Willyco

in alto, senza parere

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il grillo saggio siede sul muretto al sole

Sediamoci al sole, sul muretto degli scontenti: questo è un paese vecchio, fatto di pensionati. Spesso talmente giovani che non lo sanno e hanno semplicemente mandato il cervello in pensione anticipata. Non parlo di chi si ostina ad avere speranze combattendo tra partita iva e call center, tra precario è bello e affitto da pagare. No, parlo di quelli che con il sedere al caldo, non partecipano, non si preoccupano, hanno una risposta pronta al loro disimpegno. Tanto… 

Allora sediamoci su questo muretto e godendoci il sole, parliamo di cosa faremmo, se noi fossimo gli allenatori di questa immensa squadra di calcio che ha quasi 60 milioni di giocatori. Parlo di strategia di gioco, di rosa dei titolari da mettere in campo, di massaggiatori ed allenatori dei portieri. Parlo di quello che servirebbe per vincere la partita. In questo siamo bravissimi, tutti, ma confesso che da qualche tempo, in questo campionato mondiale in cui la globalizzazione ha portato squadre nuove, sconosciute, senza rispetto per i vincitori naturali, non capisco più molto. Capisco ad esempio qual’è il campo, ma non chi sono gli arbitri, e spesso neppure le regole e chi sia l’avversario. Qualcosa dev’essere accaduto nell’89 o giù di lì, ma non ho (abbiamo) ben capito come si sarebbero svolte le partite successive. Dovrebbe consolarmi che, visti i risultati, neppure i vari allenatori che si sono succeduti devono aver compreso molto. Però non mi consola, come non mi consola la sconfitta della lega e del pdl, né mi preoccupa la vittoria dei cinquestellini, di cui sento la proclamazione della stampa che osanna qualsiasi vincitore. Neppure la tenuta (di che, di cosa) del mio partito, il Pd, mi rincuora, anzi ho l’impressione che anche al suo interno ci sarà la corsa all’oblio per iniziare una nuova partita, senza nessuna analisi seria di quanto accaduto. Siamo un popolo di lotofagi, smemorati non va bene perché qualcosa bisogna pur mangiare per dimenticare, ma adesso abbiamo un’agenda che trilla di continuo appuntamenti, scadenze, impegni, e francamente pare non si sappia che pesci pigliare, oltre ai soliti.  Eppoi chi ne ha le scatole piene non riesce più a vedere nulla di buono in chi si ostina a condurre la cosa di tutti, cambiare almeno un poco sembra la soluzione, basta una faccia, un provvedimento diverso, una svolta, ma se tutto è mediazione, il nuovo, anche qundo c’è, non riuscirà mai ad emergere.

Riassumo ciò che capisco: quello che chiedono quelli che non sono d’accordo, con l’attuale gestione della squadra, è il nuovo e la capacità di giocare con competenza.

Qui potrei fermarmi perché condivido e se questo è vero, qualcun altro dovrebbe dire cos’è nuovo e cosa significa competenza. Le mie sono convinzioni vecchie, si basano sulla mia storia e per me, nuovo, significa cambiare alcune persone che contano davvero, adottare provvedimenti mai presi prima e di buona ragionevolezza, tagliare qualche ingiustizia, spreco, rendita di posizione, potere non giustificato. Competenza, invece, per me significa non rinunciare al nuovo possibile, ma sapere di cosa si parla, non avere paura degli effetti del cambiamento, però conoscerli prima. Insomma non cambiare tutto perché nulla cambi, ma quello che è necessario e utile. 

E poi farlo questo nuovo con competenza. Farlo, non annunciarlo.

Non so se i partiti o il paese siano all’ultima spiaggia, francamente questa immagine non mi ha mai convinto perché il mare è sempre foriero di novità e di vita, ma io spero che i partiti, il mio almeno, capiscano che anche in un disastro si distinguono i buoni dai cattivi, che qualcosa si può salvare, che oggi, cambiare subito, è l’unica strada per dare una possibilità al paese, ai cittadini, alla squadra di calcio a cui apparteniamo.

Non c’è nulla più della verità che cambi in profondità e rivoluzioni. Basta vedere ciò che sta mutando sotto gli occhi, interpretare, agire di conseguenza. E serve un Paese coeso per affrontare la più grande sfida dell’umanità dai tempi della sua nascita, ovvero far sì che il benessere diventi un parametro di misura mondiale, non locale, un costituente della democrazia tra popoli e che non sia la finanza a dettare le vite e le democrazie che governano gli uomini. Quindi emerga un’economia che diventi condivisa.

Nel nostro Paese, abbiamo la possibilità di avviare un processo che può portarci davvero a pieno titolo in Europa. Ben oltre la sovranità di un piccolo Paese e dei piccoli governanti che esprimiamo, può nascere un processo politico in cui nuovi protagonisti entrino in gioco senza buttare la competenza. Non è una novità, ovunque questo viene fatto, e quale sarebbe la carta in più che potremmo giocare? Quella che non fa nessuno, ovvero l’autoriforma radicale della politica, un potenziale talmente forte, che pur nelle mutate condizioni mondiali dell’economia, nessun paese europeo è stato in grado di mettere in campo.  Allora nella nuova politica della squadra di calcio, non ci può più essere l’ AlfanoBersaniCasini, ma neppure Berlusconi e D’Alema, o Veltroni. Grillo deve tornare a farci ridere, se ne è capace, Vendola lasciare spazio ai suoi che non hanno narrazione, ma problemi veri. Il parlamento sarà nuovo se farà leggi nuove con teste nuove. Ed in questo, e finisco, ho poca fiducia su quello che verrà da un partito vincente grillino che proclama di essere fatto di cittadini prestati alla politica. Lo dicevano anche i verdi italiani, con il risultato che praticamente esistono solo i comitati che difendono un campo di terra, ma non una forza coerente che difenda in parlamento le ragioni dell’ambiente. E’ il teorema del muretto, dei pensionati di testa, la politica è una cosa seria che si apprende con umiltà e intelligenza. Chi viene amministrato deve pretendere di star meglio, e non di pagare gli errori di chi non conosce il gioco che sta facendo.

Non mi dicono niente i teoremi se non servono a qualcosa, eppure sono d’accordo su moltissimo: via gli indagati, acqua pubblica e acquedotti funzionanti, non più di due legislature, via i privilegi, tagliamo parlamentari e stipendi della casta, a casa chi perde, a chi ruba il carcere e l’esclusione da qualsiasi carica, ecc. ecc. Ma voglio sapere come si sviluppa il Paese, come si mantiene il benessere, chi paga i costi del cambiamento, quanti disoccupati ci saranno cambiando modello, come si occuperanno. Chiudere un’acciaieria, un cementificio è sacrosanto, se fa male alla salute, ma devo occuparmi di chi ci lavora dentro, creare nuova occupazione per quelli che vengono messi fuori squadra, prevedere come andrà a finire, avere una strategia. Ecco in questo serve la competenza e se posso permettermi, a me che il sindaco sia un cinquestellino o del mio partito, poco importa se è competente e bravo e tiene in ordine conti e città. Se invece è un lamentoso, che dà sempre la colpa agli altri per nascondere l’incapacità propria, allora può essere nuovo, giovane e pure bello, ma non mi serve a nulla.

