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Anche se difficile per una razza di prevaricatori, rivendico la simmetria nei sentimenti. Nello scandaglio di questi anni, e accelerando, a partire dalla mia generazione, gli uomini si sono decorticati. Chi sapeva e voleva, chi non sapeva e subiva. Ricondotti nel ruolo di prevaricatori, di maldestri utilizzatori dei sentimenti, incostanti, immaturi, irresponsabili, riconosciuti incapaci di pari sensibilità con le donne. Man mano diminuivano i vincoli delle regole economiche, la convenienza delle unioni,  la superiorità femminile nei sentimenti, è emersa come valore superiore. Nelle donne e negli uomini. Oggi in pieno guado, non so chi sia più smarrito, se chi aveva un ruolo ed una presunta superiorità, oppure chi ha la necessità di riconoscersi in nuove funzioni sociali e personali restando fedele al proprio genere e alla sensibilità particolare attribuita. E non basta rivendicare la differenza, perchè nel pensiero c’è stato un abbassamento verso l’eguaglianza di genere: gli uomini da una parte, le donne dall’altra. Molto resta da fare per l’effettiva parità, ma cosa comprenda davvero questa parola mi sfugge. E’ la diversità di genere posta sullo stesso piano, è eguaglianza di diritti sociali, economici, politici? E’ il rispetto della persona, riconoscimento del ruolo produttivo e riproduttivo? E’ riconoscimento delle differenze e del loro valore? Credo sia questo e molto di più, ma su una differenza riconosciuta non trovo conclusioni: è poi vero che le donne sentono di più, e non solo diversamente, i sentimenti?

 

Il governo ha respinto 75 migranti verso la Libia. Uomini, donne anche incinte e minori provenienti, pare, in larga parte dal Corno d’Africa. Da quelle altre ex colonie senza petrolio, dove l’Italia ha avuto molto e dato poco. Rimandare in Somalia o in Eritrea queste persone non lascia molta fantasia sul loro destino. Dobbiamo essere rigorosi e applicare la legge, ha detto il presidente del consiglio in Libia.

Appunto, dovremmo essere rigorosi e applicare sempre la legge.

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Nella geometria delle nostalgie, quelle vicine con le quotidiane non scelte e quelle distanti col cosa saremmo se…, la nostalgia dell’eden è equidistante come un rumore di fondo conosciuto. L’eden è il possibile pensato, ad un passo dall’essere vissuto, se un errore d’equazione, la realtà, non l’avesse reso utopia. Per questo con buone volontà e vite spese, non si è realizzato. Forse non era possibile, oppure era solo un sogno applicato all’uomo, ma il conoscere non ci aiuta. Anzi. E colpisce guardare oggi, quelli che vedono e sanno e dicono, inciampare sul ciglio d’ un marciapiedi conosciuto: la contraddizione.

Nessuno ci salverà da ciò che sappiamo. Possiamo puntare sull’oppio della critica perenne, oppure sul momentaneo piacere della conquista, ma quella proporzionalità diretta tra conoscenza e insoddisfazione non ci abbandonerà: più hai sceso l’infero di te, più conosci ciò che manca. Non è un caso che l’indignazione si applichi ad altri.

Siamo costruttori di puzzle in cui a forza i pezzi entrano, ma il disegno non corrisponde. E la linearità delle vite ordinate, degli amori senza domande appartiene ad altri, e non ci è dato pretendere di piegare la curva delle cose. Lo sappiamo e così non è dato.

 

Questo quadro, di Anton Romako, è a Vienna, alla Österreichische Galerie, e mostra l’ammiraglio Tegetthoff  sul ponte della sua nave ammiraglia Erzherzog Ferdinand Max, a Lissa. L’annuncio della vittoria Austriaca, sulla flotta Italiana, venne dato in veneto, come del resto, in veneto, venivano impartiti gli ordini sul ponte di comando. I marinai e gli ufficiali, in gran parte veneti e dalmati risposero all’ annuncio con il grido della marineria veneziana: viva San Marco.

