Willyco

in alto, senza parere

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tilt

Il dottore la prendeva mettendole le mani ai fianchi, lei ferma sulle gambe e lui, sinuoso, muoveva le anche, la assecondava, con le spalle che assumevano un ondeggiare di danza. Non si girava mai, a volte si stendeva su di lei, alla fine soprattutto, e l’impressione era quella di un rapporto intonso, esclusivo. Il dottore, studiava medicina, giocava malamente a poker, fumava e tossiva molto. Il suo amore per il flipper era assoluto, e nel flipper versava gran parte del suo mensile di studente fuori sede. Eravamo in tanti innamorati di quella macchina, ma non con lo stesso trasporto e infatuazione, Il nostro era un amore a singulti, alimentato dal fascino sensuale che partiva dall’immagine, dal cinguettio dei rimandi elettromagnetici, dalla neghittosità che la pervadeva nell’essere violata. A noi piaceva vincere subito, di forza, e si vinceva una o più giocate, per il dottore, invece era un coito che aspirava ad essere perennemente sospeso. La sua passione era condurla sino ad un momento prima del limite che sospendeva la partita, il tilt, come fosse una questione di danza, di movimenti accompagnati. Nel bar c’erano due flipper, lui giocava sempre con lo stesso, quello che aveva una bella ragazza in mostra, vestita da cowgirl, con le luci in posizioni strategiche. Quando si giocava a poker, i flipper disturbavano, spesso li staccavamo, ma se c’era lui, ci si adattava. Credo per rispetto e per imparare. A volte si sospendeva la partita per guardarlo. Chi ha giocato con i flipper elettromagnetici mi capisce, non era solo questione di rimandare una bilia d’acciaio con le palette, ma di controllarla, accompagnarla facendola partire per trajettorie diverse. L’abilità consisteva nel far scorrere la bilia sulle palette sino al punto giusto e poi farla schizzare. E il sogno era che i funghi, si illuminassero a ripetizione suonando, che la bilia restasse imprigionata in un gioco di rimandi, che oltre ai punti, vorticosi di suoni, le trajettorie la tenessero in gioco. In eterno. Il dottore era un asso, nel trovare un accordo con la macchina, nel far volare quella bilia, tra funghi, ostacoli, molle, lampadine, elettromagneti, come fosse sospesa, fermando il tempo, mentre tutto avveniva con una velocità incredibile. Raccontavano di tarature delicate dell’interruttore del tilt, e pareva l’aggeggio, fosse una goccia di mercurio sospesa tra due  contatti, che chiudeva la partita, se agitata troppo, quindi bisognava muovere la goccia, senza vederla o sapere dov’era, sino all’ attimo prima del contatto. E si diceva, che per lui, per il dottore, dovessero tarare ogni volta con più precisione, per impedirgli di vincere troppo spesso. Favole da bar, quel che è vero, è che lui ci parlava davvero con la macchina, a bassa voce, non con le nostre imprecazioni, con gli scossoni e i pugni, lui, aveva la macchina sui polpastrelli, sui palmi, nella testa e la muoveva con forza gentile, suadente. Preso, presa.

Tilt è stata la prima parola inglese di cui ho capito davvero il significato profondo. Mi è tornata in mente, qualche giorno fa, quando ho letto della morte da centenario, di Steve Kordek, uno degli inventori del flipper. Era una parola, allora, molto usata per definire uno stato in cui spesso precipitavamo davanti alle difficoltà, ma non era definitivo, era un momento e poi la partita ricominciava. Anche nella vita, cosa non da poco.

Il dottore si è laureato, un po’ tardi, uno sfigato direbbero adesso, ha fatto il cardiochirurgo, il primario. Mi piace immaginare nella sua casa, un vecchio flipper in soggiorno e che le sue mani abbiano ancora lo stesso amore.

l’età dei sogni

Ho vissuto dentro due sogni, li ho sognati con passione ed abbandono, credendoci, poi sono cambiato con loro che cessavano man mano di essere gli stessi sogni, od almeno così mi pareva. Ma i colori, la forza rimanevano. Sono una persona fortunata, mi piace il futuro, non vivo di rendita su ciò che è stato, ma ho potuto sognare e ancora mi succede. Chi ha avuto un amore è ricco, chi ne ha troppi, a volte, è confuso. I miei sogni giovani erano nati poco prima del ’68, così c’ho creduto subito e ho amato quei giorni, mi pareva d’essere all’interno di qualcosa che mutava il mondo. Mi pareva, anche perché vivevo quel sogno, mi modificava la vita ed io accettavo lo facesse. Mi pareva d’essere situazionista e qualche anno dopo, diventai comunista. Non era un sogno d’accatto, di serie b, era la prosecuzione all’interno di una struttura di pensiero ordinata, del sogno di cambiare il mondo. Forse è difficile adesso spiegare cosa siano stati quegli anni prima del terrorismo, ma c’era l’idea che il mondo potesse mutare profondamente, che parole come eguaglianza, pace, solidarietà, libertà potessero essere attuate appieno. Si discuteva molto, di tutto, si muoveva la vita dal personale al sociale e poi questa tornava indietro, in un flusso circolare che non finiva, ma si arricchiva, ingrossava in continuazione di idee. Molte scelte di vita furono fatte in quegli anni, qualcuno dei compagni più radicali nel cambiare la vita, ancora lo vedo, realizzato nel suo essere davvero alternativo.

