Chissà quali sono i motivi reali che ci fanno preferire un fiore rispetto ad un altro, certo è che una identificazione con il mondo vegetale emerge negli uomini. Forse più nelle donne che negli uomini, ma se io ascolto il mio lato femminile(?) trovo una predilezione per le fresie e le bulbacee. Tralascio il perchè delle fresie e a cosa mi riporta, vorrei indagare sulle bulbacee.
Nella mia vecchia casa, c’è un fiorire di tulipani, sono bulbi antichi, piantati da mia mamma o da me, che si rinnovano da soli negli anni, scendono in profondità, ma nell’epoca della fioritura, si fanno strada tra l’erba e riempiono di colore incuranti della poca cura che ormai ha quella terra.
La stessa cosa avviene in alcuni vasi della terrazza, dove abito ora. Sono bulbi piantati da me per scelta ed entusiasmo. Acquistati in Prato in qualche sabato di sole hanno già allietato, poi sono stati recisi ed hanno continuato per loro conto a vivere e crescere. La cosa mi provoca un’emozione lieve e lieta, un’attesa curiosa di scoperta che sempre si soddisfa. La motivo così: come nelle persone che mi attraggono, c’è l’intuizione che qualcosa sia coperto, eppure lavori con alacrità sommersa, che il colore sboccerà improvviso, che la forma anch’essa sorprenderà senza rispettare l’idea canonica che porto in testa. La durata, sia pur breve, non si esaurirà in un anno, ma tornerà a stupire, in una munificenza che è dono e novità che insegna, senza noia o paragone.
Francamente le rose mi annoiano, se non le ultime d’inverno o la prima d’aprile, si ripetono e danno la certezza di un colore, d’una forma esplicita già nel bocciolo. Nella rosa, come in altri fiori, sento un proporsi esteriore, le bulbacee , invece, hanno la discrezione di chi opera su di sé, a tratti si mostra e del suo splendore offre traccia pudica, mentre poi in silenzio continuerà il suo discreto, notturno lavoro.
Da orrende scatole di latta e pixel, l’idea del suono si ricompone in noi, mp3, you tube, quel che passa il convento. Sembra basti. Forse un segno dell’evoluzione del sentire è questo, o dal vivo oppure approssimazione. Ieri un’amica mi diceva che non ha in casa riproduttori di suono, a parte la radio. Fa parte della conventicola snobbiosetta, di cui faccio anch’io parte, degli ascoltatori di radio 3. Solo che io aggiungo le radio digitali ai miei ascolti via etere, poi i cd, l’mp3. Gielo dico oppure taccio che ormai il mondo non è quello della sua giovinezza, quando un giradischi era un segno di opulenza? Oppure è lei che è avanti, con i suoi ascolti su you tube ed io invece spaventosamente retrò, con i miei troppi impianti hi-fi, le scaffalate di dischi, i registratori, la marea di cd che occupa lo spazio non occupato dai libri. Premetto che mi piace la musica, ma non ho particolari conoscenze e neppure l’orecchio assoluto. Avere a disposizione strumenti plurimi cosa comporta per il nostro rapporto con la musica? Faccio un esempio carogna: nel pezzo della Grimaud dell’opera 80 di Beeethoven pubblicato ieri, al minuto 0.35, c’è una nota sbagliata. L’ho letto, non me n’ero accorto. Ho riascoltato, è vero, per questo ho preferito questa versione a quella più bella dei proms 2008. E’ vera. E la questione della nota sbagliata mi pare esiziale, finalizzata a qualcosa che poco ha a che fare con il rapporto vitale che possiamo (in questo possiamo ci sta tantissimo) avere con la musica. Se si ascoltano concerti dal vivo, a me capita, con orchestre, direttori e solisti importanti, l’esito della serata dipende dall’estro, dalla sala, dallo strumento, dall’emozione di chi suona, dal momento. Non di rado qualcuno stona, aggiunge di suo suonando a memoria, parliamo di musica scritta e quindi terreno di caccia per i melomani in vena di bravura. Già una cadenza è materia del contendere, opinabile. Ebbene la magia c’è sempre, anche quando non si è d’accordo, anche quando l’applauso è solo liberatorio per sciogliere la tensione, anche quando l’applauso