Willyco

in alto, senza parere

Archive for the category “amici”

baristi tristi

I baristi tristi ascoltano silenziosi dietro al banco, hanno il senso del tempo del tramezzino al pomeriggio inoltrato, conoscono i volti.

Li conoscono tutti, anche quelli che non hanno mai visto, i volti dei cappuccini con poca schiuma, con tanta schiuma, con latte tiepido, con deca, con caffè d’orzo (alla parola caffè, quando si parla d’orzo, un brivido li percorre nel simpatico), in tazza grande, col ginseng, ( in Africa si beve col ginger o al cardamomo, in sud america con il cacao, vuoi che gli racconti che nel caffè si mette ciò che viene dagli stessi posti dove cresce? non capirebbero, il ginseng lo mettano sul the, lo mettano). Solo al caffè doppio e al ristretto 32 gocce accennano il sorriso. Ma mai una barbagliata, un nero alla triestina, una cioccolata amara fatta espressa, al più l’americano. E l’espresso alla francese, nessuno che beve l’espresso alla francese o il café creme all’austriaca?

E le brioches? con crema, integrale (come il nudo rifatto esibito: senza fascino), alla marmellata, con mirtilli (che ci troveranno nei mirtilli, ‘sti cannibali, gli gnomi?), ai cereali, 4/5 cereali (voglio vedere se li contano), con chantilly, chantilly con frutti di bosco ( i funghi ci metterei, i funghi canditi), la sfoglia, la sfoglia con mandorle (eh lo so che ti piace, botta di vita, ma oggi allappa e lo vedrò dalla tua espressione, silenziosa più della bocca, ma sai l’umidità ammassa e il pasticcere assonnato fa il resto…), il ferro di cavallo, l’occhio di bue (come mi piaceva da piccolo, me lo comprava mia nonna, magari ho fatto il barista per questo…), la frolla, le brioches ripiene di ananas (una mattina mi ha detto: sa, fa dimagrire, l’ananas. Ma si puo essere piu imbecilli), il riso, il semolino, la mela al cartoccio e poi la brioche vuota (il niente finto ha sempre una grande audience, non ne avanza mai una, andrebbe bene per un santone indiano in vena di meditazione), i crapfen vuoti (???), pieni di marmellata o di crema, i mini. Le mini brioches vanno molto: mezzo peccato (mezza vita, ometti e omette con il mezzo che giustifica il fine).

La mattina alle sei e mezza sembra l’esercito cinese di terracotta, allineate in file ordinate le brioches attendono. Il barista ha un ordine, davanti le truppe leggere, dietro le creme, le marmellate, sul lato destro la cavalleria del riso, del semolino e l’artiglieria pesante dello strudel (roba tedesca, pesante e d’attacco come il krapfen), è bello riempire il bancone, guardare le file ordinate e croccanti, poi arriverà l’attacco e comincerà la decimazione, reparti interi si immoleranno in mandibole trancianti o sbocconcellanti. Da questa parte del banco si vede il rapporto con il cibo e la vita, i problemi, gli estri, l’umore, gli amori.  Si vede e si tace.

Poi passata l’ondata della furia, gli ultimi s’accontenteranno. E alla fine vince il banco perché gli ultimi si giocano ciò che avanza. Potevano venire prima, potevano.

E’ così fino a mezza mattina poi inizia il salato, il barista deve parlare poco, lo stretto necessario e solo con quelli che gl’assomigliano.  Non è un barbiere.

L’anno scorso ho visto Caos calmo, ho lo stesso rapporto del protagonista con i clienti: solo gli amici superano la barriera, il resto passa.

famosi, ciascuno, per una sera

Il pubblico dopo la lettura del comunicato dell’orchestra, applaude. Alcuni, dal pubblico, si alzano, con gli occhi lucidi battono le mani a dissipare la commozione. Le parole sono scarne: si taglieranno concerti e stipendi già magri, anche l’orchestra sarà più magra, meno collaborazioni esterne e più precari. 

Il pubblico di appassionati, 450 persone, è colpito, pensano applaudendo che qualcosa che vale, che li ha allietati, commossi, emozionati, potrebbe sparire. Quante volte d’inverno, o d’autunno, con la neve o la pioggia fuori dalla sala, ci si affrettava, ma la parola non mancava per dire ch’era stata una sera importante. E quanti ritorni a casa più lenti per non disperdere l’impressione; era importante il tempo dopo, le luci gialle dei bar, il percorso, le parole scambiate, che rimanevano pudiche, prima di scorrere a descrivere ciò che s’era sentito. 

Gli orchestrali sono commossi, pensano alla loro vita; è strana la vita di chi riceve applausi a 1300 euro al mese dopo 20 anni di orchestra. Pensano che gli applausi, come le emozioni, siano di tutti e magari stavolta restano. Ringraziano, battono con gli archetti sugli strumenti, poi riprendono il posto e scende il silenzio: il rito e la musica inizia. Famosi, ciascuno, per una sera, più di sempre, per consapevolezza.

