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Con un processo silente e subdolo, le parole delle canzoni, dei libri, dei film hanno cominciato a specchiarsi in quello che provavo. Non usavo e non uso le stesse parole, ma riconoscevo cose mie in ciò che sentivo e leggevo. Mi direte che lo fanno tutti, e credo sia davvero così, ma tutti non significa nulla nei sentimenti ed io le parole le avevo già per descrivere ciò che sentivo. Queste frasi, a volte importanti, ma spesso banali, diventavano nuove perchè erano esterne a me. Come se uno mi parlasse conoscendo ciò che accadeva ed io lo prendevo sul serio. Nei miei libri o in quelle che io chiamo ife, cioè radici profonde per la mia storia, si parlavano pensieri trasversali: il nuovo e la traccia della mia eguaglianza. Sottolineature, annotazioni, la vera storia sottostante come film girato in sequenze di clip, con un montaggio a copione aperto e pagina bianca. Gli appunti scritti con furia, le tracce iniziate e non proseguite, il lasciar perire l’intuizione, il culto dell’attimo seguente, l’unione del vissuto con il desiderio. E avanti, mettendo assieme versi, immagini, suoni, tutto a descrivere emozioni in corso, unendole alle mie, scavando parole e testi, reinterpretando fino a sentire di essere vicino al vero. In quel momento, almeno. Se vediamo il software enorme a disposizione come una immensa discarica di pensieri ed emozioni, prendere ciò che si trova e ritagliarlo, non significa vivere vite d’altri, ma trovare il fattor comune della nostra follia vitale. Ecco, in questo ho avvertito l’arte della vita che è ricombinare quello che esiste con quello che sarà e che così ci rende attori di noi stessi.
c’è parecchio movimento in second life, capannelli e girotondi, non mancano solitari, soprattutto cuori e cervelli. Qualche diamante.
- Chi fa la prima donna,
- chi chiacchera e si tira la gonna,
- chi beve aspettando parole,
- chi ci prova alla luce del sole,
- chi si sente trascurato,
- chi non lo caga nessuno e non se n’è avveduto,
- chi ha altro da fare e per un attimo s’è fermato,
- chi nel frattempo è disoccupato,
- chi ha alzato l’asticella ma non ha saltato,
- chi legge e parla a perdifiato,
- chi non apre bottega,
- chi si è già stufato,
- chi prende lo spunto,
- chi copia uguale sputato,
- chi è fuori tema,
- chi è fumato,
- chi il cervello s’è bevuto ,
- chi col matrimonio è scoppiato,
- chi la dà a vedere,
- chi l’ha vista e lo fa sapere,
- chi la dà senza parere,
- chi è incompreso,
- chi è pinocchio,
- chi che se lo pubblicano schianta il mercato,
- chi fa finta di capire,
- chi ha capito e non lo dà a vedere,
- chi è in disparte perchè non l’abbiamo meritato,
- chi c’è e non vorremmo averlo meritato,
- chi vola alto,
- chi vola basso, più o meno a quell’altezza lì,
- chi scava le parole,
- chi racconta delle fole,
- chi alza la posta,
- chi ha la faccia tosta,
- chi è temporaneamente assieme,
- chi spiattella le sue pene,
- chi è uscito e non è rientrato,
- chi è rientrato, ma è proprio andato,
- chi si è preso un congedo,
- chi racconta il suo stufato,
- chi si sente ingrassato,
- chi da tempo riposa,
- chi si è incattivito,
- chi dà il benservito,
-
chi la notte è in bianco,
- chi tiene banco,
- chi si è pentito,
- chi adesso è in viaggio,
- chi è appena tornato,
- chi ha un sentimento nuevo,
- chi ha un sentimento usato,
- chi ha perso fiducia,
- chi non ha mai avuto torto,
- chi scrive con trasporto,
- chi ha rotto col mondo,
- chi mangia un gelato,
- chi ha tutto sbagliato.