si trattiene perché l’incanto non si vorrebbe rompere. C’è un caso, ma io sono di parte perchè riguarda il mio direttore preferito ovvero Carlos Kleiber, che finita l’ultima nota, lasciato spegnere il suono, ancora nessuno applaude, finché uno prende il coraggio ed esplode la sala. In questo caso l’applauso era poco per descrivere il senso di unicità di ciò che si era udito, eppure magari ci sarebbero chissà quante osservazioni sul metronomo, oppure sulle parti di orchestra, ma era il grande incantatore che aveva preso tutti e portati altrove, per un tempo unico e non ripetibile. Questa è la musica fuori studio: iterazione ed emozione prima quasi che senso. Glenn Gould scelse ad un certo punto della vita, di non fare più concerti, la sua volontà di perfezione si poteva attuare solo in studio, solo con quella sedia, solo con quello Steinway CD 318. Per chi lo ama, quasi più degli autori che ha interpretato, Bach ad esempio, non resta che ascoltare ciò che ha lasciato ed il suo imperativo della musica che si genera e poi si fa esperienza e poi si stratifica in vita.
Bisogna ascoltare, questo è il comandamento, lasciare che sia la musica ad entrare e l’interprete essere il servitore dell’ascolto, colui che porta alla soddisfazione del desiderio, ciò che serve. In questa ricerca di ascolto, nelle mie piccole manie tecnologiche ho cercato qualcosa che si avvicinasse al vero, ben sapendo che quell’elettronica, quelle scatole e quell’aria spostata in vibrazione, non erano il vero, c’assomigliavano. Per questo ho infarcito la casa di impianti e casse acustiche, ma l’esperienza vera si svolge solo in due modi: andando a concerto e abbandonandomi nelle mani di chi potrà provocare emozione, sensazione irripetibile, ricordo. Oppure nel gesto di scegliere un cd o un disco, metterli sul piatto, sedermi in poltrona e lasciare che il pensiero che ha scelto quella musica, quell’autore, quell’interprete, prosegua ad emozionare. A questo punto non m’interessa che ciò che ascolto sia il frutto di un ingegnere acustico, ascolto ciò che alimenta un pensiero. Gould, come tutti quelli che registrano, accettava di buon grado, anzi pretendeva che alcune frequenze fossero evidenziate rispetto ad altre, in questo caso l’elettronica si inserisce nell’interpretazione, non c’è solo la perfezione delle note, ma anche il volume del suono corretto per un riproduttore. Ecco, questo è il mio limite, oltre cambia il rapporto con l’ascoltare e uso mp3 e you tube per altro, non c’è più la magia complessiva. Punto al particolare, a volte lo vedo nel gesto nel direttore, oppure colgo l’espressione, la rarità, ma il suono è compresso, inscatolato, spesso svilito dalla registrazione. Cosa mi resta, allora, di quello che penso sia l’emozione della musica, ciò che mi cambia e a volte mi salva? Poco, solo la testimonianza che è accaduto qualcosa, che qualcuno era in quel posto ed è stato fortunato a sentire ciò che io non sento. A volte è la voglia di confrontare un’idea, capire qualcosa in più, ma per ri partecipare ci dev’ essere una curiosità, una necessità veniale da soddisfare senza grande fatica, qualcosa di accessorio rispetto al piacere e la volontà dell’ascoltare profondamente.
You tube mi mette davanti ad uno schermo e l’mp3 mi porta altrove finché corro o faccio altro, le condizioni per essere davvero attento non ci sono, è arredo del giorno, colonna sonora di un film con vicende che a volte si combinano a volte no. Questo il limite e l’opportunità, come per lo scrivere ci sono mezzi crescenti, ma l’esercizio dell’emozione è cosa seria.
p.s. per non parlare troppo male di questi strumenti, che se non ci fossero qualcosa adesso mancherebbe, allego sempre la Fantasia corale op.80, con il mio pianista di riferimento, Sviatoslav Richter, nell’edizione con Sanderling direttore. Val la pena di ascoltarla, proprio per quanto dicevo, senza pensare alla qualità del suono mono: sono entrato in sala da concerto, ascolto.