Il 3 febbraio del 1991, Achille Ochetto, ultimo segretario del PCI, scioglieva il partito. Era tempo, doveva accadere, ma non si scioglievano le idee, si scioglieva la loro attuazione, la struttura, si cambiavano i fini. Un partito è un’organizzazione con scopi e obbiettivi, in un partito ideologico i fini coincidono con obbiettivi molto alti di cambiamento sociale e individuale.  Bisognava chiarire quello che sarebbe rimasto dei sogni, non fu fatto e ciò che è nato dopo è stato un insieme di tentativi che, partendo dal conosciuto, puntavano su qualcosa che non si capiva bene cosa fosse, la cosa fu per molto tempo il vero nome di quello che non poteva più essere un sogno. Parlare di quei giorni non è facile a chi non li ha vissuti, percorrevo il territorio, partecipavo come relatore di mozione ai congressi, ero occhettiano, mi pareva fosse la prosecuzione del pensiero di Berlinguer, un uomo che avevo amato per la coincidenza tra parola e vita, e volevo cambiare per non rinunciare ai sogni. Ma le lacrime, gli interventi appassionati, le rotture di chi non condivideva, non li ho scordati, erano di persone che non ho smesso di apprezzare e difendere, persone che quasi sempre avevano dedicato la vita ad una idea di cambiamento, di giustizia sociale. Adesso è difficile pensare che qualcuno sia disposto a sacrificare molto per un’idea politica, piegare una vita per difendere un principio, una legge di libertà, opporsi in una città in preda alla malavita, difendere una fabbrica e i suoi lavoratori. Allora accadeva, anche se non si era di quella città, di quella fabbrica, anche se la legge non l’avremmo mai applicata su noi stessi. Significa che i sogni finiscono all’alba, che siamo nel giorno e quindi nella realtà, oppure che ci sarà spazio per tornare a sognare? Io punto sulla speranza che l’uomo non finisca di credere che si può mutare il mondo, essere uguali, avere giustizia. Certo non posso pensare che sarà Monti a farmi sognare, non vedo leader che possano, con la forza della convinzione e dell’analisi suscitare passioni grandi. In fondo anche i tecnici sono lo specchio di questo sonno senza sogni. Però magari un po’ per volta, qualcuno comincerà a parlare del grande inganno che si consuma a carico dei giovani e dei deboli, qualche professore si rifiuterà di essere tranquillizzante con gli allievi, qualche docente universitario ascolterà la miseria giovanile e parlerà diversamente. Non rassicurerà sul merito, non spaccerà la cultura come fattore di successo, ma riporterà le cose nella realtà, ovvero dirà: studiate per capire, ma prendete in mano la società, rendetela più giusta, più eguale, più libera. Fatelo voi, dirà ai giovani, noi ci saremo.

Se saranno molti questi disvelatori della realtà, e se li cacceranno, e qualcuno comincerà a difenderli, allora il mondo tornerà ad essere reale.

E il sogno riprenderà, perché della realtà hanno bisogno i sogni. 

la chimica

A me non piaceva la chimica, era l’idea dell’alchimia che m’attraeva. Senza saperlo, ero antiscientifico, puntavo allo spirito delle cose. E le cose, si sa, non hanno spirito, ma mica lo sapevo, anche adesso ho qualche dubbio. Però poi ho scoperto che anche molte persone non hanno spirito, spesso neppure ironia. Peccato, a me l’ironia ha aiutato. E anche la chimica. Ne ho fatta molta e malamente, l’ho trattata come le altre cose che ho studiato (si fa per dire),  poi non usate in nulla di quello che ho fatto. Però tutto è tornato a galla, adoperato per capire altro. Una spinta d’Archimede per una mente inutile immersa nel mare dell’utile, oppure il contrario (?), non importa basta che galleggi. (E non fate battute sulle zucche, usate la fantasia, grazie)

Dai miei pensieri stechiometrici ho appreso a pesare molecole e valutare energia, mi riusciva bene, ho pensato di trasferirlo nei rapporti tra persone, ma se quasi tutto si combinava, i risultati erano imprevedibili. Quindi la chimica mentiva? No, mentivamo tutti, ovvero avevamo verità non condivise.

Il sublime nitore d’una molecola,

questo dopo resta di un amore.

