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Vogliono colpire i diritti delle donne
di Emma Bonino
E se si fosse trattato di un farmaco innovativo per la cura della prostata anziché della RU486, avremmo avuto tutto questo fuoco di sbarramento? Credo proprio di no. Ma quando si tratta della donna, allora predomina ancora una cultura che impone per noi dolore e sofferenza fisica. Come nel caso dell’aborto, nonostante la legge 194 già prevedesse per gli enti ospedalieri di tener conto del progresso tecnologico e delle nuove tecniche meno intrusive e violente.
L’Italia è davvero un paese bizzarro. La politica entra in settori che non dovrebbero riguardarla. Ed infatti questo farmaco è stato vietato in Italia proprio per veti della politica di stampo più clericale, quella che si arroga il diritto per esempio di stabilire se si possono e devono impiantare 3 o 5 ovociti, se idratazione e alimentazione forzata siano un intervento sanitario o meno… In questo caso, per condizionare l’Agenzia del farmaco si è risorti pure ad una discutibile contabilità dei morti, la cui “presunta connessione” con la RU486 sembra valere solo in Italia. In nessun altro paese questo ha rappresentato un ostacolo alla registrazione del farmaco e il dossier completo è noto da tempo.
Insomma invece di limitarsi a stabilire il quadro normativo, la politica entra nel merito delle cure o delle terapie, normalmente nel tentativo di svuotarne i contenuti e comunque di limitare la libertà di scelta delle persone e delle donne in particolare.
Il risultato di tante interferenze politiche, e non, è che il via libera alla RU486 arriva in Italia con venti anni di ritardo rispetto a Francia, Svezia e Regno Unito, con dieci rispetto agli Usa. L’EMEA, l’Agenzia europea del farmaco, ha approvato già nel 2007 la nuova scheda tecnica della RU486: a questo punto la decisione dell’Aifa è al limite un atto dovuto.
Se si vuole ridurre davvero il ricorso all’aborto allora la strada maestra è quella di promuovere la contraccezione e i metodi per la procreazione responsabile, realizzando specifiche campagne informative e pubblicitarie.
Certo, se poi c’è chi si oppone anche a questo, compresa la pillola del giorno dopo, allora la strada diventa tutta in salita.
Insomma ogni giorno peggio, scomunica compresa. Bisogna quindi reagire riprendendo con forza le battaglie laiche (e per questo profondamente religiose) per la libertà di scelta delle persone compresa quella di cura e di terapia. A partire dall’imminente passaggio alla Camera dell’ incredibile testo “etico” varato dal Senato. O si appresta il PD a ripetere le contorsioni già viste in base all’ “opinione prevalente” delegando ai radicali un’appassionata e netta battaglia parlamentare?
Marino: «Ho visto le donne morire di infezioni. La pillola abortiva è sicura»
…
Il tema che tiene banco oggi però è quello della pillola abortiva. Gliene domandano a Napoli. Marino è cattolico. Il Vaticano ha annunciato la scomunica per chi ne farà uso. Cosa pensa? «Sono stato studente di medicina negli anni 70, ricordo giovani donne con l’utero perforato dagli aghi delle mammane. Non dimentico il volto delle ragazze morte per infezione. Da credente penso che uno stato laico debba avere una legge sull’aborto. La 194 è una legge equilibrata. L’aborto è un dramma che solo una donna può capire fino in fondo. Da medico dico che quando la decisione è presa spetta al medico ascoltare la donna: se per qualche motivo non può subire interventi, non può essere sottoposta ad anestesia il medico deve illustrarle le possibilità che la medicina offre. Ci sono 39 trials internazionali con studi Cochraine sulle due molecole che producono effetti abortivi. Ne confermano la sicurezza. La pillola ha avuto l’approvazione della Food and drugs adm. Che si è basata su 500mila casi clinici in 12 paesi. Gli ‘eventi avversi’ – l’esito tragico – sono 607 su 500 mila, tutti dovuti ad infezioni ed emorragie avvenute in condizioni logistiche e igieniche diverse da quelle che prescrive la legge italiana. A casa, per esempio, e dipende da dove hai casa. Dunque il farmaco può essere somministrato con sicurezza a due condizioni: che sia il medico a prescriverlo, che il decorso sia controllato in ambiente clinico appropriato. Altre considerazioni non dovrebbero aver luogo».
31 luglio 2009
Accolgo la sollecitazione di Tereza (http://tereza.splinder.com/) sui 5 libri per la mia estate, sperando non siano solo questi, ma devo dire che limito a fatica l’ ingordigia che mi prende in libreria:
Luca Rastello: Piove all’insù
boringhieri
Un libro “cuore” degli anni ‘70, ovvero l’apprendistato ad arrivare alle delusioni dell’oggi. Scrittura bella, a tratti sorprendente.
Michela Marzano: Estensione del dominio della manipolazione
mondadori
a dispetto del titolo, è un libro che prende, gradevole e profondo, non a caso la “ragazza” è annoverata tra i 50 pensatori oggi più influenti in Francia. E farebbe bene assai anche in Italia pensare a ciò che dice.
einaudi
Marias fa bene alla testa, ti prende per mano, ti fa guardare oltre il dito e non ti lascia solo davanti alle parole.
mondadori
non ho aggettivi, mi spiace solo che ci scordiamo del patrimonio che abbiamo senza meritarlo.
bompiani
Riprenderlo in mano aiuta a correggere le traiettorie dell’abitudine, non risolve, ma conforta.
