Mi parlavano di amori conclusi, di abbandoni miserrimi e vigliacchi e usavano la parola dolore.

Non capivo. Mi sembrava così grande e fisico quel termine, così assoluto nella sua gradazione rappresa, che la parola suonava eccessiva rispetto all’immateriale. Era il mio sentire abituato ad altro, alla compostezza dei sentimenti e al tenere per sè, anche l’esperienza negativa.

Poi ho capito, è una barca, un mezzo per traghettare, poi si approda ad altro.  Ma un dolore che dura oltremodo e che in buona parte si autogenera,mi pare ancora spropositato per un malato che vuole guarire.