L’impressione che mi è rimasta dopo le elezioni, e in quello che sta accadendo, è che stiamo perdendo tutti. Anche la speranza stiamo perdendo e questo è davvero il baratro, nella spiaggia si gioca, nel baratro si precipita e basta.

se la politica è una moda

Indossare una gestione dello stato sembra sia un dato umorale; qualcosa che prescinde, di fatto, da un progetto personale, oltre il piacere a sé od a altri. Insomma una moda, un sentirsi nel gruppo per compagnia; quest’anno va di moda il grillo, l’anno scorso il vendola, prima il berlusconi, o il dipietro o il bossi o il prodi. Comunque sia, alla politica, che deve assicurarci il benessere, una prospettiva personale e collettiva e magari anche un presente, si assegna un tasso di attenzione e comprensione inferiore a quello che occupa la nostra testa, in un camerino di un negozio di abbigliamento. Gli effetti di questo si vedono, perché partire dalla presunzione di competenza e onestà è come assegnare ad un tessuto privo di etichetta, la patente di pura lana vergine o seta italiana. Bisogna sentire tra le dita, informarsi, vigilare, chiedere garanzia e conto, e invece…

Qualche tempo fa, parlando della scuola pubblica sottolineavo che inefficienze, sprechi, e gestione, vanificavano il lavoro di chi si appassionava al suo mestiere e faceva ogni giorno bene il suo lavoro. Non bastava dire: è la scuola pubblica, bisognava, proprio perché pubblica, renderla senza ombra di dubbio, la migliore. Venni rimbrottato perché alimentavo l’attacco alla scuola, da parte dell’allora ministro Gelmini, in realtà l’unico modo per rendere inattaccabile la scuola o la sanità era, ed è, far sì che non siano criticabili. Se non si insegna a sufficienza, se i risultati sono l’ignoranza e l’apatia del sapere, gli utenti sono nella stessa situazione di chi attende inutilmente per un’ora in un ambulatorio pubblico una prestazione che paga. Per chi non ha la prestazione, significa che l’insegnante, il medico o l’equipe, stanno facendo altro, e questo poi evolve nella certezza di non ricevere il dovuto. Che il costo pagato direttamente o indirettamente, non sia commisurato alla prestazione. Ho fatto questi esempi perché se si accetta e non si pretende che la politica risolva questi problemi di efficienza ed efficacia, i soldi di tutti, anche quelli in più che versiamo per salvare il paese, vengono buttati in una fornace. A far sì che questo non accada, serve la politica, ma siccome so che è difficile che questa non cada in tentazione, che non  consolidi privilegi, non posso accontentarmi di innamorarmi del primo demagogo che appare sul mercato.

C’è un solo spettro che la politica non riesce ad esorcizzare, qualunque sia la maggioranza, ed è il fiato sul collo dei cittadini, l’interesse verso la cosa pubblica di tutti noi. Nel privato, purché non si leda il diritto d’ altri, si può fare ciò che si vuole, ma il pubblico è di tutti, ciò che butta dalla finestra Bossi o Lusi, ovvero finanziamento pubblico ai partiti, è cosa anche mia, nessuno può buttare la fatica degli altri al macero, ma in questo l’attenzione ed il controllo dei cittadini è mancato.

La democrazia non si esaurisce il giorno del voto, ma si manifesta ogni giorno nella sua riconferma. Superata l’età delle ideologie, che almeno il pregio di indicare un futuro ce l’avevano, è subentrata l’era delle paure. Lasciando perdere il ridicolo delle berlusconiane paure del comunismo, anche se bisognerebbe ricordargli che il capitalismo, in questo momento, sta facendo ben più danni e vittime degli inesistenti, trinariciuti, comunisti, ma le persone a questo non badano, epperò quotidianamente vivono nel timore di qualcosa che non dipende da loro, sia esso la finanza, l’economia, la sicurezza, il futuro pensionistico ed assistenziale, i diritti, ecc. ecc. Ma l’unico modo per governare le paure, è capirle, affrontarle, fare azioni collettive forti che portino verso il loro superamento. Può bastare per far questo, un comico, o un demagogo, od un agitapopolo? L’esperienza di questi anni dimostra di no, e che se la politica non è gestita seriamente, tenendo conto del contesto, genera disastri.

In questi mesi stiamo pagando il fatto che l’Italia era un paese senza crisi, così ci è stato detto per mesi, e adesso, che la crisi è esplosa nella sua evidenza, paghiamo, in aggiunta, l’incapacità dei tecnici di capire la politica e i bisogni dei cittadini. Senza un piano di sviluppo il paese, e chi lo abita, declina, si immiserisce. Per questo, io credo che i cittadini dovrebbero entrare nei partiti, senza pulirsi le scarpe, scuotere l’albero per far cadere ciò che non fruttifica più, ma anche usare la competenza rimasta per raggiungere degli obbiettivi chiari. E quali sono questo obbiettivi se non il presente e il futuro che vogliamo, la direzione che giustifichi la fatica dello stare assieme.

Credo che le parole lavoro, legalità, sicurezza, equità, solidarietà siano sufficientemente esplicative. Adesso le parole vanno riempite di domande, risposte ed azioni: visto che non vogliamo perderlo, mantenere il wellfare quanto costa ? quanto posso ricavare in efficienza senza toccare il costo? ha senso che un medico lavori dentro e fuori il sistema che lo paga? oppure sul lavoro, hanno senso le decine di adempimenti che impongono una pletora di professionisti da pagare per ottemperare alla legge? Oppure, se il servizio pubblico non è efficiente, ha senso che lo si mantenga comunque? oppure, perché incontriamo decine di persone, ogni giorno, in divise varie, che portano pacchi, fanno caffè, distribuiscono posta, cucinano e servono in tavola, guidano mezzi di trasporto, ecc. ecc. senza che nessuno di questi abbia un lavoro fisso e sicuro? oppure, ha senso che lo stato tenga precarie le persone per molti anni e le rinnovi di sei mesi in sei mesi, senza immetterle nell’organizzazione, se gli servono? oppure, ha senso che lo stato non paghi le persone e le aziende, che per fare un lavoro allo stato, hanno già dovuto pagare l’iva e le imposte? oppure, ha senso che chi svolge una attività di lucro, anche se sono fondazioni bancarie o chiesa, non paghino le tasse sugli immobili strumentali? oppure ha senso che si lasci andare in malora il patrimonio pubblico per poi svenderlo, anziché metterlo a reddito?