L’usare delle notti i colori insonni,

tornasole di sofferenza,

e poi da siderali distanze, guardare,

la termodinamica degli amori,

esempi  di stelle assortite e universi d’antimateria.

Nane bianche, la cecità, la rabbia, la gioia,

scontri d’energia,che

scomposti, sono chimiche di bisogni,

così, a volte, l’attrazione genera molecole semplici

che s’aggregano nel desiderio di creare la terra

in cui rinascere.

La chimica ha un ritmo di tango, scarta e lascia aperta una porta, muta e non trasmuta. ecco la differenza con lo spiritualismo che accompagna chi dal fare muta sé stesso. Anche questa idea della scienza come flusso e danza era una pazzia. La mia insegnante di chimica analitica, apprezzava più quello che scrivevo che quello che facevo, ma mi insegnò a capire che si trova quello che si cerca e che il caso è amico del genio, ma che quest’ultimo è raro, proprio come il caso. Non mi piaceva il determinismo, mi piacevano i colori che nascevano negli incontri tra reagenti, vivi per un attimo, poi nuovamente statici. Go and stop, in attesa di nuovi disequilibri, regalavano nuvole di bianco denso, aranciati, blù notte, verdi mutanti, rossi finalmente non banali, il tutto in variazioni che ogni volta mi sorprendevano. Già usare lo spettrografo mi pareva una diminuzio, mi toglieva il piacere della ricerca sistematica, ma se lo pensavo come una mano che contava e guardava le biglie colorate messe nel palmo della mano era solo un avido, petulante compagno di gioco.

Capirete che con un simile approccio non poteva uscire un chimico dal frullatore. Me ne resi conto subito, però seguendo il principio che utile è ciò che si adopera, accolsi definitivamente il tutto nella tavola periodica del vivere, e qui vi racconto quello che da allora inseguo, con la riserva di copyright, naturalmente. L’idea della periodicità e l’idea del ripetersi nella differenza, assomigliano molto agli umani. Ancora più in dettaglio, la ripetitività nei sentimenti è una costante della vita dell’uomo, e se si racchiudono le fasi dell’attrazione, dell’instabilità, della successiva stabilità, della possibilità di trasmigrare in nuove configurazioni, nel cambiamento chimico fisico che accompagna la vita, la similitudine regge. E’ arbitrario, ma tutto questo assomiglia molto alle configurazioni degli elettroni esterni, tanto più reattive (aggressive) quanto più lontane dalla completezza. Molto d’altro ho idea possa racchiudersi nelle qualità degli elementi, alla ricerca di stabilità attraverso l’aggiunta di qualche elettrone che poi ne muta figura e qualità, questo giustifica il pensarci da parte mia. Sapere quando siamo alogeni, metalli, semi metalli, gas nobili, ecc. aiuterebbe a dare l’idea del mutare costante e dell’essere altro. Questo corrisponde all’idea di flusso e non ai cassetti in cui il sociale tende a mettere gli individui. 

Vedo già la riprovazione negli strutturati, in quelli che sanno quello di cui parlano, ma rassicuratevi con queste idee non si poteva andare da nessuna parte che inquinasse il mondo di perfetta solidità del sapere vero. Ho fatto danni altrove. 

sotto valutare

Di molte persone conosciute negli anni del ribollire, conoscevo anche una seconda attività. La passione vissuta altrove. Chi recitava, altri suonavano, non pochi scrivevano, fotografavano. Tutti facevano altro, era un essere accessorio. Sottovalutato. Eppure era quello vero.

Scopro in una pagina di internet, una locandina di qualche anno fa. Il regista è un mio antico compagno di sindacato, ora scomparso. Di lui mi ricordo gli interventi sempre un po’ a sinistra mia, poi basta. Il sindacato, le categorie, sono fortilizi. Anche allora, faglie di mestieri, ciascuno difendeva competenze che facevano scomparire gli uomini.

Accadeva ovunque, del ragionar per circoli. Del mio compagno di banco in consiglio provinciale, conoscevo la passione politica, il parlare che si ascoltava molto, il mestiere di dirigente puntiglioso. Uno scassacoglioni dicevano i sottoposti, ma la sua passione per la danza non la conoscevo. E mi sorprese vederlo ascendere come organizzatore di stagioni importanti di spettacoli.

Ho ignorato abbastanza, non mi sono stupito a sufficienza degli amici scultori, dello scrittore avvocato poi famoso, del notaio pittore, ma anche dell’insegnante di istituto d’arte, le cui opere fotografiche sono al Moma, e poi dei chirurghi poeti e pittori, dello psichiatra che scriveva testi teatrali. Mi è sfuggito l’importante sotto la coltre di ciò che sembrava il centro della persona, ovvero la politica o l’abilità professionale. Quello che aveva un valore economico o sociale. Devo dire che analoga sorte toccava a me, si stupivano i miei compagni di lavoro o di politica, del fatto che scrivessi, o fotografassi. Ci si rideva su assieme per un poco e si passava ad altro, in fondo nessuno vuole veder dietro l’apparenza: è troppo coinvolgente.

