Willyco

in alto, senza parere

Archive for the category “luoghi”

dal tempo esatto al tempo probabilmente 1

Percorro la città a passi lunghi e veloci, un’andatura da studente per raggiungere un tempo che non è il mio. Il tempo personale viaggia con me, mi accompagna, accelera o rallenta secondo segreti nostri, che ci borbottiamo reciprocamente. Sapere che ci sono molti tempi, che se possiede più d’uno, aiuta non poco a sistemarci nel mondo in cui si vive.

In Ucraina, in Moldova, in Russia, e in genere nei paesi dell’est, il tempo scimmiotta il correre dell’occidente. Ci sono spesso interlocutori con colori giusti nei vestiti e tagli sempre un po’ sbagliati , l’orologio troppo evidente, le ventiquattrottore che andavano di moda dieci anni fa con dentro tre fogli, un parlare urgente e serrato. Quando si discute, il tempo, e la sua urgenza, irrompono, diventano parte concreta nell’alzare il prezzo di qualunque cosa e non si capisce perché, visto che attorno c’è il deserto, ma non importa, se il tempo ha un valore dovrà essere pagato. Si tratta dell’uso appreso sui tempi d’occidente, appreso chissà dove, forse nei film, oppure nei libri o nelle rimasticature di chi c’è stato e che vengono proposte assieme all’inglese farcito di tecnicismi. Basta concludere e poi il tempo vero, riprenderà il suo corso. Mi ricordano, queste persone, i commessi viaggiatori d’un tempo, le riunioni dei dei venditori di enciclopedie, dove non occorreva conoscere ciò che contenevano i libri, bastava usare il linguaggio giusto con le persone che dovevano comprare, la stessa aggressività e la stessa tristezza mescolata alle barzellette.

Diverso è il tempo dell’Africa, di quella meno occidentale almeno. Qui gli avverbi cambiano significato: adesso può essere tra un’ora, un giorno, un mese, di sicuro non è tra un minuto. Presto ha lo stesso tempo e significato, in realtà vuol dire che accadrà quando si può. Non credo dipenda dalla religione musulmana, forse neppure dal clima, è proprio una diversa concezione del tempo. Il bidello della scuola dell’Asmara, quando gli chiedevo quando m’avrebbe portato i soldi cambiati, mi diceva: dopo. E se io gli chiedevo: dopo, quando? Lui rispondeva stizzito: dopo, più tardi, presto. Ecco che torna presto, come tornava in Senegal: quando arriviamo che siamo stanchi? Presto. Ma alle sei ci siamo? Probabilmente. E arrivavamo alle nove. Basta sapere come funzionano i rapporti tra parole e tempo, adattarsi al tempo del luogo. Poi subentra l’impressione che tutto accada quando è ora, che solo il muezzin abbia un orario vero, che il resto segua una sequenza in cui ciascuna cosa matura e succede quando può. Succede è conseguenza di qualcos’altro, perché affrettarlo? Quello che ad un osservatore disattento potrebbe sembrare imprecisione, scarsa valutazione, in realtà è rispetto per il flusso delle cose: bisogna salire sul tempo comune, lasciarsi trasportare, non guidare il convoglio, lasciare che i fatti si incontrino con noi. Questo tempo accelera e rallenta, ma non dipende da noi, è nell’aria spessa di calore, nelle buche della strada, nei problemi risolti momento per momento. Si direbbe provvisoriamente, qui, nel tempo d’occidente, ma in realtà è il modo, un modo alternativo per risolvere le cose. Diverso e reale, il cui effetto è principalmente economico, impedisce il controllo delle prestazioni secondo i nostri parametri di guadagno, si negozia volta per volta, dal taxi all’albergo, e anche il signore della foto, bisogna svegliarlo se si vuole comprare, ma è davvero un problema quando si sa che funziona così ?

memoria d’acqua

Pescatori e marinai seduti sul muretto al sole, parlano con fiotti di parole, saluti e silenzi: aspettano la cena ed un altro giorno uguale a questo. C’è poco da fare, poca pesca, poco lavoro, solo spazio per ricordi recenti, famiglie.