Col tempo si cambia anche negli oggetti dello scrivere. Adesso il mio formato di pagina è l’A 4. oppure l’ottavo di folio, il pennino preferisce il tratto medio, l’inchiostro grigio azzurro o l’avana. Sciocchezze, si dirà, eppure non tanto, dipende dalla testa credo, dalla disposizione, luogo, destinazione e dimensione delle parole, dei pensieri da scrivere. I formati più grandi esigono fantasia, libertà della mano, lo scorrere senza tema e fretta, ma soprattutto assenza di paura del bianco e del vincolo del contenuto. Nell’A 1 e ancor più nell’A 0, in assenza di un progetto, le parole si aggiungono in un collage di tratti, pensieri, colori, ma serve un tavolo, un posto fisso dove la carta, come fosse un muro, possa restare a lungo ed attendere interventi successivi. Per l’uso “portatile”, per lo scrivere, disegnare, intersecare appunti, ordinare i pensieri, va bene lo spazio medio del 210×297 .
Anche questo spazio, apparentemente conchiuso, consente notevoli libertà. Si può scrivere una semplice riga a metà pagina, contornandola di bianco, si può segmentare di testi ed intersecare di colori e caratteri, si può immaginarlo come una libertà che dalla testa continua sulla materia, quindi senza grandi vincoli.
Nello scrivere preferisco non avere un angolo canonico d’inizio, spesso inizio in alto a destra ad un terzo di pagina, ma non necessariamente. Ci sono dei rimandi, tratti diritti che traspongono verso frasi in altre parti del foglio, se si leggesse con attenzione si vedrebbe il percorso del pensiero che scarta, si muove a salti, poi si riordina. Non bado molto alla scrittura, ha sue abitudini, a volte la guardo dopo e l’osservo come muta con il tempo e l’umore. Mi piace il tratto più ampio, il carattere non piccolo, ma neppure grande, la mano che scorre libera come dipingesse. Ubbie che costano poco, manie.
Scrivere sul foglio bianco è bello, com’è bello sentire la docilità del pennino, in queste settimane sto usando una Omas, pennino medio, caricata con inchiostro grigio blù. Le aste delle lettere sono verticali, il foglio è leggermente sghembo, le righe di parole, diritte. Ci tengo alla scrittura orizzontale, penso rifletta come sono verso l’esterno, il nodo interiore dipanato e steso, le asole e le aste senza fronzoli. Non è una scrittura puntuta, è morbida, un po’ gonfia di parole che si aggiungono, ma che si possono scarnificare fino al limite del senso comunicativo. Togliere parole e aggettivi esige eguale impegno del gonfiare le frasi, in realtà il pensiero è lo stesso, solo che a volte serve una caraffa di succo per dissetarsi e a volte basta il profumo di un estratto. Credo ci sia un adattamento progressivo biunivoco, ovvero le parole, le frasi indossano il pensiero e questo a sua volta si conforma, cosicché quello che alla fine ne esce è nuovo, e se si evita la forma come prigionia, la sostanza ne viene arricchita.
Forse.
p.s. dai miei lontani trascorsi chimici, emergono ricordi: la tintura mi piaceva poco. Era aggressiva, con una personalità serva e forte, esigeva un uso, tingeva la pelle e le superfici, intaccava. Quelle poche volte che ho fatto degli inchiostri, la evitavo perché troppo violenta. E neppure le essenze usavo, pur sapendole generose, restavo sul confine tra vegetale e minerale, e i risultati erano incerti, però unici. Ubbie, appunto.