L’altro lato della storia, mi ha sempre fatto pensare che esistano almeno due verità e che i vincitori non sempre lo sono definitivamente. A Lissa i veneti sconfissero i piemontesi, nella guerra che unì il Veneto all’Italia. Chissà se i leghisti lo sanno, ma certamente non si rendono conto della fatica e delle vite spese per dare un senso moderno a questo pezzo d’Europa. Non è fatica loro, la pappa è stata guadagnata e preparata dai loro padri, ma c’è sempre una generazione che accumula ed una che scialacqua il patrimonio. Proprio per questo bisogna far capire che vale prima di celebrarla questa unità del paese, per cercare di riunire le verità difficili che l’hanno costituita e far sentire che l’essere assieme non sopporta falsificazioni. I separatisti di adesso sono i pronipoti dei bersaglieri di Cialdini, il generale di ferro che stroncò le truppe del generale Ritucci che difendevano il regno delle Due Sicilie, ma erano gli stessi che esportarono poi, in forza di baionetta, il tesoro del regno vinto, il più pingue d’Italia, nelle casse esauste del nuovo Regno, a Torino ed incamerarono tutte le proprietà dei Borboni. Ma quando i cugini Savoia proposero di sanare il tutto restituendogli parte dei beni, Francesco II,  rispose dall’esilio: “Il mio onore non è in vendita“. Se sopraffazioni furono fatte allora, altre ne vengono fatte ora, forse peggiori perchè basate sull’incapacità di risolvere i problemi, sul dileggio e la menzogna di comodo. Mi piace essere veneto, anche se non ho fatto nessuna fatica per esserlo, ma essere italiano mi dà di più, sono parte di qualcosa di più grande. Abbiamo una parola in veneto, che definisce lo straniero: foresto, ma non si applica più come ai tempi di Goldoni, al bolognese o al napoletano, e ormai anche agli europei si fa fatica ad applicarla come categoria di pensiero.  Per me essere a casa in ogni parte di questo paese  è un valore e un impegno e sono certo che l’essere assieme è vivere il presente senza rinunciare al passato, pur vedendone il limite e la gloria. Non mi piace un futuro in cui rinuncio ad una parte importante di me, ricevuta in dono dai miei padri e cioè l’essere italiano, l’abitare questa terra, sentirne il valore e la cultura, riconoscermi ovunque. Quello che mi viene proposto è una caricatura dell’essere e per me, che ho il veneto come lingua madre, è una diminuzio.

Perchè siamo finiti in questa trappola che ci rende peggiori di quanto siamo?

La vergogna inizia in Sudan, prosegue nel deserto libico fino alla costa, continua in mare fino all’incriminazione del reato di immigrazione clandestina. Queste persone si fidano di noi, vengono da paesi in cui parlano bene degli italiani, ne parlano in casa e ricordano i loro nonni Ascari, morti senza paga nei campi di battaglia dell’Italia.  Non hanno alzato la voce sui danni di guerra come ha fatto la Libia, non pretendono risarcimenti sulle leggi razziali del fascismo. Ma da quelle parti, Berlusconi non va in visita, perchè non hanno petrolio e neppure denaro da investire nelle aziende italiane in difficoltà o forse perchè sono meno arroganti e vicini. Tre anni fa ero in Eritrea, non c’era l’assalto dei mendicanti, la dignità era nei volti e nelle schiene diritte. Sarà per questo che la vergogna mi prende, anche per quel 71% di italiani, che pensa sia giusto processare i sopravvissuti. Non sarò mai in quel 71%, che mi pesa addosso, ma non capisco più chi mi sta a fianco, lo guardo come un nemico. Penso che prima o poi toccherà a me. E la vergogna sale dallo stomaco e prende il cervello. Ed io che non credo, vorrei un padre Cristoforo che alzasse il braccio e dicesse: verrà un giorno… 

Leggete la cronaca di Ezio Mauro, leggetela come si leggeva Pellico. Leggetela Voi, perchè chi dovrebbe leggere Pellico non sa neppure chi sia stato.

http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/cronaca/immigrati-10/viaggio-morte-italia-mauro/viaggio-morte-italia-mauro.html

Al bar Roma già Talmone, l’happy hour è a discrezione. Sul tavolo tondo, a fianco giacciono, (non scomposte, che non è poi una necessità), carte geografiche, una guida aperta, del ghiaccio che impallidisce l’aperitivo. I proprietari sono entrati a caccia di tramezzini, verdurine, fantasie  di pasta fredda. Il vento caldo fa vibrare una mappa e la x di siete qui si rassicura per rendere la notte meno tremolante. Tornano i guerrieri, forse giapponesi, con due piatti colmi a testa. Non era a discrezione?  E masticando riprende il programma d’assalto alla città.