Come vedete ho citato solo alcuni piccoli elementi del fare nella politica, che vanno verso una minore spesa e più equità, e sono possibilità che non mi fanno scegliere l’antipolitica, ma mi fanno chiedere di fare, di essere rigorosi, di tagliare i privilegi di chi fa politica, di chiedere conto. Non mi piace lamentarmi e neppure assentarmi, penso che una delusione è sempre una sconfitta che merita un’altra battaglia, per questo non mi interessa molto la moda nella politica e mi preoccupa molto la disaffezione, temo che quest’ultima toglierà controlli anziché metterne di nuovi, ed io non mi fido. Non più, tantomeno della moglie di Cesare, ma proprio per questo devo esserci di più, come posso, anche se costa fatica, perché ogni volta che mi distraggo qualcosa può prendere il posto della fiducia. In fondo noi giudichiamo per i risultati e per il metodo, per entrambi, perché se fosse solo per i primi, spesso una dittatura avrebbe il campo libero. Ed io una dittatura fosse anche della moda, non la voglio.

la democrazia non è buona

I partiti sono strutture di pace che non funzionano in tempo di guerra e questo e’ un tempo di guerra che si esercita su un sistema crudele. Chi l’ha detto che la democrazia e’ buona? Non e’, né misericordiosa né giusta, è solo, sinora, il miglior compromesso elaborato per non divorare una minoranza. E questo suo fraintendimento iniziale (in aggiunta, per sua natura, è incline al conservare ciò che esiste) funziona ancor meno nei tempi d’ eccezione. Credo che tutti noi vorremmo una democrazia più giusta, ma passando ai fatti: quali sono oggi le nostre idee per uscire dalla crisi e far ripartire un paese?

Non ho aderito al liberismo come panacea dei mali degli uomini, non mi sono iscritto al partito di Merkel e Sarkozy, se devo stare zitto ed accettare che non parteciperò al mio presente ed al mio futuro, non ho bisogno di un partito. Ma io un partito ce l’ho, finché dura e se capisco la solitudine del suo gruppo dirigente, se capisco molto di molto, ho anche colleghi che resteranno senza lavoro e senza pensione a sessant’anni. Facile dire a una persona riciclati, lavora, scegli il nuovo, ma se non funziona a trenta, come funzionerà a sessanta. Per avere un poca d’equità, bisognerebbe almeno avere delle norme in deroga che tutelino i licenziati anziani, accompagnarli fuori dal lavoro dignitosamente. Credo che un sottosegretario al lavoro che abbia lavorato in fabbrica, farebbe bene ad un governo di persone  che, quando vanno in pensione a 75 anni, pensano d’ aver subito un sopruso. Sono lavori diversi, ma penso alle donne che verranno tenute a forza nei posti di lavoro, oltre i 40 anni di contributi, oltre i sessant’anni. E’ l’Europa si dice, ma altrove ci sono strutture ed accessi multipli al lavoro talmente diversi da dare libertà sconosdciute in Italia. Se si pensa che le donne assommano normalmente l’attività di cura al lavoro, a 60 anni, lasciamo loro almeno la scelta. Per chi lavora due volte qualche pensiero si dovrebbe pur fare nel senso dell’equità.

Penso poi a come si pagherà la crisi della finanza, non parlo per me, sto bene senza particolari ricchezze, pagherò, ma in assenza di una patrimoniale vera, senza un sequestro dei beni degli evasori, in questo momento, dov’è l’ equità nei confronti delle persone che si vedono ritirare il fido, ridiscutere il mutuo, vendere la casa per debiti?

Non e’ un problema solo italiano, dicono. E’ vero, ma noi abbiamo fatto di più e meglio nel debito e nella crisi, e per restare tra quelli che contano adesso ci viene detto, che in due mesi si devono recuperare 10 anni, che l’Italia deve salvare se stessa e l’euro. Mi pare un compito immane e senza solidarietà non so che Europa verrà fuori, di certo, pensando a quale Italia pagherà il costo del salvataggio, ne uscirà un paese stremato, diviso, incattivito. Possiamo dire che queste sono le ricette e le richieste della destra, dei mercati finanziari,  allora ciò che m’ impressiona è la carenza di elaborazione alternativa. Il riformismo occidentale tace e non dice nulla sulla sua ragione fondante, ovvero come pensa di assicurare diritti, tutelare i deboli, creare una società più giusta e partecipata. Non parla di come verra’ affrontato il problema del lavoro e dei giovani nel mercato globalizzato. La terza via di Blair e’ fallita, anche quella di Zapatero ha fatto una fine ingloriosa, Obama, non ha una via liberal per uscire dalla crisi e delude, dipendendo troppo da regole che non riesce a scrivere, ciò significa che il riformismo, senza una propria visione della società che comprenda eguaglianza e giustizia, termini che significano disciplina e leggi di governo dei mercati, non esiste. Sistemi economici, sovrastrutture si scontrano. Oggi sul mercato c’è una massa di denaro pari a 6 volte il pil mondiale, che compra la democrazia, impone governi e dittatori, piega aziende e mercati delle merci, condiziona le vite, i desideri, i bisogni dell’intera umanità. La finanza non è al servizio dell’homo faber, ma a servizio di se stessa. Pensare che la produzione, il benessere degli uomini, il pianeta siano governabili in queste condizioni, senza regole, è demenziale. Cosa racconteremo, noi che siamo di sinistra, che siamo riformisti, o semplicemete ci rendiamo conto di ciò che sta accadendo, che questo mondo e’  irriformabile? Nel redivivo Candide, interpreteremo il Pangloss della situazione, sostenendo che questo e’ il migliore dei mondi possibili?

Dei tre diritti fondamentali, la democrazia così interpretata, ma ancor più il riformismo, e’ in grado di assicurare solo la libertà di pensiero e di parola. Per questo è necessario, impellente farsi domande, esserci. Voglio essere ottimista e pensare che nel dopo Berlusconi si apra una grande stagione di confronto, in Italia, sull’idea di modernizzazione e di futuro, che venga individuata una strada per portare il paese in Europa, verso una unione di fatto e di diritto, che finiscano le pagliacciate sui secessionismi e le piccole patrie senza luogo, che nel confronto tra destra e sinistra ci sia la consapevolezza che l’intero edificio è un valore.

