Willyco

in alto, senza parere

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scosso

Ci pensavo stamattina durante l’ultima scossetta, 3.5 Richter, una sciocchezza, ma gustata in bagno. Nei giorni scorsi, un po’ ridendo, mi chiedevo com’era la fuga come si è, in quei momenti quotidiani, naturalmente per sdrammatizzare. Qui anche se scuote bene siamo distanti dall’epicentro e dai disastri veri. Però…

Però l’insicurezza che sta instillando questo terremoto tocca ben altro. Ridimensiona tutto, consegna ad una dimensione del non prevedibile cose a cui non eravamo più abituati. Il vivere quotidiano ad esempio. La natura, nome un po’ degradato a ubbia dei verdi, riprende il suo posto splendente, che non è fatto solo di tramonti, mari e montagne scintillanti, ma di forza e imprevedibilità. Quello che viene detto è l’imprevedibile, nell’alzare dotto delle mani testimoni del non sapere. L’esattezza della fisica, l’ascendere inesausto matematico, la tangibilità dei prodotti delle reazioni chimiche ci hanno abituato a considerare ciò che non è impresa risolutiva a breve della mente, come materiale di serie b ed invece ci si accorge che, mentre si sono fatti passi enormi nell’infinitamente piccolo, che tra gli astri si snocciola una teoria al mese, basta scendere di una decina di chilometri e non sappiamo più nulla, i modelli predittivi fanno ridere gli scommettitori del superenalotto, la capacità di descrivere rientra nel pressapoco.

Uso una parola cara ai greci (e molto a me): meccanica. L’ordinato svolgersi del moto, il confronto e la composizione delle forze, ché sempre queste hanno un ordine e qualcosa a cui rispondere che a noi qui sfugge. Bene, in questa parola sta anche il terremoto, i disastri delle nostre, piccole cose, inadatte all’eccezionale, l’economia fatta, banalmente, sempre di un prevedibile andamento senza intoppi che non siano i mercati, la vita quotidiana assuefatta al controllo del futuro e non all’indecisione. In questo sta il timore controllato che mi assale. Mi hanno abituato a considerare la scienza come unica risposta al mondo, l’uso dei suoi proodotti e della tecnologia per convincere il succedere degli eventi, delle ore, delle abitudini, ad accadere davvero. Ed ora?

Capisco che esiste un ossimoro della scienza che imprigiona le menti, quando questa viene intesa come solutore e non spiegazione del reale. Che la scienza tratta del reale, ovvero di ciò che accade e lo spiega quando può. Troppa fiducia viene riposta da chi attende una risposta, nelle capacità risolutive di persone, magari distanti migliaia di chilometri, ed esiste una profonda, enorme differenza tra chi studia un fenomeno, ci ragiona sopra, emette delle teorie le verifica o falsifica, trae delle conclusioni sulla ripetitività e chi invece quel fenomeno lo vive e lo considera negativo nel ripetersi e vorrebbe una parola che dicesse basta. Una parola in sé salvifica ed autorevole per riportare a sé il controllo del suo destino. Sappiamo di non sapere, ma quanto ce ne rendiamo conto? In fondo il mondo è fatto di scorciatoie, di risultati che poggiano su giacimenti di numeri. Nel fare c’era la comprensione del risolvere un problema, trasformare e portare ad un ordine maggiore, trasferibile nelle vicinanze, ma c’era anche il limite, si sapeva dove si poteva arrivare, ora tutto si nasconde in una complicazione che si esaurisce nell’uso nella prigione dell’uso e nella sua accelerazione. Compro qualcosa che mi permette di fare un sacco di cose, la cui esattezza non posso verificare perché tutte poggiano su uno strato di algoritmi. Io parlo con un’interfaccia, credo, penso, che sapere come muovermi con essa sia conoscere il mezzo, con il terremoto non ho interfaccia, vado alla ragione che non capisco e ne provo paura, anche se non sono minacciato direttamente la minaccia dell’inconoscibile emerge.

La parola scossa di per sé contiene lo stupefacere dell’inatteso, sommuove e mi mette di fronte a me stesso, alla mia dimensione. Non mi sento piccolo, mi sento fragile e incapace di previsione e controllo. Mi oppongo alla scossa, non oscillo con essa, l’esorcizzo quando la rappresento come il gigante in giardino, ne cerco un lato non offensivo, esperienziale senza danni, so bene che sono alla sua mercè, qualcosa di oscuro, non prevedibile, che non si capisce bene nella dinamica, può disporre di me e la scossa sarà un’occasione per vedere diversamente il mondo se mi risparmierà. Me e il mio mondo. 

