre sul resto, non ha fretta di vivere perché c’è talmente tanto che arriva che la fatica è separare ciò che interessa da ciò che è solo rumore. Come uno scorrere tra le dita, dove ciò che scorre è godimento dei polpastrelli, del palmo ed ha la velocità che le mani decidono. Di questo scorrere c’è la sensazione della solitudine senza paura, quella che controlla e permette di riaccendere la luce. E quasi si stupisce, nell’abbagliarsi, che il rumore abbia ripreso sostanza, che gli oggetti, le scale, le luci dei piani siano così vivide, si stupisce e pian piano ritorna verso l’abitudine, sapendo che ne può uscire. Che questa solitudine voluta è un modo per uscirne, è il governo dell’essere tra gli altri senza sfida.

E che poi si farà, si deciderà: c’è tempo.

fuori

Mi ha invitato ad essere fan del suo nuovo gruppo su fb, non sono fan di niente, le ho scritto, non più da molto tempo. Ho affetti importanti, un lavoro, una squadra, anzi due per cui tenere e già questo dice molto), ma non sono fan di idee e tantomeno gruppi.

Il partito a cui sono iscritto mi sta stretto, non ci siamo mai amati per davvero, in compenso mi piacciono delle cose, dei libri, dei film, delle idee che per me sono intelligenti, dei particolari che l’occhio coglie, qualche parola. Sono molto attaccato a dei principi, l’eguaglianza, la giustizia, la libertà, ad esempio, e mi piace chi li difende. Mi piacciono molto alcune persone, per come pensano e vedono il mondo, per il piacere che mi suscita la loro presenza, posso dire di essere un loro fan? Non credo, li ridurrei a una parte di me stesso e m’interesserebbero molto meno. Quindi non sono fan di niente.

Quante storie, che ti costa, mi ha detto, lo fai per me e diventi uno in più, i numeri contano nella rete.

Appunto. 

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