Willyco

in alto, senza parere

Archive for the category “l’ironia dei naufraghi”

scosso

Ci pensavo stamattina durante l’ultima scossetta, 3.5 Richter, una sciocchezza, ma gustata in bagno. Nei giorni scorsi, un po’ ridendo, mi chiedevo com’era la fuga come si è, in quei momenti quotidiani, naturalmente per sdrammatizzare. Qui anche se scuote bene siamo distanti dall’epicentro e dai disastri veri. Però…

Però l’insicurezza che sta instillando questo terremoto tocca ben altro. Ridimensiona tutto, consegna ad una dimensione del non prevedibile cose a cui non eravamo più abituati. Il vivere quotidiano ad esempio. La natura, nome un po’ degradato a ubbia dei verdi, riprende il suo posto splendente, che non è fatto solo di tramonti, mari e montagne scintillanti, ma di forza e imprevedibilità. Quello che viene detto è l’imprevedibile, nell’alzare dotto delle mani testimoni del non sapere. L’esattezza della fisica, l’ascendere inesausto matematico, la tangibilità dei prodotti delle reazioni chimiche ci hanno abituato a considerare ciò che non è impresa risolutiva a breve della mente, come materiale di serie b ed invece ci si accorge che, mentre si sono fatti passi enormi nell’infinitamente piccolo, che tra gli astri si snocciola una teoria al mese, basta scendere di una decina di chilometri e non sappiamo più nulla, i modelli predittivi fanno ridere gli scommettitori del superenalotto, la capacità di descrivere rientra nel pressapoco.

Uso una parola cara ai greci (e molto a me): meccanica. L’ordinato svolgersi del moto, il confronto e la composizione delle forze, ché sempre queste hanno un ordine e qualcosa a cui rispondere che a noi qui sfugge. Bene, in questa parola sta anche il terremoto, i disastri delle nostre, piccole cose, inadatte all’eccezionale, l’economia fatta, banalmente, sempre di un prevedibile andamento senza intoppi che non siano i mercati, la vita quotidiana assuefatta al controllo del futuro e non all’indecisione. In questo sta il timore controllato che mi assale. Mi hanno abituato a considerare la scienza come unica risposta al mondo, l’uso dei suoi proodotti e della tecnologia per convincere il succedere degli eventi, delle ore, delle abitudini, ad accadere davvero. Ed ora?

Capisco che esiste un ossimoro della scienza che imprigiona le menti, quando questa viene intesa come solutore e non spiegazione del reale. Che la scienza tratta del reale, ovvero di ciò che accade e lo spiega quando può. Troppa fiducia viene riposta da chi attende una risposta, nelle capacità risolutive di persone, magari distanti migliaia di chilometri, ed esiste una profonda, enorme differenza tra chi studia un fenomeno, ci ragiona sopra, emette delle teorie le verifica o falsifica, trae delle conclusioni sulla ripetitività e chi invece quel fenomeno lo vive e lo considera negativo nel ripetersi e vorrebbe una parola che dicesse basta. Una parola in sé salvifica ed autorevole per riportare a sé il controllo del suo destino. Sappiamo di non sapere, ma quanto ce ne rendiamo conto? In fondo il mondo è fatto di scorciatoie, di risultati che poggiano su giacimenti di numeri. Nel fare c’era la comprensione del risolvere un problema, trasformare e portare ad un ordine maggiore, trasferibile nelle vicinanze, ma c’era anche il limite, si sapeva dove si poteva arrivare, ora tutto si nasconde in una complicazione che si esaurisce nell’uso nella prigione dell’uso e nella sua accelerazione. Compro qualcosa che mi permette di fare un sacco di cose, la cui esattezza non posso verificare perché tutte poggiano su uno strato di algoritmi. Io parlo con un’interfaccia, credo, penso, che sapere come muovermi con essa sia conoscere il mezzo, con il terremoto non ho interfaccia, vado alla ragione che non capisco e ne provo paura, anche se non sono minacciato direttamente la minaccia dell’inconoscibile emerge.

La parola scossa di per sé contiene lo stupefacere dell’inatteso, sommuove e mi mette di fronte a me stesso, alla mia dimensione. Non mi sento piccolo, mi sento fragile e incapace di previsione e controllo. Mi oppongo alla scossa, non oscillo con essa, l’esorcizzo quando la rappresento come il gigante in giardino, ne cerco un lato non offensivo, esperienziale senza danni, so bene che sono alla sua mercè, qualcosa di oscuro, non prevedibile, che non si capisce bene nella dinamica, può disporre di me e la scossa sarà un’occasione per vedere diversamente il mondo se mi risparmierà. Me e il mio mondo. 