Però l’importante era l’altra natura. Il doppio che riservavamo a noi e ai pochi che potevano capire quanto fosse vitale. Il doppio, ovvero quello che non mostriamo con facilità, quello a cui teniamo e che contiene i desideri, l’essenza di noi. Anche il dolore di non essere contiene, la fatica della maschera dell’altro, il tempo che manca, l’insoddisfazione, la penombra della libertà. Il doppio contiene la reale misura di sé, ciò che vorremmo esibire, ma non si può, se non quando prevale il successo, il valore economico appunto.

Il dilettante si diletta dell’opera sua, la tiene come proprio piacere e dannazione, e su questa costruisce un io altrettanto poco vero dell’altro, perché non può vedere la luce, mostrarsi.

Il doppio, il bagatto. Scandagliate, scandagliate tanto non mostrerete, spesso neppure a voi stessi, la vostra vera natura. Si dovrà leggere tra le righe, andare per percezione, come se l’unica vita vera non fosse quella esterna, ovvero ciò che si mostra, e cogliere invece l’altra che s’agita altrove. Questa sì, più importante e vera.

Adesso sono più attento, ho perso troppi pezzi sull’apparenza. Il metodo è togliere il giudizio, cercare di capire dove sta davvero chi mi è davanti, non tutti ovvio, ma solo chi m’interessa. E cercare di capire più le passioncelle, che i titoli o le abilità.

è iniziata la scuola

Da qualche giorno il traffico è aumentato, le rotatorie si saturano più in fretta. Basta metterlo in conto. Stamattina mi sono scoperto a guardare i fiori spontanei lungo l’argine, l’acquazzone di ieri li aveva lavati. Anche l’erba era brillante, alta e grassa, di quel verde giusto e irriproducibile, che non si vedeva da tempo. Un regalo per gli occhi.

Il traffico aiuta a perdersi nei pensieri. Noi guidiamo come camminiamo: automaticamente. E da quando è iniziata la scuola, come ogni anno, tutto va a rilento. Non ne capisco bene il motivo, ma ne accetto gli effetti. La mia scuola era in centro, dopo i primi anni, si andava soli. A piedi da casa. Ed era una conquista grande. I ricordi altrui annoiano, stamattina ci pensavo finché guardando il canale, le rive, l’erba. Di quegli anni mi resta molto, ma è cosa mia. Sfumature e lacche di ricordo. Ma riassumendo all’essenza, mi resterebbe il profumo di legno di cedro delle matite, l’odore buono di carta e d’ inchiostro che porto ancora con me, nelle passioni inconsulte per lo scrivere, in un certo modo e con certi mezzi. Resterebbe il buco, fatto con una gomma, in una delle ultime pagine rimaste in un quaderno, dopo aver strappato lo strappabile. Era quella maledetta parola che non veniva giusta: celo, e in quel cielo senza la i, ho versato tutte le lacrime che avevo. Resterebbe il profumo e la consistenza dei libri nuovi, che sembravano così belli e pieni di parole, giuste giuste da leggere. Ma passava prestissimo la foga d’imparare e restavano i ceffoni conseguenti.

Questo e molto d’altro resta. Intanto il traffico è sempre lento. Arriverò in ritardo anche oggi, è iniziata la scuola, capiranno.

compagno

Eravamo compagni non senza timore. Anche chi c’arrivava subito con gioia spensierata e guascona, chi incespicava sulla parola che rompeva passati familiari, chi, con naturalezza, riconosceva ch’eravamo tanti e dalla parte giusta. Poi, come ogni acquisizione d’identità collettiva, il cerchio d’uso della parola sostituiva il nome proprio. Ci si appellava compagno, compagna, riservando il nome all’interlocuzione diretta e non alla politica di gruppo. In vacanza, in osteria,  nelle scorribande d’amici, ritornavano i nomi, perché la parola compagno era la vita impegnata e seria, il terreno su cui poggiare piedi e ideali.

Compagno e compagna, si diceva con tenerezza, con forza, con rabbia. Una parola che univa e divideva perché connotava un versante del mondo. Toglierla a qualcuno era l’ostracismo, il tradimento. Nella parola c’era l’onore e la fedeltà, l’appartenenza.

Compagni era un grido d’attacco ed una quiete da chitarra nella notte. Compagno, veniva da prima, era stato usato con gloria, aveva plasmato vite. Per noi, studenti, era il segno d’una aristocrazia d’idee e di vita fuse assieme che innanzi tutto apparteneva a chi lavorava, agli operai. Usarlo nei loro confronti, oltre l’età, era una concessione, un essere ammessi a qualcosa che partiva da loro.