Speriamo non finisca. 

lettura emotiva del salone del libro

L’impressione, entrando nell’ immenso salone, è d’un altrove scatenato a terra che addensa segni, parole spiaccicate nei libri, ronzio gonfio di voci, sudore di calca, visi disfatti, persone stravaccate su cubi in pelle rigenerata, soddisfazione di vedere Tremonti che firma in solitudine le copie del suo ultimo libro, così impara a dire che con la cultura non si mangia, panchine oggetto di desiderio, e angoli, molti, troppi angoli, che amplificano ciò che non si può amplificare, il pensiero, e lo frangono, emozionano, lo fanno riflettere la luce prima di disperderlo in decine di altre scatole craniche, finalmente attente ed ascoltanti. Insomma, un flusso inarrestabile di intenzioni e desideri, dove ognuno cerca qualcosa e spesso lo trova, in una frenesia caotica e direzionata.

E’ uno spazio tempo del quiadesso, un coagulo di volontà che si risolverà in pochi giorni, immemore dell’altro, altrove passato.  E l’altrove di prima, lo si vede innalzando gli occhi, filtrando tra i pannelli, verso le capriate d’acciaio ed i muri alti, verticali, grigi ed inutili ora, per cose a misura d’uomini, ma qui gli occhi s’ alzano poco, per cui il ricordo si confina nel mio: qui costruivano motori, un tempo l’aria era compressa e percossa dal clangore delle calandre, l’ozono e i minuscoli soli di saldatura, frizzavano nelle narici, in un sincopare di schiocchi e rumori ritmici d’aria compressa. Il luogo del fare è ricettacolo del pensare, dal materiale all’immateriale, eppure… Eppure c’è un nesso profondo tra ciò che spinge a leggere e ciò che si fa, chi legge non vive solo in un mondo parallelo generato dal cervello di chi scrive, ma segue una realtà fatta di oggetti, di cose concrete che arredano il pensiero. Immagino il pensiero degli operai d’un tempo, degli impiegati con il tinello e i volumi rilegati di Conoscere o di qualche enciclopedia ereditata. I classici, la scrivania in un angolo, e per i più vivi, il grigio delle rilegature Einaudi oppure il marroncino della Bur. Quel leggere entrava in fabbrica e dalla fabbrica, con la sirena, usciva nei quartieri, spezzava a tavola il profumo di minestra, riusciva dopo cena nei bar fino a notte, oppure si stemperava davanti a televisori a rate. Era un altro modo di sapere e i saperi si sono confrontati ed assimilati in altri anni. Volponi, Olivetti, Levi, Ottieri, Calvino sarebbero felici del mescolarsi così alto di simbologie, qui, in questo luogo, e di questo flusso di persone in cerca (di cosa, di chi? ),  che trova, compulsivamente trova.

Questo luogo non è il mio per l’ atto dello scegliere libri. Ho una libreria, un libraio che conosco da sempre, con cui parlo e che accoglie in restituzione ciò che non mi piace, scaffali di cui conosco la disposizione, banchi in cui mi fermo in lettura, persone con cui converso e scambio impressioni. L’orgia del pensiero, la bulimia dell’acquisto la consumo altrove, però qui sono dentro le parole, e il mondo, che non è né quieto né ordinato. E mi piacciono entrambi. Ho anche una scelta da fare: passo al digitale oppure continuo con la mia amata carta? Credo che un dinosauro debba essere felice  della sua specie, dell’essere quello che è, di questo me ne rendo conto qui, compulsando la tentazione: che mi costa? mi regalano anche 4 libri, c’è l’offerta salone. Quasi quasi mi prendo un tablet che così ho tutto, pesa però, per leggere, 680 g, poco per un computer molto per la mia testa quando m’addormento. Cheffò, lo prendo? No, non lo prendo, varrebbe la pena solo per il dizionario incluso, è bello, poi parla e traduce. Quasi, quasi…

 Non l’ho preso, ma non è finita e a modo mio qualche altro inutile aggeggio arriverà. Il salone è stato utile anche per questo, bello il digitale, ma meglio l’odore della carta. Magari potrebbe essere un’idea per Amazon quella di dotare i lettori di un profumo e di un crepitio di foglio, quasi quasi la brevetto.

Non solo di parole si nutre l’uomo, ottimo il pecorino e pure il cannonau, dello stand Sardo, la cultura ha gusto e peso proteico. Avete mai osservato come un buffet culturale ecciti gli appetiti più famelici, persone compassate, professori e maestre dalla penna rossa davanti al buffet si trasformano. In coda ad un convegno sull’attualità di Leopardi, ho visto il tentativo di consumare un tentacolo crudo di piovra, arredo del banco, brandito trionfalmente da un’insegnante che l’aveva strappato nella ressa. Sabato ho avuto modo di ascoltare un testo in sardo, letto con una voce bellissima, non ho capito nulla, ma mi sembrava la voce della terra, dell’acqua, della roccia che per suo conto diceva di sé.