Sono scosso, ovvero senza cavaliere, come nel palio di Siena e corro e rincorro, senza paura, qualcosa che non capisco, ma so che con lo scemare dello sciame sismico, tutto tornerà come prima ed il conto sarà solo tra danni e ricostruzione. Invece proprio la scienza, adesso negletta dall’assenza di effetti, mi riporterebbe al fare, quello che capisce, che è fatto di messa in sicurezza, di mani di muratori, di materiali e ferri correttamente applicati, di pesi, norme e precauzioni. Il risultato di questo riconciliarmi, sarebbe che alla fine oscillerei con la scossa, ne porterei il timore, ma la paura non investirebbe il mio mondo fatto di interno ed esterno, finalmente ricomposti nel vedere.

E se parlo di vedere, parlo di ciò che vedo nel presente e nel futuro, come conseguenza di un modo di vivere dove l’economia si scuote e si orienta come gli uomini al possibile ed al compatibile con la natura.

Vorrei che le scosse non fossero inutili, ecco!

baristi tristi

I baristi tristi ascoltano silenziosi dietro al banco, hanno il senso del tempo del tramezzino al pomeriggio inoltrato, conoscono i volti.

Li conoscono tutti, anche quelli che non hanno mai visto, i volti dei cappuccini con poca schiuma, con tanta schiuma, con latte tiepido, con deca, con caffè d’orzo (alla parola caffè, quando si parla d’orzo, un brivido li percorre nel simpatico), in tazza grande, col ginseng, ( in Africa si beve col ginger o al cardamomo, in sud america con il cacao, vuoi che gli racconti che nel caffè si mette ciò che viene dagli stessi posti dove cresce? non capirebbero, il ginseng lo mettano sul the, lo mettano). Solo al caffè doppio e al ristretto 32 gocce accennano il sorriso. Ma mai una barbagliata, un nero alla triestina, una cioccolata amara fatta espressa, al più l’americano. E l’espresso alla francese, nessuno che beve l’espresso alla francese o il café creme all’austriaca?

E le brioches? con crema, integrale (come il nudo rifatto esibito: senza fascino), alla marmellata, con mirtilli (che ci troveranno nei mirtilli, ‘sti cannibali, gli gnomi?), ai cereali, 4/5 cereali (voglio vedere se li contano), con chantilly, chantilly con frutti di bosco ( i funghi ci metterei, i funghi canditi), la sfoglia, la sfoglia con mandorle (eh lo so che ti piace, botta di vita, ma oggi allappa e lo vedrò dalla tua espressione, silenziosa più della bocca, ma sai l’umidità ammassa e il pasticcere assonnato fa il resto…), il ferro di cavallo, l’occhio di bue (come mi piaceva da piccolo, me lo comprava mia nonna, magari ho fatto il barista per questo…), la frolla, le brioches ripiene di ananas (una mattina mi ha detto: sa, fa dimagrire, l’ananas. Ma si puo essere piu imbecilli), il riso, il semolino, la mela al cartoccio e poi la brioche vuota (il niente finto ha sempre una grande audience, non ne avanza mai una, andrebbe bene per un santone indiano in vena di meditazione), i crapfen vuoti (???), pieni di marmellata o di crema, i mini. Le mini brioches vanno molto: mezzo peccato (mezza vita, ometti e omette con il mezzo che giustifica il fine).

La mattina alle sei e mezza sembra l’esercito cinese di terracotta, allineate in file ordinate le brioches attendono. Il barista ha un ordine, davanti le truppe leggere, dietro le creme, le marmellate, sul lato destro la cavalleria del riso, del semolino e l’artiglieria pesante dello strudel (roba tedesca, pesante e d’attacco come il krapfen), è bello riempire il bancone, guardare le file ordinate e croccanti, poi arriverà l’attacco e comincerà la decimazione, reparti interi si immoleranno in mandibole trancianti o sbocconcellanti. Da questa parte del banco si vede il rapporto con il cibo e la vita, i problemi, gli estri, l’umore, gli amori.  Si vede e si tace.

