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Alcune cose non si fanno, il confine tra il dire e il tacere è netto nei sentimenti. Non si può condividere il nuovo amore con chi viene sostituito. E’ pernicioso, ha un prezzo altissimo ed esacerba le ferite: non si fa e basta. Occorre affrontare la sofferenza di chi si lascia, soffrire un poco e non cercare comprensione. Via gli sms in diretta, via i telefonini, via le richieste di aiuto: non si condivide, non si può condividere. Quando ci si lascia far capire di più del necessario, è una violenza che cambia. Meglio non dire per rispettare, tacere e tenersi i magoni. Altrimenti resteranno meno che macerie: solo sale e terra bruciata.
Dato un uomo, le linee di forza che lo vincolano e lo orientano verso un fine condiviso da annette, sono indipendenti dallo stato sentimentale corrente.
Sillogismo:
Tutte le donne vorrebbero governare un uomo, non tutte le donne sono annette => gli uomini non saranno tutti governati.
annette vince il banco perde, ovvero gli infiniti ritorni.
E’ come dire IO ad alta voce e poi fermarsi per sentire bene il voglio che c’è racchiuso: consapevolezza d’essere, del proprio peso che calca la strada, dei muscoli sottopelle, del sangue che gira forte e piano a comando.
Ich,
qui adesso,
io,
sono.
E sostenere lo sguardo proprio, lasciar da parte i dubbi, ora che un’unghia è lama e che la vittoria è in pugno.
Anche seppoi della vittoria non resterà che un pensieromosca, fastidioso per quanto è stato, per come ero, per dove; adesso voglio, io, essere.
Parole foglie, ora mutano gradevolmente. Chi ci legge stagioni pregresse, chi individua una persistenza nonostante, chi trova ragioni di caducità seguite da rinascite. Sotto altre forme riemergono articolazioni arcaiche, parlava il caldeo nella stagione vicina alle piogge incollando suoni su pulsioni eguali. I sentimenti sono gli stessi da qualche decina di migliaia d’anni, solo le regole mutano e ci vestono. La parola è nuda come le foglie, ma a noi, che vibriamo di paura per un terremoto, mentre la terra trema di continuo, cosa interessa che sia meno che attuale. L’amore che aspetta all’angolo stasera, è il futuro, il per sempre alla portata, che si sporca se, appena appena, la verità d’un pensiero viene lasciata correre verso il desiderio. Parole foglie con bisogno di vento in allegria di mulinelli. Le luci gialle, che ci fanno compagnia, guardano, ma guardano per non vedere, per non sentire il freddo che ancora si fa quatto. Il freddo che è assenza d’amore, che è solitudine rappresa, che è abitudine insensata. Al dio dell’autunno possiamo chiedere che la primavera ci redima, che i sogni dell’estate conservino calore, gli possiamo chiedere verità pazienti. Al dio dell’autunno possiamo raccontare ciò che non è sperando in un abbraccio. Comprensivo e caldo.
Solo l’amore è per sempre, non le stagioni.
Un tempo giocavo a bridge e mi piaceva. Il legame tra la licitazione e il risultato era un gioco di intelligenza, di attesa, alla fine emergeva lo scostamento e si pagava. Anche adesso sento dichiarazioni nette, anch’io ne faccio, mi metto da una parte, escludo alternative, accetto il rischio dell’errore. Però rispetto alle geometrie di un tempo, alle prese di posizione ideologiche preferisco sapere dove sono, come mi muovo, seguire una traccia, un tom tom interiore. Non escludo la sofferenza, cerco di darle un senso come alla felicità. E’ strano dare un senso a cose prive di continuità, perchè non si soffre, nè si è felici per sempre, ma per qualcosa di contingente che poi lascia una scia lunga nel tempo. Minnie dice che a parlare di sentimenti ci sono un sacco di persone, mentre a parlare di problemi dell’umanità si resta in due gatti. E’ vero, forse dipende dal fatto che il mondo, con la caduta delle ideologie, si è allontanato, sterilizzato di sentimenti. Ora non si lotterebbe e soffrirebbe per il Viet Nam e un disastro che non tocchi l’Italia, diventa più notizia che orrore, Ne parlava Emma della sofferenza silente e domestica sotto il cielo. Stento però a credere che questo ottundimento, sia definitivo. Lo dico da bradipo sentimentale e non solo per speranza, ma per convinzione che il personale e il collettivo si sovrappongano quando c’è necessità di cambiamento. Oggi questa necessità sembra passata sullo sfondo, divenuta non urgente e quotidiana. In questa stagione, mi sembra strano proclamare in modo assoluto: io sarò così, farò quest’altro, anzichè dire, cercherò di essere, proverò a fare sul serio. Il rigore interiore non deve per forza trasparire, anzi quando si sposa alla leggerezza diventa ballo della vita: passi certi, fantasia, divertimento, scioltezza progressiva, con la musica che suona dentro.
Ecco, vorrei che senza imporla, la mia musica risuonasse, contando sulla curiosità e sulla forza di convinzione.
