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Oggi, gli esempi dei grandi conservatori  nell’europa del dopoguerra, ai più non dicono nulla.

Peccato.

De Gasperi, Adenauer, De Gaulle, e in tutt’altro versante, Giovanni XXIII, furono formatori di coscienze nazionali, capaci di sollevare speranze. Uomini soli, a volte innovatori rigorosi spinti dalla necessità. Parchi esponenti di quella destra dignitosa  e senza sbragamenti, svanita a partire dagli anni ‘70. Di questi uomini, troppo spesso senza eredi, di questa destra avversaria, ho nostalgia intellettuale e politica.

Ricordo il sindaco della mia città, abitavamo di fronte, rientrava a notte, senz’auto di servizio, in una casa dignitosa senza lussi. Di errori ne fece molti, interpretò malamente la modernità, ma nessuno dei suoi errori fu per vantaggio o malafede. Non è poco ora.

Quando da tutt’altra parte politica e  per molto tempo all’opposizione, mi misurai con gli eredi di quella stagione, qualche barlume c’era ancora. Di certo nessuno di loro avrebbe mai detto di essere il nuovo De Gasperi, come disse poi il cavaliere presidente. Forse per rispetto alla realtà, oppure misura o decenza. Poi più nulla e il canestro si è definitivamente guastato.

Che dire se non che l’albero può fruttificare e che attendere la primavera è una speranza da giovani.

Mi piace consumare le penne fino all’ultimo. Vedere il tratto che s’ assottiglia, si spezzetta, affrontare il cambio in corsa con il leggero disagio che l’accompagna. Se è una stilo, procedere alla cerimonia del caricamento: decidere il colore, odorare l’inchiostro, aspirare con attenzione, espellere, ri aspirare. Regalare due gocce alla boccetta e poi asciugare il pennino. Il primo tratto rinnova la sorpresa del colore e della consistenza, poi verranno le parole.

Se è una biro, si butta, ma non è una soddisfazione dappoco: è corresponsabile di ciò che scrivo.

Nel nostro partito politico manteniamo le promesse.

 

Solo gli imbecilli possono credere che

 

non lotteremo contro la corruzione.

 

Perché se c’è qualcosa di sicuro per noi è che

 

per raggiungere i nostri ideali.

 

l’onestà e la trasparenza sono fondamentali

 

Dimostreremo che è una grande stupidità credere che

 

la mafia continuerà a far parte del nostro governo come in passato

 

Assicuriamo senza dubbio che

 

la giustizia sociale sarà il fine principale del nostro mandato.

 

Nonostante questo, c’è gente stupida che ancora pensa che

 

si possa continuare a governare con i trucchi della vecchia politica.

 

Gestendo il potere, faremo il possibile affinché

 

finiscano le situazioni di privilegio.

 

Non permetteremo in nessun modo che

 

aumenti l’indigenza e il bisogno.

 

Compiremo i nostri propositi nonostante

 

le risorse economiche siano esaurite.

 

Eserciteremo il potere fino a che

 

Si capisca da ora che

 

 

Siamo il partito … , la nuova politica

 

ricevo, modifico e pubblico: si legge dall’alto al basso per i credenti e dal basso all’alto per gli increduli, ma che partito è?

 

 

Vivo sui tetti e ho bisogno di luce,

di silenzio come righello e matite di luce,

per tracciare confini,

luce per respirare,

scavare vestiti,

luce per vestirsi di libertà,

luce, anche di notte,

luce nel buio, come bambini

che sentono la vita uscire

sotto la porta chiusa. Luce. 

Nell’ attesa,

nasce il bisogno d’ una malinconia lieve,

d’ una pioggia da piccole corse,

per riparare a ciò che non si è fatto, preso, perduto.

Userò queste due parole sulla mia pelle, magari con un poco di sale, per parlarmi della giornata della memoria. Dovrei aggiungere altre parole: rigore, consapevolezza e poi unirle a leggerezza, perdono, memoria.