In quest’isola reclutava la marina imperiale austro veneta, ed un timoniere di qui, Vincenzo Vianello,  ricevette la medaglia d’oro dell’imperatore per aver affondato a Lissa, la corazzata re d’Italia. I piemontesi, che,  per molti, ancora non erano italiani, forse sentirono i viva san Marco dalle navi nemiche. Quando vincevano sul mare, fossero veneti, istriani, o dalmati, vinceva san Marco, e sui ponti di comando delle navi imperiali, in Adriatico si davano ordini in veneziano. Anche Tegetthoff lo faceva, i suoi ufficiali avevano studiato al collegio navale di Venezia, il Morosini, il mare di casa era l’adriatico. Ma di tutto questo ribollire non è rimasto più nulla, neppure la fatica di diventare italiani è stata davvero celebrata.

Anziani bruciati dal sole, caparosolanti (pescatori di cozze) in fermo pesca, reti ripassate perché non si sa che fare. Si sale in barca si pulisce, si mette in moto, e si ri-ormeggia. Qui tutto attende qualcosa che rovesci un senso di fine. Un matrimonio, un battesimo, i bambini alla comunione, qualcosa che porti fuori da un tempo che s’è spezzato. Si spezza il tempo degli uomini, in qualsiasi cosa che finisce mentre nulla ricomincia. In un passo del contributo alla critica dell’economia politica, Marx diceva qualcosa che allora mi sembrava ovvio, ossia che il nuovo, nasce  nel vecchio che fa i conti con le sue contraddizioni, e questo lo alimenta finché il nuovo prenderà il sopravvento. Marx era un positivista prima del positivismo, pensava che alla fine le cose si sarebbero messe in ordine. Mi pareva che bisognasse cercare, per capire, il filo rosso che lega le cose, e i fatti, e le vite nel sociale. Solo il filo che si riconosce quando ha già cucito ed occlude la vista dei tanti futuri possibili ed abortiti, delle possibilità spazzate dal reale. Ma qui, mica lo sanno che bisogna trovare un senso alla storia, in quest’isola di vecchi, il senso della storia è nell’orgoglio dì essere il terminale di una catena ininterrotta.

La stessa sensazione si prova nei paesi di montagna dove il turismo non ha costruito troppe case vuote, e tra gli abitanti, la nascita di un bimbo, un matrimonio, una persona che sceglie di restare, è un fatto collettivo, una speranza per tutti. In questi luoghi il legante e il motore, è stata la tradizione, fatta più di abitudini che di principi. La tradizione era un principio, fatto di vite sovrapposte, di saperi trasmessi, che ora si sgretola perché non si trova menti, dita, luoghi in cui esercitare l’imperio del sapere antico. Ed è proprio questo imperio che si smarrisce, qui come altrove, perde la nozione di forza comune, finché il legante si scioglie e sulla riva, davanti a una casa, una donna si siede accanto ad un’altra. Parlano sapendo che il futuro è così vicino da confondersi con il presente, ed il passato, un amante a cui attingere per riempire i discorsi, anche se alla fine, opprime un po’. Parlano e guardano per pensieri brevi, quasi informazioni e sentenze.

E’ la stessa donna che ho fotografato un anno fa, oppure un’altra? In fondo non importa, è il gesto che scosta la tenda, la mano che ripara gli occhi dal sole che conta, il guardare me,  foresto, eppure con lo stesso dialetto. I foresti ora restano poco, arrivano e vanno, prendono il sole, il mare, la spiaggia, l’aria, l’azzurro del cielo. Prendono, lasciano dei soldi e se ne vanno. Un tempo il foresto restava, raccontava di sè, imparava la lingua, aggiungeva parole e significati, lasciava le cose com’erano e, se pur restava foresto, diventava uno di noi. Così sembra pensare la donna finchè mi parla, e così pensa il pescatore che aveva il bisnonno nella imperiale marina Austro Veneta, così penso io che sono foresto e so che quel mondo è finito nelle sue gerarchie e priorità, lasciando le persone sui muretti e sulle soglie di casa. E so che questa generazione, sarà l’ultima, con memoria, poi sparirà anche quella. I ragazzi ricorderanno a breve, perché nessuno gli racconterà, e così saranno la scuola, i genitori, qualche amore, il bar a farla da padrone in un passato così breve che sembra antico già in una vita.