Ma nell’attesa, vorrei anche partecipare al presente, avere la possibilità di discutere della crisi dell’economia e dei partiti, cioè dei due vincoli che governano la mia vita, non essere in una democrazia di guerra che zittisce. I presupposti su cui sono nati i partiti maggiori in Italia erano diversi. Non solo i partiti non servono in guerra, ma è la situazione in cui sono nati che non prevedeva tale e tanta gravita’ e cambiamento. Francamente nessuno oggi, anche se lo spera, vuole sentirsi raccontare di non preoccuparsi, che passera’ e che tutto sarà come prima. Per questo credo che, nel ribollire delle urgenze, ci sia uno statu nascendi da creare, che l’equità immediata sia necessaria come la privazione, che l’abbattimento del privilegio, porti a nuove regole di pulizia nell’essere sociale. Nell’attuale, incredibile situazione di democrazia alterata, è compito di chi vorrà governare poi, dire subito cosa accadrà, dare un senso ai sacrifici, stipulare patti vincolanti, introdurre la comprensione della realtà accanto alla tensione dell’orizzonte verso cui si vuole andare.

Ricostruire regole e convivenza, spazzare via il vecchio che ha portato a questa situazione, riprendere in mano il proprio destino, non ci può essere solo accettazione supina, questo lo deve sapere il corpaccione vecchio della politica, e lo deve sapere anche il governo dei tecnici a cui è chiesto, non di fare ciò che altri non ha avuto il coraggio di fare, ma di trovare strade nuove e poi lasciare il campo perché è finita l’epoca del governo dei generali e torna la normalità.

La democrazia non è buona, ma la dittatura della finanza è peggio.

sogno anarchico

Sogno la violenza del silenzio, della riprovazione, della presenza muta che tolga il sonno al potere cieco.

Sogno la consapevolezza che porta l’amore altrove, lo schierarsi senza reticenza e senza passaporto, l’esserci perché non si tollera più la distruzione del presente e del futuro.

Sogno la forza anarchica della risata, che confina nella solitudine del ridicolo i potenti.

Sogno la fuga dal servilismo, l’ostentazione muta del diritto violato.

Non meritano le nostre canzoni, i nostri slogan, gli danno forza, e allora silenzio, rifiuto di collaborare, non violenza. Ogni giorno finche’ non cambia.

P.s. Metto la locomotiva di Guccini speriamo che Sacconi non si preoccupi.


acquisterò dei btp: ovvero parole in libertà

Consideri attentamente, quanta parte dei suoi fallimenti è in realtà voluta?  E quanto, lei ha agito per fallire?”

All’aria c’è lo spread con i Bund tedeschi, in ufficio c’è lo spread, a casa lo spread emerge da tv, computer, radio. Sembra che questo annulli tutto, non ho più idea di cosa accade nel mondo, anche l’alluvione in Toscana e Liguria sembra una notizia marginale. Ossia, conosco abbastanza di ciò che accade, ma come molti argomenti in questi giorni, dura poco nell’attenzione. Siamo soverchiati dalle notizie sull’economia, tanto che anche Berlusconi e la sua incapacità di gestire la crisi, passa in second’ordine. Come nel passaparola durante le situazioni ingovernabili, sembra esistano scorciatoie, ci si affida a Napolitano, si aspetta un segnale. In fondo questo è sempre stato il sogno dei cittadini: che gli risolvessero i problemi, visto che i politici vengono pagati per quello, e che li lasciassero in pace. Ma le scorciatoie non esistono, esistono i problemi, la loro genesi ed evoluzione, le soluzioni. Sul terzo punto si accentrano le attenzioni, gli altri vengono derubricati per tempi migliori, adesso, si dice e si pensa, non c’è tempo per riflettere e capire, bisogna agire. Questo fa percorrere vie sommarie, viene annunciato che comunque le soluzioni faranno male, arriveranno bastonate. Dovrei essere tranquillo, contento? Comunque, pagheranno molto i soliti, i tartassati dalla vita e dalle opportunità. Gli altri si lamenteranno molto, ma una parte dell’utile vitale (perché c’è un vitale che non dipende dalla sussistenza, ma dal bisogno e questo è diverso per tutti. I ricchi hanno più bisogni! O almeno così gli sembra…) sarà stato, nel frattempo, messo al sicuro. Ma io vorrei rifiutare i luoghi comuni, il fatto che usino parole d’altri, terribili tempi, le lacrime e il sangue dei bombardamenti su Londra. Non voglio, in aggiunta, alle difficoltà, la tirannia, la distrazione dalla realtà, che è ben più complessa dell’andamento della borsa. Capisco che mi vogliono anestetizzare con ciò che non posso risolvere, e i problemi di più basso livello vengono cancellati e sono questi che mi frullano per il capo e mi disturbano, perché oltre al denaro mi viene tolta la possibilità di vivere la mia vita. La vita comprende quella degli altri, interessarsi di sé e del mondo, provare emozioni. Ecco, mi stanno togliendo le emozioni. Dopo la solidarietà sparirà la capacità di esserci, di com patire. Mi disturba il fatto che Berlusconi lo mandi a casa un tycoon della finanza che non è migliore di lui, mi disturba che non siano i cittadini a farlo, mi disturba che chi lo vota non abbia capito che la sua guida dell’Italia è inadeguata, e non solo adesso che c’è tempesta, ma anche prima quando sembrava vivessimo nel migliore dei mondi possibili. Con le emozioni, mi toglieranno la mia possibilità di felicità. Eh, sì, perché se sento, se non sono anestetizzato, accanto al malessere esiste la felicità, magari per poco, ma esiste.

Una domanda secca: quanto siamo felici? e perché non lo siamo se è così? Ecco, torna l’idea che il fallimento non abbia solo protagonisti esterni. La felicità non è una categoria della politica, inopinatamente la costituzione americana l’ha inserita nella carta costituzionale, ma parlava di un’altra cosa. Parlava della felicità dei padri fondatori, della solida felicità liberale e borghese, fatta di abitudini, di appartenenza, di vite realizzate e vissute in stanze con le pareti foderate di quercia, parlava di religiosità forte, di domande con risposta, di certezze, di ruoli definiti, di principi intoccabili. Non parlava del casino in cui siamo adesso, della globalizzazione che muove posti di lavoro da una parte all’altra del mondo, di merci che durano poco, ma costano altrettanto poco e che si mangiano il pianeta invadendo le case. Non parlava della felicità attuale, del mondo in cui ci può essere libertà sessuale e persecuzione per il sesso, di sette miliardi di persone, degli schiavi veri od occulti, dello sfruttamento dei principi democratici per conculcare gli altri esseri umani, dei diritti individuali scritti e inapplicati. La felicità in questo mondo, è solo un fatto privato, non un diritto, avrà, quando capita, una dimensione domestica, si confronterà con il quotidiano. Ma pur nella sua dimensione privata ha bisogno di individui consapevoli del proprio destino, di persone in grado di sentire. La crisi mi toglie il diritto individuale alla felicità, perché derubrica tutta la mia scala di valori, mi conduce verso la paura. Mi chiedo come essere felice al tempo dello spread, e capisco che ho solo la strada dell’analisi e della critica, che solo attraverso la consapevolezza mi libero e posso governarmi. Se non sono governato a livello nazionale, almeno posso puntare sul governo di me, delle cose che sono importanti e rifiutare la dittatura della disinformazione su ciò che accade davvero. 