Poi passata l’ondata della furia, gli ultimi s’accontenteranno. E alla fine vince il banco perché gli ultimi si giocano ciò che avanza. Potevano venire prima, potevano.

E’ così fino a mezza mattina poi inizia il salato, il barista deve parlare poco, lo stretto necessario e solo con quelli che gl’assomigliano.  Non è un barbiere.

L’anno scorso ho visto Caos calmo, ho lo stesso rapporto del protagonista con i clienti: solo gli amici superano la barriera, il resto passa.

segnali di cambiamento

Ad un certo punto capisci che non potrai bere tutto il vino che meriterebbe d’essere bevuto, e neppure tutti i libri che ti interessano potranno essere letti, la musica la ascolterai per eccezioni e per spunti maniacali, di qualche film conoscerai i dialoghi a memoria e perderai il troppo nuovo per piluccare di tanto in tanto quello che t’ispira.

Anche il cibo non ti eccita più come un tempo, il sesso non e’ rincorsa di piaceri ma tenerezza e profondità. Ti commuovi più che da giovane, quasi sapessi come andrà a finire, ma non vuoi chiamarti vecchio per questo; tieni aperto qualche ideale, conservi delle rabbie con piglio gentile e ci sono ancora cose che non faresti o subiresti mai.

Sei più curioso d’un tempo e ricco di tracce, duelli con il tempo, ti metti alla prova, canti da solo in auto, lasci che il cuore trabocchi in quello che senti e vedi, rifiuti il cinismo.

Cammini, cammini molto e se non corri e’ perché ti farebbe male alla schiena. Ti ricordi di quando ti sei rotto due vertebre e poi hai pensato che ti era stata regalata una vita. Chissà perché ti viene in mente un verde assoluto a Friburgo, che entrava dentro con gioia; a te che il verde non piaceva.

Pensi che quei discorsi in riva al mare d’estate, o davanti a un bicchiere di vino d’ inverno, di alcuni ne segui ancora il filo, e sai che continueranno chissà come e dove.

Ti ricordi di un sottopasso di Kiev, di una signora che offriva tre biscotti allineati su una scatola di cartone e i fiori di casa, e dei ragazzini che giocavano a  calcio a Palermo, con pallone mezzo sgonfio, ti ricordi, ma era Buenos Aires non in Sicilia e sai anche i ricordi non ti basteranno mai per questo continui ad andare.

E’ il tempo mio caro, quello che e’ sempre un lenzuolo che volteggia al sole e sbatte al vento, che si raccoglie e stende, libero. Tu tienilo con polso largo come un aquilone, tienilo e fallo volare.

è un segreto: il posto, l’aria, il profumo. E non parlatene se non a chi non capisce

I platani capitozzati sono tirati a pergolato, e scendono con fiumi di glicine azzurro e bianco verso il castello di Miramare. L’aria è piena di profumo, l’azzurro viola riempie il cuore, le nari, il cervello. Si può riempire un cuore di colore, di profumo? qui si può fare , così anche i pensieri, poi a Barcola, davanti al mare, sono meno assillanti e la mia vita, le cose che faccio fatica a chiudere, anche quando non ho evitato il dolore, divengono storie.

Una storia, tra le altre, mi è rimasta da pensare, perché non l’ho capita. Ora ho certezza di essere caduto in una volontà senza decisione, così la cosa è rimasta sospesa, il mondo è andato avanti e le cose, il mondo, le vite sono cambiate, ma ciascuna per suo conto.

Pensavo: ecco in questa mancanza di comprensione profonda si consumano molte storie, noi proclamiamo la leggerezza come strumento per non lasciare orme sulla vita, pensando di danzare, mentre in realtà siamo fermi e simili ad alberi nei nostri percorsi. E se guardassimo bene l’albero del nostro vivere, vedremmo infinite ramificazioni che, al più, finiscono in una foglia, rami che non saranno mai fusto, ed un tronco, solido, piantato nel terreno in cui ci è dato vivere. Il tronco ha un bisogno enorme di crescere, di essere albero – quell’albero- e il resto che compie, con volontà e leggerezza, sono tentativi di luce. Essere albero esige determinazione per la propria vita, e pur vivendo del rapporto con gli altri, donando profumo e ricevendo luce, la determinazione alla fine riguarda solo noi stessi.