- chi tiene e non molla,
- chi cerca una spalla,
- chi si sente tranquillo,
- chi parla coi muri,
- chi fa discorsi maturi,
- chi dorme e non vede,
- chi proprio non crede,
- chi scrive poesie,
- chi vuol simmetrie,
- chi aspetta un segnale,
- chi a volte è banale,
- chi era convinto ma è andata male
- chi scrive giulivo,
- chi vuole un motivo,
- chi aspetta un aiuto
- chi dà un contributo.
Lo spunto lo devo a Neru e purtroppo non ho il suo estro : http://lalbadentrolimbrunire.wordpress.com/2008/08/27/metafore-fumettofile/ .
L’approccio del maschio è sempre sopra le righe, quando c’è un fine immediato, molto rilassato, invece, quando non ha attese a breve. Simpatico, ironico, allusivo senza eccedere: nella fenomenologia dei rapporti lo stile emerge in maniera inversamente proporzionale all’arrapatura. Mi viene da pensare che la mutazione dell’amico e dell’amicizia è in questo oscillare di tempi e desideri. Difficile stare con donne belle e non desiderarle, ancor più difficile conoscerle molto e non volerle conoscere di più. Se questo è vero, quando il resto accade, è sorprendente, quasi senza merito.
Esplicitare il desiderio con il commento pesante deve essere in una regola condivisa, in un codice accettato. Se parlo all’amica delle sue tette devo sapere dove il commento diventa piacere condiviso e dove il ceffone mi farebbe bene, posso correre il rischio ma devo anche accettare che lei parli del mio culo o della mia età e riderci sopra anche se non mi piace. Quelli appena bravi usano linguaggi diversi in contesti diversi: ciò che eccita a letto, offende al bar. Basta capire dove si è e, se si confondono i posti, imparare in fretta. Il fatto è che per sedurre occorre tempo e che l’usa e getta rispetta il proprio nome in ogni rapporto.
Ma c’è una riflessione che si agita, come una partita olimpica di ping pong, dentro la melona: cosa vogliono in realtà le donne? Non mi è mai passata l’idea che vogliano essere rapite, ascoltate, ammirate, stupite, ma non solo questo. Esigono un animale mediamente intelligente e non chiedono meno di quanto chiederebbero al proprio gatto: tenerezza e indipendenza, appartenenza e libertà. Ossimori e qualcos’altro che il gatto usualmente non può dare.
Ho scoperto il mio soprannome tra i quarantenni che ogni tanto girano per gli appartamenti femminili sottostanti: il pensionato. Inps non mi sarebbe piaciuto, il pensionato posso lasciarglielo credere. Aver poco da dimostrare, giova assai e la meraviglia è a portata di mano.
Parlavo dell’acume, sporcaccioni, che avete capito?
Il mio capo me lo ripeteva: taglia via tutto quello che non è essenziale, riduci, lascia solo i fatti. I sentimenti non servono. Ed prima scrivevo a mano libera e poi tagliavo quello che non ci stava, sceglievo e tagliavo. Pensavo che abbiamo poche parole, l’essenziale e i fatti bastano. Eh sì, ma cos’è essenziale, come sono i fatti senza attori? Se guardo in alto, di notte, vedo un pulviscolo iridescente fatto di frammenti di volti, di situazioni, di fatti non narrati, di emozioni spente a forza. In un universo parallelo, questi mondi possibili hanno avuto parabole da percorrere sino in fondo, le vite si sono intrecciate guidate da mani sapienti e hanno generato nuovi fatti e nuove storie. L’impercettibile, il casuale ha serpeggiato nel rumore bianco fino a distinguersi e ricombinarsi nel nuovo e così ha colpito inatteso e senza merito. Lasciando senza fiato per la meraviglia.