Compagno se va, chiude un secolo e mezzo di storia, relega un’identità al passato, la lascia a chi c’ha creduto, a chi vuole che non sia cambiato il mondo. Da tempo, questa parola, era in difficoltà, da quando caduti muri e ideologie, sembrava fosse un arcaismo, un residuo del passato. Nella fretta del nuovo, del tempo che divora se stesso, s’è gettato non solo il bimbo e l’acqua sporca, ma anche il catino. Nel convergere poi, di centro e sinistra, è difficile usarla in partito, difficile nelle manifestazioni, difficile anche in fabbrica perché gli operai erano passati alla lega.  

Eppure tutti c’abbiamo creduto, anche chi non era d’accordo, ma alla sua partenza non c’era nessuno. Era finita una stagione politica e di speranza, di questo qualcuno non se n’era accorto, e nessuno conosceva il nome di quella nuova.

E’ solo una parola, dicono, e vorrebbero sostituirla con amico, ma sarebbe demolire qualcos’altro, un sentimento che riguarda le persone, non le idee e la politica. Ne sanno qualcosa i democristiani d’un tempo, che si chiamavano amici, prima di macellarsi nei congressi e nelle correnti, e gli amici veri se li sceglievano altrove.

Meglio non avere nome e tenersi dentro ciò che si è. Ritorneremo ai signori e signore, agli uomini e donne detto enfaticamente, all’appellarsi vuoto di simboli e significati. Non ci si deve sentire per forza, qualcosa di diverso e forse neppure assieme ci si deve sentire. Oppure sarà necessaria la doppia tessera, quella ligth per la casa comune, quella hard per chi vuole cambiare davvero.

Questo dice la politica liquida: agitare bene prima dell’uso, bere e poi si metabolizza in fretta.

p.s. mi convinco che sarebbe andata comunque così, che non è stato l’ingresso dei figli della borghesia a mutare il senso della parola, e forse, neppure a stereotiparne l’uso. Che a metà degli anni ’80 già s’era consumata la fiamma in grado di mutare il mondo. Quel mondo, non questo, questo ha gli stessi problemi ed altre poche fiamme.

Ivan della Mea, interpretò in musica, quell’ultima stagione insieme ad altri, ritmando le manifestazioni e la protesta. 

 Compagno era colui con cui si divideva il cibo, la lotta, la prospettiva di futuro. Cosa posso dividere oggi, che non cambi presto con i leaders, che non ricada nel relativo che ha pervaso la politica, che non sia solo, una prospettiva di governo, ma una prospettiva di vita?

In quegli anni di cambiamento fu per me fondamentale, l’ultimo leader che seppe incarnare davvero la parola compagno: Enrico Berliguer. Di Lui conservo molto e condivido ancora moltissimo.

Le parole delle mani

Alla fine degli anni ’60, noi, figli di operai o artigiani, stavamo studiando più dei nostri padri. Senza accorgerci, c’eravamo innamorati delle mani da lavoro, delle tute da portare nei laboratori (in questa stagione, sulla pelle erano la libertà), del lavoro descritto, più che lavorato. E per aderire all’innamoramento, senza rendercene conto, degli operai di fabbrica, cercavamo l’intercalare smozzicato, le frasi casuali e brevi, le parole piegate a nuovi significati per assonanza, l’uso degli improvvisi, meravigliosi, tecnicismi .