Pensavo, mentre il mare e il profumo di salso avevano tracce di glicine, a quanti silenzi chiudono un lasciare qualcosa per cui si è patito e gioito, e quanta forza è necessaria per dare espressione a quel silenzio, che è un nostro parlare e serve a dare senso ad una sofferenza, che sarebbe annacquata dalle parole. Forse solo la consapevolezza del perché si soffre chiude le sofferenze, pensavo, e ci riporta a noi e ci fa capire cosa amavamo davvero in quelle storie che si chiudono. Soffrire non dà una ragione, ma un significato a ciò che si prova.

Io, pensavo, per anni non ho capito che la parte maggiore di ciò che mi impediva di essere sereno nell’ andarmene era il senso del fallimento, e siccome non l’ accettavo, riprovavo, come se una sconfitta avesse una prova di riserva. E’ la sindrome del giocatore che pensa sempre che la prossima mano gli permetterà di rovesciare la fortuna avversa e di riprendere se stesso. Ma in realtà non è così, quando subentra la comprensione, il gioco, quel gioco, è perduto, non coinvolge più. Resta un buco dello strappo e si deve attendere che si riempia. e qui, pensavo, che cercare di capire perché non si è soddisfatti sembra sia la necessità di colmare quel buco. Ma un riempire è un fatto statico, non considera la vita come qualcosa che procede. Ecco, avrei voluto ricordarmi sempre che la vita procede, che quello che avevo era meno di quello che mi stava attorno, e che sentivo nel colore, nel mare, nella sensazione di ben essere. E che guardandomi esclusivamente dentro, mi perdevo molto della vita che pullulava e chiedeva di essere letta. 

Non c’era tristezza in questa percezione di essere fuori e dentro altro, anzi il confronto con il molto di buono e bello che avevo conosciuto, portava allegria, fiducia. L’allegria che ci permette di sbagliare e poi di riprovare, con mezzi uguali, e diversi, con attenzioni che ci sembrano nuove, con il senso che davvero c’è molto più fuori di noi che dentro i nostri piccoli razionali, pensieri, che prevedono il futuro.

Siamo solo maghetti di pianura consegnati alle arti magiche del già visto, provato, vissuto, all’ illusione di vivere che si consuma, se ci si sofferma in questo sapere senza meraviglia. 

è tornato il gigante nel cortile

Mi sono svegliato di colpo, la piccola scossa precedente era stato appena un brivido, ma questa era lunghissima, sento cadere cose e libri, e continua, continua: 22 secondi ho letto poi. Il tempo nel terremoto, non finisce mai, anche quando la scossa è finita resta la sensazione e tutto sembra essere in procinto di oscillare. Ma intanto bisogna decidere.

Rivestirsi, che fare, uscire, restare, le scale sono anch’esse lunghe, la casa reggerà? I libri, i cd che volano dalle doppie file, frana una pila giornali. Devo riordinare questa casa e la vita. Mi mette allegria da naufraghi, una delle vetrine che s’è aperta ed è diventata un sismografo sensibilissimo, rovescia piccole collezioni per terra e tintinna in continuazione. Nell’altra casa avevo appeso al soffitto un triangolo da orchestra e il suo martelletto, suonava con le scosse anche piccole, qui sono i vetri che vibrano e si accordano.

Scendo in strada, qualche macchina si addensa nel piazzale, in prato ci sono persone oltre ai soliti, notturni, suonatori di bonghi e jembée, accendo un mezzo sigaro, torno a casa.

L’aria è frizzante di mattina, percorsa da aliti caldi di scirocco, è l’alba, ma le allodole tacciono, mi pare appena inquietante. 

Poi mentre leggo, a letto, arriva, più lieve e tintinnante, la scossa delle 5. Ricadono libri, mi giro e cerco il sonno in una quiete tesa.

Caro gigante che ti diverti a scuotere la casa, per favore sorridi e siediti a parlare con noi.

la rivolta delle cose

Stamattina lo scotch attaccava poco.

Ci sono questi momenti nella vita, basta capirlo, sta sempre così arrotolato su se stesso…

Comunque, s’incollava alle dita ed accarezzava la carta, forse aveva paura di sporcarla, d’essere appiccicoso; di certo c’era un patto segreto tra loro. Un patto che escludeva me, le mie necessità. Mai che il cerotto usi la stessa attenzione alla mia pelle; gli dico: dai, uno strappo e via, ma è una scia di peeling che se ne va e per un orso è pur sempre un trauma d’assenza quando si guarda il braccio o la gamba. In quei momenti capisco la pazienza della ceretta femminile, la capacità di sofferenza per piacersi, capisco e divago.