Parlando di queste cose con un’amico indigeno, alla fine è sbottato: a furia de pensar el çerveo te va in acqua (a furia di pensare il cervello ti va in acqua). Memoria d’acqua, per l’appunto.

Tornando ho visto l’insegna della antica trattoria La fazenda, è del 1973, un’eternità.

luoghi dove tornare 1

Dietro il “colme” ( che bello il dialetto quando definisce un confine dell’uomo con il cielo) del tetto, spunta il campanile di sant’Andrea. E’ una chiesa stretta tra case, palazzi, viuzze medievali, vicina al palazzo di Ezzelino il Balbo, ad un passo dalla casa di Pietro d’Abano e dalla sequenza civile e gloriosa dell’Università, del Pedrocchi, delle Piazze, del palazzo della Ragione, delle logge del potere veneziano, della reggia Carrarese. Insomma una porta sommessa verso il potere civile, frequentata, da sempre, dalle preghiere delle donne che fanno il mercato, dai pochi abitanti religiosi del centro. Un pezzo d’altro tempo. E qui emerge il campanile, bello ed incongruo tra le case che si sono aggiunte sino a non far capire, dov’esso realmente sia. Non è l’unico caso in questa città, ma penso ve ne siano in qualsiasi città, quando l’aggressione del nuovo si ferma indecisa di fronte a qualche simbolo e rimanda la decisione di distruggerlo sino a dimenticarsene, salvo assisterne, poi stupito, l’esistenza e non sapendo a cosa ricondurla, a quale passato, a cosa s’è perduto senza conservare memoria, prova un piccolo senso di vuoto che scaccia con un moto del capo, come il preannuncio d’un pensiero molesto. 

Vedo il campanile da una sala bellissima del piano nobile del Pedrocchi, mi distoglie dal convegno sull’ennesimo futuro della città. Evoca, il campanile, un futuro che oscilla tra la disattenzione e la passione acuta che evolve, non solo i luoghi, ma la comunità che li occupa, il senso comune dello stare assieme nella città. Qui ho un lampo d’una diversa dimensione dell’essere: questo è un luogo dove tornare, ma dov’è il luogo dove stare? In fondo per chi ha buona memoria il presente è un continuo impastare di vissuto e da vivere (immagino le mani che affondano in una massa morbida e plastica che segue le intenzioni per dar loro scopo e forma), ed i luoghi sono il filo del discorso. Quello nostro, non d’altri.  

Qui ero da bambino, passaggio notturno delle passeggiate con mia nonna verso qualche televisione ed un bicchiere di spuma, ma anche punto d’ arrivo delle corse urlate nella viuzza con gli altri ragazzini.

E’ da sempre considerato il punto più alto della terra della città, cresciuta sulle macerie del suo passato. Fino a sette strati ne hanno trovati, ma ci pensi a quante vite e pensieri e desideri si sono stratificati e chissà come si pensava e si sentiva in paleoveneto, oppure in etrusco, od anche nel latino corroso di frontiera. Frontiera e incrocio, prima e dopo Roma, qui si capivano, perché questa era terra grassa da conquista, e dopo un qualsiasi confine, i denti barbari, etruschi o latini, trovavano carne e roba in cui affondare e si fermavano. Il punto più alto è la gatta mutila della colonna (è un leone di san Marco malridotto, ma i padovani non amavano molto i veneziani dopo la conquista), animale di casa, la gatta, sberleffo e simbolo, insomma un luogo. Da ragazzo questi riferimenti sono stati la spirale delle scorribande notturne, ma non ne ho nostalgia, ne ho ricordo, che è molto di più.

Il convegno procede, ascolto e penso che l’architetto per la cuspide del campanile, prese una coppa di vetro (Murano di certo, la stessa forma la vediamo ancor oggi), e la rovesciò coprendola di rame, prima di poggiarla sulla greca fatta di mattoni della tonda cella campanaria. Otto archi di trasparenza per il suono ovunque senza risonanze e poi la discesa verso terra, ma già nulla più si vede. Si può intuire. E quella cuspide di campanile è il simbolo del vecchio e del nuovo che si intersecano nella città. La città che fagocita, digerisce, si trasforma come accade a qualsiasi organismo vivente.

