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Amico caro, ti avevo annunciato che avrei messo i piedi nel piatto dell’età e allora partirei dai temi che archiviamo in fretta nei nostri discorsi. Così fai  quando parli dei pochi anni che restano e  scherzi facendo trasparire un desiderio e una paura. La paura è quella della morte. O meglio la paura delle malattie dei vecchi che invalidano e tolgono progressivamente la vita. Hai presente l’ossessione del cavalier B.?  La potenza fisica, le capacità di movimento, l’intelligenza, la memoria e dover dire che si ha tutto come a 20 anni per i prossimi 50. Ma resta l’onere della prova in una dimostrazione giornaliera di efficienza per essere ciò che non si è: anagraficamente vecchi, però giovani nelle attività e nei tratti. Quando vedo miei coetanei che si sono imbalsamati tra i 40 e i 50 anni, non colgo differenze con la tristezza degli sfatti allegri, quelli che non si governano e hanno deciso di dimenticarsi tra alcool e mangiate. Entrambi non sostengono più l’identità e la dignità di essere. Noi più semplicemente, cerchiamo di giocare con la paura di cadere in qualche trabocchetto dell’età, di scivolare nell’alzaimer che ci rende presenze vuote, oppure di entrare nel girone infernale delle malattie coscienti e impronunciabili. Tutti esorcismi e la morte semplice, quella fatta del disporre di sè diviene un desiderio. Magari da collocare più avanti possibile, ma un desiderio di concludere bene. In fondo ci sarebbe dovuto, per le nostre colpe veniali, per gli impegni senza ignavia, per l’entusiasmo che abbiamo messo in tutte le cause perse frequentate ma anche per la pochezza delle vigliaccherie e le fughe fatte più per paura che per salvarsi. Molti coetanei fanno consuntivi, ti dicono: mica per essere finiti. No, solo per un budget veritiero. Altri e ci fanno più male, se ne vanno senza dire, per stanchezza, solitudine, disperazione. E per loro, come per quelli andati tra sofferenze immani, ci si chiede perchè. Anche della ragione di tanta sofferenza ci si chiede il motivo e nessuna risposta arriva. Sai cosa fa più male? La sofferenza silente consumata in solitudine, senza sbocchi, nè speranza. Ci si immaginano i giorni, le notti e ci si augura che non ci accada, che tutto finisca di botto, con il solo barlume di capire che davvero è così facile scivolare via. In realtà l’età porta verso il conto con il passato e adesso che siamo ancora in questa età indefinibile, pieni di sogni e di attese temperate,  si dovrebbe, per magia, trasferire un credito sul futuro. Assicurare una rendita in anni vicini al desiderio. Ma lo sappiamo tutti che non è così, sono il caso e la volontà che ci possono graziare e non per sempre. Ho pensato spesso, che si potesse rovesciare il tempo e lasciare che la possibilità non si spegnesse al suo mostrarsi, per verificarla, con generosità,  senza curarsi del resto. Tu sai, che tutto questo è sconsiderato, ma come vivere una vita regolata dalle certezze e pensare di vivere davvero? Alcune certezze ci sono indispensabili: amore, affetti profondi, relazioni, libertà d’essere e d’intendere, l’avere un senso a sè e magari anche agli altri. Se non ci sono grandi problemi economici, tutto questo dovrebbe consentirci di parlare anche delle paure e della morte, di ciò che accade attorno a noi. Ma parlarne come di un processo dinamico e non come di un muro contro il quale sbattere incoscienti a tutta velocità. Il tema etico del fine vita, emerge in questi anni e ha più consistenza: la libertà del finire come si desidera, la vita non come condanna, ma possibilità positiva. E’ una considerazione che dovrebbe portarci alla consapevolezza e togliere la paura. Ma non è facile e soprattutto bisogna scegliere un percorso che eviti i cronicari, gli ospizi, gli odori di minestre e orina, i discorsi senza memoria, i giardini con le cancellate e i mobili di melamina. Voler vivere a casa propria, finchè si vive. I nostri vecchi lo sapevano e nell’oscura necessità di convivenze tra famiglie assicuravano il passaggio, circondati da persone care. Lo so che succedeva anche il contrario, che la gente si sbranava davanti all’agonia, ma quando c’era rispetto per la persona, ovvero si aveva ben seminato, le cose erano più dolci. Naturali e senza accanimenti. Noi apparteniamo alla generazione che detiene il potere, gestiamo vite, vietiamo ai giovani di crescere, eppure le paure non le abbiamo eliminate. Ti ricordi di quando parlavamo di villa arzilla tra discorsi e vino rosso, pensavamo ad una convivenza tra persone che si conoscono e che bevono e parlano bene assieme. Badanti di noi stessi, plagiati dal mito di Amici miei e della Grande bouffe. Ma non funzionerebbe, amico mio, dopo poco ci staremmo tutti sulle scatole, in realtà la nostra risorsa sono le relazioni tra noi, il trasmetterci entusiasmi e positività; questo serve e non altro. Non siamo abituati a minestrine, ma forse la cosa che dovremmo  evitare è l’essere prigionieri dell’insofferenza, dei modi di dire, delle abitudini senza appello o della supponenza di aver capito già tutto. In realtà, e lo sappiamo entrambi, siamo degli ignoranti abissali e aver voglia di apprendere è già sintomo di futuro, ma non ci basterà, come non basterà il cinema, i libri, la musica. Dobbiamo investire in affetto quando l’egoismo diventa più forte per la preoccupazione di sè. In comunicazione quando pare ci sia poco da dire di sensato e nuovo. In pazienza quando le nostre urgenze sono solo desiderio di attenzione. E soprattutto dobbiamo convivere con la persona più difficile che conosciamo: noi stessi. Ma la consapevolezza non è una diminuzio, abbiamo chance notevoli da giocare, e magari ne parliamo la prossima volta. 