Ho deciso di attaccare seriamente la consistenza della mia cantina. Una collezione di vini che mi ha accompagnato come attenzione al buono in questi anni. Prima la cantina, poi seguirà altro. Fa parte della necessità di mutare abitudini, di tirare una riga. Non divento astemio, semplicemente più parco nell’accumulo. E il dividere con amici, pochi, quanto messo da parte, costituisce un ulteriore piacere. Non sempre è facile. Bere un buon vino al ristorante è un problema di portafoglio, quando si decide di berlo in casa, è un lavoro che investe tempo e amore per chi riceverà il cibo, la sua costruzione, la condivisione, e ciò che lo segue.
Per chi ha poco tempo, il rischio è la fretta, l’approssimazione, il negarsi il piacere di un tempo sospeso, oscillando tra le fatiche del prima e il dopo. Quindi per adesso mi concentro su una scelta compatibile. Minimalista e fatta di sapori, anche per gli amici scelgo molto, ma si eccede sempre così tanto, che lo star bene è un imperativo correlato alla qualità.
Questo è tirare una riga: sapere di aver tempo ed usarlo con lentezza. Assaporando.
Non troverete giudizi sui vini, il vino è al più un mezzo, non un fine. Non per me. Forse parlerò di passi avanti nel sentire, di cose che emergono nello stare assieme per il piacere di starci, del conoscere nuove persone. La riga è questa, stabilire un punto di partenza e poi andare avanti, senza troppi vincoli di passato.
Internet, i blog, sono luoghi a basso rischio, a parte la dipendenza e il ruolo di compensazione. Sono un utile allenamento ad altro. Lo scrivere, per chi lo considera importante, e’ fatto di una dimensione personale intima e di una dimensione esibizionista. Per chi scrive da sempre questi temi dovrebbero essere chiari, ma a volte resta un pungolo ad essere differenti.
Il luogo dello scrivere, oltre un sé fatto di pezzetti di specchio, e’ il libro. Per scrivere un libro serve coraggio ed incoscienza, passione ed assiduità. Nel piccolo è consentito bearsi nella frase tornita, nel pensiero terso, ma questo limite e’ furbo, perché evita la fatica di provare a crescere e toglie il rischio dell’ insuccesso.
Non occorre scrivere libri per forza, ne escono già una quantità inverosimile e per la stragrande maggioranza sono inutili, al massimo cambiano chi li scrive. Del resto il piacere di scrivere è altra cosa, ovunque lo si faccia, può frequentare cose personali o generali, è un discorso a sé, alla propria sensibilità.
Io sento quando le parole mi si usurano tra le dita, quando perdono significato. Cuore, amore, anima, sentire, percepire, e allora devo nettare, mettere da parte questi contenitori e far emergere quello che si agita davvero. Che è fatto di pieghe, di corrugare sottile, di poco e di variazioni. Il diavolo si agita nelle variazioni e il diavolo per chi scrive, è il progetto, il disegno ampio. Che io vorrei lineare e troppo spesso è circolare, come il ricordo e il rimorso.
Porsi dei limiti, sapendo chi si è, fa parte dell’apprendistato, ma superare il piacere ed affrontare fatica e giudizio, su un progetto ampio ha bisogno d’altro.
Altrimenti ci si esprime come si può e, a meno di essere Karl Kraus, si sa che nel breve c’è la nostra altezza.