L’uomo non è mai uscito dalla condizione animale e non è una scusante, anzi è il motivo per cui esistono leggi, regole, etica, morale, religioni. Pali, recinti in cui arginare istinti, pulsioni, falle dell’intelligenza, solidarietà inesistenti, cinismo ma soprattutto quello che Annah Arendt definì la banalità del male. Che accade quando, seguendo la legge regolarmente promulgata, si viola una legge più universale, più profonda e cioè quella della specie? Il genocidio, l’uccisione di massa è questa violazione, anche compiuta secondo legge: lo sterminio di un pezzo della propria specie non più riconosciuta come tale. Se ciò accade è perchè viene sospesa l’umanità ed attivato thanatos e il male, senza correttivi. In questi giorni mi sono chiesto perchè Gaza, perchè chi ha patito così tanto, chi è stato oggetto di una violazione così grande dell’umanità, abbia sospeso la propria memoria. Credo che la memoria se ne sia andata, anche per gli ebrei, e man mano muoiono i testimoni, del resto muti di fronte a tanta violenza subita e veduta, anche l’olocausto diventa storia e non è sovrapponibile agli olocausti odierni.

La rimozione della colpa in occidente ha una specularità nella rimozione della responsabilità. Come posso essere responsabile di qualcosa che non ho commesso? Ma come posso essere irresponsabile se non mi schiero dalla parte di ciò che sento giusto? Anche chi è stato vittima non può sottrarsi alla testimonianza, deve perseguire la strada del giusto, acquisisce un obbligo in più: quello del ricordo e della sua attualizzazione. Per chi ha miei anni e vide le foto nei libri di Abe Steiner, di Pietro Caleffi, lesse dell’orrore quando ancora l’orrore non aveva intera la dimensione, è facile essere dalla parte degli ebrei, di quegli ebrei. Perchè non c’è scelta a metà tra giustizia e infamia, tra orrore e carnefice. Ma ad un certo punto la logica della colpa ha rimosso la responsabilità individuale diluendola in quella collettiva e sanando poi l’una e l’altra attraverso la sospensione del diritto. Quasi subito si sono trovate scorciatoie, come bastasse dare uno stato a ciò che restava del popolo ebreo per cancellare l’infamia sul genere umano, come fosse possibile rimuovere la condizione dicriminatoria dalle teste delle persone, ovunque ci fosse un interesse a definire la diversità come una colpa da estirpare.  La responsabilità non dà tregua ed è più facile trattare la colpa, trovare qualcuno che ci consoli, che ci assolva. In quei campi non morirono solo gli ebrei, ma i diversi, gli originali, i non consenzienti, i polacchi, i russi, i comunisti, gli zingari, gli omosessuali, gli europei. Basta dare un confine, un esercito, il quarto al mondo, basta pagare per cancellare il ricordo, la colpa collettiva di allora? E quelle di oggi? Sì, se si vuole rimuovere la responsabilità di essere uomini. I negazionisti di oggi non sono solo quelli che negano le camere a gas, ma quelli che negano la barbarie, che non pongono argine alla discriminazione, che non sentono le morti come assolute e come un crimine contro la specie. Le stragi sono quotidiane, disseminate ovunque, ma sono morti che non pesano, che non esistono e ciò che fa male è l’indifferenza in cui la notizia relega la pietà. Pietà e responsabilità, per tutti, non solo per i cristiani che videro, approvarono, fecero, nutrendosi di chissà quali radici, responsabilità e memoria, da perseguire con rigore nella leggerezza del vivere, dell’essere, dell’osare, che a noi è data e ad altri è tolta. Grossman assieme a tanti altri, dell’una e dell’altra parte, ripete l’ineluttabilità del dialogo, del mettere assieme. L’invito è a non pensare che il diritto e la pace siano scollegati dall’accettazione della diversità, e che questa discrimina l’essere o meno uomini. Si può essere simulacri d’uomini e belve, ascoltare Beethoven o gli U2 e usare il fuoco per sterminare. Per questo la giornata della memoria è ogni giorno, perchè ogni giorno siamo in questo mondo in cui anche i morti portano la responsabilità di essere stati vivi. Non scordare significa vivere oggi, dare onore a chi è morto, ripristinare il confine tra giusto ed ingiusto, ovunque sia ed accada. Le colpe e il perdono accompagnano la responsabilità, qui, ora, adesso, subito. Contro il cervello unico e il pastrocchio che giustifica, non si giustifica nulla, ci si assolve solo guardando con rigore ciò che accade ed è accaduto. Vorrei essere provocatorio, ma sono sicuro che tra i 36 giusti che testimoniando la giustizia, impediscono a dio di distruggere il mondo,   di certo uno è palestinese ed uno è ebreo.

Anche l’acqua si stanca, nel suo cambiare di stato.  Incessantemente oscilla tra gassoso, solido, liquido ed ogni volta le molecole risuonano un pò di meno e s’interrogano su come riaggregarsi.