Per ora questi, potrei aggiungere Stabat Mater di Scarpa, o Achille Campanile, titoli vari, ma avremo tempo di riparlarne.
Stamattina ci siamo ritrovati. Le altre volte era per mangiare e ridere assieme; con i racconti di sempre, con la presunzione di conoscerci, con gli allegri capri espiatori che tengono assieme i ricordi e il presente.
Ma le vite sono altra cosa dal lavoro.
Molte persone immerse in un caldo allucinante, quel figlio cresciuto, il marito, i parenti. E noi con i nostri pezzetti di ricordo e di vita. La domanda sul perchè, neppure affiora: è talmente incongrua da non essere articolata. Durante i saluti, mi sono distaccato in cerca d’ombra e da lontano vi ho visto: un gruppo legato che sbanda sotto il sole, porta parole imbarazzate a zonzo, addolorato profondamente, sorride e con discrezione fa capire che la vita continua.
L. mi ha detto che ha sofferto tutto quello che c’era da soffrire, che gli sono stati vicini. E ancora quella domanda incespica sulle labbra e si spegne, perchè non c’è risposta e la solitudine prende alla gola.
Ma non avrebbe voluto e per quanto conta c’eravamo. A Lei così discreta, questo pensiero d’averci, se l’ha fatto, forse ha fatto bene.
Si cammina su un filo di cotone colorato: un equilibrio precario dove l’intelligenza non aiuta. Se non basta più essere dotati di senso dell’humor, tranquilli ed apparentemente sereni, cosa potrà motivare il vivere? La sostanza degli affetti? No, perchè biglietti accorati accompagnano il gesto d’impotenza del vivere. Si muore per stanchezza, per ansia da richieste incessanti, per il silenzio che accompagna vite vicine ed eguali. Non occorre essere disperati, basta non avere speranza di cambiamento.
Questa è una pessima estate che affianca l’ingiustizia esercitata su chi non può più vivere a quella del fato che colpisce chi vorrebbe avere futuro. Un ragazzo che avevo assunto, una amica d’ anni di lavoro, una notizia che acquista senso, ricordo, volto, mentre rifletto.
Bianco è il colore della morte ingiusta. E non si dismette, anche se a volte s’accantona.
Voci suadenti, ora minacciose, mai convincenti, m’ hanno suggerito d’essere acciaio. Superficie polita in cui far scorrere tutte le lacrime e i sorrisi. E invece ne è nata una vita per pennellate successive, aspettando che la pioggia dell’oblio dilavi e impedisca di essere crosta. Se si mettono in fila tutte le mancanze di coraggio, le incapacità nate nella broda dell’abitudine, avere la forza e la lucentezza non basta: bisogna uccidere i dubbi come i punti neri.
E tenersi una immagine giusta e segreta di sè.
Chi glielo ha detto alla quercia, al leccio di spingersi sino alla riva del mare?
Sono cresciuti incuranti del salso, delle mareggiate d’inverno, del sole che toglie umori e dissecca le radici e per convincerli a retrocedere, il vento li ha accarezzati e percossi senza ritegno.
Inutile fatica.
Finchè due anni fa, una tempesta d’agosto, impaurì e spezzò rami grossi come corpi. Nessuno si ferì e fu fortuna. Constatati i danni la vita riprese arricchita dei racconti di ciascuno. Ma per le querce e i lecci, non era mai cessata.
Chi glielo ha detto alla quercia e al leccio di spingersi sino alla riva del mare?
Fantasma è ciò che torna, ma che non è mai stato. Poteva essere, però qualcosa ha interrotto la possibilità ed ora torna a chiedere conto. In questo essere sostanza del non stato è la paura del fantasma, molto più pungente di ciò che era reale del passato e s’è digerito.
Emergono da vecchie riviste e depliants gli stati dell’arte: la grafica di Atari, db3 per i data base, mathcad4, programmi di scrittura, modellizzazione, giochi. Tutto è stato insuperabile per pochi mesi, poi cancellato dalle nuove meraviglie e scordato. Penso a chi ha lavorato in questo campo, come in altri, dove la corsa non si ferma ed accelera all’infinito. A come si sono sentiti ogni volta, alle notti insonni, alla soddisfazione o alla delusione del gioco dell’oca dei risultati, poi la consegna al marketing, le presentazioni in pompa magna, i gadgets, la corsa all’acquisto. Tutto esaurito in pochi mesi.
Avete presente uno spruzzo di gas freddo nell’aria? Una nebbiolina che si dissolve e lascia un lieve sentore di fresco. Ecco ciò che resta dello stato dell’arte.
Per far collimare desiderio e realtà, manca sempre qualcosa. Un pezzo di software, un cacciavite a stella, la penna giusta per le parole sottili. La nostra vita è fatta di incompletezze, del pressapoco come condizione mentre si anela all’assoluto. Grandi amori, alzate d’ingegno, parole e note definitive, intelligenze senza sbavature. Ed invece viviamo nel mondo di Murphy.
Chi è intelligente al punto giusto accetta e si trasforma in orologiaio, con pazienza assicura tempo equilibrato al meccanismo. Il proprio meccanismo.
Gli altri intelligenti soffrono e lo stupido non capisce.




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