Questo è ciò di cui si dovrebbe parlare in questo convegno, di come il nuovo può convivere e inglobare il passato, mentre invece si parla di idea guida, di attrattività, di eccellenza, intendendo idee economicamente vincenti, com’è s’usa quando sviluppo non è ragione e lo stare, è moda, più che stratificazione di interessi vitali. Invece sono ormai distratto dalla poesia del campanile prigioniero, eppure presente e vivo, da questo mescolarsi che è stato e che pure riabilita gli errori, li impasta con la speranza incoercibile del presente, nel senso della vita che continua. Ci si ferma nel vivere, e questo vale per gli uomini e per le cose che questi fanno, quando quell’incoercibile si piega su sé, e dilapida energia nel chiudersi, nel non andare, nel mirare la propria perfetta miseria. 

Non intervengo più, col poco o molto da dire, farei confusione con i luoghi, parlerei del dove tornare e qui si tratta del restare. Cose diverse. 

pasquetta

Ier sera, dopo il mare, percorrevo una riva di laguna, poi un ponte che, con sublime fantasia, hanno chiamato: dell’unione. Come se i ponti servissero a qualcos’altro. Poi di nuovo rive e calli, che si aprivano sui canali. Il sole tramontava tra i colli, come suole fare, con sublime indifferenza ai nostri commenti sui riflessi sull’acqua. Intorno c’era profumo di fritto. Al mare si cena presto, rumore di stoviglie dalle case nelle calli strette, richiami nel dialetto, così comprensibile e diverso dal mio, uscivano dalle finestre. Era cantilena dei molti bambini e molti anziani che tornano e giocavano tra loro nel parlare fitto, e si vedeva.

Chissà dove sono i fabbricanti di bambini, a quest’ora mancano le coppie sposate.

Sul corso, giovani con i capelli tirati di gel, ad affollare bar, i loro padri andavano per mare, a pesca o con i mercantili, e si riempivano di vino rosso e bianco, di carte e di fumo, quand’erano a casa. E’ rimasto solo il fumo, ma leggero se non c’è voglia di strafare e l’alcool, per dare coraggio, si trova nello spritz.

Pasquetta si chiudeva tra folate di vento gelido, funghi a gas per riscaldare i tavolini all’aperto, sfornate di appetizer. Vicino al municipio odore di vaniglia e crema fritta. Ciascuno trascinava un suo pensiero al passato (mi pareva), mentre il tempo volava verso un’altra estate. Al mare le estati s’aprono e chiudono come gli ombrelloni a sera: prima c’era un amore spampanato, l’auto vecchia e già venduta, il lavoro adesso precario, l’inverno pazzo e il sole che la settimana scorsa illudeva.

Vengono le vertigini se non si picchettano gli anni.

Ma qui per non piangere, le cipolle si fanno al forno.

conigli e fantasia op.80

L’erba tagliata di fresco, riempie l’aria di profumo, mentre s’ammucchia in piccoli grumi masticati. E’ il verde tenero e nuovo che i succhi dei tagli slabbrati trascolorano in nero. Il buon giardiniere ha lame taglienti, fatica con la falciatrice a rulli e non lascia imputridire il taglio, ma qui le cooperative sociali fanno quello che possono, i carcerati in affido non sono amorevoli giardinieri e i portatori d’handicap badano più a non travolgere i fiori con i tagliaerba a filo, che al taglio rasato.