Al salone ho incontrato persone di cui conoscevo solo lo scrivere, bloggeur come me. E’ bello sovrapporre il viso alle parole scritte, e chi frequenta i blog conosce il rischio della delusione nell’incontro, ma se non c’è doppio fine e non si raccontano balle, ci si accorge con stupore che la persona è quella che avevi in testa. Anzi di più perché parla in diretta. Abbiamo arricchito ( ;-) ) i Benetton? Non credo, ma che miseria nella terra dello slow food, io però ero contento, di quella contentezza immotivata e un po’ bambina, del conoscere amici, del consumare quello che c’è con loro; come si aprisse una porta e la luce che ne veniva fosse calda, profumata di buono.

Questo degli incontri è un tema che vorrei consigliare ai gestori del Salone, ovvero configurare uno spazio per bloggeurs con tanto di caffè e tavolini, un bistrot da rive gauche. Sarebbe un appuntamento annuale per gli amanti della parola, un percorso inverso dal digitale al reale.

La sera, a cena dal Parin, secondo turno; alle 23.30 eravamo ancora all’antipasto. Siamo andati via per non coincidere con il primo turno del mezzogiorno successivo. Per me, che sono perverso, è stato divertente e molto, anche il non cenare, merito della compagnia.  

Il giorno dopo Torino, era Juventina, assonnata, spazzata da folate di pioggia. Mi pareva logico che il Salone fosse lì fuori, nelle piazze, nei viali vuoti di persone, nei caffè che aspettavano mezzogiono per diventare ristoranti. Mi pareva logico che nel Circolo dei lettori, il buffet fosse sommesso, i bicchieri appropriati, il parente piemontese della cassoeula, giustamente indigesto.

i.s. è sempre stato presente in questi giorni, il pensiero grato per questa visita torinese, per chi mi ha dedicato attenzione, regalato un inconsueta quantità di sorrisi, estorto gentilmente parole che tradivano la mia timidezza. E, cosa singolare, mi ha fatto retrodatare la settimana come inizio al sabato. Come dire che l’effetto dura tutt’ora.

Grazie.

il “gruppo”

In uno di quei viaggi lunghissimi in auto, senza pensarci troppo, gli chiesi:

 ma tu pensi di essere generoso?

Stette zitto per un poco. Da un amico si accettano anche domande di questo genere, eppoi s’era abituato a me, alle mie bizzarrie.

Rispose:

No, non credo di essere generoso, anzi non lo sono.

Seguì una spiegazione su cos’ era la generosità, ed in auto, si aprì una discussione dove ciascuno parlava di sé. Non so se fosse generoso sempre, nelle occasioni tra noi, lo era, e ci sono molti modi di esserlo. Quando qualche giorno fa è mancato, ho capito che non c’era più e già mi mancava quello che dava.

Cosa mi manca lo scoprirò.

Quando in chiesa ho detto che era uno di noi, guardavo i visi, gli abiti gessati, le cravatte. Parlavo di un noi disperso in spa o srl (di proprietà o meno), di un noi generato da un angolo fatto di mestieri affini. I professional (si usa questo nome, che lo si sia o anche no), li erano tutti più o meno così e lo avevano conosciuto, magari avuto come maestro, socio, amico Esiste un noi senza identità e solo allora ho pensato alla sua grande solitudine. Qui siamo davvero tutti soli e si aprirebbe un ragionamento ampio su ciò che cerchiamo, perché in certi ambiti non si smette mai di lavorare, perché si continua a stare fuori da qualcosa o qualcuno, pur sapendo che è nostra vita. Non lo farò adesso, ma è vero che tra persone ci si riconosce, anche se si è diversi, anche se non si appartiene al gruppo, anche se si lavora assieme e si mettono le regole. Io mi ritengo diverso, non appartengo, non voglio, eppure in quest’acqua ci devo nuotare. Lo si può fare restando fuori, ma un pezzo dentro c’è sempre. Ed essere chi si è davvero, è difficile, non basta a volte dire all’altro, con il sorriso sulle labbra, che è un figlio di buona donna perché ci sta fregando un lavoro oppure non divide equamente, o non ci paga e l’ha sempre saputo, o per raccontare il fastidio per il retrobottega di un mondo che sarebbe pure affascinante, o … E gli o si sprecano in questi ambienti. Lui, però era un amico, la diversità mia ci poteva stare, accettava e così avevamo lavorato e stavamo lavorando assieme, da società diverse, sapendo che era la vita che contava. Delle vite professionali mi interesso solo sul lavoro, ma in questi giorni mi sono chiesto, che significa appartenere ad un mestiere, fare consulenza, entrare nei processi pensati da altri. Significa appartenere ad un gruppo di sbandati inconsapevoli a successo variabile, con curricula di grande lunghezza, esperienze disparate, clienti un tempo importanti? Oppure essere una somma infinita di alti e bassi, di speranze deluse che si rinnovano ogni volta e che sopravvivono in un mondo piccolo in cui il successo conta e tutti sanno di tutti? Credo significhi anche sapere cosa ci sta dietro al successo, sapere che restare puliti è una fatica per alcuni, una condizione imprescindibile per altri, significa muoversi in terreni in cui si mescolano competenze altissime e fuffa, vendere oro e ghisa tutto allo stesso prezzo, puntando a quello dell’ oro e poi accontentarsi di quello della ghisa. Significa saperlo e magari porsi qualche domanda, ma non accade spesso, il sistema di valori, il raccontarla per proporsi e vendere risultati toglie le domande e, mi pare, isoli molto: in questi luoghi si è soli.