Sono scosso, ovvero senza cavaliere, come nel palio di Siena e corro e rincorro, senza paura, qualcosa che non capisco, ma so che con lo scemare dello sciame sismico, tutto tornerà come prima ed il conto sarà solo tra danni e ricostruzione. Invece proprio la scienza, adesso negletta dall’assenza di effetti, mi riporterebbe al fare, quello che capisce, che è fatto di messa in sicurezza, di mani di muratori, di materiali e ferri correttamente applicati, di pesi, norme e precauzioni. Il risultato di questo riconciliarmi, sarebbe che alla fine oscillerei con la scossa, ne porterei il timore, ma la paura non investirebbe il mio mondo fatto di interno ed esterno, finalmente ricomposti nel vedere.

E se parlo di vedere, parlo di ciò che vedo nel presente e nel futuro, come conseguenza di un modo di vivere dove l’economia si scuote e si orienta come gli uomini al possibile ed al compatibile con la natura.

Vorrei che le scosse non fossero inutili, ecco!

inshallah

Nei primi anni di università frequentavo un gruppo di studenti arabi, c’erano palestinesi, iraniani, giordani, qualche siriano. Ci vedevamo a lezione, al bar o in sala studio, si parlava con le ragazze, c’era sempre molto caffè da bere, risate, curiosità reciproca. Erano anni in cui le guerre tra i Paesi Arabi ed Israele si susseguivano, in Iran c’era molta resistenza, cercavamo di capire senza darlo a vedere e  per questo parlavamo tutti con generosità di parole, di tutto, ma anche molto di vita quotidiana. Inshallah concludeva tutti i ragionamenti pratici: gli esami, una serata programmata, un approccio possibile con qualche ragazza, l’appuntamento per il cinema.

Non mi rendevo molto conto del valore che c’era dietro a questa parola, m’affascinava il suono, come accade per la lingua araba quando scivola tra le vocali ed addolcisce consonanti. Mi chiedevo come si potesse rallentare una vita fatta di slanci, perché tali erano i loro e quelli della loro storia, temperando il governo delle cose e del tempo, con l’attesa e l’ accettazione di una volontà esterna così forte da essere l’ultima a dire la parola. Sembrava un affidarsi operoso: ho fatto il possibile adesso tocca a te.

I miei amici erano laici, bevevano e mangiavano senza preclusioni, comunque non credenti e come noi spesso agnostici, si parlava di religioni comparate come fenomeno culturale più che come insieme di precetti, eppure inshallah emergeva come modo di vedere prima che intercalare. L’impressione che ne traevo era quella di essere altrove, come venisse aperta d’estate la porta d’ una chiesa ed il fresco che usciva, prendeva, non occorreva credere in qualcosa per star bene, e si capiva benissimo che quello era il logico accompagnare di ogni sereno preannuncio di impresa, di programma futuro.

Pur sentendone il fascino, mi sfuggiva allora questo affidarsi dinamico, lo capii di più in seguito, con gli anni, e con i viaggi. La parola ed il suo significato tornava, mentre si allargava il suo confine e diventava un modo di vedere il mondo. Credo che il probabilmente a cui aderisco quando vado in africa, o l’affidarsi vigile di quando viaggio nei paesi arabi siano il mio modo di aver capito che ci sono posti e regole in cui lasciar fare agli eventi. E che questo è un aiuto al compimento  dei progetti. Inshallah così diventa anche il mio intercalare, ed il modo per ritrovare una serenità messa a dura prova dagli orari mancati, dalle deviazioni continue, dagli accidenti che spostano di albergo, di cibo e di tragitto. Non arrivo ancora a pensare che la vita, la salute siano poco da tutelare perché comunque un caso benevolo le difenderà, mi premunisco per quanto possibile, ma dove non arrivo, spero e lascio fare.

Mi viene da pensarlo in queste giornate di terremoto, quando l’imprevisto diviene più forte e la scelta è tra alternative inesistenti: è meglio restare o andare? correre od attendere? Scelgo e mi muovo sperando che sia la scelta giusta. Per me il significato di inshallah è questo, fare con serenità una scelta che presa, non dipende più da noi soli, ma da una miriade di variabili per cui è meglio che la loro somma conduca pressapoco dove dovevamo andare.

Ecco, facciamo, impegnamoci, portiamo noi e il nostro mondo verso qualcosa che ci porti avanti, ci faccia bene e speriamo che tutto vada per il verso giusto.

Inshallah.

la necessità

Tra tutte le angosce quella delle cose da fare, è la più subdola e paralizzante. Ti prende man mano, e sale dalle visceri finché la gola ne è stretta. E’ facile scivolare in una catatonia da rimando, con sensi di colpa crescenti e verso una fine vista come liberatoria: ho tradito la fiducia, verrò castigato, me lo meriterò, ma almeno sarà finita.