In città le aiuole sono ritagli dell’urbanistica a metro cubo, arredo urbano si dice ormai da troppo tempo. Chissà se anche il russo steso sotto il cedro è arredo urbano. Non molto distante da qui, nel giardino dell’ospedale tisiatrico, s’erano formate grandi comunità di conigli che saltavano tra pazienti, fiori e visitatori. Poi in parte erano esondati verso altre aree verdi, finché la fame ha arrestato le migrazioni. La fame degli umani, intendo. Dal lato della specola, si sono formate grandi colonie di anatre e altri uccelli d’acqua che escono rabbrividendo e si spingono, ondeggiando verso i pezzi di pane o l’erba tagliata. E’ bello questo crescere d’animali oltre il domestico. Sono indisciplinati, non ascoltano, non hanno memoria di crocchette e divani, però banchettano allegramente alle spese della pubblica bellezza. Quella stessa che traccia file ordinate di fiori omogenei per colore, genere, fioritura. Ci si accontenta delle forme dei fiori, dell’esigua caducità del fiorire, mentre si potrebbe avere una città wild, con animali a spasso nei parchi, pronti a crescere secondo le loro regole di compatibilità. Un poco è già così e mentre falchetti e uccelli rapaci si annidano nei campanili e nelle torri, guardo le anatre e un coniglio disperso che saltella tra i grumi d’erba. Ai tempi di Beethoven, gli animali erano nelle città, un nuovo Disney penserebbe alla fantasia op. 80, che ho ascoltato ieri sera, con loro al parco, seduti a sgranocchiare erba, cantare in coro o dirigere con un tulipano, incantati che la primavera si riempia di suono.

p.s. per i puristi: Baremboim è decisamente bravo, ed Hélène Grimaud decisamente bella

la brutta foto

Da qualche giorno giro attorno alla brutta foto, è l’insoddisfazione per quanto faccio, risultati di cui non posso menare vanto. Vivere sulla superficie, sul giorno, oggi sembra un modo felice d’essere e lo si maschera con la levità, cosa ben diversa e profonda. Ieri camminavo su un sentiero dei Berici, che passa accanto a villa Valmarana “dei nani” e la Rotonda. Si sentiva la bellezza ovunque, il senso del Tiepolo usciva dalle ville, con la sua gloria del celebrare/operare nella natura, e traboccava nei campi fusi con l’architettura, nel Vitruvio di Palladio. L’idea elitaria dell’equilibrio negli edifici, dell’utilità del bello, cancellava, non la fatica immane degli uomini, mostrata nel fare grandioso, ma la distruzione operata, come vi fosse stato un riconciliarsi tra economia e luoghi, abitare e natura.

Cercavo un’inquadratura per dire ciò che sentivo e alla fine mi son trovato a fotografare le stoppie sul terreno bruno, oppure muschi sulle piante di pesco.

La propria superficialità colpisce come uno schiaffo quando non riesce a percorrere la strada verso l’anima delle cose, che è poi i miei occhi e il mio cervello. Forse volevo leggere l’insieme e il dettaglio, non m’accontentavo del particulare, e volevo dare forma alla sensazione, perdevo il senso. E così pensavo a quanto, altrove, sentivo da qualche giorno, d’una tristezza che cerca le sue ferite, e muta i suoi occhi in grigi. Come un lupo che insieme sani e rivolga i propri denti a sé. Pensavo a bolle che vogliono volare e sopportano poco il peso della polvere sull’iridescenza, ed era il volare che mancava, mentre il freddo gelava le superfici, le dita e non i cuori.

ogni giorno, per te, il mare

non essere d’altri che di te stesso

Il mare si gonfia lento, è il respiro tranquillo della gravità, che pulsa, tra una frangia di rumore, un silenzio di risucchio, uno scroscio d’ansa d’onda.

Brezza da terra, sabbia compatta, mare davanti, luce grigia, con riflessi di perla, che si diffonde ovunque.

Riposa lo sguardo dopo i colori saturi dei giorni passati, e l’odore del salso è tenue, quasi dolce. Nei mercati dominava l’ afrore della decomposizione, ci si immergeva in vicoli e capannoni, mentre la luce si attenuava, tra lamiere e baracche di legno marcio, attratti più dalla contrattazione che dagli oggetti, per poi, stanchi, uscire all’aria, felici di respirare. Ovunque, in questo mondo, c’è la violenza biologica del mutamento, e uomini, flora e animali, convivono, si mescolano, interagiscono, sommano ciascuno all’altro il proprio sapere di vita.

