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Sui cancelli della fabbrica vuota scolorite bandiere sindacali penzolano sfilacciate. Chissà dove sono ora i lavoratori, come procedono le storie individuali, i figli da mandare a scuola, il mutuo o l’affitto da pagare, l’idea di aver perso non una battaglia, ma la guerra della vita. Competenze disperse assieme alle abitudini, il fare dissolto in un nuovo fare qualunque. Ogni mattina, per anni, ci sono stati i volti di chi stava a fianco nel capannone, qualche intreccio personale, i racconti dei figli, delle domeniche e degli amori durante la mensa.
Passando distratti, si rimuovono i piccoli dolori altrui, le esistenze singole spezzate, si pensa che un nuovo equilibrio, comunque, l’avranno trovato.
Con il letto caldo e il caffè al mattino, nelle nostre case le finestre attutiscono il tempo atmosferico e quello sociale: per fortuna non è toccato a noi, poveretti…
E il pensiero si scioglie in una vaga inquietudine di fondo, un malessere che non emerge e lega e che non farà fare alcuna protesta vera.
E’ toccato ad altri, speriamo, tiriamo avanti, passerà.
E la vita non muta, c’è solo questo disagio che non è solidarietà, che non è difesa, che fa vivere giorno per giorno senza progetti.
Basta cambiare strada e tutto farà sempre meno male, finchè il tiro non si avvicina davvero. E allora sarà troppo tardi.
Chissà dove sarà finita Vincenzina.

Gli uomini nell’eleganza innata, hanno tocchi consapevoli di civetteria. Una sciarpa fantasiosa, la galabejia con la riga ricercata, il turbante appena più grande.
Hanno una dimensione pubblica, gli uomini, e lo sanno. Anche quando chiedono - e lo fanno in continuazione - perchè fa parte dei rapporti con noi e non si offendono se si dice di nò. Solo se li scambi per truffatori, si arrabbiano perchè loro commerciano anche il niente, per il gusto di contrattare e di vincere una contesa. In fondo è questo che li contraddistingue: una serie di piccole vittorie. E conoscendo il punto di caduta al di sotto del quale non andare, sopra c’è la misura della momentanea vittoria, la soddisfazione di correre sulle ninfee senza bagnarsi.
Mi sono messo la galabejia, uno zucchetto ricamato e un turbante bianco, ma non è la stessa cosa. Che mi manchi il bacino in avanti dell’indossatrice?
Staccando un pezzetto e ascoltando i denti, il piacere inizia nel mordere e poi si colloca tra lingua e palato a sciogliere lento: 100% cacao blend peperoncino rosso.
Peccatucci da sera incipiente che riguardano te solo e lasciano un dolce-amaro senso di colpa che piano si diluisce nel caffè.
Ristretto, amaro, ultimo. Per oggi solo piacere puro.
Franceschini ha sciolto il governo ombra
Il lago Nasser si estende per oltre 500 km a sud di Assuan. In Egitto bisogna rovesciare i concetti di alto e basso, perchè conta il fiume e il basso è verso nord e l’alto verso sud. Siamo poco sopra il Sudan e questo è l’alto Egitto, per gli egiziani da sempre è così. Il tempio di wadi el sebua è della prima era Tolemaica. A confronto con Saqqara sembra costruito l’altro ieri. E’ coevo a quella che era allora l’europa della Grecia classica, da poco i Persiani erano stati sconfitti a Platea e Pitagora discettava in Puglia, vietando le fave ai propri adepti. Venendo da Abu Simbel, nulla ti può sconvolgere. Anche qui il solito Ramses II, i soliti dei e la solita barca solare, tutto più piccolo, solo i capitelli delle colonne sono diversi: più elaborati con l’influenza greca ad intromettersi tra il loto e il papiro. In una camera stretta, a lato del sancta santorum, la figlia di Amon viene raffigurata placata dal babbuino. E’ un bassorilievo inatteso di grande delicatezza e forza, inaspettato. La storia che ci sta dietro è pressapoco questa: il padre, Amon, era disgustato degli uomini e lei vedendolo contrariato, s’era messa in testa di risolvergli il problema. Per cui, trasformata in leonessa, andava in giro a sbranare chi trovava sul suo passo. Il sangue, ad un certo punto, l’eccitava così tanto che non si fermava più e la razza umana diminuiva a vista d’occhio. Amon comincia a preoccuparsi, ma la figlia non risponde ai richiami e ammazza a più non posso. Allora chiama il babbuino e gli chiede di intervenire dicendogli pressapoco così: fai qualcosa perchè questa ci lascia da soli e che fanno gli dei senza gli uomini con cui divertirsi? si annoiano. Allora babbuino caro, pensaci tu per favore. Il babbuino si provvede di un otre di vino, due coppe e aspetta la leonessa, tra le palme. Intanto fa l’indifferente, sbevazza, fa un poco il pagliaccio e la leonessa si ferma, guarda e sorride, accetta il vino che le viene offerto, assomiglia al sangue, è buono. Bevi tu che bevo io e alla fine ridendo si addormenta. Quando si sveglierà penserà ad altro e un pò di umanità è salva: si è rotto il circolo del male. Dobbiamo pensare che Amon non aveva mica preoccupazioni morali, era solo una asimmetria quella che si stava creando e bisognava metterci una toppa.