Che significa in questi ambienti essere generosi? Credo sia rispettare un amico, rinunciare a qualcosa che si potrebbe prendere (prendere non è casuale), pensare che il rapporto umano valga qualcosa di più del contratto. Si parla molto di etica, di deontologia, di morale, a volte di responsabilità sociale, da queste parti, quasi fosse una patente di correttezza, ma esiste un modo per vedere questi contenitori di regole, al di qua della linea di limite, attribuendo significati personali. Quando si superano i confini, non è che uno non appartiene più al gruppo, può rientrare, fa parte del gioco e qui sta la difficoltà di dire che si appartiene. Si appartiene perché abbiamo abiti simili, gusti simili, mangiamo e beviamo cose che si assomigliano? Perché partecipiamo agli stessi congressi, mostre, fiere ? Oppure questo è solo il recinto e la differenza emerge da come ci si comporta, quando si parla di noi, delle nostre vite, degli obbiettivi, dei successi, delle abitudini, e delle delusioni? Credo sia così, che la diversità, e qualche volta l’amicizia, emerga non nella stima professionale, ma nel condividere quei pensieri, quei pezzi di noi che non hanno valore economico, che sono i motivi per cui si vive davvero, con tutte le contraddizioni che ci portiamo dietro. Nell’amico si trovano le nostre domande, i tratti di noi, anche quelli che non amiamo e raramente le risposte. Quelle le abbiamo dentro e se escono, è per verificarle in lui.

Del gruppo, e la parola è quantomai deviante perché non si è mai assieme, si potrebbe fare a meno, ma la differenza sarebbe troppa, in fondo il mercato e il lavoro si accontentano di molto meno del tutto, vogliono cose determinate, parametri confrontabili, prezzi concorrenziali, lamentele uguali e sbruffonerie in bella vista. Per questo esiste il gruppo in cui si vedono i propri difetti esposti, se si riflette si trova anche qualche motivazione e differenza. Da esporre agli amici, naturalmente, perché in evidenza sarebbe la debolezza propria, che verrebbe usata contro di noi. Lui era nel gruppo ed era un amico, come mi mancherà ancora non lo so, mancherà a suo modo, e non potrebbe essere altrimenti.

tilt

Il dottore la prendeva mettendole le mani ai fianchi, lei ferma sulle gambe e lui, sinuoso, muoveva le anche, la assecondava, con le spalle che assumevano un ondeggiare di danza. Non si girava mai, a volte si stendeva su di lei, alla fine soprattutto, e l’impressione era quella di un rapporto intonso, esclusivo. Il dottore, studiava medicina, giocava malamente a poker, fumava e tossiva molto. Il suo amore per il flipper era assoluto, e nel flipper versava gran parte del suo mensile di studente fuori sede. Eravamo in tanti innamorati di quella macchina, ma non con lo stesso trasporto e infatuazione, Il nostro era un amore a singulti, alimentato dal fascino sensuale che partiva dall’immagine, dal cinguettio dei rimandi elettromagnetici, dalla neghittosità che la pervadeva nell’essere violata. A noi piaceva vincere subito, di forza, e si vinceva una o più giocate, per il dottore, invece era un coito che aspirava ad essere perennemente sospeso. La sua passione era condurla sino ad un momento prima del limite che sospendeva la partita, il tilt, come fosse una questione di danza, di movimenti accompagnati. Nel bar c’erano due flipper, lui giocava sempre con lo stesso, quello che aveva una bella ragazza in mostra, vestita da cowgirl, con le luci in posizioni strategiche. Quando si giocava a poker, i flipper disturbavano, spesso li staccavamo, ma se c’era lui, ci si adattava. Credo per rispetto e per imparare. A volte si sospendeva la partita per guardarlo. Chi ha giocato con i flipper elettromagnetici mi capisce, non era solo questione di rimandare una bilia d’acciaio con le palette, ma di controllarla, accompagnarla facendola partire per trajettorie diverse. L’abilità consisteva nel far scorrere la bilia sulle palette sino al punto giusto e poi farla schizzare. E il sogno era che i funghi, si illuminassero a ripetizione suonando, che la bilia restasse imprigionata in un gioco di rimandi, che oltre ai punti, vorticosi di suoni, le trajettorie la tenessero in gioco. In eterno. Il dottore era un asso, nel trovare un accordo con la macchina, nel far volare quella bilia, tra funghi, ostacoli, molle, lampadine, elettromagneti, come fosse sospesa, fermando il tempo, mentre tutto avveniva con una velocità incredibile. Raccontavano di tarature delicate dell’interruttore del tilt, e pareva l’aggeggio, fosse una goccia di mercurio sospesa tra due  contatti, che chiudeva la partita, se agitata troppo, quindi bisognava muovere la goccia, senza vederla o sapere dov’era, sino all’ attimo prima del contatto. E si diceva, che per lui, per il dottore, dovessero tarare ogni volta con più precisione, per impedirgli di vincere troppo spesso. Favole da bar, quel che è vero, è che lui ci parlava davvero con la macchina, a bassa voce, non con le nostre imprecazioni, con gli scossoni e i pugni, lui, aveva la macchina sui polpastrelli, sui palmi, nella testa e la muoveva con forza gentile, suadente. Preso, presa.