Volume è parola tonda. Felice o preoccupata del proprio spazio, essa è destinata all’immagine, ad essere manipolata, adattata, espansa in orizzontale, verticale, ora anche in obliquo. Non a caso, parola importante nelle fortune contemporanee, compresa quella iniziale del presidente del consiglio, viene negletta, posta in seconda fila, non indagata. Discende, essa parola, nella regola pubblica, dalla presunzione d’ordine; mai sola nella sua attuazione: volumi concessi, edificati, trasformati, venduti, massimizzati, occultati. Con gli aggettivi sminuenti il volume acquista qualità sorprendenti: di servizio, comune, tecnico, ecc., Sono questi aggettivi, vere offese al volume e tali da fargli perdere fisicità, tanto che come per il censo, lo si può vedere diversamente: metro cubo sì, ma non come gli altri e perciò valere un terzo, un mezzo. Salvo poi risorgere economicamente, come sanno tutti quelli che abitano in un garage o magazzino trasformato, ma non è la rivincita del volume, è il trionfo dell’ipocrisia delle regole.
Parola poco indagata, volume, soprattutto nella percezione dello spazio individuale e nella sua correlazione con la felicità e ancora giù nella scala verso benessere, accettabilità, indifferenza, malstare, disagio, incompatibilità.
Se noi rappresentiamo il nostro stato interiore – e non la sua proiezione – in relazione al volume disponibile, “nostro” o sognato, la sua concretizzazione può essere vista su spazi orizzontali dove espanderlo oppure collocato in alto, per vedere/dominare ciò che sta attorno. Il ritmo del costruire e quindi della città viene scandito da questa solidificazione di desideri, di rappresentazioni ovvero il mercato in sintesi è il prevalere del vedere fuori vs. il vedere dentro.
L’alternanza del verticale con l’orizzontale, inframmezzato da spazi verdi corrisponde ad un’ idea d’ordine nel quale riconoscersi o meno, ma comunque oggetto di comprensione ampia e confronto. Guardando una foto aerea, magari all’infrarosso, oppure meglio, vedendo la città dall’alto di un grattacielo, nella sequenza di spazi e nella collocazione fisica individuale, si legge la trama degli equilibri, del ben stare o del disagio, dell’anossia o della libertà.
Noi sappiamo ciò che è brutto, ci adattiamo al brutto cercando di trasformarlo, trasfigurarlo, mutarlo in sembiante del bello, dell’armonico, del vivibile. Come nei paesi dell’est, o nelle fabbriche casabottega degli artigiani del nord est, superato il brutto esterno, si accede al bello individuale, interno. Il volume ri-ordinato e manipolato internamente è imago del sè, con una forte corrispondenza tra ciò che abbiamo dentro e ciò che ordiniamo fuori, anche in termini di autoillusione. L’interiore assume il compito di rendere più piccola l’influenza dell’esterno, in un bilanciamento che ci permetta di dire: questo volume è mio, solo mio, ha la mia impronta, la mia cifra. Capita nelle vecchie case, anche riadattate, di sentire la presenza di chi ha abitato, come se i muri, un tempo rispondenti ad una diversa concezione del volume, ne avessero conservato l’impronta e permanesse un esistere non spento.
Quindi questo dialogo con il volume esiste, è un a priori. Noi ci adattiamo al volume, esprimiamo desideri, sogni (chi non vorrebbe una villa con parco in centro?), ma alla fine ci adattiamo, lasciando che la compensazione avvenga all’interno, che sia stabilito un equilibrio tra essere e dover essere, che la testa si conformi e si adatti. Dovrei dire che, a parte uno spazio fisiologico, con l’evolvere dei desideri, è più importante l’esterno che l’interno ed è proprio questo confine che è il meno indagato, ma è forse l’unico a poter definire il vero volume aggettivato, quello fisiologico.
Il volume asseconda le nostre inclinazioni e non è solo per motivi costruttivi che il costruire verticale importante italiano è sporadico, e comunque spesso ricondotto più ai servizi che alla residenza. Mentre si opera su altezze spesso banali, fatte più della logica del mucchio che della intuizione costruttiva. Azzardo una suggestione: la stratificazione storica, che comunque ognuno di noi possiede, porta verso spazi orizzontali, verso domini netti, chiede comunità piccole, se possibili nucleari, come se la storia fosse di per se stessa aggregante e identitaria: non c’è bisogno dell’alveare, della megalopoli, ma piuttosto delle celle, delle unità.