Fuori del tempio, nella luce accecante del secondo mattino, tra le bancarelle, un nubiano ha una bottiglia di plastica da due litri e per un euro ti fa fare una foto all’aspide vivo, che ci sta dentro. Anche sulla spalla se vuoi. Più in là un’altro propone cuccioli di coccodrillo da mettere in testa: hanno unghie morbide come seta. Emozionato un coccodrillino fa una cacca in testa al cliente: cosa piccola, da bambini. quasi neppure si vede. Io sto col coccodrillo e anche con l’aspide, se si libera. Mi guardo attorno: la pietra è onnipresente, un’arenaria dalla colorazione marrone,così morbida da sembrare eterea, è la stessa che poteva essere statua ed ora calpestiamo come sabbia. Sempre più fine, sempre più slegata dall’uomo, come gli dei che per 6000 anni hanno vissuto da queste parti e poi se ne sono andati. Mi dicono che in Francia ancora oggi, un nutrito gruppo di persone pratica il culto di Iside e una volta all’anno vengono in massa al tempio di File. Chissà perchè lo fanno? Forse per il deserto, forse per la forza di una dea antropomorfica, che ricomponeva le persone a pezzi. Oppure per la dolcezza dei contrari che esprime. Magari è solo uno sfizio da ricchi.
Solo il vento non muta da queste parti, ma questa è un’altra storia.
Inno a Iside
Rinvenuto a Nag Hammâdi, Egitto; risalente al III-IV secolo a.C.:
Perché io sono la prima e l’ultima
Io sono la venerata e la disprezzata,
Io sono la prostituta e la santa,
Io sono la sposa e la vergine,
Io sono la madre e la figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli,
Io sono la donna sposata e la nubile,
Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito,
Io sono la consolazione dei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo,
E fu il mio uomo che nutrì la mia fertilità,
Io sono la Madre di mio padre,
Io sono la sorella di mio marito,
Ed egli è il mio figliolo respinto.
Rispettatemi sempre,
Poiché io sono la Scandalosa e la Magnifica.
a presto.
Per qualche giorno non potrò scrivere, ne approfitterò per pensare e vedere.
Mancherete.
(sembra una località dell’america del sud: tu dove vai? a mancherete)
e no stè combinar malani, opure combineghene ma che almanco i ve fassa star ben ( non combinate malanni, oppure combinatene ma che almeno vi facciano stare bene).
Mentre guardavo le tue dita che, togliendo con cura fili di tabacco e pareggiando carta, arrotavano una sigaretta, ho interrotto il racconto noioso delle pulsioni, desideri, attese, passando ad un ricordo che quelle mani, avevano evocato. Nella mia breve avventura di chimico, m’ero inventato di estrarre l’acido nicotinico e seguendo la procedura, per un tempo non breve, pasticciai con tabacco e solventi. Non venni a capo di nulla, al più forse l’impressione d’esserci vicino, ma il colore rimase nella testa. Ed era quel colore bruno e denso, sulle mie dita, nella beuta, nei palloni di vetro, dove certo s’annidava l’acido nicotinico con il suo tremendo potere d’attrazione e letalità, ma senza però, poterlo avere o toccare, lasciandomi solo la traccia d’essere attraverso la tinta, lo sbaffo. Proprio come lo spirito che ci alberga dentro e che maneggiamo con cura e leggero timore.
Del bruno, tollero solo il tabacco e ne ho fatto lo scrivere per me, quello che accompagna gli inchiostri intimi, per trattare la traccia di ciò che sta sotto e che è meglio non si prenda tra le dita. Una bestia da blandire e convincere, da accompagnare.
In uno stagno, neppure troppo lontano, un alligatore bruno e verde, apre un occhio, guarda attorno e agita piano la coda corazzata, a sollevare acqua e terra, senza interesse grande, così per dare un segno al pomeriggio e a chi sta attorno.
Tu hai acceso e respirato la prima boccata, in silenzio, perchè solo quella era davvero importante.