 Sono tra quelli che ci sono, non se ne vanno, non firmano cambiali in bianco, capiscono che non va e che bisogna cambiare. Perso nei miei problemi, nel mio vissuto così importante e immediato, ogni tanto mi sveglio e mi chiedo cosa faccio io per il mio paese.  Perchè questo è il mio paese, il posto in cui voglio tornare ogni volta che me ne vado, è la mia testa, la mia lingua, il mio portolano del mondo. E’ il paese che non mi piace, che cambierei a partire dagli arroganti, i corrotti, gli imbelli e gli imbecilli, è il paese che mi voglio tenere stretto, perchè è mio. E non perchè mi è stato dato, ma perchè qui posso essere diverso, anormale, singolare e plurale e posso pensare che la mia verità sia quella buona fino a prova contraria e cercarla di farla trionfare, vivere, sperare. E quando mi scazzo questo è il paese che posso prendere a calci, perchè ne ho il diritto, altrove mi direbbero: ringrazia ti abbiamo accolto.

 Tu la conosci l’aria che vibra silenziosa dopo un suono?  E’ la sua memoria e si può perfino respirare.

Haydn, 1° concerto per cello, poi  di Bach, un corale trascritto per trio e ancora la prima Suite. Brunello sorride, trasmette malia, coinvolge, è coinvolto.  Come un bimbo si guarda il dito dopo una nota legnosa. Ricomincia con la leggerezza del seminatore. Uno scialle di note, sulla soglia dell’inverno, così bello e coinvolgente che i silenzi sono applausi. Ton Koopman sembra felice, stringe mani, contagia l’orchestra, si abbracciano un po’ tutti, regala ancora note. Si esce in un’aria sospesa tra sorrisi e toni bassi a conservare l’impressione.

C’era la neve un anno fa, sulla piazza. Magia d’antan.  Questa notte è così tiepida, e indimenticabile con le note che ti seguono nella testa come un cane amoroso.

Rutelli se ne va, ma non subito, non del tutto. Farebbe un gruppo ponte in parlamento che consentirebbe il rapporto e il transito verso l’UDC, ma di converso, la sinistra extra parlamentare potrebbe avvicinarsi ad un PD più a sinistra. Quindi un pezzo va a destra, ma il resto che va a sinistra,  parlerebbe meglio con il centro e la sinistra che non c’è. La cosa, in gestazione, non dispiacerebbe ai geometri specialisti nelle bottiglie di Klein, che tra i problemi urgenti del lavoro che non c’è e i problemi quotidiani, trovano affascinante il risiko parlamentare.