Nell’ingresso due dirigenti folletto, stile casalingasuasion, parlano di problemi: le diffidenze nel porta a porta, i margini ridotti, gli obbiettivi troppo alti. Non si scopa più come un tempo, difficile la vita, prendiamoci un secondo macchiatone. Anche la brioche? Si anche…
Stamattina ho pensieri spocchiosetti, da sinistra impegnata con tutto il peso del mondo sulle spalle. Alitalia, crisi sub prime, equilibri in medio oriente, l’azienda che dovrei dirigere; ecchè sarà mai questo personale che diventa politico? Ed invece sbaglio, perchè nei flussi che percorrono il nostro sistema simpatico, il quotidiano sfavilla e rende fioco tutto il resto. Secondo me i neuroni sono conservativi e tendenzialmente di destra, al contrario degli ormoni sempre impegnati a tumultuare e vociare in scambi osmotici. Divago come il dottore di Pasternak, ma la Lehman è oggi importante se ho soldi investiti, il medio oriente se cresce il prezzo della benzina, la cina se avvelena con i propri prodotti una fetta di mondo. Il quotidiano converge e si piega per rendere concreti i problemi e la notizia resta tale finchè non tocca personalmente, altrimenti flatus vocis. Eppure, in questo preannuncio di nebbia, di profumi zuccherosi da sagre paesane, il pensiero si accoccola gattoso sulla medietà berlusconiana: tutto domestico, come i voli alitalia, come i pensieri folletto, come gli amori da retrobottega. Basta voli alti ed ambizioni che non siano gessatini, tacco 10, bocche rosse a cui togliere il rossetto prima dell’uso, basta parlar di politica: qui si vive e non ci si fanno seghe sul mondo e sui posteri. Così disse un genio parlamentare: ma chi saranno poi questi posteri, che neppure votano. Ed io mi incazzai, senza capire di questa realtà che mi manca e che mi fa animale fuori tempo.
Buon equinozio agli scontenti e ai coraggiosi.
Pare che le donne siano spesso molto impegnate ad entrare nei calzoni mentre gli uomini vorrebbero velocemente uscire dai propri. In alcuni momenti, non gli stessi.
Il convegno è andato bene, la sala era piena, le autorità partecipi, molte televisioni e interviste, discorsi densi, sollecitazioni. Al ministro era chiaro che gli avrebbero impedito di trasvolare, non è venuto, nessuno si è lamentato. Pochi gli sfaccendati disattenti, quelli che non hanno mai ascoltato una parola in vita loro. Tra questi, quelli che han mangiato sempre bene e si sono tarati per vincere una poltrona, poi il nulla, ma non era il loro convegno, non hanno disturbato. Gli altri, erano tanti, contenti e sorpresi.
Per chi conosce i propri limiti, le possibilità erano superiori e non accontentarsi fa parte dello stile e sostanza di vita. Due piani quindi: la soddisfazione esterna e la voglia di far meglio e di più. C’è movimento in tutto questo, è la positività vera della fatica, che la relativizza e ne fa desiderare altra, non per stordirsi ma per fare.
Alla prossima.
L’ho capito ieri mattina, la vetrinetta dove tengo una piccola collezione di solidi geometrici di cristallo, manda bagliori. Tracce di luce sulle pareti da seguire pensando ad altro. E ogni mattina, mentre non ci sono, lo spettacolo si ripete in silenzio, come un amore trascurato. Non pensiamo a chi ci sta vicino, non lo vediamo distratti dal mondo, mentre questo attende silente, sciorinando meraviglie senza spettatori. Cose d’ordine antico e immobili, desiderose d’ una mano che tolga polvere: basterebbe un gesto d’ammirazione in cui credere per farle attendere fedeli.
Han morso senza tregua i fallimenti e ora, inattesi, emergono riscontri: qui una crescita, lì una fermata salutare, appena oltre una cicatrice, un tatuaggio che sorride e duole un pò.
Che vuole Signora mia, il tempo incerto, l’età, la testa, tutto prende altro… colore, significato, senso? No, è la vita, Signora mia, solo la vita.
I fallimenti sono lucertole leggere, con code fragili da prendere, perfette per stare al sole. Ed entrambi costruiti per correre sui sassi, con bocche senza denti.
Ho un dolore che fa compagnia, ormai è di famiglia:se non lo sento qualcosa non mi torna.
Capirlo prima che una decisione è un passo avanti e che la rabbia sfuma presto, ho passato troppo tempo ad infilare perle per giudici severi che han chiesto sempre il conto. Ma ora si stancano e scrollando il capo, se ne vanno: ho deluso molto e non mi importa niente.
Rido Signora mia, rido perchè la posta manda lettere fasulle, qualcuno mi saluta, qualcun altro saccheggia il conto, ma cercano tutti nel posto sbagliato. Per questo rido Signora mia, perchè l’indirizzo non è giusto.
Rimproverano fallimenti, ti raccontano i tuoi anni e ricordano al tuo posto: niente è inavvertito. Ma demolendo ciò che resta, non guardano davvero e l’importante non nascosto, nessuno lo raccoglie. Creditori stupidi, accaniti su miserie.
M’hanno raccontato il passato e il futuro, han detto che il bilancio è ormai fallito. Non sanno Signora mia, che ho una carta per sbaragliarli tutti. Solo che non m’importa: ho imparato e non mi pesa ora. Ascoltando i miei avvocati ho buttato tempo e amori, frequentato luoghi comuni e gente senza senso. Solo quando ho giocato e perso mi sono perdonato, ho fallito e mi sono perdonato.




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