E’ una paura senza dimensione reale, e come tutte le paure ha una percezione distorta delle dimensioni, ma come dirlo a chi sente che deve fare qualcosa e non ne ha voglia, non lo vuole più fare, e se lo farà, dovrà coercire se stesso da sé. Non mi intendo di queste cose, ma credo che sia uno scontro tra super io ed ego, dove il secondo cerca di rifiutare qualcosa che gli costa e gli toglie piacere, od almeno la possibilità di averlo.  Il non rispondere viene sentito come minaccia all’integrità. Qualunque integrità, sia essa l’immagine o il corpo, e ne nasce una fatica, un dover fare, tanto che alla fine per uscirne, si sacrifica qualcosa, o noi stessi oppure chi attende qualcosa da noi. Quasi sempre nella percezione distorta del dovere si nasconde una domanda: perché devo farlo? E nella risposta entra in campo il giusto e l’ingiusto, il ruolo e la finzione d’essere davvero i protagonisti. Non essere agiti da, ma agire, fare, perché questo dà senso alla nostra presenza, come dovessimo giustificarla aggiungendo necessità all’essere.

Sappiamo benissimo che il sistema si aggiusterà da solo, anche senza di noi, ma quel noi conta finché ci siamo. Conta per noi. D’altronde è connaturato con l’idea sociale che stare assieme comporti una riduzione delle attese, il ridimensionamento della propria dimensione. Difficilmente si pensa che l’eccesso possa essere la regola ed in realtà, anche violando la costrizione del dover essere, si resta all’interno di questo corpo che tollera, ammette la trasgressione purché non si violi il meccanismo. L’apologo di Menenio Agrippa illustrava bene a chi era più sfruttato la sua dipendenza. Ma oltre il funzionamento sociale si deve pur dire che alla costrizione si aggiunge molto di personale, e, per aspirare ad una qualche felicità di sé, una griglia di ciò che è davvero importante e di ciò che lo è meno, si impone. E’ quando non se ne può più, quando la solitudine sembra il luogo per riposare, ed in realtà è il rifiuto degli obblighi, che l’urgenza vera è fermarsi, per capire ciò che conta.

Un metodo usato in grandi aziende statunitensi, per verificare se una persona serve davvero, è il viaggio premio. Una lunga vacanza regalo, e se nessuno si accorge della mancanza, al ritorno l’ indispensabile lo sarà molto meno. Se ne potrà fare a meno. Un metodo da caimani, ma se il principio si autogestisse, non ne verrebbe fuori un rapporto diverso con la società più prossima ? Togliere qualcosa di meno necessario, ogni giorno, abituare l’ambiente a provvedere a sé; il rapporto tra membra e corpo c’è ancora, ma è più libero e quieto, con pochi sensi di colpa. Per evitare il burning out, gli stessi che lo causano, lo consigliano: togli ogni giorno un 20% di non necessario, ma dammi integra ed efficace la tua prestazione. E’ sublime carnefice colui che riesce a convincerti a fare tutto e sempre di più, togliendo il non necessario alla prestazione: il massimo del risultato senza rivolte e con il massimo dell’approvazione. Questi schemi sono ben presenti nel lavoro e nella famiglia, tanto che la persona si pensa realizzata se riesce a fare tante cose, in poco tempo, così potrà farne altre e riceverne ancor più approvazione. La domanda terribile che viene soffocata nella fatica è: ma io dove sono?

Quando si fa un viaggio lungo, da distante molto appare ovattato, restano le cose davvero importanti che ci portiamo appresso ed il mondo, spesso con nostro stupore, va avanti comunque, tanto che al ritorno lo troviamo cambiato, ma anche uguale, cioè tutte le funzioni essenziali hanno proceduto nell’indifferenza nostra, ciò che è uguale è l’attesa di chi dipendeva da noi. E noi ci diamo da fare per recuperare il tempo trascorso, come si dovesse chiudere uno jato che ci riguarda.  Forse ci rassicura avere un’importanza, sentirsi necessari, ma in realtà riprendiamo un posto in un vagone che è andato avanti per suo conto. Capirlo ci darebbe la nostra vera importanza e forse un po’ di tempo per noi.

Anche in una struttura complessa si può agire diversamente; le supplenze, il darsi importanza attraverso il marginale, possono essere ridiscusse. Il se non lo faccio io non lo fa nessuno, è proprio vero? E se non lo fa nessuno è davvero necessario? Ora sembra tutto necessario, forse perché  non si sa dove andare altrimenti e noi ci facciamo davvero paura quando abbiamo tempo senza necessità di rispondere ad un ruolo.