Tutto si somma e resta se stesso, come quest’onda che muta colore dal verde azzurro al marrone quando incontra la sabbia e, senza tema, l’abbraccia prima di posarla nell’approdo. La terra si mescola con il mare, nel silenzio fatto di fragori e non di voci, e tutto questo ha una bellezza che non si ripete eguale, ma continua e mi rasserena nella strada d’essere mio e del mondo. 

ci aggiravamo

Il mare non delude nel primo giorno d’anno, una folla propizia i giorni che verranno, percorrendo la spiaggia, la diga. Forse sono spinti dai residui della notte che ha fatto alzare tardi, oppure dai caffè chiusi, o dal sole inusuale nel suo calore in gennaio, ma comunque sia, sono davvero tanti.  Sul corso e tra le calli, solo i bar dei cinesi sono aperti, lì gli avventori sono gli stessi di sempre, persi tra bianchi e spritz, il mare ce l’hanno in testa. La novità è che le macchinette mangiasoldi tacciono, sono un po’ in crisi, mancano anche gli spiccioli. Come nel film di Segre, la barista segna nel libro le consumazioni. Pagheranno a fine mese con la pensione. Chiodi, si chiamano da queste parti, i debiti; un tempo si viveva a credito e il debito non si estingueva mai. Tornano vecchie abitudini mai spente, in questi bisogni piccoli c’è una fiducia illimitata nel futuro: accadrà qualcosa che porterà denaro e tranquillità. Intanto si beve a credito e il piacere non si rimanda. Poco lontano il flusso riempie i parcheggi sulla spiaggia, ferma le persone al sole. Ci sono tanti cani e padroni divisi a metà tra le chiacchere e il richiamo dell’animale. E’ tutto troppo, ma allegro, siamo tutti sauri al sole.

La testa torna indietro, non è importante il ricordo delle notti portate all’alba, ma ci aggiravamo da quelle parti, lì o altrove non importa, nei giorni di festa. Era un moto compulsivo in attesa di qualcosa che sarebbe pur dovuto arrivare. Non si capiva bene cosa,  perché erano desideri piccoli e forti, ben piantati nella testa, e nascondevano altro. Ma non lo sapevamo, sembrava tutto semplice, i giorni ancora incartati come regali, la vita, le vite, nuove di zecca. In quell’infinito dire, ascoltare, quello che si sarebbe voluto, si rintanava la differenza, quello che avrebbe fatto allontanare dagli altri, perché mica ce li raccontavamo davvero i segreti profondi. Non eravamo ragazze. Quelle si dicevano tutto e quando arrivavi di colpo tacevano e cominciavano a ridere e tu non capivi, ma c’entravi. Solo non capivi.

Adesso m’aggiro ancora e capire è diventata una costruzione infinita, i giorni sono ancora nuovi, dentro carte stropicciate, se mi siedo al sole, guardo in silenzio. C’è tanto da vedere, da sentire, che mi pare ci siano infinite vite da costruire e che a noi resti il compito di non stancarci, artigiani in vena d’arte. La propria. E poi è così bello che l’anno inizi con il sole, con tante persone che cercano il mare, che alla fine anche pensare, ricordare, diventa una fatica. E’ festa, ci sarà tempo.