Per ora una melanzana ai ferri ha assaltato la guida e palazzo Madama pensa a ripulirsi. 

A Grenoble, in rue Rousseau, una piccola lapide ricorda la resistenza ebrea. Presso una fabbrica di môntres e di chincaglierie, si incontravano associazioni, gruppi, maquis ebrei. In questa strada, stretta tra case, resta l’eco delle voci sommesse che scambiavano sogni, paure, speranze. Cosa possiamo pensare ora di quelle vite? Abbiamo agi, non c’è la guerra in casa, le notti sono chiare di luce, e si parla senza precauzioni particolari. Ci difendiamo dal caldo, dai pensieri molesti, dalle zanzare con solerzia e partecipazione. Non sedimenta lo sdegno e ne facciamo giusta rimostranza, anche se lo lasciamo soverchiare da piccole cose senza prospettiva. La giovinezza dell’uomo in pace dura a lungo, protrae le dita verso la vecchiaia, l’abbranca e la tiene stretta, impedendole di infastidire. E’ un’occupazione anche questa. Ma la nozione di valore si allontana, tutto scade nell’immediato, si consumano i riferimenti con le ore di luce. Vien da pensare a come viveva il guerriero che intervallava il rischio di morte con le molte giornate d’ozio e la sua vita aveva senso se rispettosa dei pochi ideali che davano coesione ad una classe. La vita contava molto e poco, rispettava le cupidigie, si calava nell’ingiustizia, reimbiancava il proprio sepolcro di ori sottratti agli sconfitti, ai santi e ai poveri. E tra le virtù del potere c’era il muovere gli umani verso una speranza condivisa.

Poi il peggio diede misura di sè facendo emergere crudeltà inattese e il gruppo di ebrei che si riuniva tra banchi di lavoro, si trovò a difendere un diritto, un mondo nuovo che non rigettasse del tutto l’antico. Erano giovani, molti di loro non avrebbero visto la fine della guerra. Forse lo sapevano pur pensando e sperando il futuro,con la leggerezza dell‘essere giovani e già importanti per le idee che avevano. La lapide appresso, fa sentire il ritmare degli stivali della gestapo, le grida soffocate delle torture, i campi in cui sarebbero stati uccisi.

Non voglio chiedermi se queste morti, ora così mute, abbiano avuto troppa fiducia in chi li avrebbe seguiti. Vorrei per loro l’abbraccio grato e antico che li chiami, a noi immeritatamente, Benedetti. Per quanto ci hanno dato, compreso il lusso dell’indifferenza di adesso. 

Ed è bello pensarli con la febbre importante dei giovani, a progettare e amare, perchè finisse lo scempio. Adesso molti, importanti non lo sono mai. Neppure a se stessi.

La bottiglia dell’ Orangine è meno slanciata di quella più alta, femminile, dai fianchi sinuosi, dell’aranciata San Pellegrino. Però consumata all’ombra di una cattedrale, con gli occhi di qualche bambino disfatto dal caldo e dai genitori che ti guarda, ha il potere di evocare l’infanzia. La mia infanzia anagrafica è lontana, era un tempo in cui molto veniva vissuto per antagonismi, ma quali erano i miei sapori bambini? Facendo una selezione sui sapori desiderati, su cui si poteva piangere e far capricci (e comunque esterni alle preparazioni di casa) ne è venuta una mappa:

L’aranciata San Pellegrino fresca e consumata su tavolini tondi di alluminio, era l’estate, la scelta dei genitori e una sosta per quei bimbi sudati e riottosi. L’ho amata come una carezza della mamma.

