Tra voglia del tutto e la pratica del mezzo. Vita, piaceri, amanti, mariti, mogli, politica e dispiaceri: tutto a metà. Come si compensasse un desiderio di assoluto insufficiente con altro, senza mai arrivare davvero in fondo. Ci si chiede troppo, un eroismo del decidere precluso ai nostri saggi genitori, praticanti della sanità dell’accontentarsi. I loro obbiettivi misurati, le passioni smorzate e comunque mai tutte assieme; oggi, invece, prevale la voracità del vivere, del mantenere in vita le possibilità accelerando le vite; il che, come nella corsa, porta ad un continuo disequilibrio. La condizione dell’esistere insoddisfatto oscilla tra questi due poli: il bisogno d’altro e ciò che si ha, in un continuo dialogare tra necessità e sogni.

E’ questo il frutto del ‘68, di una generazione che ha considerato il possibile ben più ampio delle generazioni precedenti?

E’ questa la genesi dei nostri malesseri speciali e della felicità fatta a bolle senza continuum? 

Dovevamo saperlo che quando abbiamo cominciato ad evocare una quiete fatta di terapie ayurvediche, shiatsu, buddismo tantrico, benzodiazepine, autocoscienza e psicoterapia, qualcosa non tornava nel monopoli della felicità.

Sembrerà strano, ma comunque, mi sembra meglio ora rispetto alla calma lenta che contrassegnava le vite appena l’altro ieri.