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Amica mia, tu mi parli della tua tristezza come di qualcosa che cresce dentro, fino a diventare una seconda pelle. Invece io penso che la tristezza puzza, ma basta lavarsi e tu la confondi con la melancolia. In questo ti sbagli perchè la tristezza passa mentre la melanconia è modo di vedere il proprio limite e con cui si può vivere tranquillamente, ma non passa. La melancolia consente di guardare il mondo e ascoltare gli altri senza pensare troppo ai fatti propri e non impedisce di essere felice. A me succede così e l’entusiasmo a volte, mi prende e corro forte, ma davvero forte e altre volte guardo il cielo, felice di essere fermo. Il fatto è che ho scelto di vivere e questo comprende tutto il campionario e quando sono incasinato, non scappo. E’ vero che alla fine ci si impara a curare e a gestire gli equilibri, ma questo non mi ha salvato e i ceffoni non sono mancati. Qualcuno l’ho cercato, altri sono arrivati immeritati, però quello che non uccide, fortifica. Posso solo augurarti la felicità che serve e di mutare la tristezza in consapevolezza. Come lo auguro anche quelli che non sono pessimisti, ma semplicemente sanno come va. Per il resto ognuno si rinnova come sa e come può, ma credimi la tristezza passa se non ci vuoi vivere assieme.

li ho persi tutti,

i treni,

non mi sono mai mosso,

eppure mi salutavano, tristi o felici

da finestrini appannati.

Li ho fatti partire,

fermare, deviare

conosco gli orari

il prossimo domattina.

E’ bello sapere

che ho un’altra occasione.

Lui aveva un’amante.

Un buon lavoro, una moglie, una casa, due bambini. E adesso aveva un’amante.

Spesso andava a Milano, apriva il net pc al ritorno e guardava i messaggi, le lettere, le foto. Guardava, pensava, chiudeva. Poco prima di Bologna prendeva il cellulare, chiamava a casa, ascoltava i bambini che vociavano entrambi. E lui li quietava, o almeno ci provava, pensando alla domenica, al verde, alla casa in collina della zia. Poi parlava con la moglie, rispondeva che no, non mangiava neppure stasera. Sarebbe rientrato tardi,ma che non si preoccupasse. E alle rimostranze di lei, manteneva lo stesso tono, ci sarebbe stato tempo per loro, per i bambini, che crescevano e lo adoravano. Si certo lo sapeva, che chiedevano di lui, domattina li avrebbe svegliati e poi portati a scuola. Buonanotte adesso, che non l’aspettasse sveglia, avrebbe fatto tardi.

Lui aveva l’amante.

Il vagone era sempre affollato, facce disfatte, pensieri come olio. I pensieri dei vagoni imbrattano tutto, sono una patina che entra dentro i polmoni con l’aria, si appiccicano al viso con gli sguardi e per pulirsi, si guarda altrove. Si guardano i pensieri degli altri. Davanti una coppia, lui giovane, lei ragazzina, giocavano con la stessa playstation, le cuffie collegate allo stesso ipod. Più in là, un completobluarighe, sfogliava e sottolineava fotocopie, ogni tanto alzava lo sguardo: dentro c’era la storia nera della vita. Non vedeva molto oltre, colori e visi che oscillavano: gli sembrava che il vagone ronzasse con i discorsi  spalmati strato su strato a risuonare. Come una cassa armonia di plastica per lamine di carillon, a basso prezzo. Non c’era particolare attesa per la stazione ormai vicina. Alcuni erano in piedi e lui aveva tempo per pensare, non per dire, solo per pensare cose lievi. Senza importanza. La vita e l’amante. Chissà quando avrebbero avuto dei giorni assieme. La strada fuori della stazione era piena di giallo: lampade al sodio, semafori lampeggianti, l’insegna dell’hotel Bristol. Non aveva mai dormito in quell’hotel, ma era il posto degli incontri d’affari vicino alla stazione. Chissà perchè lo accostò all’amante. Quel legno all’ingresso, le chiavi con portachiavi pesanti come l’anima che non decide. Aveva voglia di sole, di tragitti lunghi, di vacanze. Un’ansia di libertà senza oggetto. Dietro di lui il gessatoarigheblu parlava al telefonino, lo vide avvicinarsi ad una macchina, poi deviare verso l’albergo, sostenendo due conversazioni, entrambe concitate.

 

continua, forse altrove,

La neghittosità del tratto, il silenzio e le perle buttate con noncuranza, l’arte somma del lasciar parlare l’evidenza al proprio posto. Un tratto, una riga ambigua, una foto esplicativa dell’hortus conclusus del proprio pensare. Dire? Il valore quando riconosciuto, verrà sancito da pochi vocaboli: la concisione è virtù preclara. Ma non è tutto virtuale, chè poi le comunicazioni dirette funzionano e ciò che interessa viene mantenuto attivo per altri canali. L’umano bisogno riemerge, si lascia solo cadere il contorno, e ciò che non è superfluo, rimane. L’assenza di blogroll, rimette al suo posto la cosistenza delle amicizie, nessuna confusione con la realtà.

Eppoi l’aristocrazia tiene a mente, non ostenta, dice e non dice. Ma soprattutto guarda e lo sguardo pesa.

Tre parole che verranno dette dal presidente del consiglio: la festa della libertà , mi hanno fatto capire che lo scippo è in atto. Partito della libertà e festa della libertà, vi dice niente?