Balestrini, ed ancor più Pasolini avevano aperto una porta da cui entrava aria fresca e vera. Basta odore di polvere, libri consumati di sottolineature, dizionari per arcaismi. Basta vedere la realtà con gli occhi del vecchio intellettuale, era importante parlare tra noi e scrivere come si parlava. Sembrava fosse la svolta dopo il realismo. Una forza che veniva dal fare ed investiva lo scrivere, le parole, con un adattarsi alla fatica, quella vera per noi che, nelle assemblee, nelle sezioni, nei gruppi, non volevamo essere intellettuali. Era la fatica operaia che sporcava e faceva sudare, ma poi star bene. E bastava lavarsi, e pensare diverso, che era quasi riposare e la sera si sarebbe discusso, parlato-ascoltato, davanti ad un bicchiere di vino, con parole e vite che sembravano antiche e nuove di zecca. Non quelle dei nostri padri che ci pareva di conoscere a memoria, ma queste che non raccontavano, sparavano frasi e fumo, s’incazzavano, alzavano la voce e magari un attimo dopo scoppiavano in una risata. Noi vedevamo operai giovani, poco più anziani di noi, eppure già con famiglia, figli. Facevano fatica ad uscire durante la settimana, doveva esserci un motivo, spesso c’erano anche le donne. Si finiva tardi il venerdì, gli altri giorni se ne andavano che noi eravamo ancora a discutere. E sarebbe durato a lungo il parlare, con la loro presenza che restava anche dopo. Sembrava che la realtà fosse nella dissoluzione delle regole imparate, nel lessico semplificato, negli inglesismi delle macchine che assumevano il sapore delle persone.  Al centro c’era il riuscire a comunicare, il sentire, oltre la forma. Volevamo l’orizzontalità tra mestieri diversi: tra chi studiava e scriveva e chi lavorava in fabbrica. Ci pareva, almeno. E se ci guardavano con sospetto, all’inizio, come si sentissero presi in giro, dovevamo essere sinceri perché altrimenti, ci avrebbero massacrati a pedate, non solo virtuali. Eravamo inermi, per capire subito la differenza bastava vedere le nostre mani, niente calli, nessun taglio da sbavature di ferro, unghie pulite. Potevano accoglierci, se si stava zitti a sufficienza, prendendoci per il culo, magari per ricordarci che i nostri padri lavoravano e noi no. Loro aristocrazia operaia, e noi, pur figli di lavoratori, già borghesi. Ma rispettavano il conoscere, la fatica sui libri. Il loro sapere era diverso, faceva nascere cose, aggiustava, mandava avanti questa baracca di paese che sarebbe cambiato, ma solo con coscienza e serietà. Essere bravi sul lavoro era un obbligo e un vanto, per passare da operaio a specializzato, bisognava fare il capolavoro. Proprio così. E la parola ci sembrava appropriata per quel sapere vero, difficile da scrivere sui libri e da far raccontare alle mani. Altro che balle, loro sapevano cosa voleva dire sfruttamento. E noi capivamo che lo sapevano davvero, e sembrava che quell’ingiustizia traslasse, investisse un poco anche noi, fino a farci sentire come bruciava sulla pelle ad ogni ingresso in fabbrica, ad ogni bolletta, ad ogni umiliazione dei capi.

Intanto tra noi, parlando di cose che facevamo finta di conoscere, si teorizzava. In realtà volevamo il linguaggio delle mani, le parole delle mani, non avendolo, partivamo dalle parole che conoscevamo, dai nomi del fare. E capirsi, era dissolvere il costrutto della frase, adattarsi alle mani, uscire dalla malcapita lezione togliattiana dove forma, regola ed ideologia si integravano. O almeno così ci pareva. Presumevamo, perché tra studio, bevute, passioni, non restava molto tempo per approfondire. Però una realtà nuova irrompeva verso l’alto. Rispettare Gramsci e l’obbligo del sapere per criticare non ci sembrava contraddittorio, come pure ripensare l’intellettuale organico. Era dirompente questo usare frasi e piani multipli, come un muoversi di mani che descrivevano, essere sul lavoro e guardarlo, dire ciò che malamente si faceva, con parole semplici, secche e poi metterci dentro i pensieri contemporanei, la ragazza, i soldi che non c’erano mai, il calcio, lo sciopero, le sigarette e di nuovo il pezzo da finire bene perché doveva passare la tolleranza, e non farsi cacciar via dai propri colleghi prima che dal caporeparto. Ero un cane che si sforzava, non avevo possibilità, sbagliavo talmente tanto che, per misericordia, mi spostarono subito in magazzino. Era un’estate di lavoro con il pensiero che sarebbe finita, però finché c’era, tanto valeva approfittarne. Altrove la scuola, la buona facoltà, faceva la differenza, ma lì dentro era un peso. Per questo, si doveva cercare di usare quello che sapevamo: il linguaggio, e mescolarlo con le lingue del lavoro.  Il dialetto l’avevamo sempre adoperato, era la lingua madre. Anche fuori, anche al bar, lo usavano tutti, a cominciare dagli intelligenti, che sapevano quando era ora di essere in sintonia con il posto. Ma noi c’eravamo inventati un essere operaisti, con la lingua, oltre la fatica dell’approfondire, oltre Tronti, per questo eravamo persuasi d’essere dentro un processo vitale di mutamento che spingeva verso il cielo restando orizzontale.

Ci sembrava, ma non era mica vero, solo gli intelligenti veri o i cinici, capivano che sarebbe passata e che altro avrebbe corrotto lingua, frasi, e soprattutto idee e modi di vivere. Sarebbe venuta la terribile consuetudine del terrorismo, i sogni si sarebbero spiaccicati contro i vetri, le pareti rigate di cemento dei palazzi, con scheggie dappertutto e linee ferrate contorte. A noi che sarebbe restato d’una stagione troppo presto conclusa? Molto e nulla, molto era l’esperienza dello sperare assieme, nulla era l’implodere degli anni, il distacco tra un fuoco d’artificio stampato sulla retina ed il sorgere del giorno. Di ogni giorno. Avevamo un lessico da rimettere in ordine, bastava rientrare nei ranghi, in due giorni, due mesi o due anni,  tutto sarebbe andato a posto.  Un gruppetto di incoscienti, sull’orlo della felicità d’essere nel mutamento, ecco chi eravamo.