Tilt è stata la prima parola inglese di cui ho capito davvero il significato profondo. Mi è tornata in mente, qualche giorno fa, quando ho letto della morte da centenario, di Steve Kordek, uno degli inventori del flipper. Era una parola, allora, molto usata per definire uno stato in cui spesso precipitavamo davanti alle difficoltà, ma non era definitivo, era un momento e poi la partita ricominciava. Anche nella vita, cosa non da poco.

Il dottore si è laureato, un po’ tardi, uno sfigato direbbero adesso, ha fatto il cardiochirurgo, il primario. Mi piace immaginare nella sua casa, un vecchio flipper in soggiorno e che le sue mani abbiano ancora lo stesso amore.

dialogo sulla comunicazione golosa

willy

le parole siamo noi, da come le usiamo mostriamo quanto, chi le riceve, sia importante per noi. E le parole hanno una superficie dura ed un contenuto succoso, pieno di significato, se chi le riceve, le accoglie allora sente che le sensazioni sono molto più intense.

N

Però spesso io faccio fatica a tradurre con parole esatte quello che provo, la mia paura è che arrivi falsato quello che voglio dire…   falsato, cioè non corrispondente alla mia realtà, a quello che provo effettivamente  o che sia interpretato in modo sbagliato.

willy
Se ti fidi della persona con cui parli, lasciati andare, non farti troppi problemi, se non capisce ti chiederà. A volte si vuol dire dire e anche no, si chiede al nostro destinatario di capire oltre le parole. E’ un azzardo, può accadere e non accadere, d’altronde questo sfumare fa parte del fascino del comunicare con i silenzi. Anche per mail, o in tutte le altre diavolerie moderne del comunicare tecnologico.

N

Vero, si comunica anche con i silenzi, ma secondo me, devi averla davanti la persona che sta in silenzio. Solo così puoi capire il senso del silenzio.  Altrimenti non è possibile. Il silenzio a “distanza” può voler dire tante cose: non approvazione, disinteresse, noia, stanchezza, … E  non puoi interpretarlo, a distanza.

willy

Non è solo così, bisogna raggiungere uno stadio più alto, che superi il mezzo. Il bisogna è pleonastico, se si vuole si può fare. E i silenzi, quando si attiva una comunicazione si sentono sempre. Quelli che a volte non si incontrano sono i bisogni reciproci, le vite distanti scorrono, hanno zone enormi di non condivisione, eppure si pretenderebbe la stessa attenzione che si conosce quando si è vicini, ci si può vedere, toccare, sentire a naso ed espressione.  Sai che questo è in realtà il bisogno di avere di più, di essere più sentiti ed è dimostrazione di interesse grande, ma è diverso rispetto al passato dell’uomo, quando aveva meno mezzi a disposizione per comunicare.
Affinare il sentire l’altro è una qualità che tutti abbiamo ma che lasciamo perdere perché è difficile, eppoi crea nuovi bisogni, domande, ecc. Per questo credo, la comunicazione verbale e fisica sembra essere l’unica concreta, la più importante, ma è una, non l’unica.