Ogni mia penna stilografica ha una personalità. Ci adattiamo entrambi ai rispettivi caratteri, e se voglio cambiarla quando non mi segue, la devo trattare con dolcezza. Alla fine so che lei sarà l’impronta della mia mano. Per imparare a convivere bisogna sperimentare assieme gli aggettivi, le parole obese di vocali che aiutano i repentini cambi di tratto. Chi scrive con una biro non sente che la mano accompagna le anse, le curvature. Con la stilografica e ancor più con il pennino intinto, è come usare un pennello, bisogna dosare la forza per trovare la giusta dimensione del segno. Quando giocavo a biliardo qualcuno mi spiegò che per essere bravi, bisognava avere la geometria e la fisica dentro, la mia testa immaginava traiettorie, la mano seguiva effetti, il braccio misurava la forza ed i risultati erano spesso deludenti. Solo quando lasciavo che la mia parte zen prendesse il sopravvento, subentrava lo stato di grazia e le palle seguivano il fine trascurando i mezzi. E allora la partita non m’importava più, m’interessava il gesto armonico con il risultato e il momento diventava l’assoluto. Così mi accadeva con la scrittura: riconquistavo i pennini senza averli mai davvero abbandonati come se gli anni della prevalenza della biro fossero stati un interludio dettato dalle competizioni che regolarmente perdevo. Continuava a vivere quella parte di me che si ostinava a conservare i ricordi, che metteva da parte la comodità. Anche se ne posseggo diverse non ho l’animo del collezionista di penne stilografiche e di strumenti di scrittura, semplicemente ho il senso dell’inchiostro. Delle carte che assorbono ed amplificano il pensiero, dei pennini che sono al servizio delle parole. Viaggio quando scrivo e scrivo quando viaggio e mi piace viaggiare, scegliere il mezzo. Ci sarà pure una corrispondenza tra il mio piacere nel camminare e nello scrivere con la stilografica. E come tutti quelli che amano qualcosa, ho preferenze, non mi piacciono le personalità facili in ciò che comunica con me, alcune penne le usa da 40 anni, di loro conosco tutto, ma quelle che mi sfidano sono quelle che non hanno ancora un’impronta. Pennini aristocratici troppo duri e pieni di sé, con tratti indecisi per scarsa fluidità, oppure pennini senza personalità, macchine da consumo che non vogliono dire chi sono. Con questi scrivo, trascuro la tastiera, faccio doppie scritture, guardo la pagina alla fine, cercando di cogliere l’ordine complessivo. Il testo sono io, ma anche le righe, i caratteri. Lì si nota una stanchezza, qui un furore, le t non sono state tagliate, le asole delle g trascurate, gli accenti si confondono con i punti.
Devo confrontare due pagine, nell’una il mare di caratteri si è gonfiato, ha preso la mano, è scorso mentre le guance s’arrossavano. La scrittura ordinata si è mossa con folate di vento interiore che la spostavano, per confluire in un golfo, dove si è quietata. E’ rimasta in attesa, non conclusa dopo il punto. Pronta a ripartire. Segno che il pensiero dipanato ha evocato altro e sollecitato nuove curiosità. Nell’altro foglio la scrittura è fluita, ma trattenuta. Si vede che pensieri laterali l’attraggono. Deve conservare un ordine, portarsi verso una conclusione. Potrebbe essere una relazione o un racconto a tema, il suo percorso è circolare, punteggiato di pensieri, i caratteri si staccano netti come se le parole fossero funzionali e non creature guizzanti. Guardando da distante, i fogli senza rigatura rivelano ordini diversi. Cerco il senso degli spazi, i silenzi che alimentano il mistero. Nel primo foglio gli spazi sono irregolari, in alcuni punti la scrittura si è arrampicata di lato per non passare alla pagina successiva. Dei rimandi interpolano le parole, ma gli spazi evidenziano una crepa che segna il foglio dall’alto verso il basso, come una discesa nel proprio deimos. Nell’altro foglio gli spazi sono più larghi, silenzi direzionati per raccogliere le forze verso il passo successivo. Come per le nuvole si può leggere una faccia, un animale, un sogno: era quello che veniva tenuto a bada e che esce come può.
Gli inchiostri diversi hanno marcato la differenza iniziale, il nero blù per la scrittura a tema, il tabacco per quella più libera. Il tempo ossiderà entrambi e scivoleranno verso quel grigio che mi piace così tanto ed è il colore del ricordo leggibile, ma che non pesa.
