Con un processo silente e subdolo, le parole delle canzoni, dei libri, dei film hanno cominciato a specchiarsi in quello che provavo. Non usavo e non uso le stesse parole, ma riconoscevo cose mie in ciò che sentivo e leggevo. Mi direte che lo fanno tutti, e credo sia davvero così, ma tutti non significa nulla nei sentimenti ed io le parole le avevo già per descrivere ciò che sentivo.  Queste frasi, a volte importanti, ma spesso banali, diventavano nuove perchè erano esterne a me. Come se uno mi parlasse conoscendo ciò che accadeva ed io lo prendevo sul serio. Nei miei libri o in quelle che io chiamo ife, cioè radici profonde per la mia storia, si parlavano pensieri trasversali: il nuovo e la traccia della mia eguaglianza. Sottolineature, annotazioni, la vera storia sottostante come film girato in sequenze di clip, con un montaggio a copione aperto e pagina bianca. Gli appunti scritti con furia, le tracce iniziate e non proseguite, il lasciar perire l’intuizione, il culto dell’attimo seguente, l’unione del vissuto con il desiderio. E avanti, mettendo assieme versi, immagini, suoni, tutto a descrivere emozioni in corso, unendole alle mie, scavando parole e testi, reinterpretando  fino a sentire di essere vicino al vero. In quel momento, almeno. Se vediamo il software enorme a disposizione come una immensa discarica di pensieri ed emozioni, prendere ciò che si trova e ritagliarlo, non significa vivere vite d’altri, ma trovare il fattor comune della nostra follia vitale. Ecco, in questo ho avvertito l’arte della vita che è ricombinare quello che esiste con quello che sarà e che così ci rende attori di noi stessi.