In realtà vorrei parlare di più sul significato dell’usare le parole, quando si scelgono per restare vicini a quello che si vuol dire, quando non si sparano perché tanto vale la sensazione. Questo esige una sintonia profonda, oppure ci si accontenta. Ed oggi, molto spesso, si dice che è indispensabile puntare al concreto, ma in realtà ci si accontenta di quella che sembra la realtà. Basta sapere che non è possibile comunicare profondamente con tutti, anzi nel mio caso, lo faccio veramente con pochi e se ne ho un riscontro negativo mi ritraggo, mi chiudo. In una comunicazione la maggior fatica e soddisfazione (proprio nel senso di piacere) è quando le porte si aprono, non quando si capisce o si sente meno. Io parlo di una comunicazione golosa, non di una comunicazione bulimica, in questo anche il silenzio ha un suo modo forte di parlare.

N

In fondo siamo tutti esigenti, resta da capire se i tempi e i modi coincidono, altrimenti la golosità è un piacere a senso unico. Condividere, mi pare necessario, anche le modalità e i limiti. Ne parleremo e i silenzi saranno eloquenti :-).

calzoni ecrù

Hai calzoni larghi e stretti alla caviglia, lino credo. Sara’ la moda di quest’anno. Tinte pastello con un verde giallo che non ricordavo nei colori dell’anno. Ti stanno bene sotto il camice aperto. Dopo tanti anni che non ci vediamo, sei rimasta dove ti ricordavo a crescere tra ambulatori di clinica e pazienti in attesa. Stamattina pensavo con fastidio ai miei molti anni di sanità, allo squallore dei nomi dei farmaci accumulati sui tavoli alle apparecchiature luccicanti di vetro ed inox, alle attese inutili provocate dalle chiacchere dentro gli ambulatori, al mio guardare da fuori, essendo dentro. Persona informata dei fatti, anche dei moltissimi positivi, naturalmente.

Ti ricordo alle assemblee, c’erano i medici democratici, gli infermieri, gli operai della manutenzione e delle lavanderie, i cuochi che facevano capannello a parte, gli impiegati. Ero più giovane, informatico e sindacalista, dovevo capire il mondo partendo dallo specifico. Ero parte di quel mondo chiuso che era un asylum bisognoso d’aria, ma ne ero fuori, come succede a tutti quelli che non fanno l’attività principale.

Spesso parlavo, mi succede anche adesso, inseguendo un’idea. Di te ricordo, voce, volto e sorriso, gli interventi si perdono. Eri specializzanda e per fortuna, ti piaceva il caffè. Il caffè è la cosa più naturale per parlar d’altro, al bar si parlava della vita. Tu della tua, ascoltavo, come sempre, e anche allora non dicevo molto di me.

Saluti, ricordi il mio nome. Il tuo l’ho ripassato sulla targhetta del camice. Mi chiedi del sindacato, della politica. Scherzo sulla mia carriera, e tu, sulla tua. Entrambi siamo andati via da qualcosa. La fortuna è avere argomenti che non siano il passato, e allora parliamo di vacanze, di Africa, di luoghi, persone, di futuro.  Hai sempre una voce abbassata dal fumo.

Non siamo reduci da sogni, questo in fondo ci ripetiamo, servirebbe tempo per immaginare cos’è ora il mondo che vorremmo. E tornando verso la sala d’attesa, mi pare che le parole lascino una scia, come una guida per ritrovare una strada.

sotto valutare

Di molte persone conosciute negli anni del ribollire, conoscevo anche una seconda attività. La passione vissuta altrove. Chi recitava, altri suonavano, non pochi scrivevano, fotografavano. Tutti facevano altro, era un essere accessorio. Sottovalutato. Eppure era quello vero.

Scopro in una pagina di internet, una locandina di qualche anno fa. Il regista è un mio antico compagno di sindacato, ora scomparso. Di lui mi ricordo gli interventi sempre un po’ a sinistra mia, poi basta. Il sindacato, le categorie, sono fortilizi. Anche allora, faglie di mestieri, ciascuno difendeva competenze che facevano scomparire gli uomini.

Accadeva ovunque, del ragionar per circoli. Del mio compagno di banco in consiglio provinciale, conoscevo la passione politica, il parlare che si ascoltava molto, il mestiere di dirigente puntiglioso. Uno scassacoglioni dicevano i sottoposti, ma la sua passione per la danza non la conoscevo. E mi sorprese vederlo ascendere come organizzatore di stagioni importanti di spettacoli.

Ho ignorato abbastanza, non mi sono stupito a sufficienza degli amici scultori, dello scrittore avvocato poi famoso, del notaio pittore, ma anche dell’insegnante di istituto d’arte, le cui opere fotografiche sono al Moma, e poi dei chirurghi poeti e pittori, dello psichiatra che scriveva testi teatrali. Mi è sfuggito l’importante sotto la coltre di ciò che sembrava il centro della persona, ovvero la politica o l’abilità professionale. Quello che aveva un valore economico o sociale. Devo dire che analoga sorte toccava a me, si stupivano i miei compagni di lavoro o di politica, del fatto che scrivessi, o fotografassi. Ci si rideva su assieme per un poco e si passava ad altro, in fondo nessuno vuole veder dietro l’apparenza: è troppo coinvolgente.