Ma questa ipotesi o qualunque altra, contrasta con la rendita immobiliare, con il valore determinato dalla trasformazione dei suoli. I delitti contro il volume, compatibile con noi, si compiono qui e non nella legittima attesa della remunerazione del capitale investito, bensì piuttosto nella sua massimizzazione smodata. Si può osservare che gli alveari umani sono sempre esistiti, solo che un tempo erano il prodotto della povertà, del bisogno adesso invece, diventano modo d’essere e pianificazione delle relazioni.
Immaginiamo una operazione mentale che ci veda entrare nella parola volume, che come in un cartone animato, si apra una porticina su una superficie riflettente, ma che forma ha questa superficie per noi? E’ geometrica, un cubo, una sfera, un parellelepipedo oppure è qualcosa di mobile come una bolla che muta, una forma amebica che può avere spigoli assieme a curve? Già dalla forma cominciamo ad entrare nella parola e nel nostro significato di volume. Il passo ulteriore sarà nella nostra percezione della superficie del volume: tranlucida, trasparente od opaca. Vogliamo vedere, oppure isolarci? L’operazione si chiude da dentro collocando parola e significato nello spazio intorno a noi e rappresentandolo come contesto includente, ma al tempo stesso rispettoso. E’ in questo dialogo tra interno ed esterno, da come noi avremo collocato il nostro concetto di volume che si avrà la percezione dello spazio vitale.
Questo dialogo intimo è già punto d’arrivo, ininfluente se non ha una manifestazione esterna, politica nel senso di relazione, di polis, ma comunque fonte di consapevolezza. In questo estrinsecarsi dei desideri/bisogni, una variante di piano regolatore assume un’ influenza sulle nostre vite, ben superiore alla percezione usuale: sarà questo atto il regolatore dei volumi, dei nostri volumi. E darà senso, all’essere dentro al volume e al camminare esternamente ad esso, ci permetterà di predisporre condizioni al benessere oppure di partire con l’handicap di un malessere da incongruenza di spazi. La necessità individuale si misurerà con le condizioni che le regole consentiranno al costruire, è qui il vulnus che verrà perpetrato alla nostra concezione di volume e qui bisogna agire. Compatibilmente, ma agire.
Non mi sono sforzato a mettere in ordine i pensieri, nè ho cercato di renderli chiari. Una traccia può essere sintetizzata nel dire che se si parte dal significato di volume si arriva allo spazio che abitiamo interiormente ed esteriormente. E che la possibilità di vivere più o meno bene nello spazio dipende da un oggetto di cui ci occupiamo molto poco: il piano regolatore. Fonte di fortune economiche e di riordino di relazioni, ma anche di infelicità collettive e di difficoltà del vivere.
Bene, se le cose erano così semplici, perchè adoperare tante parole? Perchè le cose non sono semplici e il significato che io attribuisco a queste cose, non è necessariamente il Vostro. Come direbbe un’ Amica: mi posso permettere solo questo appartamento, non posso complicarmi la vita. Tu butti sempre tutto in politica. E invece io penso che l’appartamento che affitta questa amica potrebbe essere diverso e avere lo stesso costo e farla vivere meglio e in maniera meno complicata. Ma questa è un’altra storia.
O forse nò?
E’ arrivato, senza essere invitato, sotto mentite spoglie, non gradito, nè cercato. Subito ha alzato la voce, indisposto, rallentato i lavori di casa e poi, non contento, ha infastidito, impedito. Mentendo senza ritegno, su ciò che vedeva, trovava, incontrava, ha sporcato legami consolidati, interrotto relazioni, mi ha fatto disconoscere, demolire, cancellare ricordi e contiguità.
L’ho studiato e con gentilezza, accompagnato all’uscita, riottoso s’è rivoltato, solo allora ho spinto, inveito, maledetto. Non ne potevo più e ho cercato di sopprimerlo, non più ospite sgradito, ora nemico. E lui? Si è nascosto, mimetizzato e quando l’ho stanato, vantando la propria invincibilità, mi ha sbeffeggiato, deriso, intimidito. Finchè alla soglia dell’esasperazione, ho deciso di sterminarlo, incurante degli inconsapevoli, degli innocenti, ovunque si trovasse. E come per magia è scomparso, si è fatto prendere, ma era un simulacro, un guscio vuoto. Adesso temo ricompaia, che spunti devastando, mentre scruto inquieto ogni giorno, davanti, negli angoli, ovunque qualcosa si muova.