C’è una Libertà che non appartiene, una Libertà che è religione, nell’accezione di Croce, una Libertà che non potrà essere se non condivisa. Di questa Libertà quasi 100.000 partigiani sono morti. Sapendolo o non sapendolo. Questa è la differenza tra chi sente che la Libertà è di tutti e quelli che la mettono nei simboli, ma non nell’agire quotidiano.

Mi piacciono i ritratti dei fotografi dell’est, quelli dove emerge la persona, senza inutili allegrie  e neppure molte cose da mostrare.  I bianchi e neri scabri, fino al morbido dei grigi, i colori che  sono quelli di Feininger, dell’america postbellica, le luci gialle, crepuscoli freddi con rossi Agfa, più densi e meno brillanti dei Kodak. Parlare di dominanti azzurre o rosse, è fuori luogo: nell’era del foto ritocco digitale è la testa che conta, e il cuore. Se la tua porta è arrugginita e mobili di legno, inutilmente massiccio, è difficile mettere il futuro nelle cose, è possibile solo  investire sui volti, sulle persone, sui paesaggi che fanno emergere dialogo e anima. E anche i nudi sono senza le temperature di colore del benessere, patine di latte acidulo e odore di cavolo e borsch dalla cucina. Nel corpo, pensiero e parola.

Adesso mettendo le mie scarpe ad allineare i passi potrei riscrivere le parole che stanno sopra in altro modo, con mezzo viso verso est, porte che sbattono, serrature malferme, macchine fotografiche sempre un poco arretrate.

Ti farò famosa. Felice? Nò, solo bella. Non ritoccherò la linea della bocca, così irregolare da sorridere anche se non vuoi. Arretra un poco, lì tra la finestra e il letto, e dimentica tutto. Non pensare a play boy, e neppure a chi ti ha fatto l’amore ieri, scordati il seno, guarda me per vedere il tuo volto. I sogni che hai già speso, quelli che verranno rotolando ogni mattina. come biglie da fiera. Devi pagare l’affitto, i libri.  Che cazzata questa voglia di capire, ecco adesso lo sai, se sei magra non è per caso. Ma sei tu, senza alcun peccato rimesso, con qualche genitore sperso e fratelli che vorrebbero denaro. Sei tu che non hai voglia di fingere, sei tu che ti mostri e non ti offri. Fa freddo qui dentro. Facciamo queste foto. Poi ti mostrerò chi sei.

Nel grande vaso degli aromi c’è uno sgomitare di crescite competitive, qualche atomo si inala in quest’aria che promette bene: ferormoni e grande attività d’insetti. Guardando dentro, i nodi evidenziano consistenza e possibili intrecci: topologie risolvibili. E’ stagione di positività generatrici di forza, ne abbiamo bisogno per piegare i flussi che deviano le nostre vite. Concretezza è stendersi sotto un albero, su una spiaggia, sedersi al bar davanti alla vetrina e guardare fuori, lasciando che la consapevolezza entri. Il pil personale non diminuirà. Anzi.

E anche gli abbracci sanno d’erba bagnata.

Ho preso la decisione di celebrare il 25 aprile, anche se dove sarò lo comunicherò più avanti. Credo che ci sia bisogno di dire qualcosa, perchè di questa festa non se ne appropri soltanto una parte”.

Il presidente del consiglio, non può celebrare, può festeggiare il 25 aprile assieme a quella parte del paese che si riconosce nei valori della Resistenza e della liberazione dell’Italia  dalla dittatura fascista. Il 25 aprile è una festa di parte a cui si aderisce se si condividono principi e valori nati in quel momento storico. Altrimenti ci si tengono le proprie idee e si sta a casa. La democrazia è anche questo: poter avere idee differenti e non aderire.

Il fatto che i liberali e gran parte del paese stettero alla finestra durante il regime, che le leggi razziali passarono senza proteste, che poche e flebili, furono le voci della borghesia e che solo una parte si riconobbe poi in Giustizia e Libertà, questo fu determinante per il movimento di liberazione come lotta di popolo.

Per tutti questi motivi e molti altri chi festeggia la Liberazione dal Nazi Fascismo è persona di parte, che è contenta di ciò che è accaduto, che non rimpiange il fascismo e oltre ogni retorica sa cosa può accadere quando la libertà non è più così necessaria per la maggioranza dei cittadini.

Berlusconi non ha mai festeggiato il 25 aprile, ci sarà stato qualche motivo importante che gli ha impedito di aderire, se adesso avverte il bisogno di dire qualcosa, speriamo dica cosa pensa della Resistenza e del fascismo, così si potrà capire se questa è anche la sua festa.

Il ministro La Russa, invece, sostiene che “I partigiani rossi meritano rispetto, ma non possono essere celebrati come portatori di libertà”. A quando la proposta di espellere i partigiani rossi dalla Liberazione, per portarci dentro i miliziani di Salò o magari riconsiderare la benemerita azione contro i rossi delle brigate Koch, Carità,  Muti e via andando? E’ interessante che un ministro, che in altri momenti è stato epigono della parte sconfitta sul campo e dalla storia, decida chi ha fatto la resistenza e liberato dal fascismo il Paese. Forse bisognerebbe spiegare a La Russa che lui, ex missino, in questa democrazia “rossa”, può essere ministro dopo essere stato all’opposizione, mentre nel regime fascista chi era all’opposizione finiva in carcere e al confino, non al governo.

Capisco l’imbarazzo e non trovo altra soluzione: restate a casa, ad ognuno i suoi morti e le sue glorie.

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