Per molti non fu così. O forse per pochi.

Era di maggio, quando iniziò.

 

filastrocca

eravamo piccoli,

strano dirlo ora,

ma ad ogni caduta, o graffio più cocente,

tra le lacrime, e il sangue che colava

la bocca in sorriso, ripeteva:

fatto niente, fatto niente.

Con gli anni

il gioco della vita cresce

altre sono le tracce e i danni,

ma nella mente un ritornello si ripete:

fatto niente, fatto niente.

 



l’anticomunista

Era il parroco d’ una chiesa inesistente, ridotta ad un cumolo di macerie da un raid alleato che aveva polverizzato il Mantegna più bello fuori Mantova, Guariento, Padovanino e chissà quanto d’altro. Mi raccontavano da bambino, che c’erano scaglie di colore dappertutto e che gli uomini di cultura della città, raccoglievano assieme a chi appena sapeva di quegli affreschi, inseguendo la speranza di conservare e ricomporre chissà come e quando. Ne fecero decine e decine di casse di pezzi d’affresco e calcinacci, in attesa d’ un miracolo che ricomponesse quello che era definitivamente perduto. Mi raccontavano anche di chi si portava a casa un tòco del Mantegna, un pezzo di testa, una mano e chissà cosa. Tanto ormai erano solo ruinassi, rovine.

Era diventato parroco di quel disastro, con la pena di vederlo ogni giorno. Cumoli di detriti, legno, vetri a piombo e mattoni, il soffitto a carena di nave rovesciata distrutto e incendiato, i muri perimetrali implosi. Ma intorno era peggio, la guerra era finita ed aveva distrutto anche dove le case erano integre; la città faticava a ritrovare un senso comune. C’era la miseria del dopoguerra, la prova della speranza che ogni giorno se inzegnava a mettere insieme la settimana. Fedeli poveri accanto ai professionisti che avevano conservato i patrimoni, famiglie che erano solo nei registri parrocchiali, presenze punteggiate di assenze.

Mio padre era comunista e quando chiese cosa dovesse per il mio battesimo, il prete gli rispose : gninte, el xe el me mestiere. Mio padre ne fu colpito, era lo stesso motivo per cui lui, che vedeva il mondo ingiusto e irreformabibile, che aveva respirato l’ineguaglianza prima e dopo il fascismo, pensava che ci fosse un ruolo per ciascuno, che il lavoro era dignità ed andava fatto bene. Questa impressione di prete diverso si accrebbe quando mia madre riferì in casa che all’arrivo della madonna pellegrina, che passava di parrocchia in parrocchia come argine al comunismo, il prete prese con sé la madonna e la portò in chiesa e poi disse alle donne: ‘ndé via, casa, le donne poe pregare anca casa, xe note, basta cussì. E si chiuse in quel poco di chiesa che gli era rimasta. Erano solo le nove di sera.

I poveri venivano ogni giorno, dava tutto quello che aveva, le tonache erano sempre più rattoppate, la perpetua c’era a tratti, anche i cappellani duravano poco: problemi di sostentamento. Insomma anche il prete era povero nonostante fosse una parrocchia del centro. Ed era anticomunista.

Lo ascoltavo nelle prediche, parlava della minaccia atea, gli uomini di azione cattolica distribuivano giornaletti ferocemente anticomunisti. Io leggevo il Pioniere, anziché il Vittorioso e non mi vergognavo per niente. Non provava a cambiarmi, si accontentava di questo ragazzetto che aveva i calzoni troppo corti d’estate e che combatteva battaglie con le pigne nella chiesa, dentro al cantiere. Capivo che tra lui e mio padre, avrei scelto mio padre, ma m’ incuriosiva questo anticomunismo del prete povero. Mio padre non parlava e quando proprio doveva, diceva che era un bon omo. Era il massimo, includeva la stima ed il rispetto. Avevano solo idee diverse, ma il prete non si approfittava del ruolo che gli dava la società. Capivo che c’erano due società che si compenetravano, che il comunista e l’anticomunista si potevano rispettare. Che il prete faceva il suo mestiere e che in questo aveva incluso l’anticomunismo, ma contava quello che faceva più dei pochi dubbi che mi creava.

Ero andato via da poco quando un giorno, mi dissero che anche lui se n’era andato. La chiesa era stata ricostruita, gli affreschi erano definitivamente perduti (adesso c’è una ricostruzione che fa capire cosa si sia davvero perso), il delitto perpetrato non aveva possibilità di essere ricomposto, ma pur vuota, la chiesa era davvero bella e la gente della parrocchia aveva ritrovato un benessere da città. Il suo mestiere di prete lo portava altrove, aveva chiesto di andare a passare i suoi ultimi anni, non in una parrocchia più ricca, ma al Cottolengo per dare una mano.

