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La scossa venne con uno sciacquio d’acqua, poi sabbia a correre sul muro, e il tempo rallentava con il pavimento che non stava fermo. Mia madre andò nel posto più pericoloso della casa, e comincio ad urlare i bambini, i bambini, abbassando la voce che diventava lamento. La guancia le fece male per giorni, ma non c’era altro modo per smuoverla e neppure vide la mia mano.
Quella sera mi venne a mente mio padre che tranquillo diceva, chissà che venga il terremoto. Intendeva per abbattere le superbie, ma non era così. Anche lui lo sapeva. A questo pensavo mentre scendevo gradini instabili e spingevo tutti. Era appena iniziata la notte e sarebbe stata lunga. Mesi e mesi fino ad oltre l’inverno, con l’impotenza di far finta di niente, aspettando finisse.
I generali valutano le perdite non le possibilità delle vite. Il nostro si è fatto assistere da qualche generale della comunicazione e ha concluso che le perdite della crisi non intaccheranno più di tanto l’esercito del suo elettorato. 500.000, un milione di disoccupati in più, anche disillusi dal presidente operaio, sono meno dei voti immolati negli ozi di papi, questo è il calcolo. Per questo la crisi non esiste, il paese cresce, i giovani stanno bene così. La realtà che non sia quella della vita del capo non esiste. E se qualcuno dice il contrario è un disfattista, un traditore della realtà raccontata.
Anche l’informazione tradisce e se tradisce, che muoia. Di fame.
Stamattina la signora Maria stava innaffiando i fiori del signor Emidio, il suo dirimpettaio assente. Nell’economia disattenta del vicolo è Lei il nume tutelare, lo spazza da cima a fondo al posto dell’igiene urbana che si limita a farsi pagare senza fare, toglie le cartacce, insomma, mantiene il decoro di tutti.
Al mattino mi ha saluta nel modo antico in cui ci si rivolgeva in città nell’altro secolo:
buon giorno signor, come stalo?
Galo visto che ghe xe el sole, se sta cussì ben co sta arieta.
Buon giorno signora Maria, no la se staga dar massa da fare, la ghe ne lassa anca pai spassini.
Cossa volo, so da mi sola, cussì passa el tempo e no la xe fadiga far un fià neto.
Finisce con i saluti ripetuti e un sorriso che per me durerà almeno fino alla prima rotatoria con deficiente incorporato.
La signora Maria ha 85 anni, vive da sola, ed è stanca di stare al mondo, ma ha un sorriso e un tono di voce che danno allegria ed è l’unica che mi chiama signor.
Lo so che non si dovrebbe fare e comunque parlarne non serve: quando ci si incazza è una faccenda personale.
Chiudo la porta, mi calmo e analizzo ciò che è successo, il diniego inatteso, la scortesia e capisco che l’interlocutore/cliente vuol farmi pagare qualche rifiuto passato. Una ripicca, insomma. E siccome può restituire il rifiuto, ora il mio buon diritto non vale nulla.
Davanti ad un no immotivato, cosa può fare una persona paziente e comprensiva? Incazzarsi ed alzare la voce, sapendo che non servirà: fatto.
Da adesso si attende, ci sarà tempo per restituire e l’ira dei buoni ha memoria lunga.
Guardo voi che mi guardate e non indovino dove si poseranno i vostri occhi. Potrei dirvi che raramente accarezziamo le stesse parole, ma far coincidere le attese è cosa difficile, anche quando si pensa di non attendere. Almeno non cerco di compiacere, mettendomi in mostra.
Tell me is love
Still a popular suggestion,
Or merely an obsolete art?
Forgive me for asking
This simple question;
I’m unfamiliar with this part
I am a stranger here myself
Why is wrong
To murmur, “I adore him!”
When it’s shamefully obvious I do?
Does love embarrass him,
Or does it bore him?
I’m only waiting for my cue
I’m a stranger here myself
I dream of a day
Of a gay warm day
With my fate between his hands
Have I missed the path?
Have I gone astray?
I ask and no one understands
Love me or leave me
That seems to be the question
I don’t know which tactics to use
But if he should offer
A personal suggestion
How could I possibly refuse
When I’m a stranger here myself?
Please tell me
Tell a stranger
My curiousity goaded
Is there really any danger
That love his now out-moded?
I’m interested especially
In knowing why you waste it
True romance is so freshly
With what have you replaced it?
What is your latest foibal?
Is Gin Rummy more exquisite?
Is skiing more enjoyable?
For heaven’s sake what is it?
I can’t believe
That love has lost its glamour
That passion is really passe
If gender is just a term in grammar
How can I ever find my way?
Since I’m a stranger here myself
How can he ignore my
Available condition?
Why these Victorian views?
You see here before you
A woman with a mission.
I must discover the key to his ignition
And then if he should make
A diplomatic proposition
How could I possibly refuse?