Il chinotto Recoaro, dalla bottiglia scura e agile, era l’alternativa salutista alla Coca Cola (gli americani erano così bambinoni e trasgressivi da giustificare qualche dubbio nei genitori) e un peccato di gola temperato dall’amarognolo. Che, come si sa, fa bene anche allo spirito. E’ un gusto che resta ed ancora lo cerco anche se, adolescente lavoratore, mi causò qualche problema intestinale da eccessi, ma questa è un’altra storia.

La principessa era la Cedrata Tassoni, maiuscola sin dal nome, non si associava a nulla, viveva in sè e si lasciava bene con condiscendenza. La bevo anche adesso, a volte per vedere la faccia del barista.

La birra in modica quantità la bevevano anche i bambini, soprattutto se c’era un nonno che te la faceva assaggiare. C’è un sapore che d’estate amo ancora ed è  quello della birra alla spina corretta con un poco d’anice. Anice e acqua in questa parte d’Italia si sono sempre consumati assieme. Addirittura al Pedrocchi era un diritto degli studenti, servito gratis, assieme al quotidiano. Ma nella birreria Pedavena, sul tavolino di marmo, era un sapore da uomini. E cosa vuol di più un bimbo, se non diventare uomo prima del tempo?

La spuma nera, chiara, arancio, rossa, puntava sui colori che dovevano  farla essere altro. Era già un passo in più rispetto alla gazosa, ma lo sapevamo tutti che era l’alternativa povera alle bevande blasonate. E che non ci raccontassero storie…

Le acque frizzanti venivano preparate in casa, la San Pellegrino era riservata ai pasti al ristorante. Qui c’erano due scuole di gusto e pensiero: l’Alberani e l’Idrolitina del cav Gazzoni. A me piaceva la prima, sembrava frizzare di più e a casa d’amichetti le discussioni, bevendo, fervevano, spesso sfiorando la rissa.

La carne in scatola: Simmenthal e Montana, trascuro i beef, pastoni americani, che non hanno mai sfondato sul serio. Con la prima riuscivano perfino a farmi mangiare l’insalata, mi piaceva la gelatina e il salato anche se di carne nelle scatolette, ce n’era poca.

Il cremino Ferrero. Eh sì cari miei, prima delle tavolette e dei Kinder, la Ferrero faceva cioccolata con chissachè dentro, ma si sentivano le nocciole ed era sapore cioccolatoso da pane fresco. Merce da fornaio, per fami pomeridiane da strada.

Il budino Elah, il principe dei dolci estivi, freddo come un assassino, a cucchiaiate larghe e tonde, direttamente dalla zuppiera o dalle scodelle. M’hanno sembre beccato quando facevo le incursioni prima di cena, chissà perchè. La nonna ci faceva anche una zuppa all’inglese con l’alchermes Bertolini. Anche quella servita fredda e un po’ preclusa alle grande quantità visto che era alcolica, ma si rubava più facilmente essendo pareggiabile, eccome si rubava…

La stessa Elah faceva una caramella mou da appiccicare a palato e denti. Credo fosse finanziata dai dentisti poveri, per la loro gioia e per le nostre pene domenicali e notturne. Chè le carie sono di  loro natura malvagie e scelgono i momenti più devastanti per manifestare la presenza, ma questo non si impara. Neppure con l’esperienza

La Coppa del Nonno Motta, era il massimo dei premi serali, una passeggiatina da piccolo lord,  l’apparente star buoni, l’arrivare composti tenendo a freno le gambe. E si gustava seduti. Però… pensandoci la classe indotta mica era una fantasia.

Gli altri gelati e cioè il pinguino, la cassata, la pallina di cioccolato e vaniglia/crema erano confezionati dal gelataio. Così come l’altro principe dell’estate, ovvero il ghiacciolo che si mangiava e succhiava fino all’ultimo residuo di ghiaccio, utile da buttare giù per la schiena all’amichetto vicino. Crescendo si sarebbero scelti altri percorsi per il ghiaccio.