Ricordi Baumann?  Adesso, tutto si liquefa,  mentre in realtà i tre stati sono sempre al nostro fianco. Chi è gassoso? gli stupidi, i potenti, i vogliosi di denaro? E noi siamo liquidi? Con l’elettorato attivo, le coscienze critiche servite in tavola su ciotole colme, da camerieri di corsa? Pensa, di ciò che contava e dell’etica, non si è spanto neppure una goccia. E quella superficie scivolosa, solida e fredda, su cui posare i piedi, chi rappresenterà? La memoria del passato, il conservare, oppure la coscienza della propria sostanza?

E’ un anno in cui molto cambierà e nulla sarà più come prima. Ora l’impegno maggiore è trovare il verso positivo delle cose, oltre i fatti e senza svuotare i sentimenti.  Oscillare tra gli stati della materia,  evitando la tentazione di attingere energia dai sentimenti per governare il presente. Si sa che questa risorsa è sempre forte, d’altronde è lì che si trova l’energia, non negli insulti del destino avverso o clemente, ma ora non è lecito, non quest’anno.

L’indifferenza del cielo, del costruito e del naturale, è solo apparente, sono gli occhi e ciò che li governa a fornire senso alle forme, alla temperatura di colore, al bello. Di tutto questo resterà molto nell’agire del futuro, compresa non poca energia, al presente basta la memoria dell’acqua e il senso del suo mutare.

n.b. mi hai detto: spesso non capisco quello che scrivi, ed io ti ho risposto che scrivo per me, che seguo i miei pensieri, ma avrei dovuto aggiungere: cosa ti sollecita in ciò che leggi? quali pensieri vengono incontro alla superficie della comprensione? Se ciò accade è bellissimo, e ciò che io penso non è così importante quanto quello che tu ora pensi. E’ la tua attenzione il mio regalo, i tuoi pensieri così diversi ed eguali, la tua voglia d’ascoltare te. Quello che è scritto non mi appartiene più del tutto, ciò che conta è il ritorno, ciò che hai capito per te.

Per trovare Floresti dovete andare a circa 140 km a nord ovest di Chisinau. Troverete 13000 abitanti, agricoltura e fiori, tre industrie: una per far succo di mele, l’altra di bottiglie di vetro, infine un biscottificio. Il vetro non odora, ma i biscotti e il succo di mela fanno sentire la loro presenza: si sniffa, passando dall’acidulo delle mele al caramellato dei biscotti. E’ come camminare in una cucina, con una mamma che prepara per il dì della festa. Ma non è una cucina calda con la stufa di pietra bianca, siamo fuori e c’è fango dappertutto: la neve si sta sciogliendo e le auto, le strade. i marciapiedi sono color nocciola. Mi dicono che sia il caolino a dare il colore e la consistenza melmosa, ma in realtà, è questione d’abitudine: non siamo più abituati al fango, agli schizzi sui calzoni. Floresti è stata parte di un latifondo immenso, ma allora era terra trattata distrattamente, censo. E qui risuonano le mie letture, Tolstoi, l’ ‘800 russo, il generale feudatario, le terre nere, i contadini servi della gleba. Del resto anche oggi, le case assomigliano ad isbe e sono rade, fuori dal centro.

Scendo dal pulmino e comincio a passeggiare sull’area in cui dovremmo fare  il parco industriale. Sono colline molto dolci, arrivo al crinale e lo sguardo si perde tra onde di terra e betulle verso l’Ucraina. Solo 30 km al confine, ma è lo stesso paesaggio dall’una all’altra parte. In pochi anni tra queste colline è cambiato il mondo, la storia delle famiglie, i percorsi quotidiani, le città e le appartenenze. Tra frontiere, guerre, democrazia, divisioni, povertà e ricchezze assolute, le attese e la vita sono state fatte a pezzettini e ricomposte.