Mi vengono due domande:

1. Rutelli è stato eletto da chi e per quale progetto politico?

2. Quando rispetteremo le geometrie euclidee dove si capisce subito chi è dentro e chi è fuori e ognuno ha un nome, un ruolo e un posto?

http://concita.blog.unita.it//La_camera_di_transito_704.shtml

 

n.b.In matematica, la bottiglia di Klein (detta anche otre di Klein) è una superficie non-orientabile di genere 2, cioè una superficie per la quale non c’è distinzione fra “interno” ed “esterno”.

Ha vinto Bersani, comincia qualcosa di nuovo. Comunque.

Il 47% dei 3 milioni di cittadini ha votato altrimenti, le idee coincidenti sono molte, ma anche profondamente diverse in questioni non marginali. Credo che i cittadini votanti chiedano unità, ma non appiattimento, opposizione e alternativa al berlusconismo e non bizantinismi, proposte di vita e futuro intelleggibili e non fumosità, diversità di comportamenti, stili e priorità rispetto a chi governa. Bersani è una persona concreta è il suo pregio maggiore, argomenta e non perde la pazienza,  forse è anche in grado di sognare. Non comincia una sua avventura, comincia un percorso che riguarda anche chi non l’ha votato. A questo riguardo penso che abbiamo solo questo bambino, il PD, per cambiare oggi una deriva sociale, etica, politica e pensare che la sterilità sia meglio di un figlio, sarebbe ingeneroso, suicida. Molti si sono stancati di sperare, molti pensano che dal peggio il disgusto faccia nascere il meglio, molti pensano che ci sono energie che rivolgono la loro necessità di fare qualcosa per gli altri, in campi più concreti della politica. Credo che Bersani e quelli che credono si possa cambiare il paese debbano anzitutto parlare con queste persone. Ci saranno le alleanze, le capacità manovriere, le cecità della concretezza, ma sono questi i nostri compagni di strada.

Non so cosa farà Marino, ha chiesto di continuare ad occuparsi di sanità. Quelli che si riconoscono in una necessità di modi diversi di fare politica, non si disperderanno, troveranno il modo di incidere e di mantenere le priorità nell’agenda del mutare politica. Perchè parlano di stile e di a priori, perchè la laicità è un metodo per vedere i problemi, perchè l’istruzione non è il contratto degli insegnanti, perchè dire dei sì e dei no, è una necessità.

Non so cosa farà Franceschini. Ha fatto quello che si poteva fare in questi mesi, è cresciuto politicamente impostando un’ opposizione forte a Berlusconi, ha parlato di Costituzione e di Resistenza mostrando di crederci, ha cercato di tenere assieme l’impossibile, si è speso e ci ha messo la faccia. E’ fondamentale che il pezzo di società che rappresenta e in cui c’è molto di nuovo, non si chieda se con la vittoria di Bersani abbia perso il PD.

Infine in questo coacervo di sentimenti e di speranze, di delusioni e sorrisetti con la pacca sulla spalla: beh, però un bel risultato, restano i destini personali che dialogano con quel che vorrebbero. Credo davvero che l’energia positiva abbia la necessità di uscire, che oscuramente contrasti il degrado della termodinamica delle passioni, che spinga le azioni, che faccia sorridere e incazzare e sussultando, giri attorno ad una affermazione: abbiamo vissuto, stiamo vivendo.

Buon cammino a Bersani, al Pd e a tutti noi che crediamo si possa cambiare questo paese.

Scrive Marina:

Io, da sempre attiva in politica, sono oggi una “chiusa in casa”. La mia parte politica mi ha profondamente delusa. Vado ancora alle manifestazioni della mia parte ma il mio spirito è completamente diverso. Non lo faccio più perché credo che in molti si possa incidere sulla realtà ma solo per trovarmi tra persone che sento vicine, con i miei stessi ideali. Respiro per qualche ora un’aria un po’ più pulita di quella che respiro quotidianamente nei negozi, negli autobus, negli uffici della mia città.
No, non andrò a votare alle primarie. Sono stanca del ricatto morale: dobbiamo far vedere che c’è un’altra Italia non berlusconalizzata. L’onere della prova spetterebbe innanzi tutto alla classe dirigente del PD. Ma questa classe dirigente, fatta salva l’onestà personale, è del tutto inadeguata al momento storico che viviamo ma decisa a mantenere tra le sue mani la barra del potere. Sono sola senza referenti politici. Perdere non è un problema per me, sono sempre stata all’opposizione e so reggere le sconfitte. Ma la rivoluzione antropologica cui stiamo assistendo meriterebbe idee, persone, progetti nuovi. Io non li vedo. Il PD, che ha avuto il mio voto, ha scelto di non darsi una identità dietro lo slogan del “tenere tutti insieme”: Bene, si tengano insieme tra di loro. Me, mi hanno già cacciata. E non mi chiedano di portare il mio corpo ai loro seggi elettorali.

Apprezzo il tuo impegno e la tua buona volontà ma sono forse troppo vecchia per credere ancora che la buona volontà personale possa sostituire la mancanza di dirigenti politici capaci. Se votassi voterei per Marino. resterò a guardare per la prima volta nella mia lunga vita.
marina, amareggiata, sfiduciata, delusa e incazzata.

Condivido molto di quello che dici Marina, ma non resterò a casa domani e continuerò ad impegnarmi dentro o fuori del PD. Quando ho scelto di fare la campagna per Marino e Casson nel Veneto, l’ho fatto da isolato e con pochi amici, sapendo che molti di quelli con cui ho fatto politica erano da un’altra parte, ma a questo ci sono abituato. Non mi piaceva che fosse stato scelto con chi stare prima di leggere i programmi, di sapere chi erano i contendenti. Non mi piaceva l’idea di rifare un partito che conoscevo bene, che mi aveva dato tanto, ma che ormai non serviva più per cambiare il paese e così mi sono schierato con una possibilità di cambiamento. Per chi come me, ha ormai molti anni, certo più di te Marina, la scelta è di lavorare ancora per un po’ e poi stare a casa tra libri, musica e tranquillità, oppure incasinarsi la vita e  uscire, ribadendo a sè stessi, che può esserci un’alternativa al conformismo e alla noia. Sono stanco di star bene solo con chi conosco e che scelgo come amici, credo che ci siano molte persone come te, che vogliono qualcosa di diverso nella politica, che non si accontentano di una trattativa con Berlusconi. Mettiamo che un sogno di cambiare sia vero, che si possa davvero incidere nel corpo sonnacchioso del PD, mettiamo che Marino rappresenti una voce minoritaria che non ha paura di dire ciò che pensa, mettiamo che la critica diventi alternativa e non resti un mal di pancia. Mettiamo che ci sia la possibilità che sia vero, perchè non dovrei partecipare a questa possibilità? La mia incazzatura solitaria servirebbe a quelli che pensano che se me ne vado gli faccio un piacere, e non sono pochi.  Ebbene, non me vado, domani voterò e cercherò di convincere a votare Marino e poi la prossima settimana continuerò a pensare che si deve vivere come se davvero fossimo in democrazia, in un paese libero, con i diritti individuali e collettivi.  Tu dici: Perdere non è un problema per me, sono sempre stata all’opposizione e so reggere le sconfitte. Ma la rivoluzione antropologica cui stiamo assistendo meriterebbe idee, persone, progetti nuovi. Io non li vedo. Neppure io li vedo a livello generale, ma ieri sera eravamo in 35 a discutere di politica, di etica e di diritti della persona. E mi sono detto: se sono illuso non cambia molto, sulle delusioni mi sono rafforzato, ma se c’è una possibilità devo percorrerla sino in fondo, ci sono energie nuove che circolano. Perchè questa è la vita Marina, perchè siamo differenti, ci interessano queste cose futili e non ci arrendiamo, perchè non ci basta resistere, ma abbiamo bisogno di pensare che si possa vincere.  Serve una politica forte, un futuro possibile che sia condiviso, il PD è uno strumento, alla fine contano le persone, le idee, le speranze. Ti rendi conto che se non lo facciamo noi, i nostri figli, i giovani, da soli non ce la faranno, vivranno in una società peggiore della nostra, con meno speranze e possibilità. Non è tutto nel voto domani, se si fa la strada assieme si diventa comunque amici, questo è quello che conta. Domani lo dirò a mio modo, perchè  credo che una minoranza possa incidere e cambiare la maggioranza: abbiamo speranze e forza che riguardano tutti, è questo il nostro vantaggio: nessun egoista o cinico ci potrà mai sconfiggere.