Lo scotch, dicevo, attaccava poco, e le foto, le poesie appiccicate sulle porte dell’armadio aspettavano solo che mi girassi per staccarsi e cadere. Sembrava autunno con tutti quei fogli per terra, raccoglievo in silenzio e riattaccavo. Credo esista una pazienza per le cose diversa da quella che usiamo alle persone, una pazienza che parla loro, le interroga, chiede ragione di tanto accanimento e riflette. La pazienza è uno specchio, deve riflettere, deve far capire cosa si agita dentro quell’immagine che la guarda. La ragione del perché le cose non funzionano sta lì, in quell’immagine che pensa ad altro, che non si cura del mondo piccolo attorno. E’ la meccanica dell’uso che offende le cose.

C’è anche un’ira per le cose, un’ira distruttiva, anch’essa diversa da quella degli umani, un’ira che distrugge e butta via perché, tanto, le cose non capiscono. Gli si spiega che non c’è tempo, che devono essere efficienti, che sono fatte per questo. E le cose si rifiutano; riottose, mule, dinegano, è così l’ira prende e strappa, distrugge, getta. Ma loro, pur a pezzi, ridono di noi. Ho visto una volta gettare a terra con rabbia e forza, una calcolatrice meccanica, le rotelle, gli ingranaggi andavano dappertutto, correndo allegri, mentre l’iroso, ormai contrito, contemplava la sua sconfitta e l’irridere delle cose.

Ma non è colpa delle cose, se si rivoltano una ragione c’è: non abbiamo più il controllo, le abbiamo sopravvalutate prima e gettate in un canto poi. Lo scotch, ad esempio,  sta lì arrotolato, ma è diventato telescopico, il calore della scorsa estate lo ha trasformato in un cono, se adesso appiccica a rovescio e si ribella, è per trascuratezza. Lo abbiamo trascurato perché ce n’è troppo, troppe chiocciole con lo scotch in giro e pochi utilizzi e lui capisce che è finita l’epoca del nastro adesivo. A malapena resistono le graffette e i fermagli. Negli anni del post it e della virtualità si attacca meno. Tutto. Così anche la colla è seccata, proprio incazzata nel tubo rosso e si rifiuta di uscire, non attacca più, piuttosto si strugge a pezzi di consistenza gommosa e inservibile. Un giorno ho detto a voce alta: ma ti ricordi il profumo della coccoina? anche se non mi serviva la colla, aprivo il barattolo d’alluminio per annusarla. aveva un odore di mandorle, di noccioli aperti e poi il pennello a setola dura che scorreva sulla carta, vuoi mettere… Dev’essere lì che la colla s’è offesa e ha detto: adessotisistemoio, perché ha cominciato a sbavare, a venir via a pezzi. Userei lei per i fogli da incollare sull’armadio, ma è secca, rincagnita dentro il tubo e quello che ne esce è solo rabbia collosa, a pezzi bianchi che sporcano, ma non attaccano.

Bisogna parlare alle cose perché non si rivoltino, ripetere loro la funzione che hanno, fare qualche complimento: lo vedi che se vuoi attacchi, sei vecchiotta ma funzioni benissimo, come te non ne fanno più. E bisogna stare attenti, non pensare cose diverse da quelle che si dicono, perché le cose sono telepatiche. Se ad esempio si pensa: come te non ne fanno più. Per fortuna. Le cose sentono e si ribellano, sono permalose le cose. Bisogna stare attenti, parlargli piano, lasciare che diano la fantasia oltre la funzione, ma soprattutto considerare che aspettano, e chi aspetta nel migliore dei casi, pensa ad altro.

p.s. poi alla fine un accordo l’abbiamo trovato

è allora che il cuore respira

Ci sono momenti in cui la grazia o la tenerezza (o la bontà, ma il discorso si farebbe lungo) d’un momento, sembrano sospendere l’ordine usuale delle cose. Che poi tanto ordine non è, ma condiziona così tanto le nostre vite da renderle infelici. In questi momenti emerge la possibilità che il mondo, il nostro mondo, sia altro, come quando una consapevolezza improvvisa, una stanchezza da troppo tempo ricacciata, fa emergere il basta, quel basta che e’ riconquista di noi, di un futuro che irrompe nel presente e per una volta, non piega noi, ma spezza una sequenza che sembrava incoercibile di logica, di necessità, di comodo star male.