Acquisterò dei btp, quel poco che posso, perché penso che se gli italiani si comprassero il debito nazionale già ci sarebbe un passo avanti, dimostrerebbero fiducia su se stessi, ed eviterebbero di farsi togliere soldi a fondo perduto, conserverebbero il patrimonio di tutti, ora in gran parte di proprietà straniera attraverso il debito. Uno stato proprietà dei suoi abitanti, mi pare così rivoluzionario in questi tempi in cui è la finanza a possedere il mondo che forse  ricomincerei a pensare a quello che mi accade attorno, finalmente libero dallo spread.

gl’imbrogli

Il 10 ottobre, Andrea Zanzotto, ha compiuto novant’anni. Qualche volta ha corso per il Nobel, di sicuro è un grande poeta, un veneto perché scrive nella lingua di Soligo, un Italiano. Prima di tutto un Italiano. Cosa significhi essere Italiano oggi, non è ben chiaro. Io ho un’opinione, ovvero che sia appartenere a qualcosa che rende liberi, fa crescere e sentire che si è in un progetto più grande di quello personale, fa rispettare regole e compiere sacrifici, in cambio restituisce la dignità di una cultura, una lingua, molti diritti eguali, un luogo in cui tornare, un passato da ricordare e un futuro tutto da creare. Parto dal futuro, perché Zanzotto quando parla dei disastri compiuti dalla crescita economica nel territorio della Marca gioiosa e del Veneto, non evoca un passato aulico in cui si era poveri, ma felici. No, parla dell’infelicità del passato e di quella attuale che non può essere compensata da un benessere/malessere, ma anche di quella del futuro che è priva della possibilità del bello e dell’utile. Si è passati da una infelicità ad un’altra inseguiti dalla paura di non avere e quindi di non essere. Questo novantenne è offeso, come molti giovani precari e credo appartenga più a loro che alla schiera di intellettuali conniventi, giovani e vecchi, che sostano nelle anticamere del potere. Si può obbiettare che è un vecchio vizio degli intellettuali colpire la miseria dei tempi, scrivendo nelle case calde, contando su prebende e privilegi che certo un operaio non ha. Non è il caso di Zanzotto, scrive in veneto, potrebbe star tranquillo, essere chiamato a benedire qualche inaugurazione e invece rispetta ciò per cui ha vissuto, la Resistenza, il Paese. Insomma la sua vita, che quest’uomo riconosce e che negherebbe se non dicesse quello che ha sempre detto. Anche quando si era poveri. In Russia si dice che i poeti sono terribili perché vedono oltre la realtà, ne colgono il futuro e quindi lo predicono. E questo futuro esige che l’uomo, inteso come costruttore di un progetto di cui si conoscono fini e rischi, lo prenda in mano.  

Per molto tempo, anche ora, sono stato tra quelli che hanno favorito la crescita economica. Ovvero ho aiutato imprese ad insediarsi, ho cercato di far in modo nascessero posti di lavoro stabili e alla luce del sole, ho pensato naturale che lo sviluppo fosse possibile con l’uomo, non contro di esso. L’uomo ha sempre trasformato il mondo in cui è stato, ha divorato specie, eliminato montagne, piegato (così gli pareva) la natura a sé. E’ necessario ora trovare la compatibilità tra questa pervasività/trasformazione e la capacità di equilibrio/rigenerazione. Già oggi un centinaio di giorni prima della fine dell’anno abbiamo già consumato le risorse del pianeta dell’intero anno. E questo accade e peggiora ogni anno. Il tema è tutto qui: come arrivare ad un bilancio che segni un pareggio e non un deficit da consegnare al futuro. Non sono un apocalittico, ma non ho neppure così tanta fiducia che la scienza risolverà tutto, e tantomeno la politica. Entrambe rispondono al principio di profitto prima che all’interesse comune, e il principio di profitto comporta che la somma di ciò che costa sia inferiore al prezzo a cui si vende. Tutto questo agisce su ciò che apparentemente non ha costo, anche Marx lo considerava tale, ma almeno allora, un umanesimo nei fini c’era. Quindi decrescita felice. Credo che questo sia il messaggio di Zanzotto, unito ad un senso civile talmente alto da far capire che il bene comune comincia in casa, nel quotidiano, nei pensieri, nel vedere davvero lo sfacelo in cui siamo immersi, nel provare speranza e perseguirla, nel dire basta: fermiamoci, pensiamo.

Questo è un territorio bellissimo, il tempo cancellerà le ferite, ma è il passaggio, questa stagione ad essere cruciale. Non riesco a trovare volontà di cambiamento, priorità che dicano che capire, studiare, prima di fare, è essenziale. Esistono gli strumenti: le valutazioni di impatto ambientale, le fattibilità, i piani industriali. Basta capire cosa si vuole raggiungere, qual’è la priorità. Consapevolmente rallentare, non perché ce lo impongono gli altri che stanno consumando più di noi, ma perché questa è la scelta consapevole. Oggi la priorità è il lavoro. Ma quale, quello precario che divora persone e territorio, oppure altro, e che sia stabile, che permetta alle persone di vivere, non solo di comprare cose. Negli strumenti che ho citato, la legge è il tetto con cui bisogna trovare la compatibilità, ebbene, questo non basta più perché ogni volta che si ragiona nel particulare, il generale subisce un’ulteriore peggioramento. E noi viviamo nel generale, non solo nel particulare. Da anni vengono proposti modelli e realizzazioni compatibili, anzi a impatto decrementante, io stesso lo faccio. Non si fanno perché costano. Ecco, bisogna sfatare la fanfaluca che sia possibile mantenere inalterate le componenti economiche ed avere miglioramenti determinanti, ma assumere un costo chiaro non dovrebbe essere un problema, proprio perché comunque adesso c’è comunque e lo si assume in forma surrettizia, attraverso tutte le altre componenti di costo sociale. Una proposta potrebbe essere di detassare gli investimenti che vanno in direzione di un miglioramento ambientale, che fanno immobili energeticamente attivi, che non alterano il ciclo delle acque e dell’aria, che accettano di sottoporsi a protocolli di salvaguardia ambientale commisurati al luogo in cui si insediano perché le compatibilità sonodiverse da luogo a luogo, e così via. Molto meglio che finanziare i pannelli solari nei campi coltivabili e soprattutto meglio che dire: crescete, poi qualcuno provvederà. Perché non provvederà nessuno, se non si provvede ora.

