Stamattina mamma anitra, seguita dai suoi quattro piccolissimi anatroccoli, è riuscita a passare indenne la strada di adduzione alla tangenziale.
Le auto hanno rallentato, alcune si sono proprio fermate. Mamma anitra, contenta dell’impresa, è scesa nel fosso e ha cominciato a impartire lezioni di nuoto ai piccoli.
Il sorriso è nato negli automobilisti che, scuotendo il capo, hanno pensato: sono belle le cose.
La nuca e’ il luogo dell’attesa, inerme d’occhi concentra sensibilità che non si protendono. Attende due dita che scostino i capelli, una carezza che scateni la sua nudità sensuale, un bacio sfiorato e sussurrante. La nuca attende e si snoda tra istinto e ragione, è superficie piana che racchiude.
Dovessi mettere nel corpo casa al tempo, la collocherei nella nuca, luogo del possibile, dell’attenzione, dell’incontro, del preannuncio che può evolvere o posticipare, mai indifferente. Inerme, essa, si pone oltre ogni offesa, si alza nell’orgoglio, si piega con la colpa, attende. E se ciò, che spesso e’ chiamato amore, s’ accorge dell’attesa, capirà anche ch’essa è porta del cuore.
La nuca promette e mantiene, merita attenzione piena, non ha fretta e non ama un distratto passare, in lei c’è confidenza ed accettazione profonda, ricordarlo è uno scoprire -e scoprirsi- oltre la fretta del conoscere. Oltre la presunzione del conoscere.
p.s. il primo movimento del concerto n.2 di Rachmaninov, rappresenta bene le sequenze di un tocco amorevole sulla nuca, provate a chiudere gli occhi e ascoltate.
Stanotte la pioggia scroscia sul tetto e poi scende per la grondaia con un suono di toboga che si perderà nel sonno. Sento la casa calda, il libro che aspetta paziente, la molta strada fatta oggi. Sembra tutto scivoli dalle estremità del corpo, mentre l’acqua, che entra con gentilezza, lava i pensieri sporcati nei contrasti e scioglie le arroganze del giorno.
Se ascolto con attenzione, nel silenzio del vicolo sento il rumore di gorgo dei chiusini e delle grate che porta via utile ed inutile.
Il limite dell’orgoglio, mica è un limite, è l’affermazione che si può dissipare perché si possiede. Basta cambiare tono, affilare le parole che restano tonde e calme, come le bombe dell’ottocento e di topolino, ma è solo apparenza perché, per sputare contro il cielo, bisogna rendere spray la propria essenza vitale.
Quando penso all’atteggiamento tartufesco della convenienza, mi viene in mente un’immagine piegata, un lavorar d’astuzia che genera altra astuzia e poi ancora astuzia in una parabola senza fine che cerca un terreno in cui riposare.
Altri esercizi d’intelligenza sono possibili quando, con un gesto ampio del braccio, si spazza il tavolo. Non battendo il pugno, ma liberando il campo. Ed allora una improvvisa libertà bagna ad ondate. Sembra immotivata, non eravamo gli stessi solo un attimo prima? In realtà s’è aperto un sipario ed un nuovo spettacolo inizia, allestito a partire da quel dissolvere, che non è diminuzio, anzi, ma è il motivo per considerare che il futuro è più interessante d’ un passato rattoppato.
Il bianco, tutto quel bianco che copre il grigio, che nasconde il colore consapevole delle nostre anime mutevoli. Il bianco che contiene i colori, quello che non c’è e quello che può essere. Il bianco che ferma, ascolta, pieno di silenzi, di rumori di sfondo, di colpi discreti di tosse.
Il bianco attesa, come d’una musica prima di essere suonata.
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