When I’m a stranger here myself?
http://tv.repubblica.it/copertina/polizia-iraniana-uccide-una-ragazza/34140?video
Neda avrà sempre 18 anni, come per la ragazza che correva in Viet Nam scappando dalla guerra e dal napalm, o come il ragazzo che stava fermo davanti ad un carro armato in Piazza Tien an Men, o come il rogo di Jan Palach, o i ragazzi delle strade di Gaza portati a spalle verso un cimitero. O tutti gli altri giovani così pieni di vita, di idee, di amori, paure e vita quotidiana che non si accontentano del presente e pensano di mutare le loro vite. Il mondo irrompe nelle nostre vite, anche se vorremmo chiuderci nelle case. Irrompe e ci pone domande non banali, su cosa sia libertà, perchè vivere in un regime è intollerabile, come avere giustizia, se sia morale essere uccisi, o incarcerati, o tacitati, o impediti semplicemente d’essere.
Ci sono minorenni e giovani ragazze che percorrono le piazze, lottano per cambiare e noi ci perdiamo tra prosseneti e ragazzette offerte al principe per avere favori truffaldini.
Si respira un’aria greve, come il peggio non finisse, ma avvitasse su se stesso. Chi ha conosciuto altri momenti può confrontarli,rimpiangerli, ma chi per età o per distrazione ha vissuto priorità diverse, cosa può pensare? Che è tutto indifferente, che le cose non stanno andando male. Almeno non più di altri momenti, che le parole importanti sono vuote e non così importanti. C’è un problema che a noi tutti da bambini, faceva perdere la testa, ed era quello della vasca da bagno con lo scarico aperto: i rubinetti buttavano acqua a più non posso, lo scarico non ce la faceva, la vasca conteneva 100 litri e sarebbe traboccata. Quando? E mentre noi cercavamo di capire quando il disastro si sarebbe abbattuto su quella casa, nessuno pensava che qualcuno, magari la padrona avrebbe semplicemente potuto chiudere il rubinetto, lasciar scorrere l’acqua e pensare che se non c’era lei tutto andava a rotoli. Questo basterebbe cari D’Alema, Veltroni, Rutelli, Franceschini, ma siamo al tempo in cui ciò che deve accadere, accadrà e visto che il problema non l’abbiamo risolto, ci bocceranno tutti.
da “la Stampa” del 19/6/2009
Villa spericolata
(Articolo da cantare, stonati compresi)
Voglio una villa maleducata – con la piscina piena di gin – voglio una bionda super truccata – con cui giocare insieme a nascondin – voglio una villa che non è mai tardi – per far scoppiare in spiaggia due petardi – voglio una villa con le veline vestite da camerieri sardi.
E poi ci troveremo io Alfano e Ghedin – a cercar foto sconce sotto i cuscin – ma forse non le troveremo mai – e allora amici cari saranno guai – mia moglie furibonda – la Cia che mi sfonda – e tutto il mondo a farsi sempre i fatti miei, eh. Voglio una villa spericolata – con Smaila al piano e Bondi al clarin – voglio una pillola esagerata – che mi faccia i muscoli di Obama e Putìn – voglio una villa che non è mai tardi – per travestirsi tutti da ghepardi – voglio lanciar reggiseni in un cespuglio di cardi.
E poi ci sposteremo a palazzo Grazioli – per mangiar con le amiche pizza e fagioli – ma non la digeriranno mai – vorranno un diamante o una fiction in Rai. Ognuna col suo book – ognuna col procuratore – ognuna avrà un registratore per farsi i fatti miei, eh.
Voglio una villa maleducata – dove sposare una disoccupata – voglio un Paese che se ne frega – e guarda i tiggì senza fare una piega – voglio un Paese che sia pieno di tordi – li voglio ciechi muti e pure un poco sordi – voglio un Paese che di me non si scordi.
(Grazie Vasco, e scusa per lo scempio).

L’occasione, non è l’attimo che fugge, ma la nave che s’ annuncia per tempo e ci passa davanti, lenta, col suo carico di storie e possibilità. E noi non riconosciamo che quella è un’occasione, guardiamo la nave come fosse la luna e ci pare talmente grande da contenere tutti i futuri che non ci riguardano. Di tutte le relazioni che contiene -e che magari ci riguardano- pensiamo che la nostra storia sia tanto forte da soverchiare tutte le storie che incontra.
Così ragiona con noi, la nostra storia, seduta sulla bitta, mentre pensa di poter costruire da sè la nave per navigare come e quando vuole. E non si rende conto di quanto intrecciate siano le nostre vite e di come il passato continui ad alitare sul presente in un nodo, che anche quando viene sciolto, conserva traccia e debolezza. Per staccarsi dal passato dovrebbe prenderla quella nave, accettare nuovi intrecci ma è per presunzione o per incoscienza che non sale? Forse è solo paura mascherata o fiducia cieca sulla propria unicità. Oppure la paura di lasciare quella banchina da dove sembra sempre di poter partire e vivere un viaggio totalmente nuovo.
Solo quando un filo di fumo si scioglie con l’orizzonte capiamo che invece è passata la nave del presente, portandosi dietro una possibilità di noi: quella a cui tenevamo di più.




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