L’Italia, non la padania, è il settimo paese industriale al mondo e se riconquistasse un ruolo più alto nelle potenze dell’intelletto, della cultura, inizierebbe una considerazione diversa per questo Paese. Non penso solo al banale ritornello dell’investire nella ricerca, senza dire dove e perché vanno i soldi, ma del progetto di avere premi Nobel, di essere un paese che importa intelligenza e non la cede ad altri, di creare un modello di pensare la crescita partendo da ciò che si ha. Ma noi abbiamo un ministro del bilancio che dice che la cultura non fa pil, dove volete che possiamo andare. Il grande imbroglio della crescita è questo: far pensare che questa sia altrove da dov’è , non mostrare i luoghi in cui avviene, occultare il bilancio vero per ciò che si fa, dicendo cosa si dovrebbe fare. E questo purtroppo non è solo dentro le fabbriche, ma anche nel mondo del sapere, nella sua creazione e trasmissione, della criticità di esso. Non ce l’ho con la scuola e tantomeno con gli insegnanti, senza di loro questo mondo non si cambia, non si vede. Mostrate il mondo, fatelo vedere ai ragazzi, ditegli che si può cambiare. Di questo parlo e di questo mi parla Zanzotto.

la tronfia scienza

Ci deve essere sempre un difensore dell’ortodossia. Un inquisitore, un crociato del paradigma, colui che difende ciò che è, non ciò che sarà, e anzi cerca di impedirlo perché non rientra negli schemi e quindi è potenzialmente pericoloso. Si può codificare tutto, anche la trasgressione, e ricondurla all’interno degli schemi. Si insegna la trasgressione, quella possibile, naturalmente, e quella possibile è quella che non tocca gli equilibri.

Dell’eccessiva importanza del sapere codificato, della tronfia celebrazione che esso fa di sé, ben attento a conservare i privilegi per pochi e il monopolio del sapere da trasmettere, ben sanno i giovani ricercatori, i talenti, i lavoratori della ricerca, anche quelli che talenti non saranno mai, ma semplicemente hanno fame e per questo sono più svegli. Di tutto questo non possiamo fare a meno, però quello che accompagna questo mondo si potrebbe rimettere in competizione. Di qualche giorno fa le dimissioni di Guido Pescosolido per l’assegnazione del premio Acqui a De Mattei, già vicepresidente del Cnr e antidarwiniano. Una tempesta in un periferico bicchier di vino, si potrebbe pensare, ma in realtà uno dei tanti contrasti tra modi di vedere la realtà. Se condivido il gesto di Pescosolido, contro una interpretazione confessionale della storia, non riesco a non pensare che tutto questo in realtà non cambia un sistema che coopta e include. Una casta si dice adesso, e come tutte le caste bisognosa di conservare ruolo e potere.

Il ruolo del sapere e della scienza nel mondo è fondamentale, ma quanto di questo toglie nella criticità, quanto conformismo c’è nella scienza, negli insegnanti, nella trasmissione del sapere e ancor più nell’abitudine da indurre al pratico utilizzo di questo? Quanto viene inoculata la certezza che per ogni problema ci sia una soluzione già pronta, che basta cercare o attendere, che ogni danno così si potrà riparare?  

La funzione del dotto è mutata nel mondo, ed è abbastanza recente la sua professione libera, anche quella dell’insegnante come mestiere di grandi numeri, non arriva ai due secoli e mezzo di età. In fondo, che fosse Maria Teresa, imperatrice d’Austria il sovrano che impose l’istruzione elementare come istruzione di massa, forse aiuta a capire quanto la scuola fu vista come formazione di buoni cittadini e forza lavoro più che luogo per formare individui critici e demolitori di paradigmi.

Dei miei insegnanti molti erano Teresiani in spirito e insegnamento. Non voglio dire che erano bravi o meno, voglio dire che prima veniva la formazione sociale e poi la scienza e che entrambe non erano discutibili. Chi mi ha fatto amare il suo sapere era chi mi conduceva dentro la bellezza del capire il pensiero già stato e lasciava aperta la porta al cambiamento, all’evoluzione. Gli altri erano venditori di cadaveri, alcuni inutilmente severi, che nascondevano difficoltà, ignoranze, troppe certezze e noia. Mestiere difficile quello che si prende carico di spingere fuori dal solo desiderio, dalla facilità, dal senso, i giovani. Credo, dopo tanti anni dopo il ’68, che l’intuizione di una orizzontalità tra chi insegna e chi apprende avesse molta sostanza. Nel senso che c’è uno scambio necessario e se lo scambio non avviene, l’apprendimento vero non si realizza. L’apprendimento è ciò che ci trasforma, non quello che si ricorda. il mio insegnante di impianti chimici a ingegneria diceva che un buon ingegnere doveva saper leggere e ricordare dove trovare ciò che gli serviva per risolvere od almeno affrontare un problema.  Non c’era internet, i libri erano molti e pesanti. Credo ci volesse insegnare che una mappa in testa, un grafo era un modo per essere adeguati.

E non era tronfio. Avrete capito che i tronfi mi stanno sulle scatole, perché non hanno limiti e dubbi. Ma questo sentire forse è solo protezione per i miei limiti, per le mie ignoranze abissali, però se non le conoscessi come potrei vendermi un po’ sopra il mio valore? 

Noi eravamo e adesso cosa siamo?

Queste righe le ho scritte per un blog fatto da Faty e altri giovani, per riflettere sulla condizione giovanile.   http://noclaps.wordpress.com/ 

E’ quello che penso della mia generazione, convinto che questa abbia una occasione unica per non dichiarare il fallimento della propria vita collettiva, delle speranze che ha incarnato, del mondo che voleva ed in piccola parte ha cambiato. Lasciare ai giovani la possibilità di cambiare il mondo è un regalo che facciamo a noi stessi, un bene che ancora non conosciamo.

Questo del rapporto tra giovani e anziani (grandi come dicono loro, con molta misericordia, ma siamo vecchi, irreparabilmente vecchi, se non viviamo le nostre vite lasciando che quelli meno “grandi” di noi vivano le proprie) è un tema che sento molto presente in me, non solo attorno. Ne parlo con mio figlio e con altri giovani, quello che ricevo è talmente vitale che mi pare incredibile che questa non sia la vera riforma che una forza politica di cambiamento sceglie per governare il Paese.