In questi giorni, in cui vuoto cassetti, strappo biglietti da visita scaduti, comincio a far liste di ciò che faccio, non di quello che devo fare o farò; vederlo descritto fa uno strano effetto perché troppo spesso si agisce in automatico. Mi chiedo fin dove sono io e penso che bisogna discriminare e prendersi tempo, lasciare spazio alla necessità di avere il suo nome.

Forse se la necessità riprende il suo posto si capisce a cosa serviamo davvero.

bulbacee

Chissà quali sono i motivi reali che ci fanno preferire un fiore rispetto ad un altro, certo è che una identificazione con il mondo vegetale emerge negli uomini. Forse più nelle donne che negli uomini, ma se io ascolto il mio lato femminile(?) trovo una predilezione per le fresie e le bulbacee. Tralascio il perchè delle fresie e a cosa mi riporta, vorrei indagare sulle bulbacee.

Nella mia vecchia casa, c’è un fiorire di tulipani, sono bulbi antichi, piantati da mia mamma o da me, che si rinnovano da soli negli anni, scendono in profondità, ma nell’epoca della fioritura, si fanno strada tra l’erba e riempiono di colore incuranti della poca cura che ormai ha quella terra.

La stessa cosa avviene in alcuni vasi della terrazza, dove abito ora. Sono bulbi piantati da me per scelta ed entusiasmo. Acquistati in Prato in qualche sabato di sole hanno già allietato, poi sono stati recisi ed hanno continuato per loro conto a vivere e crescere. La cosa mi provoca un’emozione lieve e lieta, un’attesa curiosa di scoperta che sempre si soddisfa. La motivo così: come nelle persone che mi attraggono, c’è l’intuizione che qualcosa sia coperto, eppure lavori con alacrità sommersa, che il colore sboccerà improvviso, che la forma anch’essa sorprenderà senza rispettare l’idea canonica che porto in testa. La durata, sia pur breve, non si esaurirà in un anno, ma tornerà a stupire, in una munificenza che è dono e novità che insegna, senza noia o paragone.

Francamente le rose mi annoiano, se non le ultime d’inverno o la prima d’aprile, si ripetono e danno la certezza di un colore, d’una forma esplicita già nel bocciolo. Nella rosa, come in altri fiori, sento un proporsi esteriore, le bulbacee , invece, hanno la discrezione di chi opera su di sé, a tratti si mostra e del suo splendore offre traccia pudica, mentre poi in silenzio continuerà il suo discreto, notturno lavoro.

 

you tube ed io cheffò

Evito i doppi sensi, parlerò di musica. Per ora.

Da orrende scatole di latta e pixel, l’idea del suono si ricompone in noi, mp3, you tube, quel che passa il convento. Sembra basti. Forse un segno dell’evoluzione del sentire è questo, o dal vivo oppure approssimazione. Ieri un’amica mi diceva che non ha in casa riproduttori di suono, a parte la radio. Fa parte della conventicola snobbiosetta, di cui faccio anch’io parte, degli ascoltatori di radio 3. Solo che io aggiungo le radio digitali ai miei ascolti via etere, poi i cd, l’mp3. Gielo dico oppure taccio che ormai il mondo non è quello della sua giovinezza, quando un giradischi era un segno di opulenza?  Oppure è lei che è avanti, con i suoi ascolti su you tube ed io invece spaventosamente retrò, con i miei troppi impianti hi-fi, le scaffalate di dischi, i registratori, la marea di cd che occupa lo spazio non occupato dai libri. Premetto che mi piace la musica, ma non ho particolari conoscenze e neppure l’orecchio assoluto. Avere a disposizione strumenti plurimi cosa comporta per il nostro rapporto con la musica? Faccio un esempio carogna: nel pezzo della Grimaud dell’opera 80 di Beeethoven pubblicato ieri, al minuto 0.35, c’è una nota sbagliata. L’ho letto, non me n’ero accorto. Ho riascoltato, è vero, per questo ho preferito questa versione a quella più bella dei proms 2008. E’ vera. E la questione della nota sbagliata mi pare esiziale, finalizzata a qualcosa che poco ha a che fare con il rapporto vitale che possiamo (in questo possiamo ci sta tantissimo) avere con la musica. Se si ascoltano concerti dal vivo, a me capita, con orchestre, direttori e solisti importanti, l’esito della serata dipende dall’estro, dalla sala, dallo strumento, dall’emozione di chi suona, dal momento. Non di rado qualcuno stona, aggiunge di suo suonando a memoria, parliamo di musica scritta e quindi terreno di caccia per i melomani in vena di bravura. Già una cadenza è materia del contendere, opinabile. Ebbene la magia c’è sempre, anche quando non si è d’accordo, anche quando l’applauso è solo liberatorio per sciogliere la tensione, anche quando l’applauso si trattiene perché l’incanto non si vorrebbe rompere. C’è un caso, ma io sono di parte perchè riguarda il mio direttore preferito ovvero Carlos Kleiber, che finita l’ultima nota, lasciato spegnere il suono, ancora nessuno applaude, finché uno prende il coraggio ed esplode la sala. In questo caso l’applauso era poco per descrivere il senso di unicità di ciò che si era udito, eppure magari ci sarebbero chissà quante osservazioni sul metronomo, oppure sulle parti di orchestra, ma era il grande incantatore che aveva preso tutti e portati altrove, per un tempo unico e non ripetibile. Questa è la musica fuori studio: iterazione ed emozione prima quasi che senso. Glenn Gould scelse ad un certo punto della vita, di non fare più concerti, la sua volontà di perfezione si poteva attuare solo in studio, solo con quella sedia, solo con quello Steinway CD 318. Per chi lo ama, quasi più degli autori che ha interpretato, Bach ad esempio, non resta che ascoltare ciò che ha lasciato ed il suo imperativo della musica che si genera e poi si fa esperienza e poi si stratifica in vita.