Ah scordavo, il nome l’ha lasciato: xp antivirus protection 08
Micromega parla di piazza navona dicendo: “è solo l’inizio, l’impegno ritorna”.
Fosse davvero così! La mia sensazione è che la cosa sia molto più seria e che l’operazione PD abbia sottratto una parte consistente di terreno al dibattito sul riformismo e sul socialismo.
Banalmente, sono transitati altrove molti consensi possibili di operai, impiegati, giovani, precari. Persone che hanno perso la fiducia su un progetto più alto, che fanno fatica a far quadrare i conti, che preferiscono proiettare sogni su un futuro troppo buio per essere reale.
Eppure, fino a poco tempo fa, queste persone erano nella sinistra, adesso hanno le stesse parole d’ordine del governo:sicurezza anche abbassando la libertà individuale, guerra al pubblico “fannullone”, fastidio per il diverso, per l’immigrato, diversificazione dei diritti individuali e collettivi in relazione alla provenienza geografica, ecc.
Queste persone, che venivano in piazza per la pace, per il lavoro, per lo stato sociale; non verranno più, semplicemente perchè non sanno collocare i loro interessi individuali in una prospettiva più larga, in un comune sentire che entusiasmi, così hanno abbassato desideri e soglia del cambiamento. D’altronde dopo l’annullamento della differenza della sinistra, così ben rappresentata da Berlinguer, si è scivolati nel processo di omologazione al sistema e questo ha sempre avuto la tendenza a depauperare l’espessione del dissenso, a livellare la specificità.
Oggi l’aggregazione avviene al centro ed in questo si confrontano le idee politiche di governo, così le ali sono ridotte a testimonianza, non a prospettiva di cambiamento reale. Gli errori non insegnano, sono emendabili, cancellabili, ma in questo modo perdono la loro fnzione di catalizzatore del cambiamento.
Che dire di un gruppo dirigente che non si mette in discussione, che tutela, non l’idea o il progetto, ma se stesso, come fosse l’unico rappresentante della prospettiva. Non un dibattito, non un’ analisi che comportasse conseguenze, ammissioni di errore, dimissioni: tutto consegnato a riti burocratici che evocano la democrazia ma la manipolano in senso conservativo. C’è un primato dell’esserci, per cui il voto diviene funzionale, orientato, percorrendo, così, i riti comuni a tutti i partiti. La stampa, le riunioni, le iniziative divengono prerogativa dei gruppi dirigenti, chi esprime tesi diverse non ha tribune istituzionali. Gli stessi sindaci Chiamparino, Cofferati comprendono che l’arroccamento in corso frantuma prospettive, annulla idee.
Ma quali proposte innovative sono nate in questi mesi, quali analisi e prospettive verificabili? Le stesse primarie oggi, si fanno, quando “non indeboliscono” il candidato: buffa considerazione sui meccanismi di scelta aprioristici e sulla capacità del candidato di attrarre consenso.
La diversità di appartenenza d’un tempo, del resto simmetrica, allora, nello schieramento avversario, partiva da considerazioni forse “ingenue” di differenza, di baluardi e posizioni da tenere, pena la confusione. Nel metterla da parte, si è creato un terreno indistinto e chi ancora la interpreta, spesso è scivolato nello snobismo di sinistra, con il corollario del rifiuto dell’analisi dell’avversario, rinunciando così, all’unico strumento che consenta di vincere una battaglia.
La diversità, invece, è la capacità di cogliere ciò che muta, di capire le ragioni del mormorio sociale, di inserire quanto accade e può accadere, in un progetto ampio, chiaro, fondato su presupposti condivisi: la laicità dello stato, l’eguaglianza individuale e collettiva, la solidarietà, la preminenza del fine comune, la libertà individuale.