la banca delle capre

Questa storia nasce diversi anni or sono, nel sud del Senegal, la parte più povera del paese, nel villaggio di Cumbacarà. Questo villaggio, della provincia di Kolda, è al confine con la Guinea Bissau, ed è la sede della comunità agricola che raggruppa 23 villaggi. Quando parlo di villaggi, parlo di aggregazioni di capanne di paglia e argilla, senza energia elettrica, senza acqua potabile, con al centro la spianata per le riunioni e l’albero della comunità. I villaggi hanno pochissime strutture in muratura, a Cumbacarà c’è un piccolo ospedale che da noi sarebbe più o meno un ambulatorio e che serve una quindicina di villaggi. La popolazione dei villaggi è variabile, può andare dalle  poche centinaia di persone alle decine. A Cumbacarà la vita è quella del Senegal più povero, soggetto a carestie, emigrazione e desertificazione, la stessa che avviene fuori delle città e di Dakar. La giornata è scandita dalle necessità: l’acqua, il cibo, il lavoro agricolo, i bambini, gli anziani, la vita di relazione e l’affetto di chi non ha e che si vede ben presente come legante familiare e comunitario. La mancanza di autosufficienza alimentare, oltreché dal clima è determinata dalle massicce coltivazioni di arachidi per far olio e burro da esportare. Adesso si aggiunge la minaccia di coltivazioni di biocarburanti, che in un territorio pur fertile, espone costantemente alla fame e alle malattie. In particolare i più colpiti sono i bambini, ma anche la struttura sociale, le leggi interne alla comunità, i diritti di genere, sono fortemente condizionati dai bisogni primari. Un agronomo, Ndiobo M’Ballo, nato in questo villaggio, ma che aveva avuto modo di lavorare per le organizzazioni internazionali, pensò che dedicarsi al suo paese, al suo villaggio, alla sua gente fosse una buona scelta per la seconda parte della sua vita. Ha fondato una ong di diritto senegalese e sulla base delle necessità più impellenti, ha cominciato ad agire partendo dall’osservare quello che facevano le donne per affrontare i problemi quotidiani. Una delle prime idee per combattere la fame e per fornire alimento ai bambini, si basava sul fatto che la soluzione doveva essere compatibile con il territorio e disponibile tutto l’anno. Sempre osservando il rapporto tra donne, problemi e ambiente, puntò sulle capre che già c’erano, facili da pascolare ed autosufficienti, e al contrario dei bovini, mangiavano di tutto. Così nacque l’idea che fornendo due capre femmine ed un maschio per due anni, ad una donna che ne facesse richiesta, si poteva dare latte naturale ai bambini, avere una piccola certezza di sussistenza, consumare la carne quando la capra in eccedenza veniva macellata. Alla fine dei due anni la donna doveva restituire due femmine e un maschio dell’ultimo parto. Sì, perché le capre figliano tre, quattro volte all’anno e alla fine dei due anni, la donna poteva avere un piccolo gregge. Così è nata la banca delle capre, che adesso può contare su un circolante di oltre 1800 capre e che si incrementa ogni anno, solo che stavolta gli utili restano nei clienti e la banca si accontenta di essere parte della crescita della comunità. Le capre sono state acquistate con fondi che provengono da donatori, anche adesso stiamo facendo così per incrementare il circolante, grazie a persone che hanno voglia di investire a fondo perduto qualche euro, più o meno una decina  a capra, su un progetto concreto, senza costi di cooperanti e strutture, e quello che si dà va a finire sull’obbiettivo. Ogni anno un gruppo di sostenitori, a proprie spese, va a controllare come funziona il tutto, incontra le persone, ascolta le necessità, dibatte, cerca di capire. Capire non è facilissimo perché bisogna spogliarsi della nostra testa e della tecnologia che risolve tutto. Lì tecnologia non ce n’è, a parte i telefonini che stranamente ci sono dove pure non c’è acqua potabile ed energia, e le soluzioni che sembrano facili, in realtà sono sciocchezze perchè non fanno i conti con il clima e le infrastrutture inesistenti.  Ma prima di fare strade e ponti, bisogna sfamare le persone puntando non sugli aiuti esterni, ma sull’autoproduzione, sull’auto sostentamento. Questo fa l’ong 7 A Maa Réwée di M’Ballo e non è l’unica sua iniziativa. E’ stata attivata la banca delle sementi che evita la dipendenza dalle multinazionali che forniscono semi sterili geneticamente modificati, c’è un mulino diesel, e adesso punta al secondo in un altro villaggio, per macinare senza spaccare mani e braccia alle donne con i mortai, c’è una sala parto arrivata dal Veneto, pozzi e orti che stanno crescendo per il fabbisogno quotidiano, una risaia che contiene anche l’acqua nella stagione delle piogge. Assieme alle iniziative è nato un piccolo commercio gestito da donne nei villaggi, e con questo, oltre la piccola indipendenza dai maschi, anche la richiesta di imparare a far di conto e di leggere e scrivere. Purtroppo è fallita la banca delle galline, per una moria da infezione, ma credo che la cosa si riprenderà. Tutto questo, con gradualità, muta i rapporti nei villaggi, le donne sono molto coscienti del loro ruolo, anche politico oltreché sociale, le ho viste con i miei occhi e sentite, difendere il ruolo e i diritti. La pratica dell’infibulazione è arretrata tantissimo, man mano è cresciuta la coscienza di sé e del proprio valore, la barbarie tende a scomparire. Basta confrontare i dati con i villaggi della Guinea Bissau, che sono ad appena a 10 chilometri, per accorgersi cosa può fare una piccola indipendenza economica femminile. Perché il dato più importante, accanto alla diminuzione della mortalità infantile, è proprio questa nuova coscienza delle donne che ha rimesso in moto una società bloccata, in cui le stesse donne chiedevano ai figli di emigrare, piuttosto che vederli in balia della fame vicino a casa.