Bisogna ascoltare, questo è il comandamento, lasciare che sia la musica ad entrare e l’interprete essere il servitore dell’ascolto, colui che porta alla soddisfazione del desiderio, ciò che serve. In questa ricerca di ascolto, nelle mie piccole manie tecnologiche ho cercato qualcosa che si avvicinasse al vero, ben sapendo che quell’elettronica, quelle scatole e quell’aria spostata in vibrazione, non erano il vero, c’assomigliavano. Per questo ho infarcito la casa di impianti e casse acustiche, ma l’esperienza vera si svolge solo in due modi: andando a concerto e abbandonandomi nelle mani di chi potrà provocare emozione, sensazione irripetibile, ricordo. Oppure nel gesto di scegliere un cd o un disco, metterli sul piatto, sedermi in poltrona e lasciare che il pensiero che ha scelto quella musica, quell’autore, quell’interprete, prosegua ad emozionare. A questo punto non m’interessa che ciò che ascolto sia il frutto di un ingegnere acustico, ascolto ciò che alimenta un pensiero.  Gould, come tutti quelli che registrano, accettava di buon grado, anzi pretendeva che alcune frequenze fossero evidenziate rispetto ad altre, in questo caso l’elettronica si inserisce nell’interpretazione, non c’è solo la perfezione delle note, ma anche il volume del suono corretto per un riproduttore. Ecco, questo è il mio limite, oltre cambia il rapporto con l’ascoltare e uso mp3 e you tube per altro, non c’è più la magia complessiva. Punto al particolare, a volte lo vedo nel gesto nel direttore, oppure colgo l’espressione, la rarità, ma il suono è compresso, inscatolato, spesso svilito dalla registrazione. Cosa mi resta, allora, di quello che penso sia l’emozione della musica, ciò che mi cambia e a volte mi salva? Poco, solo la testimonianza che è accaduto qualcosa, che qualcuno era in quel posto ed è stato fortunato a sentire ciò che io non sento. A volte è la voglia di confrontare un’idea, capire qualcosa in più, ma per ri partecipare ci dev’ essere una curiosità, una necessità veniale da soddisfare senza grande fatica, qualcosa di accessorio rispetto al piacere e la volontà dell’ascoltare profondamente.   

You tube mi mette davanti ad uno schermo e l’mp3 mi porta altrove finché corro o faccio altro, le condizioni per essere davvero attento non ci sono, è arredo del giorno, colonna sonora di un film con vicende che a volte si combinano a volte no. Questo il limite e l’opportunità, come per lo scrivere ci sono mezzi crescenti, ma l’esercizio dell’emozione è cosa seria.   

p.s. per non parlare troppo male di questi strumenti, che se non ci fossero qualcosa adesso mancherebbe, allego sempre la Fantasia corale op.80, con il mio pianista di riferimento, Sviatoslav Richter, nell’edizione con Sanderling direttore. Val la pena di ascoltarla, proprio per quanto dicevo, senza pensare alla qualità del suono mono: sono entrato in sala da concerto, ascolto.

conigli e fantasia op.80

L’erba tagliata di fresco, riempie l’aria di profumo, mentre s’ammucchia in piccoli grumi masticati. E’ il verde tenero e nuovo che i succhi dei tagli slabbrati trascolorano in nero. Il buon giardiniere ha lame taglienti, fatica con la falciatrice a rulli e non lascia imputridire il taglio, ma qui le cooperative sociali fanno quello che possono, i carcerati in affido non sono amorevoli giardinieri e i portatori d’handicap badano più a non travolgere i fiori con i tagliaerba a filo, che al taglio rasato.