Basta guardare gli eventi sui giornali, o andare alle inaugurazioni, alle celebrazioni. Non importa che siano grandi o piccole. Bisogna guardare nelle prime file, attribuire le età, riconoscere le facce. Se il mondo fosse vero, ovvero aderente alla realtà, dovrebbero esserci giovani uomini e donne in  quelle file. Se il mondo procedesse in un senso lineare e non circolare, uno di  quei giovani si dovrebbe alzare e chiamare un nome, invitandolo a dire di sé, testimoniare qualcosa, passare un testimone, raccontare cosa sta facendo perché adesso il mondo cresca, sia più giusto, vada un poco avanti nella coscienza del bene comune. E il chiamato dovrebbe dire, con la sintesi degli anni, di chi ne a viste, che non s’è stancato di vedere, dire. E poi dovrebbe tornare al suo posto, con una leggera commozione negli occhi e nella voce, perché gli uomini vecchi, anche quelli che non sanno di esserlo, sentono la difficoltà del mondo. Si commuovono. Poi gli passa, ma quel leggero tremore di voce gli scava dentro la sensazione che il percorso che avevano iniziato non si sia compiuto.
Noi eravamo la testa di cento manifestazioni, avevamo un fuoco nelle mani, con cui giocare e fare luce nelle nostre notti. Le notti insonni saranno pur servite a qualcosa. Credo. Spero. Oppure no?

Noi eravamo e adesso cosa siamo?
Forza queta, riflessione, cambiamento senza utile personale, oppure siamo diventati quelli che sembrano i più fortunati di noi: gli smoking delle prime, i culi per sedili delle auto grige, che però sono blù, gli oracoli che distillano saggezza e sono privi di cuore?
Siamo davvero così banali?
Una generazione, la mia, spiaccicata sull’essere-avere, che dopo aver osannato l’essere, ha ripiegato sull’avere spacciandolo per il primo. L’avere è il cialis della mia generazione, quello vero, quello che serve per il coito giornaliero con una vita non consenziente, che invece ti direbbe: fai altro, occupati di altro, dai una mano, mettiti a disposizione. E se non serve a far soldi, meglio, è così bello il mattino senza la pressione alta.

Il grande servizio che compirebbe il nostro sogno giovanile, che davvero prolungherebbe la giovinezza, sarebbe permettere il cambio generazionale, permettere che questa società diventi giovane, faccia errori nuovi, inventi virtù sconosciute, sperimenti piaceri meno banali. Questo chiedo a me stesso e ai miei coetanei: farsi da parte per scelta, che significa essere dentro, nel profondo, della società più giusta che volevamo. Non cacciati, ma utili, disponibili. E’ una così grande libertà dire ciò che si pensa, vivere come si pensa giusto, ed assieme a questa, è ancora più grande la libertà di ascoltare ciò che dice una persona che non ha la tua esperienza, la tua età, il tuo percorso e sentire.

Non annoia, capisci, non annoia. E noi siamo annoiati di noi stessi, sgrufoliamo in un mondo che è nostro, ma che contiene una domanda terribile: è un mondo peggiore di quello che abbiamo ricevuto?

Bisogna lasciar fare ed essere lo stesso, affrontare la realtà e non occultare il cadavere. Non faranno peggio di noi, avranno misericordia e cuore e soprattutto non annoieranno come noi stiamo facendo.

no party

Credo che al di là dei nominalismi, del fascino delle parole d’importazione (indignados o altro), un sinonimo per la quasi perduta generazione, dei venti-trentenni, sia offesi.

Questa parte del paese è offesa perché privata di un orizzonte comune, di un ambito in cui poter dimostrare quanto vale. E deve valere, questa generazione, altrimenti non essa, ma il paese non ha futuro. Nei racconti, più o meno horror, della nuova chirurgia sostitutiva, si evoca ciò che potrebbe alimentare le banche d’organi, ovvero la donazione coatta o peggio. Ecco nel caso di questo nostro corpo sociale, una parte, quella giovane, sta coattivamente alimentando altra parte del corpo sociale. Sostituisce braccia, cuori, cervelli e capisce d’essere solo organo, non organismo.

I dati inps sulla gestione autonoma del popolo ( che è un modo per prendere in giro delle persone obbligate ad avere meno diritti) partite iva, informa che questa parte della previdenza, è in forte attivo: oltre 1.3 miliardi. Si dirà facile, questi contribuenti sono giovani, non hanno pensionati da sostenere, ma in questo caso non c’è accantonamento per le pensioni future, il gettito alimenta le altre pensioni, quelle dell’Italia dei pensionati baby degli anni 70-90, quelle dei trattamenti privilegiati e normali. Normale che che le persone attive assicurino i diritti maturati dalle persone in quiescienza, anormale che i primi non abbiano un orizzonte di diritti eguali.

Non mi interessano le guerre tra poveri, ma la questione del lavoro e della sua relazione con la vita privata e sociale dell’uomo, è il problema principale di questo paese. Senza una soluzione a questo problema anche l’evoluzione politica dell’Italia è bloccata, consegnata ad una sterile diatriba, tutta interna ai partiti, mentre cresce il partito dei no party, ovvero dei senza partito, dei senza storia, dei senza ideali. I bisogni non creano una nuova classe politica, ma certamente possono scrivere l’agenda delle priorità. La grande beffa è che in questo momento la crisi economica occlude tutto, e chi è più colpito dalla crisi dovrebbe fare lo sforzo di diventare un gigante, un soggetto che conosce il linguaggio sociale, che diventa alternativo e si struttura per restare permanente e alternativo. Gli esempi non mancano in Europa, i Grünen tedeschi, il nuovo governo Islandese, fino ai movimenti che stanno nascendo un po’ dappertutto, motivati dalla deprivazione di presente e futuro, ma anche da una carenza di evoluzione dei vecchi schieramenti storici di destra e sinistra, incapaci di affrontare una visione glocal del mondo.

Mi sono chiesto perché non c’è una protesta strutturata in Italia, perché ci sia sempre un ondeggiare tra entusiasmo e depressione, con vampate, che poi si spengono in fretta. Credo si tratti di una coscienza forte del proprio disagio senza un nemico certo, quindi priva di alleanze patitetiche, che manchi di base popolare (ma questo non è un problema, la storia viene spesso indirizzata da elites più sensibili) e che al tempo stesso, questa protesta, sia inserita in un sistema che sta ancora aggiungendo risorse private. Cioè il fondo del barile è nella famiglia, nei pochi risparmi disponibili. Ma anche nell’ideologia individualistica che è penetrata in questi anni di berlusconismo poco contrastato sul piano sociale e che porta il problema nella soluzione individuale, non collettiva.  