L’equazione è: alimentazione autoprodotta dalle donne=>  maggiore protezione dei figli=> maggiore consapevolezza del valore =>richiesta dei diritti che tutelano la persona.

Chissà se sono stato chiaro? Comunque il 4 gennaio ci torno e poi vi saprò dire.

lavorare è fatica

Il lavoro è una cosa seria da queste parti, ci si suicida per il lavoro, per la responsabilità del lavoro degli altri. Sono più di venti gli imprenditori che si sono tolti la vita negli ultimi tre anni. La camera di commercio un anno fa aveva istituito un punto di aiuto, di ascolto, ma a che serviva se non era in grado di dare prestiti? L’hanno chiuso. Si somma tutto : debiti per forniture, crediti che non vengono pagati, banche che chiedono il rientro, la pubblica amministrazione che non paga, mercato difficile e alcuni non ce la fanno. Il lavoro, come è stato insegnato nelle case è la realizzazione dell’uomo, la misura del suo successo come persona. Successo verso di sé, prima che verso gli altri. Un poca di ironia non guasterebbe, ma è più semplice sentire bestemmiare a raffica piuttosto che una relativizzazione del lavoro. Tutto il benessere in questa terra d’emigrazione, l’ha creato il lavoro senza limiti,  l’auto imprenditoria seria. Prima erano contadini abituati alle difficoltà dei raccolti, impermeabili alla politica, custodi di una libertà individuale che rasentava l’anarchia e che ha devastato il territorio di costruzioni e fabbrichette. Fedeli a nessuno se non al lavoro, quel lavoro a testa bassa, che ha tolto le altre dimensioni della vita. Quello che si può comprare serve, è buono e il resto è fantasia. La ricchezza viene esibita e nascosta, come la povertà, a seconda di chi si ha davanti. Quando si parla del sud, per dargli una dimensione benevola, usano un esempio semplice: qui si dice andiamo a lavorare, lì si dice andiamo a faticà. E si ride. Come se il lavoro qui fosse una festa, una dimensione epifanica del vivere. E non ci si rende conto che senza l’ ironia della testa e delle parole, non si vede la realtà e che il lavoro è fatica davvero, oltre quella fisica, che consuma e che ogni tanto dovrebbe finire.

Dovrei scrivere le memorie di un costruttore di zone industriali, dei sogni che accompagnano i progetti, quelli di chi progetta e quelli di chi si insedia, dovrei parlare dei sogni che si mettono sulla carta cercando di trovare una sostenibilità per l’uomo e per l’ambiente. Dovrei dire che non basta mettere il verde dove si passa più di metà della vita, e neppure i pannelli fotovoltaici sui tetti, che esiste una sociologia delle aree produttive che cambia gli uomini anche a casa, che bisogna produrre meglio per vivere di più, e che si può fare. Ma mi sembrano solo sogni da un po’ di tempo, chi è dentro la fabbrica era cinese prima dei cinesi e ciò che è fuori della fabbrica, ha regole spietate. Il lavoro è stato il legante di queste individualità, ha dato una dimensione collettiva, ma adesso che la crescita è finita, è difficile cambiare, ognuno ritorna ad essere solo e le braccia, la fatica non bastano più. Ecco una chiave che permette di leggere un territorio disorientato, ma se questa fosse la diagnosi, la terapia sarebbe terribile e nessuno l’applicherebbe: ripensare il lavoro, qui è impensabile.

Post Navigation

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 136 other followers