In città le aiuole sono ritagli dell’urbanistica a metro cubo, arredo urbano si dice ormai da troppo tempo. Chissà se anche il russo steso sotto il cedro è arredo urbano. Non molto distante da qui, nel giardino dell’ospedale tisiatrico, s’erano formate grandi comunità di conigli che saltavano tra pazienti, fiori e visitatori. Poi in parte erano esondati verso altre aree verdi, finché la fame ha arrestato le migrazioni. La fame degli umani, intendo. Dal lato della specola, si sono formate grandi colonie di anatre e altri uccelli d’acqua che escono rabbrividendo e si spingono, ondeggiando verso i pezzi di pane o l’erba tagliata. E’ bello questo crescere d’animali oltre il domestico. Sono indisciplinati, non ascoltano, non hanno memoria di crocchette e divani, però banchettano allegramente alle spese della pubblica bellezza. Quella stessa che traccia file ordinate di fiori omogenei per colore, genere, fioritura. Ci si accontenta delle forme dei fiori, dell’esigua caducità del fiorire, mentre si potrebbe avere una città wild, con animali a spasso nei parchi, pronti a crescere secondo le loro regole di compatibilità. Un poco è già così e mentre falchetti e uccelli rapaci si annidano nei campanili e nelle torri, guardo le anatre e un coniglio disperso che saltella tra i grumi d’erba. Ai tempi di Beethoven, gli animali erano nelle città, un nuovo Disney penserebbe alla fantasia op. 80, che ho ascoltato ieri sera, con loro al parco, seduti a sgranocchiare erba, cantare in coro o dirigere con un tulipano, incantati che la primavera si riempia di suono.

p.s. per i puristi: Baremboim è decisamente bravo, ed Hélène Grimaud decisamente bella

la cultura dell’ombra

Dalle poche cose che conosco di te, posso prevedere le semplici mosse d’apertura. Doppia mossa di pedone, oppure cavallo? Ma noi non giochiamo a scacchi e neppure ci conosciamo. Strano questo ossimoro della conoscenza. Pare, sembra, eppure spesso è. Che significa? Che siamo abbastanza eguali? Che le mie sensibilità incontrano conferme? Vedi, per molto tempo mi sono accontentato del sole, dell’evidenza. C’è una sovra valutazione del sole, spesso se ne fa l’elogio come fosse simbolo di verità e di chiarezza, si vanta il suo potere medicamentoso, eppure mostra la superficie, spesso la appiattisce, le toglie colore e densità, cosicché la malattia del vivere, che s’ annida nel profondo, ne viene travisata e sottovalutata. Dal culto dell’evidenza un po’ mi distacco e così mi perito guardare nella sottigliezza che si nasconde dalla violenza della luce, leggo tra le righe. Oh, certamente mi sbaglio spesso, non troppo spesso, intuisco cose che non vogliono sbocciare, bulbacee che attendono indefinitamente l’occasione d’ uno splendore, ed alla fine sono affascinato dalla potenzialità più che dalla forza. Ma pur penso che ciò che non vuole uscire una ragione di certo ce l’ha, e penso pure che troppa luce c’ha fatto perdere l’attenzione e l’ombra. Pensa che l’ombra, viene al più considerata refrigerio, come fosse un condizionatore alla violenza del reale e non, invece, reale e vera essa stessa, e ricca, talmente ricca di morbidezze e pieghe da essere complementare alla luce. Mi piacciono entrambe e tu, che non mi conosci molto, non sai quanto mi piaccia la luce, l’espormi al sole, assorbirlo, ma al tempo stesso tenermi l’ombra che mi è alternativa. Così l’ho portata fuori dalla paura dell’inconosciuto e senza morbosità la guardo, cerco di capirla, l’apprendo. 

Confesso che m’interessa poco, il dark, come molto del codificato del resto, se qualcuno mi indica cosa devo vedere, non di rado vedo altro e non per dispetto, ma per incapacità di seguire un dito, lo sguardo che non si accompagna di un segno di comunicazione. Quindi ti prevedo, nelle cose semplici che fai, perché conosco la soglia dell’ombra, e so bene quanto ci si riposi, e si senta il calore del sole come gradevole, restandone al limite. E tutto porta nella direzione nelle cose che lasci trasparire: una tenda che ti vela, una porta, o forse una finestra che sbatte ritmicamente in lontananza, e la vista dalla finestra, che tu porti dentro alle perverse triadi di cuore, cervello, amore.