Ci si lamenta della scarsa reattività dei partiti di sinistra riformisti, ma ciò che vive deve credere in sé. E se questo vale per il nuovo, vale anche per le strutture ormai moribonde, per le quali la credibilità verso se stesse è necessaria per conservare i privilegi. Bisogna saperlo e contrattare con questa esistenza, oppure avere sufficiente forza per ribaltarla. Molto spesso tutto finisce per inclusione e la protesta non assume sostanza politica di cambiamento. Una coscienza collettiva dell’offesa, può cambiare le cose, se ha la capacità di inserire le ragioni della protesta nella politica. E soprattutto se è in grado di pervicacemente insistere, mostrare, far diventare moda (in senso statistico) ciò che è percepito come marginale. Mi sono chiesto spesso cosa manchi all’Italia perché si attivi una vera protesta, non ho risposte, casomai sensazioni. Una di queste è, la discontinuità della protesta, la sua episodicità che sembra non testimoniare un problema vero. La seconda è la mancanza di una piattaforma comune e di obbiettivi raggiungibili. Il tutto deve essere esplicito, alla luce del sole. Non importa quanto alti siano gli obbiettivi, ma chi li propone dev’essere convinto che sono raggiungibili. La terza condizione è che i movimenti, forse per preservare una purezza presunta, non cercano alleati con cui parlare da pari a pari. La quarta ragione è che solo una ristretta minoranza di giovani è convinta che il proprio futuro passi attraverso una propria protesta collettiva, gli altri sembrano occupati in altro. Tutte queste condizioni possono essere mutate, ad esempio quanto ho citato sulle pensioni mi fa pensare che possibili alleati naturali per la soluzione dei problemi della generazione senza diritti, dovrebbero essere i beneficiari di questa situazione, cioè i pensionati. Ma per far questo non basta la giustezza delle ragioni, serve la capacità di tessere alleanze, il non isolarsi. Molti, come chi scrive, è dalla parte di questi giovani, disponibile a battaglie comuni e sente la loro condizione come offensa. Creare alleanze con i padri è forse la novità e il discrimine di questa stagione del mondo, ma si può fare. Si può fare.

Nei prossimi giorni ci sarà una manifestazione nazionale sul precariato, se accanto alla protesta “ufficiale” dei sindacati e dei partiti di sinistra, ci sarà una presenza grande dei senza partito, dei diretti portatori di bisogni, ordinata, con il silenzio di chi è senza parola in questo Paese, senza furia ed incidenti che alienano ogni consenso, ci sarebbe un enorme impatto ed un segno di identità e di forza. La vera premessa per quel partito nuovo, il no party progressista e risolutore dei problemi che non solo i giovani vogliono.

p.s.esiste un blog che parla di queste cose, imparo molto da ciò che vi leggo:  http://noclaps.wordpress.com/

sono gli stessi

Non è un governo diverso da quello dello scorso anno. 

Era Scilipoti, forse, che doveva convincere Standard & Poor’s a dare fiducia? E’ cambiata la maggioranza, ma non è cambiata nella sostanza e l’hanno capito, si vedeva e sentiva. Neppure la fuori uscita di Fini, ha cambiato la sostanza: sono gli stessi.

Confindustria se ne accorge ora? E gli altri che cominciano ora a prendere le distanze dov’erano? Un paese di pavidi viene declassato da un’agenzia discutibile, ma resta pavido. L’Europa per convenienza, un poco ci difenderà, ma ci ha già declassato come importanza: siamo inaffidabili. E questa consapevolezza non ci basterà per avere uno scatto d’orgoglio e cambiare il Paese. Cosa dobbiamo ancora soffrire, perché ci sia una reazione?

Questo Paese non cresce, non ha una visione chiara del suo futuro, rifiuta la malattia. Ci perdiamo dietro i vizi di uomini piccoli e perdiamo la misura di quegli uomini: sono piccoli e servono giganti. E’ finita l’epoca della normalità. In questo sta la pavidità, una qualità miserevole per l’individuo e per un popolo, perché il pavido non salva nessuno, se non se stesso, neppure i suoi cari, salva. Invoca l’istinto per dismettere l’intelligenza che porterebbe ad una scelta diversa.

Ci sarà un’altra manovra, altri miliardi verranno tolti a chi è già in sofferenza e la rabbia ancora non monterà. Tutto questo ha un nome, un progetto politico che ha avuto consenso, alleati, ma la tentazione sarà di rimuovere tutto, di parlare di secessione, di orgoglio. Da chi, da se stessi? la lega ha governato assieme, è complice del disastro, si è immersa nel berlusconismo per convenienza politica, per furbizia e non per un progetto politico coerente.

Qui di solito si dice: si ma anche l’opposizione. Certo, anche l’opposizione, il Pd, e non solo, non ha fatto a sufficienza, ma questo è parte della malattia. Sono gli stessi. E questo paese è malato. Adesso non basta per trovare una soluzione economica, serve una proposta politica credibile, che dia un motivo ai sacrifici, indichi un percorso, una luce. Se tutto resta così, il fatto di avere questo parlamento non risolve la situazione, anzi l’aggrava. Questa difficoltà non sarà facile da risolvere, la vera novità sarebbe il rigore morale nella politica. Questo potrebbe essere il discrimine, un terreno solido da cui partire, ma bisognerà con umiltà, andare avanti guardando al mondo e al Paese, con un’unica direzione: la bussola del bene comune.

L’evidenza e la forza del bene comune, un programma fatto solo di questo per uscire da questo 25 luglio senza una guerra civile. Le guerre civili non sono sempre cruente, sono le guerre che spaccano, dividono i popoli, li collocano su versanti d’odio. Ecco, dovremmo evitare questa guerra civile.

La chiesa non si può tirar fuori da quanto accade, ha protetto, cresciuto il berlusconismo, ha chiuso gli occhi davanti a questioni morali che hanno aperto baratri nel Paese, Sono gli stessi, doveva riconoscerli, ma anche la chiesa è la stessa. Vuole restare in politica, influenzare e determinare le scelte senza prendersene le responsabilità. Penso però che, com’è accaduto dopo aver benedetto i gagliardetti fascisti, anche questa volta alla fine raccoglierà i vantaggi della caduta e ribadirà la sua terzietà. Magari fosse terza, ma non è così.

Oggi è il 20 settembre, cadeva Roma papalina e vinceva l’apparato della chiesa. Il regno d’ItaIia, nonostante una legge giusta e avanzata, le guarentigie, sarebbe stato condizionato fin dal suo inizio dalla non accettazione da parte della chiesa del fatto di non avere un potere temporale. E il potere temporale prese altra forma, accumulando da allora la diversità dei cattolici e i loro vantaggi. Allora come adesso, vantaggi, che miseria davanti a un paese spezzettato. Sentiremo il cardinale Bagnasco, venerdì, ma non saranno parole chiare e soprattutto non ci saranno azioni chiare. Non ci sono mai state perchè c’è molto da perdere e soprattutto non si vuole che questo sia uno stato laico, per cui in maniera felpata si preparerà il dopo Berlusconi, si darà fiato ad un partito di centro che consolidi la differenza, si dirà che i cattolici non hanno un partito, ma non si devono dividere.

Che significa dividere i cattolici in politica, quando è il paese che affoga?

Sono gli stessi, e non invochiamo il principe di Salina, parliamo ai giacobini, parliamo ai riformisti, parliamo agli uomini di buona volontà. E’ ora, che il nuovo non sia il vecchio. E’ ora.

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