Non ho mai cercato di convertire nessuno Marina, fai quello che ti fa stare bene, è importante che ci siano persone come te, che non si rassegnano e si arrabbiano col PD perchè non fa abbastanza, ma c’è  la necessità di dare un senso all’incazzatura.

Buona serata Marina e buon dì che speriamo sia di festa.


 

L’autunno è una stagione simbolica per il cambiamento in questo Paese, così è stato in passato, sia a destra che a sinistra, ma oggi al centro dell’attenzione c’è la crisi produttiva, con la sua gravità occupazionale montante e lo scontento nella parte riformista del Paese. Per questi cittadini, in questi anni, il distacco tra il possibile e il reale è stato sempre troppo elevato e senza speranza nell’essere colmato. In questa percezione tra la reale urgenza dei problemi e l’azione dell’opposizione, anche la lunga marcia verso la segreteria del Pd ha lasciato tracce negative. Ma questo autunno ha due facce e se guardiamo dal lato positivo questa stagione di passaggio, possiamo accorgerci che la scelta di un lungo percorso congressuale, con un dibattito pubblico senza pari fra i partiti italiani, è servita per far emergere idee e modi di azione politica con forti caratteri di novità. Però avere tre buoni candidati alla segreteria del Pd non significa avere lo stesso partito, indipendentemente da chi vincerà. Questa era la caratteristica della vecchia politica e dei partiti carismatici: il 25 ottobre con le primarie aperte, verrà imboccata una strada diversa e il Pd assomiglierà alla maggioranza degli elettori che determineranno il segretario. Questa percezione che si sta superando la vecchia immagine del partito riformista mi ha fatto scegliere Ignazio Marino, per la sua proposta che si appoggia sulla novità della candidatura, sulla rottura dei paradigmi politici di cooptazione, sulla laicità come metodo dell’agire politico, sulla priorità per i temi che riguardano l’istruzione, i giovani, il lavoro, il futuro. In questo vedo il metodo per essere più vicini alla velocità del cambiamento della società, mantenendo fermi i principi che non sono mutati dalla rivoluzione francese: eguaglianza, solidarietà, libertà. Ciò che è mancato in questi anni in cui la politica ha riflettuto molto su sé stessa, è stata proprio la proposta di un metodo che consentisse di affrontare problemi globali attraverso soluzioni puntuali. I giovani, le donne, gli anziani, i lavoratori, gli omosessuali, i disabili, interi pezzi di società sono stati isolati dal contesto globale come se i destini dell’uno non riguardassero gli altri. L’annuncio del problema puntuale ha prodotto un attenuarsi delle tensioni, ma non ha prodotto soluzioni e ha disgregato il tessuto cooperante della società. In definitiva le persone sono più sole e non riescono a far riconoscere come collettivi i problemi che vivono. Invece la bontà della proposta politica passa attraverso la saldatura tra i problemi globali e la politica di cambiamento come luogo dove ognuno deve riconoscere il proprio futuro e la propria condizione presente. Se un giovane percepisce 500 euro al mese per lavorare 8/10 ore al giorno, con un contratto regolare, il suo problema non può essere personale, ma diviene una questione collettiva. Se l’eguaglianza tra sessi o la libertà di disporre della propria vita non è garantita, non è un problema personale, ma generale. Se non c’è mobilità sociale e il merito non è il criterio per distinguere, gli individui divengono prigionieri di una condizione senza poterla mutare. Questa società in cui convivono diritti e dinamicità è quella che penso per un futuro che supera antiche etichette e condizioni precostituite. In questo la scelta del 25 ottobre non è un passaggio banale, perché in quell’occasione opzioni nuove possono entrare a far parte dell’azione del Pd e su queste costruire un programma e un futuro definito in cui i cittadini possano o meno riconoscersi. Mi piace pensare che il partito dei riformisti in questo Paese sia fatto di additività, di esperienze e di storie che si sommano e creano un futuro condiviso, non di inclusione in cui alla fine c’è la marmellata delle idee. Sarebbe poco interessante qualsiasi ritorno al passato, sterile e inadeguato. Non è questa la condizione in cui ci si avvia a votare il 25 ottobre: comunque vada sarà un esperimento di democrazia grande, ma anche un conferimento di responsabilità enorme per chi vincerà, che dovrà unire e cambiare allo stesso tempo. E’ una grande occasione di partecipazione: facciamo in modo che ora l’inverno del nostro scontento davvero finisca in una estate.