Se devo sforzarmi per capire l’esterno che vedi, questo m’arriva, e passa, attraverso un sentire d’ombra. A tuo onore dovrei dire che mai sento il pantano dell’ombra, le pozze non asciugate in cui si scivola, casomai ne percepisco l’effetto doloroso, il bisogno tuo di togliere questa crosta viscida che si spegne nell’ infinita stanchezza che senti emergere. E non è d’ombra, questa stanchezza, ma luce su ciò che non sei eppure vorresti essere. Anche la tua sicurezza quando perde il fragile involucro di smalto, è un ricettacolo di domande che con sistematica crudeltà uccidi. Formiche di pensieri che sbucano dai recessi dove hai deciso sia meglio non cercarsi. Il suono dell’ombra, è ovatta e basso frinire di steli che s’ accarezzano assieme, e seguono un vento di danza che viene dal profondo. La mia meditazione nel sufficiente silenzio, è questa vista di ciò che esce, del fresco che porta con sé, della reversibilità della condizione: non più in basso, ma più avanti, non nero, ma somma di colori. Un tempo usavo bisturi affilati, ora non più, separo per superfici, prendendole delicatamente tra le dita, via la prima, poi la seconda e ancora avanti, finchè la sinopia appare. C’è molta insolenza in tutto questo, la pretesa di vedere oltre ciò che si mostra, ma a mia discolpa metto il rispetto: cercare di capire un’altro è un regalo reciproco. Può bastare? Non lo so, credo che se l’arroganza di sapere già tutto si mette in disparte, ciò che si intuisce sia delicato, suscettibile di errore e di moderata gioia se si verifica la previsione.

Conoscerti è fonte di sorprese, sono i piccoli gesti che si ripetono, la mossa del pedone o quella del cavallo? Il resto, dipenderà dalla giornata.

noia

Potendo scegliersi la noia opterei per quella inattiva, possibilmente gestita in solitudine. La noia in compagnia, impegna troppo e soprattutto incattivisce. La noia è priva di oggetto, ma spesso si svolge in luoghi dove di oggetti ve ne sono fin troppi. Gli oggetti non sono un antidoto alla noia. La noia dovrebbe sempre essere un fatto personale, anche quando si è in compagnia. Capirla nell’altro, lasciarlo silenzioso a gestirla. E invece quando ci si annoia, si cerca un diversivo che sotterri il problema. Spesso si cerca di respingere la noia con il rumore, con il gruppo. Non mi piace, aggiunge fatica e fastidio, fabbrica sorrisi e convenevoli privi di verità, diventa un esercizio che sposta dalla noia al malessere. Forse è una mia sensazione, ma nei discorsi, in questi luoghi pieni di persone perennemente in procinto di qualcosa, le parole sono bolle, che lente rimbalzano, spesso si ripetono, finché scoppiano senza lasciar traccia. Neanche una traccia d’umido, meno di una bolla di sapone. Si beve per noia, si mangia per noia, si parla (quasi sempre d’altri) per noia. Ci sono persone che riescono a divertirsi, annoiandosi, a me fa l’effetto contrario, dopo un po’ di questa immersione la spinta verso la porta è inarrestabile, qualsiasi cosa sembra un sollievo, uscire, uscire, aria. Ed uscendo si avverte ancora l’eco d’un saluto: peccato ci si stava divertendo. Se fosse vero sarebbe da grandi, uscire lasciando una punta di assenza, invece è la traccia di quei convenevoli che già annoiavano all’interno. La noia collettiva spinge alla falsità, diventa tutto fasullo perché solo il silenzio è l’ antidoto alla noia di un gruppo che non comunica davvero. L’alternativa è dire ciò che si pensa, senza cattiveria, ma sembra sia disdicevole, ed allora non si fa.  Non c’è via d’uscita, bisogna scegliere con oculatezza, e senza scopo lenitivo, le compagnie, perché il problema della noia in compagnia è che oltre ad annoiarsi, si annoia. Su di me questa violenza masochistica ha un effetto di blocco, si inceppa qualcosa ed i meccanismi del relativo, rallentano, ho la sensazione di annoiare, una specie tossica di noia entra in me, si è chiuso il cerchio, sono diventato causa della mia noia: annoio me stesso. Ecco perché me ne devo andare, non mi sopporto, devo tornare ad una noia solitaria, inattiva, compatibile, da meditazione. Magari prendo sonno.

occupazioni per giorni senza vento

Conservo immagini di dita sottili e forti, intente a sciogliere nodi. Non riesco ad associare loro quel tratto che tanto mi disturba, ovvero la presunzione. C’è una pazienza nel dipanare che riguarda noi prima di ciò che si scioglie e che non si combina con la fretta del capire superficiale: ho già capito, ti ho capito, tu sei così. E’ l’esercizio della dolcezza nel conoscere, una sapienza che si radica e non è conoscenza acquisita attraverso lo sforzo mnemonico, ma possesso reale. Non c’è possesso vero senza rispetto, non c’è comunicazione profonda quando si presume, semplicemente c’è solo fretta. E quando è il tempo che diventa il regolatore, allora anche l’annodare, ovvero ciò che allaccia funi altrimenti sciolte, diventa frettoloso, punta al risultato e non si cura della bellezza del nodo, la sua complicazione è un ordine ritenuto inutile, sfugge la complessità per passare ad altro.