I libri, per me importanti, li ho letti, ma non li ho mai finiti davvero. Sono lì, attendono qualcosa: una rilettura, un passare di pagine nervoso di ricordo. Attendono, ma non si chiudono. Hanno scandito la vita, delle storie già vissute hanno fatto dialogo. Mai sono stati solo parole, solo oggetti. Negli anni furiosi hanno arrossato le gote, forzato gli occhi, annullato il tempo. E’ stata -ed è- una lotta tra la voglia di aderire e quella di ribellarsi al già vissuto. Il desiderio di vivere come Huckberry Finn, oppure Holden, o il Robert di Per chi suona la campana, ma anche il viaggiatore di Calvino, il Compagno di Pavese ed infiniti altri s’è misurato con la realtà, con la singolarità. Cercata, riconosciuta, pretesa, ostinatamente ribadita. Sempre gli stessi, in questo dialogo muto, mai eguali siamo restati appesi alle vite reciproche dialoganti: loro quelle fissate sulla carta, dinamiche nelle riletture, la mia che si faceva e disfaceva, procedendo. Mai scissi, senza voyeurismo, siamo sodali, compagni d’avventura, confidenti. Per questo i libri che amo non finiscono mai, ed io ricordo, riprendo, annoto, metto da parte le pagine, ma come le persone importanti, non se ne vanno. Continuano a parlare, lottare, urlare la loro esistenza. Sono sempre giovani, loro, ed assieme il tempo si ricombina.
Loro. Nella mia testa generano un tempo medio, un a-tempo che fa vivere assieme. Tiene legata la speranza oltre gli anni che passano. La speranza che diviene certezza che si può fare: essere singolari ed avvertire il mondo.
Questa canzone non era gradita in casa, troppo diversa dagli schemi allora in voga, che oscillavano intorno alle rime baciate, le storie d’abbandono, le casette in Canadà. L’ascoltavo da una radio Minerva, mastodontica come tutte le radio con velleità di fedeltà, ed ero nell’età giusta per sentire le parole addosso. Mi piaceva la malinconica noia che la ispirava, così simile ai miei momenti in cui il fare diventava una scappatoia per non pensare troppo a quello che non facevo. Questa era la noia ricca di chi poteva permettersi di non avere rimorsi, di lasciarsi andare tra le pieghe dei sentimenti, un’ accidia che mi affascinava, come un desiderio possibile da spendere al momento opportuno. Sarà per questo che non mi ha più lasciato.
n.b. Sarebbe interessante leggere e ascoltare le Vostre canzoni della vita…
Mi piacciono i ritratti dei fotografi dell’est, quelli dove emerge la persona, senza inutili allegrie e neppure molte cose da mostrare. I bianchi e neri scabri, fino al morbido dei grigi, i colori che sono quelli di Feininger, dell’america postbellica, le luci gialle, crepuscoli freddi con rossi Agfa, più densi e meno brillanti dei Kodak. Parlare di dominanti azzurre o rosse, è fuori luogo: nell’era del foto ritocco digitale è la testa che conta, e il cuore. Se la tua porta è arrugginita e mobili di legno, inutilmente massiccio, è difficile mettere il futuro nelle cose, è possibile solo investire sui volti, sulle persone, sui paesaggi che fanno emergere dialogo e anima. E anche i nudi sono senza le temperature di colore del benessere, patine di latte acidulo e odore di cavolo e borsch dalla cucina. Nel corpo, pensiero e parola.
Adesso mettendo le mie scarpe ad allineare i passi potrei riscrivere le parole che stanno sopra in altro modo, con mezzo viso verso est, porte che sbattono, serrature malferme, macchine fotografiche sempre un poco arretrate.
Ti farò famosa. Felice? Nò, solo bella. Non ritoccherò la linea della bocca, così irregolare da sorridere anche se non vuoi. Arretra un poco, lì tra la finestra e il letto, e dimentica tutto. Non pensare a play boy, e neppure a chi ti ha fatto l’amore ieri, scordati il seno, guarda me per vedere il tuo volto. I sogni che hai già speso, quelli che verranno rotolando ogni mattina. come biglie da fiera. Devi pagare l’affitto, i libri. Che cazzata questa voglia di capire, ecco adesso lo sai, se sei magra non è per caso. Ma sei tu, senza alcun peccato rimesso, con qualche genitore sperso e fratelli che vorrebbero denaro. Sei tu che non hai voglia di fingere, sei tu che ti mostri e non ti offri. Fa freddo qui dentro. Facciamo queste foto. Poi ti mostrerò chi sei.
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