L’aria è limpida, il ghiaccio di giorno diventa tenero, emerge sterco dappertutto, è il pascolo, anche se un mucchio di stracci e bottiglie vuote di cognac di Transnistria e vodka fa pensare ad altri usi serali. Vorrei tempo per pensare mentre le scarpe affondano piano nel ghiaccio, c’è così tanto silenzio e verde che tutto prende l’andamento quieto delle colline. I miei compagni di viaggio strombettano in lontananza, non sono interessati, è mezzogiorno. Mentre torno camminando piano, capisco che se faremo quello che pensiamo, qui cambierà tutto, forse anche i pensieri delle persone, ma non necessariamente in peggio. Il Sindaco ci aspetta, regaliamo fango (?) a tutti i tappeti che troviamo, un volume e un dvd di un mondo lontano e vicino, che conoscono per i racconti delle “badanti”, dei manovali laureati: un quarto della popolazione è in Italia. Ci  ripetiamo nei discorsi, speranze con accezioni diverse e obbiettivi comuni. Un mantra fatto di sviluppo, occupazione, successo d’impresa, cooperazione italo-moldava. Il nostro sviluppo non è il loro, noi esportiamo regole, criticità nuove, ma con 300 euro al mese, costo azienda per lavoratore,  è evidente che le motivazioni non possono coincidere, chi verrà portato da noi, non penserà allo sviluppo locale, ma al prodotto e al profitto. Il sindaco ci porta a pranzo in un locale notturno, qui non c’è la prostituzione d’alto bordo di Chisinau, il mercato è locale. Nell’oscurità coppie e ragazze stanno su tavoli incongrui, tra biliardi spenti. E’ mezzogiorno, parlano tra loro, forse è solo una pausa verso il pomeriggio fatto di noia, attese. Scendiamo verso una stanza riservata, il night è qui, tra luci colorate e pozze di tenebra agli angoli. Si sentono voci, ma si vede poco, a parte il bancone. La stanzetta ha due foto incorniciate e sbiadite: una ragazza nuda su un’auto sportiva d’epoca (il massimo del possesso) e una ragazza, anch’essa nuda, ma col berretto di papà gelo, che augura buon anno (‘98, ‘99 ?).  Tavolini di formica e tovagliette di plastica, l’allegria dissipa l’imbarazzo, forse il brodo caldo di gallina aiuta. La ragazza che serve in tavola avrà 16 anni. Chissà che pensa del suo futuro? Questi pensieri accompagneranno gran parte della mia giornata e i giorni seguenti. Ha i vestiti delle ragazze di campagna del nord est di 30 anni fa. Un maglione di lana fatto a mano, camicia e gonna di poco prezzo. E’ svelta, professionale, lega poco con il resto dell’arredo. Non lavora in fabbrica perchè c’è crisi, un tempo sarebbe stata a scuola. Qui le ragazze si sposano presto, pensano di essere vecchie a 25 anni, fanno figli a 18 e spesso a 26 sono divorziate. Nulla di strano, ma è tutto così fuori norma perchè mescola forma e sostanza, regole e cambiamento, che non riesco ad immaginare quali siano i desideri, le attese, i sogni. Esco alla luce del primo pomeriggio, i luoghi riprendono consistenza e prevalenza sulle persone. In fondo viviamo in ambienti chiusi, ci asseragliamo per tenere i pensieri su chi abbiamo vicino, fuori gli oggetti ridistribuiscono i piani visuali e i singoli, che non conosciamo, diventano massa, pensiero collettivo. 

Il ritorno a Chisinau è nel crepuscolo, sta gelando l’asfalto e il fango cambia colore, diventa marrone scuro. Sul ciglio della strada uomini e donne. Attendono un mezzo che li riporti a casa, agitano le braccia verso ogni veicolo in arrivo, chiedendo un passaggio. Se va bene risparmieranno i soldi del mezzo pubblico. Così ogni sera, ogni mattina. Una coppia su un carro scoperto, trainato da un cavallo, guarda le auto e i camion. Vanno piano, hanno pastrani di pelliccia, arriveranno a notte. Cambia tutto, non ci badano. Questo mondo finirà prima di loro, ma allora saranno racconti di vecchi, storie senza realtà.  

Si condivide un sogno, una tristezza, una passione, una felicità. E la felicità d’oggi non è una monade staccata dal contesto e da noi, bensì parte del cammino che l’ha preparata e che ne fonda il presupposto d’ altre.

Traiettorie e gittate: balistica d’anime, di desideri, di corse.

Quanta generosità c’è intorno e anche le cose non si ribellano mentre fuori piove.

Quando trovo chiuso un blog amico, mi preoccupo, lo sparire non è per caso. Dietro agli alias, ci sono persone vere che mi somigliano, che spesso capisco; se la comunicazione s’interrompe, il fragile equilibrio in cui viviamo s’è spezzato. E’ subentrato il silenzio come scelta per ritrovarsi.

Chi scrive ha un motivo profondo e vuole comunicarlo, anch’io con il mio soliloquio lo faccio e so che qualcuno leggerà, oltre la comprensione immediata. Adesso spero cadano i motivi, torni la voglia di parlare e la consapevolezza che si è preziosi a qualcuno.

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