Insomma qualcosa che spiazza il procedere segnato dell’esistenza ed apre uno squarcio da cui si intravvedono colori: l’azzurro, il bianco d’una nuvola, il nero che torna ad essere pavimento su cui camminare, una lieve inquietudine d’aria chiara. 
Attendere l’inatteso procura soddisfazioni e piccole svolte che non si narrano, ma esso, è condizione d’animo oppure un regalo che non si dovrebbe rifiutare.  E bisogna pur sapere che dopo ch’e accaduto, la mano è più leggera, prende con gli occhi quello che vede, se ne ciba nei pensieri e canticchia musiche speciali. Tutto come sempre e come mai prima.

E’ allora che il cuore respira.

l’iconoclasta

Con leggerezza e passione scalpellava facce da mosaici ed affreschi, ma non riusciva ad eliminare tutto; c’era talmente tanto lavoro, accumulato da secoli di immagini umane e divine, impalcature da elevare per raggiungere absidi e soffitti, e sabbia, tanta sabbia che copriva i pavimenti, nei villaggi e città abbandonate, che non poco gli scappava. Lo sapeva ed agiva con determinazione degna d’ un sogno, che poi era un incubo, percorrendo una fascia larga come il Libano e la Syria messi assieme, ed era instancabile, a piedi e a cavallo, dall’ Egitto all’odierna Turchia, senza trascurare l’Italia nell’esarcato. Investiva, con ferocia allegra, chiese grandi e piccole, frequentate e abbandonate ed è per caso ed interesse veneziano, se abbiamo ancora i mosaici di sant’Apollinare e di Ravenna. Era l’iconoclasta.

La  sua epopea durò quasi un secolo e mezzo, con oltre 200.000 morti connessi. Fossero riottosi, pagani, ingenui, il nostro, convinto o meno che fosse, si ingegnò ad eliminare il culto delle immagini, il dipingere la figura. In Syria, Libano, Egitto, Giordania, Turchia le sue tracce sono evidenti anche oggi, molto più degli occhi fatti cavare a quelli che possedevano una immaginetta sacra, oppure delle mani tagliate a chi modellava qualche statuetta o la stringeva come preziosa, ma spesso c’era solo la morte e questa, come si sa è solo un numero, pochissimo evidente.

Roma s’opponeva, più o meno decisamente, l’esarca cercava di ammazzare il papa se protestava troppo, molti non sapevano da che parte stare, ma erano anni in cui stare da una parte comportava un rischio non da poco. Eppure ci stavano da una parte, quelli che sapevano, ci stavano. Vi siete mai chiesti cosa significò essere pagani od eretici per circa 1600 anni? Facile essere agnostici nel 2000. Certo fu, che l’iconoclastia non scomparve nel nono secolo, serpeggiò nella cultura d’oriente, in occidente aiutò, non poco, a distruggere buona parte della civiltà Maya e Inca, le rappresentazioni di altre divinità, libri unici e di inimmaginabile preziosità, ma soprattutto uomini; tanti uomini che neppure si riesce a immaginarli.

Chissà se l’iconoclasta adesso fotograferebbe, oppure entrerebbe nei musei, finalmente guardando la mano dell’uomo e il suo genio anziché distruggerla senza vederla. Gli islamici lo fanno, anche se a quel tempo proprio dalla loro cultura e da quella ebraica era emerso il rifiuto di rappresentare la figura. E anche adesso non lo fanno in ambito religioso.

Chissà se l’iconoclasta riconoscerebbe in Kandijnskj, in Mondrian, e nei tanti altri pittori e scultori contemporanei, dei suoi pronipoti, generati proprio attraverso quell’anima russa e slava, ricca di immagini, ma anche di schermi alla divinità attraverso ori e iconostasi come limite di separazione tra immagine e realtà. Vedrebbe nell’arte del ’900 un riaprirsi della intuizione della divinità nella geometria, che pure già c’era in Pitagora ? Certo fu che, per fortuna, perse la battaglia ed a noi furono regalati 13 secoli di pittura figurativa, statue, ritratti e riproduzioni infinite di capolavori e ciofeche. Ma ciò che lo animò, nella sua orrenda follia, aveva una radice di discussione non banale, e mi chiedo quanta idolatria ci sia, quanta magia, quanti interessi innominabili siano sempre stati connessi all’uso delle immagini, allora, ma anche oggi, quando queste immagini sono state spacciate come cose che eccedono il solo pensiero dell’uomo. Nel popolo, fino ai nostri giorni, i santini erano conservati o, se troppi, bruciati, ma mai buttati. 