Le dita sottili e forti sciolgono nodi e riannodano: il tessere e il costruire. Oltre l’arcaico mito dell’uomo inerme, in balia d’ una volontà altra, tra le tante similitudini delle relazioni questa mi è cara perché è governo e disciplina del privato. Ovvero ciò che siamo e vogliamo essere davvero, senza finzioni nè inutile apparire.

praticare la sineddoche

Luna velata. Su cielo di nubi lunghe, chiarore spampanato nell’ azzurro grigio delle sere di questa stagione. E’ colore che porta verso nord, assieme al freddo che avvolge senza mordere; per le donne, è sera da scialle, per gli uomini, basta una giacca spavalda, da rinchiudere senza dar vedere. Ci son già primi profumi leggeri, quelli che penso d’aria, scivolati per leggerezza e fiducia verso ciò che arriva. Profumi ben distinti dagli olii estivi onusti di giorni di sole e di sete, essenze, questi, da pelle.  Da passare con un dito, per una scrittura o una carezza. E così s’accarezzano le aromatiche che subito, paurose o grate, alzano un velo che avvolge la mano e basta odorarne il palmo per sentire la terra, e la vita che, loro attraverso, sale.

Saltando dal generale al particolare, perdo ciò che sta a mezzo, me ne rendo conto, mi perdo e perdo. Forse è abitudine, ma gran parte del reale viene automatico e non si nota. Forse. Direbbe un’ amica appassionata della terra che questi sono lussi da perditempo, ma quante cose si perdono nella velocità, mentre dai parabrezza (c’è sempre un riparo per gli occhi quando si corre), si vedono cose ferme, prospettive limitate e se anche, quando si traghetta o naviga (è una metafora), s’ attende più l’approdo che la dimensione enorme del mare.

E così mi perdo il senso del correre, il mondo di medietà con le sue verità e trasgressioni, quasi un obbligo per la colonna vertebrale, ché guardare troppo in su, oppure troppo da vicino, la vista, la schiena e il cervello, ne soffrono. Si può soffrire di particolare nel cercare le assonanze o di sguardo ampio per collocarsi nell’universo? Si, ma ancora una volta è un equilibrio da costruire e mantenere, giorno dopo giorno. Non si può vivere d’eccezione. A dispetto di Ulrich, l’uomo senza qualità, che vorrebbe vivere senza le pause del consueto, e, di converso, neppure come in un film giapponese di molti anni fa, che durava 24 ore. Antesignano della cam da voyeur, e del grande fratello, ma senza copione e novità obbligate, mostrava la vita nella sua nudità, dove anche la passione è pretesto, e si svolge tra ripetizioni: sonno, risveglio, necessità, cibo, relazioni, assenza, noia, presenza. Tutto in rapporto 1:1. Una noia mortale, ma anche un’ alternativa, perché, volendo, assieme al protagonista, si poteva dormire durante il film, pranzare con lui, sovrapporre le vite, e vedendosi dallo schermo rendersi conto di come si è davvero: medi e ripetitivi. Ma la medietà dobbiamo al più accettarla, mica per forza ci deve piacere.

Alternativa è praticare la sineddoche, con le storie che estrapolano particolari, li collocano in un generale condiviso, mai troppo ampio, e dove la stessa eccezione dev’essere tale, non normalità, e la vita raccontata, a sé, prima che ad altri, liason tra particolare e generale. Medietà che ci tiene assieme agli altri, ci fa condividere, argine all’ovvio e, al tempo stesso, porta aperta per la diversità, contro ciò che, visto realmente com’è, diverrebbe orribile noia ed irraccontabile vita. Solo quando alziamo lo sguardo ed abbracciamo il cielo e la luna, solo quando ficchiamo dentro gli occhi, quanto più mare o bosco, o roccia, o strade e case si riescono a vedere, solo quando dei libri vediamo i dorsi, ma ne sentiamo il contenuto premere verso di noi, solo in questi momenti quella meraviglia che ci fa fermare davanti all’inconosciuto diviene noi e perdiamo la medietà e dirlo ci è difficile, per la paura di essere presi per visionari, illusi, folli.

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