Me lo sono portato dietro così, anche negli anni furiosi, anche nell’ateismo ostentato, come una traccia buona nel mondo, come un anticomunista senza tornaconto, come la dimostrazione che l’idea non toccava l’uomo e non bastava appartenere ad una parte, bisognava essere uomini. Na degna persona, diceva mio padre. Ed ho imparato più sensibilità per gli altri da quell’anticomunista che nei periodi di occupazione dell’università. Da lui e da altri distribuiti su fedi molto pratiche, ho capito senza smettere di appartenere, come il separarsi dalla politica per riunirsi nell’uomo era il modo per riconoscere davvero gli altri. Testarli dove il bisogno annullava la definizione di parte e restava solo l’appartenenza al genere: quello umano.

l’estate straordinaria

Quell’estate fu piena di eventi straordinari. Arrivò una bibita nuova che era quasi un’aranciata, solo che si faceva in casa, con le polverette idrolitina. Col doppio della dose sembrava san pellegrino. Se non scoppiava il bottiglione, frizzava come le caramelle, nuove, nuove ed altrettanto pizzicose. Un motorino fu completamente smontato e rimontato, non funzionava prima e non funzionò poi, in compenso uno dei meccanici se ne innamorò talmente tanto che comprò le quote degli altri per procedere in proprio.  Dell’amore sbocciato, ne fece poi una discreta azienda metalmeccanica. Mangiavamo panini di salame e olio motore, l’acqua e la sabbia non bastavano a togliere il nero dalle unghie e dai tagli. Ma la morchia non è male se si ha fame di salame.  Con i soldi ricavati s’acquistò un giradischi portatile, usato, a valigetta, con valvole EL82 , 2.5 watt, rigorosamente mono, però la testina leggeva anche i dischi stereo. Comprammo anche un disco di un complesso inglese, assolutamente nuovo. Fu un formidabile strumento di attrazione sessuale. Solo attrazione. I vestiti erano svincolati dai calzoni corti, polo e jeans, argentine tagliate per i coraggiosi. Lo scollo a barchetta, un sublime oggetto del desiderio, imperava tra le ragazze. E chinati, chinati perdio, che vediamo. Pensieri a fior di labbra, tifo da stadio trattenuto a malapena. Le sfrontate avevano abbandonato la sottoveste, qualcuna aveva reggiseno a balconcino. E i desideri erano rigorosamente di genere, i maschi da un lato che ostentavano avventure sognate, le donne -che già a quel tempo parlavano tantissimo tra loro, di cosa parlavano poi?- dall’altro. L’incrocio dei desideri, mai sufficientemente indagato, si attestava su grovigli di romanticismo, voglia di potenza, paura d’impotenza, concetto  poco chiaro del limite - come si fa, sei sicuro? e se non vuole?- necessità impellenti. Quest’estate, perdio, non deve finire mai, è da correre a perdifiato. Ma dove? e perchè, con chi? Non importa, basta correre. Le notti. Nasceva il gusto delle notti. L’eroismo della notte, lo sforare ogni limite di sonno, con il vino allungato con la gazosa, la bocca impastata dalle sigarette al mentolo, i tavolini notturni della città arroventata, la coca cola, il mottarello. Parlare di tutto, di niente, nelle notte trascinate oltre il confine della mezzanotte, mezz’ora a sera, a settimana, fino all’una, le due, le tre. Conquiste tangibili, definitive. Stremati dal sonno il giorno dopo in piscina, ebbri di sole, di caffelatte, di cloro, di costumi rossi, blu, rosa confetto. Le giornate lunghissime, pigre, le letture, il primo playboy, il secondo. Si vede tutto. Quasi, non il pelo. E’ incredibile, ma sono davvero così le americane? La tenda, le scatolette, il fuoco sulla schiena: stanotte non si dorme, non potevo girarmi, si vedeva, eccome si vedeva. E lei lo sapeva. 

Di quell’estate ho tutto e niente, un insieme di righe scritte con la Pelikan, con lo stesso corsivo di adesso, la lettura furiosa di Pavese. Ma perchè non c’era il Po da noi, perché era a Rovigo, che cazzo serviva il Po a Rovigo, e perchè di Torino ci dicevano ch’era un postaccio dove al massimo si emigrava? L’estate è un fuoco d’artificio, vammi a prendere 5 nazionali, e non fumare che ti fa male, e perchè tu fumi, perchè sono grande e tu sei un ragazzo, un bocia, non lo sai che io andavo nei casini? Non è vero. Va bene entravo solo, non mi lasciavano consumare, solo vedere. Però vado a puttane. No, a me le puttane non interessano, non mi piace, però racconta, dai, racconta.

 

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