Però l’importante era l’altra natura. Il doppio che riservavamo a noi e ai pochi che potevano capire quanto fosse vitale. Il doppio, ovvero quello che non mostriamo con facilità, quello a cui teniamo e che contiene i desideri, l’essenza di noi. Anche il dolore di non essere contiene, la fatica della maschera dell’altro, il tempo che manca, l’insoddisfazione, la penombra della libertà. Il doppio contiene la reale misura di sé, ciò che vorremmo esibire, ma non si può, se non quando prevale il successo, il valore economico appunto.

Il dilettante si diletta dell’opera sua, la tiene come proprio piacere e dannazione, e su questa costruisce un io altrettanto poco vero dell’altro, perché non può vedere la luce, mostrarsi.

Il doppio, il bagatto. Scandagliate, scandagliate tanto non mostrerete, spesso neppure a voi stessi, la vostra vera natura. Si dovrà leggere tra le righe, andare per percezione, come se l’unica vita vera non fosse quella esterna, ovvero ciò che si mostra, e cogliere invece l’altra che s’agita altrove. Questa sì, più importante e vera.

Adesso sono più attento, ho perso troppi pezzi sull’apparenza. Il metodo è togliere il giudizio, cercare di capire dove sta davvero chi mi è davanti, non tutti ovvio, ma solo chi m’interessa. E cercare di capire più le passioncelle, che i titoli o le abilità.

riga

Ho deciso di attaccare seriamente la consistenza della mia cantina. Una collezione di vini che mi ha accompagnato come attenzione al buono in questi anni. Prima la cantina, poi seguirà altro. Fa parte della necessità di mutare abitudini, di tirare una riga. Non divento astemio, semplicemente più parco nell’accumulo. E il dividere con amici, pochi, quanto messo da parte, costituisce un ulteriore piacere. Non sempre è facile. Bere un buon vino al ristorante è un problema di portafoglio, quando si decide di berlo in casa, è un lavoro che investe tempo e amore per chi riceverà il cibo, la sua costruzione, la condivisione, e ciò che lo segue.

Per chi ha poco tempo, il rischio è la fretta, l’approssimazione, il negarsi il piacere di un tempo sospeso, oscillando tra le fatiche del prima e il dopo. Quindi per adesso mi concentro su una scelta compatibile. Minimalista e fatta di sapori, anche per gli amici scelgo molto, ma si eccede sempre così tanto, che lo star bene è un imperativo correlato alla qualità.

Questo è tirare una riga: sapere di aver tempo ed usarlo con lentezza. Assaporando.

Non troverete giudizi sui vini, il vino è al più un mezzo, non un fine. Non per me. Forse parlerò di passi avanti nel sentire, di cose che emergono nello stare assieme per il piacere di starci, del conoscere nuove persone. La riga è questa, stabilire un punto di partenza e poi andare avanti, senza troppi vincoli di passato.  

la formazione

Finché parlavo, con distratta solennità della mia formazione, citando maestri e compagni, oppure, sinteticamente dicevo: “sa, di formazione sono un chimico e poi un sociologo”, mi veniva da ridere. Non era vero niente, non mi ero formato, l’avevo fatta franca. Solo ad ingegneria, non l’avevo fatta franca, la abbandonai, come una donna che costringe, al quinto anno, per fortuna di entrambi, ma poi (esiste il contrappasso), mi sono ritrovato a fare un lavoro da ingegnere, con ingegneri che capivano poco e avevano, fortunatamente, molta formazione. Costretto a dire ogni volta: guardi, non sono ingegnere..

Quando mi ero posto il problema della formazione (tardi, molto tardi), il dilemma era stato: posso colmare le mie lacune oppure mi dedico ad altro? Mi dedicai ad altro.

Dal gruppo di intelligenze vivide che eravamo, la vita ci ha diviso ed unito, ma con entusiasmo, siamo andati verso...

no, troppo pretenzioso sembriamo il gruppo di via Panisperna.

Del gruppo di sciammannati, copiatori di compiti e scansafatiche, alla fine ognuno ha vissuto e molti ce l’hanno fatta.

Neppure questo va bene, anche se è più vicino alla verità. Gli intelligenti, nel gruppo, si capiva chi erano, ma non ho mai capito chi davvero facesse i compiti da copiare, ed escludendo l’intervento della divinità, tra noi, un traditore dell’ignoranza, c’era.