Noi, in fondo, stiamo lasciando per strada passioni e riflessioni, mentre la grande conquista dovrebbe essere finalmente la discussione senza la distruzione dell’avversario, ma questa in realtà, l’abbiamo rivestita di ipocrite spoglie e non l’abbiamo mai lasciata davvero.

tornare alla domenica

Il sole lotta e prevale nella sua pazienza di luce, ora i coppi sulle case vicine, rilucono d’ un rosso che protegge le case, chi ci abita, ed anche non poche rondini che hanno trovato dove tornare. Prima la pioggia ha lavato, come fosse logica estensione, non delle nubi, ma del sole nel suo resettare e pulire il mondo vicino. Pioggia, sole, luce che, da ambracea, si fa ora diretta e forte. Accosto le tende, non il mondo.

Il limite -penso- è un confine tremolante d’aria da percorrere con uno schiocco oppure da lasciar crescere come insormontabile muraglia. Che so io di queste vite che si svolgono distanti eppure vicine? so che ogni distanza può essere percorsa solo con volontà e pazienza, ma basta, non so altro. E’ un metodo, la pazienza, non un fine e neppure una condizione. Penso ai giorni prossimi, alle difficoltà, ma anche alla tentazione dello sprangare la mia fortezza, in un autismo scelto e perseguito. Blasfemo nei confronti di chi non ha potuto scegliere la propria condizione, irritante quando non è scelta d’una strada comunque. Un bivio, sembra, ma in realtà non si esaurisce in due possibilità, ed oscilla nella condizione del padrone di casa: apro o non apro le mie imposte? E’ il rischio che ognuno affronta e risolve come crede. Val poco dire, poi, che non era cosa, che ci sarà occasione e modo; non sarà così, ma alla fine si tratta di dna sociale ed individuale: nessuno ci può chiedere d’essere diversi da come siamo; se non nuociamo. Nessuno, se non noi stessi; noi normiamo ciò che ad altri non è normabile. Non è questa, forse, la sublime libertà?

Ben sappiamo che lo stesso refe che ci trattiene dall’abisso, ci tiene assieme e ci può strangolare. E’ l’annodare e lo sciogliere, l’ impresa che occupa, e c’occupa, poggiando su una parola che espira: tu. Perché se muto -e muterò- sarà in funzione di qualcosa che è esterno a me, ma dipende da me. Solo da me e dal caso. Dal sole e dal caso, che tornano e come per ogni occasione del mutare, si ripresentano sotto mutate forme. Pazienza ed attesa della luce, anche se, come adesso, il cielo si rannuvola.

Ritornare di domenica, ha il profumo delle paste che vanno verso qualcosa che terrà assieme.

vento di lamiera

Nella notte la lamiera ha sbattuto a lungo con il vento, finché il sonno l’ha zittita. Sono anni che vado nello stesso albergo, ma la lamiera si sente solo quando dormo nel lato a nord. C’è sempre vento da queste parti, spesso folate di maestrale che portano odore di mare misto ad erba; in questa stagione anche umore d’alberi potati.

La lamiera ha un suono strascicato; devono averla fissata da qualche parte perché in passato era peggio, ma non è bastato a fermarla. Lo immagino questo vento che la solleva, come fosse una gonna, la fa scorrere e poi la posa, mentre la gravità la riporta da capo.

I primi tempi protestavo con il portiere; assentiva e diceva: provvederemo, non si preoccupi. Ma che interesse può avere una lamiera? Si scorda poco dopo il reclamo, bisogna trovarla, i clienti partono. Adesso non protesto più, la lamiera ormai è diventata parte del vento e di quest’angolo di Sardegna. Ma forse la sento solo io, e per chi abita è diventato un rumore di fondo, una banderuola sul tetto che in fondo non serve a nessuno, eppure fa parte della casa.

Quando verrà davvero fissata, nel silenzio qualcuno si sveglierà chiedendosi cosa ci sia di nuovo, e tenderà l’orecchio prima di rimettersi a dormire. 

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