Francesco Rutelli annuncia che resterà nel Pd da uomo libero. E’ una buona notizia, libero lui, liberi tutti. In verità il nostro non saprebbe bene dove andare, gli piacerebbe l’Udc, probabilmente, ma con Casini le sue ambizioni sarebbero più frustrate che nel partito democratico. In realtà l’importanza di Rutelli è il prodotto di una serie di scelte sbagliate, dall’inopinata candidatura alla presidenza del consiglio del dopo Amato, alla ri-candidatura a sindaco di Roma, per compensare l’entrata nel Pd. Non è colpa sua, è la politica che agisce verso l’equilibrio anzichè verso il nuovo e così diventa immobile. Rutelli e la Binetti, i teodem dovrebbero assicurare al Pd la copertura della Chiesa. Quella elettorale naturalmente. Ma perchè la chiesa istituzione dovrebbe scegliere l’imitazione della conservazione anzichè l’originale? Non c’è motivo e si vede, solo una frazione della chiesa militante chiede alla politica l’applicazione dell’accoglienza evangelica, per il resto muti e zitti.
Rutelli che libera sè stesso dai vincoli d’una linea politica (tanto labile da perderci gli occhi per vederla), libera anche gli altri: i laici, i decisi, i riformisti senza reticenze, la sinistra nel pd. Per questo dobbiamo ringraziarlo, ed usare analoga libertà. I pd è riuscito a diventare il primo partito d’opinioni della storia d’Italia, nel senso che ognuno dice quel che vuole senza regole, nè fini condivisi, forse è il preannuncio che la società liquida ha preso anche la sinistra.
Direte: e chi se ne frega. Già chi se ne frega, possiamo ancora lamentarci, usare il passaporto, andarcene. Anche con solo con la testa, andarcene, astenerci, uscire dal gioco. Che tristezza.
p.s. Dall’altra parte non si sta meglio, la festa a Berlusconi è già cominciata: ambizioni personali, necessità di occupare posizioni rilevanti in attesa che il capo si tolga di torno. Il cavaliere fa bene a toccarsi, non ha mai avuto così tante persone interessate alla sua salute, politica e personale, ma forse qualcuno dovrebbe dirglielo che non sarà lo statista ricordato, il De Gasperi di fine secolo, sarà demolito appena inoffensivo e nessuno dei clientes lo difenderà. Neppure a memoria.
Tra la luce e le gocce di pioggia, scagliate contro i vetri, si è infilato il risveglio. Un tempo, quando le case disperdevano nell’aria odori, calore, umori, i vetri tintinnavano alla pioggia radente e per me, che guardavo le gocce scendere in rivoli, ascoltando il filo d’aria lasciato filtrare dallo stucco, c’era la sensazione d’essere al riparo da una furia spuntata.
il vento gioca con gli uomini
C’è un momento nel risveglio, che non è ancora desiderio, e neppure pena del giorno, un attimo sospeso da trascinare in avanti, lasciando gli occhi chiusi ad aspettare senza fretta. Non è ora, non ancora. Le gocce continuano a schiacciarsi sui vetri. Assomigliano alle palle di pongo che tiravamo, inumidite di saliva, sulle vetrine, sugli specchi. Si attaccavano con un suono sordo e c’era un momento in cui potevano cadere: l’attesa era tutta lì, prima della risata. Lancio, suono, proprietario del negozio ad inveire, risata, fuga. Apro un occhio, non ho età, c’è anche il profumo dei pomeriggi d’inverno, delle luci gialle dopo la scuola.
il vento gioca con gli uomini
Il tepore è rilassante, le folate parlano con la canna in rame del camino, e il tempo si stira come un gatto. No, non ora, qualsiasi cosa sarebbe in più. Chessò un gesto repentino a gettare il piumino, un prendere il libro della notte, tutto eccessivo. Bisogna imparare l’arte dello scivolare senza rumore, come gli amanti che non vogliono interrompere i sogni sognati, le carezze da ricevere, i baci non dati. Non ho una meta, potrei andare in Prato, c’è il mercato, i colori, le chiacchere. Aspetto, ascolto il vento, non piove più.
il vento gioca con gli uomini
Le nuvole corrono in senso inverso, l’une dalle altre, a strati. Si aprono squarci d’azzurro tra il nero, che sembra fermo,ma in realtà corre anch’esso più basso. Mi ripeto i mantra da interrogazione: cirri, nembi, cirro-cumoli, cumoli. Nuvole che si aggregano, tra poco sarà primavera. Passi, erba bagnata, terra cedevole, zeppa d’umori, profumi, fiori. Tutto mosso, raso, scosso dal vento che fa impazzire animali, uomini, minaccia, blandisce, accarezza. Ed ora spinge le nuvole, mostra il sole, lo nasconde. Porterà nuova pioggia.
il vento gioca con gli uomini
ed io oggi gioco con il vento.




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