Fece allora, la sua apparizione un gelato che non era, né Motta (buonissimo il fiordilatte), né Alemagna (una coppa discreta), era il Camillino di una certa Algida. Si diceva che, pur essendo buono, non le avrebbe permesso di fare molta strada. Poi è andata come è andata…

Una citazione speciale la meritano i Lazzaroni, non perchè fossero biscotti estivi, anzi d’estate i wafer erano a rischio scioglimento, però per forma, fattura, crema e contenitore (scatole di latta, con il coperchio col vetro) erano l’eccellenza biscottosa. Li andavo a prendere dalla fornaia e a far mettere in conto, a numero, non a etti. Sono ancora il mito della mia infanzia.  Ma al mattino, col caffelatte, imperversavano i petit beurre, le marie, gli oswego, tutto in modica quantità in modo da non far cessare il desiderio di peccare col barattolo.

Anche la Saiwa si difendeva bene e devo dire che i wafer passati in frigo erano da sballo con il caffelatte freddo. Purtroppo anche questi pochi rispetto al desiderio. In compenso, adesso, nel mio frigo ci sono sempre.

Il tamarindo della Carlo Erba, da diluire con l’acqua fredda. Era buono, faceva bene non so cosa, si beveva anche con l’acqua frizzante. A litri. Per rubare qualcosa alla mamma l’ho bevuto anche puro dalla bottiglietta, credo sia per questo che il sapore lo conservo tra le cose importanti delle vacanze al mare.

I fruttini Zuegg, compresa la cotognata, rivaleggiavano nel pomeriggio con il burro e zucchero nel panino fresco, ma avere un pane in una mano e un fruttino nell’altra da sbocconcellare alternativamente, sembrava da adulti. Anche perchè l’ultimo boccone doveva essere dolce e la funzione educativa del farsi bastare il fruttino, passava nell’imprinting.

Le sardine in scatola Arrigoni, erano il pasto della fretta (mia mamma lavorava) , ma quanto mi piacevano, anche per il loro rituale d’apertura della scatola con una chiavetta che tendeva a rompere la linguetta da avvolgere  e a rendere difficoltosa la cena. Volevo far io e lo scappellotto era d’obbligo quando per mangiare si doveva prendere la pinza.

Infine, ma solo perchè sono stanco di sapori sovrapposti, chiudo con il principe dei panini estivi: la rosetta con tonno e cipolline, confezionata al momento dal casoin, il salumiere, che veniva osservato e spronato ad aggiungere (zontare) mentre dalla scatola di tonno da 3 kg, estraeva i pezzetti. Le bave alla bocca fino al primo morso e alla prima macchia sulla maglietta. Certe patacche da sopportare con cristiana indifferenza,  ceffoni educativi  compresi.

Temo continuerà, altro urge e poi, come diceva un carosello anni ‘60, con la carne Montana che stringo vengon tutti a mangiare con Gringo.

Per qualche giorno me ne vò, cercando chissà  chè.

E Voi sforzatevi, imponetevelo, fate che sia un moto naturale, ma state bene. Che è l’unica cosa che poi conta.

A presto.

willy

Ci sono quelli che ti mostrano la carta d’identità, le foto belle e la casa che hanno fatto. Devo annuire, usare aggettivi crescenti anche se le case altrui mi hanno sempre imbarazzato: preferisco guardarle da me. Cerco di avere scarpe pulite e di non adoperare il bagno e quando mi fanno vedere le bellezze accumulate dico bello, ma poi mi stanco.

Asociale e ignorante…

Ci sono quelli che ti dicono: sono così. Ed è vero, perchè si attengono alla immagine che si sono costruiti. Abbastanza si attengono. Non sono curiosi di essere altro e soprattutto non ti dicono: non badarci.

Esigente…

Ci sono quelli che non li devi scoprire: ti raccontano tutto, anche quello che non vuoi sapere. Porgono desideri come desserts, dicendo: mangia pure, ricordati che sono miei e se li mangi diventeranno tuoi.

Generosi…

Ci sono quelli che stanno zitti, vogliono che tu indovini cosa vorrebbero e quando non succede s’arrabbiano, perchè non gli dai attenzione.

Egoista…

Vorrei un futuro dipinto con pennelli di martora fine, guardare case vuote che si riempiono piano, ascoltare discorsi densi, sorseggiando aperitivi. E a notte salutare, sperando si ripeta.

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