La differenza tra idee e prospettive fa scendere in piazza le persone coscienti di un fine specifico ed uno generale, dove quello generale esprime una visione diversa della società rispetto all’avversario, ne fa una prospettiva collettiva e in questa inserisce i singoli atti, le battaglie puntuali. Serve un ordine, una chiarezza interiore per la differenza, ma senza differenza non si procede, non si è convinti e schierabili.
Un esercito con truppe disorientate, ecco il panorama dell’attuale situazione politica di opposizione: per questo l’impegno non è dato, ma da conquistare con fatica e costanza per cambiare davvero. Il resto è conservazione non riformismo.
Tutto questo eroismo in pittura e scultura non poteva che portare a passioni escludenti, a posizioni totalitarie dove i vincitori e i vinti erano definitivamente separati e la lotta doveva, di necessità, essere fisica. Anche quello era un dopoguerra, eppure non sazio di confronto e scontro, come se le virtù civili sbandierate, non fossero sufficienti per spingere tutti verso obbiettivi comuni e alti e il dolore dovesse trovare consolazione diluendosi nel dolore altrui.
All’entrata Schifano, mai visto con così tante opere, mi aveva preso con la lettura del mondo contemporaneo, con le finzioni che diventano realtà, con il virtuale materializzato. La sovrastruttura tolta al gesto e alla parola rappresentata, ricondotta a poche pulsioni essenziali, per trovare ciò che parla senza mediazione di sè, di noi. Bello, a rimediare altre disattente mie volte.
Ma se ci si lascia prendere – e non è bene – nel flusso, questo manifesta la sua contiguità, ci porta dentro all’anima e ai suoi baluginii, rende tutto possibile – ecco perchè non è bene – rendendo compatibile questo animale che rappresenta le sue pulsioni, ciò che vede e non ciò che è.
Neppure la fotografia è in sè, anche questa estrae un modo di vedere, un pensiero.
Mi sono chiesto in questo eccesso di tensioni, cosa aveva condotto mia madre a scegliere mobili che rappresentavano un gusto d’epoca, il “novecento”, durante una guerra ormai perduta, se non fosse perchè un comune sentire era tracimato ovunque e quella camera da letto, che ancora Lei usa, era allora, il suo aggancio con il mondo esterno. E perchè Lei, così autonoma e fiera nel pensare, fare, dire, avesse scelto l’eco di quel modo di vedere interpretato con cura dai mobilieri locali nelle radiche a vista, nei legno curvi e nelle maniglie tonde. Non lo so, e adesso ancor meno di un tempo. Forse è stato il bisogno di esserci e di pensare, nonostante tutto, diversamente; di essere nel flusso e nuotare per proprio conto. Forse è questo l’unico modo non eroico di esserci davvero.
pensieri scomposti al museo d’arte moderna di Roma
” devi fare tutto quello che ti spaventa, JR. Tutto. Non parlo di cose che mettono a rischio la tua vita, ma tutto il resto. Pensa alla paura, decidi subito come affronterai la paura, perchè la paura sarà il problema più importante della tua vita, te l’assicuro. La paura sarà il motore di ogni tuo successo, la radice di tutti i tuoi fallimenti, e il dilemma di tutte le storie che ti racconterai su te stesso. E qual’è l’unica possibilità che hai di battere la paura? Seguirla. Andarle dietro. Non considerare la paura come il cattivo della storia. Pensala come la tua guida, il tuo pioniere…” J.R.Moehringer: Il bar delle grandi speranze
Fare i conti con la paura considerandola parte della vita. Darsi coraggio sorridendo e guardarla negli occhi con la serenità che bisogna farle credere. Con incoscienza, mi sono lasciato precedere dalle mie paure e spesso le ho seguite come un portolano per andare oltre. Anche oltre la paura, poi con la gioia profonda del pericolo superato. Le tante o poche paure, non ci impediscono di ficcarci in storie dove batte forte il cuore; la differenza, in fondo, è tra chi si paralizza e viene travolto e chi segue il proprio battito, passando il cerchio di fuoco.




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