Mica è necessario leggere sempre tutto e di certo non mi offendo. Questo è un mio articolo pubblicato ieri sulla stampa locale. Non voglio convincere nessuno, ma io sono anche questo. Come dire: per conoscenza.

 

Grazie a Cecilia, anche per la risate collegate al video. La campagna pro Marino va avanti, c’è allegria nel fatto di non avere nè mezzi nè apparati di partito, sapere che la Repubblica ha già scelto con chi stare, che però Concita, anche se non lo dice, ci sorride, che questa candidatura è una preoccupazione per il  monolite, che la laicità è diventata di tutti i candidati, che i teodem sono preoccupati, che proporre un parlamento composto da 900 persone senza problemi con la giustizia è una rivoluzione, che l’istruzione, la salute, il lavoro sono ancora diritti e non optional da pagare a parte.

Domenica gli obbiettivi sono 2: dimostrare che c’è un paese reale che si oppone al berlusconismo e che un senatore che non viene dal partito ma dal suo mestiere di chirurgo, senza padri importanti può diventare determinante  per un nuovo modo di fare politica da riformisti in Italia.  

Se ci credete e sperate ancora un poco diffondete, replicate, convincete, discutete. Non è inutile,  il cambiamento ci riguarda tutti, anche quelli che voteranno per altri.

Rivoltando tra le carte e i passati, ieri pensavo ai rapporti con le persone importanti, chiedendomi se prendere sul serio ciò che si dice, è un optional, oppure no.  Se si dice: sarà così, mi spiace, ma per rispetto accetto. Ed io che non taglio i fili, prenderò atto oppure farò sforzi per riannodarli? Dipende, se si sa che non può essere come prima, magari diverso e bello, ma mai più come prima. Eppure sono i ricongiungimenti, gli affetti che si verificano, la comunicazione profonda, le amicizie, ad essere importanti. Capire l’altro non è un mestiere facile e neppure scontato e soprattutto deve tener conto che quella persona non siamo noi. Quando il filo viene tagliato vuol dire che era ora e come per gli aquiloni e i palloncini ci potranno essere altre visioni ed altri destini.

Ma, con l’amicizia non torna il conto, pensavo, chè quella intesse fili, li ri-annoda, li porta in sè, e il gomitolo ha sempre da dare al gatto per giocare.

Perchè non si accetta il cambiamento, il mutare delle passioni? Dovrebbe essere bello che il movimento fosse l’interesse e la novità di chi mantiene la comunicazione con noi. Ed invece viene preferita l’immobilità, la cristallizzazione degli interessi. Come se vi fosse una saldezza nel ricordo ed invece il presente costasse fatica, dolore, incomprensione, mentre è nello scambio che la corsa continua e lascia intatta l’unica possibilità che abbiamo di essere vivi: la libertà.

Di questa libertà, della sua assennatezza, ovvero dell’altra e cioè la libertà sconsiderata e senza calcoli, è la cifra che mettiamo gradualmente a disposizione. Farsi capire, anche poco, è fatica, condividere assume il rischio della banalizzazione dell’interesse, dell’essere ricondotti al conosciuto. Tu mi vedi e puoi ridere di me, del mio mutare, perchè conosci l’antefatto, ma in ciò ti sbagli perchè non conosci il futuro che sto maturando. Un rischio, quello della banalizzazione del sè che solo a volte può essere corso. La condizione vera è la solitudine temperata dalla generosità egoista del comunicare senza calcolo e la libertà è rifuggire dall’obbligo del dire ciò che agita, entusiasma, prende.       Se non a volte, quando la vita lo chiede imperiosa e senza alternative. E solo in questo rischio c’è la possibilità di una libertà felice.

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