Riproviamo:

Del gruppo di ragazzi pieni di speranze, zeppi di fantasie, discretamente arrapati ed insoddisfatti, sognatori in cerca di posto fisso in cui dare il meglio di sé, ovvero oziare e fancazziare, costretti, non per indole o per scelta, comunque a frequentarsi, si sarebbe potuto dire molto. Partendo, ad esempio, dalla necessità di un maggior uso di sapone allo zolfo, e dal miglior uso della giovinezza e del sesso. Ma non era questo che si sarebbe proiettato sul loro futuro, in realtà, ciò che sarebbe emerso nella vita era, il tragico, enorme, sbilancio tra aspettative e pratica possibilità di realizzarle. Insomma quella compagnia di sodali, avrebbe voluto fare molto, come singoli e come gruppo, ma le risorse messe in campo erano drasticamente limitate. Per censo, attitudini, composizione di desideri, obbiettivi. Avrebbe dovuto sopperire la formazione, ma qui faceva aggio la mancanza di una rigorosa disciplina calvinista: eravamo tutti cattolici in prossimità d’ateismo, credevamo nella salvazione e non nelle opere. Qualcun altro ci avrebbe riempito l’intelligenza residua, dopo il gioco di vivere, con quella formazione che suonava così bene dirla in un college inglese e così strana da noi, che al massimo avremmo diretto un reparto di fabbrica. Per dirla brevemente, molti di noi tentarono di vendere l’anima al diavolo in cambio di un minimo di onniscenza per colmare i buchi cognitivi accumulati, ma eravamo tanto poco promettenti, che nessuno rispose.

Fu così che, piano piano, maturò singolarmente, e con una strana concordanza, anche nel gruppo (strano litigavamo su tutto), l’idea  che la formazione, il sapere fatto di nozioni, accademico, era un impedimento alla libera crescita dell’individuo. Che codificando regole ed apprendere, si impediva alla fantasia e all’ingegno di stiracchiarsi dopo il lungo sonno, alzarsi con calma, prendere il caffè dell’ottimismo della volontà e poi, trionfalmente uscire nella vita, per piegarla, plasmarla, condurla verso il nuovo. Era tutto così naturale da essere inscritto nel nostro dna, e quindi perfettamente confacente all’uomo (noi eravamo l’uomo), alla sua crescita, alla sua felicità. Anche economica. Ci preparavamo duramente studiando altro, interessandoci d’altro, facendo altro. Questo gruppo, e i singoli, poteva aspirare a guidare qualsiasi cosa, era scevro di legacci, pronto all’entusiasmo ed all’azione, ma anche meditativo, quanto basta, per non aver voglia di far nulla. Una masnada di leoni (avete mai visto i leoni, non fanno nulla se non hanno fame, sono consci di sé e basta) con una  diversa fame di sapere. Ed effettivamente si studiava tutt’altro, rispetto al programma scolastico, chi azzardava lingue morte medio orientali, chi si dilettava di filosofia, altri di discipline tecnico motoristiche, tutto andava bene, purché al di fuori del normale corso di studi e vicino all’estro personale. Fosse il teatro nò, oppure il cinema canadese d’avanguardia, l’hi fi costruito in casa, la musica dei trovatori tardo provenzali, la letteratura di fantascienza sovietica. Qualunque cosa era più interessante di quelle banalità scolastiche (si pensava facilmente recuperabili), che insegnanti stanchi ci impartivano. La formazione discussa nell’etimo e nelle fondamenta, per poter davvero dire: mi sono formato. Dove, in cosa? Che domande banali: mi sono formato, adesso compratemi così come sono, se ci riuscite.

E mancava ancora tempo al ’68, leggevo Quindici, andavamo alle mostre di pittura contemporanea per guardare e fare domande intelligenti, del tipo: ma tu l’acrilico lo dai di polpastrello? ed ascoltare risposte infarcite di cioè, fumo e colpi di tosse, mangiare al rinfresco, per poi sghignazzare in osteria.

Il mio compagno di banco, copiava da me, prendeva voti migliori, dormiva fino alle 10 in classe, poi tirava fuori un panino di frittata con la cipolla e faceva colazione. A volte si riaddormentava, ma il pomeriggio giocava a biliardo da dio, voleva diventare giocatore professionista, mi raccontava del mondo suo ed io del mio. Il giorno dopo, bruciavamo assieme, per compiti e per noia, si studiava l’ultimo mese dell’anno. Non hanno capito niente, l’hanno bocciato. E’ diventato presidente della Parmalat spagnola, girava in Ferrari e, ho controllato, non era tra gli indagati. Altri, più conformisti, hanno fatto aziende, soldi, sono diventati professori, ricercatori, professionisti, politici. Hanno cercato posti fissi e sonnolenti, oppure cavalcato onde di intuizione, fatto e sfasciato famiglie, patrimoni, speranze, delusioni.

Nel gruppo di ragazzi che eravamo la formazione ha contato tantissimo, l’abbiamo evitata, ci siamo misurati, abbiamo acquisito dimestichezza con l’ignoranza, insomma, siamo figli di quella formazione.

Ringraziamenti.

Titoli di coda.

Musica. 

Post Navigation

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 136 other followers