You are currently browsing the monthly archive for Giugno 2008.
Uccelli instupiditi da caldo che volano bassi, tra auto a velocità incompatibili con la vita. Destini silenti, fatti di dolori senza traccia e mucchi di penne a segnare la strada. Poco più in là, simulacri di cani, di gatti, d’altri animali perduti al mondo e a noi.
Forse domani passerà la nettezza urbana, ma tanto le ruote impietose, consumano e disperdono.
Neppure le jene sono più sicure. Ci pensi chi ha fame contronatura.
Il vicolo dove abito è a 200 metri dal luogo in cui ho il primo ricordo di me. Avevo poco più di due anni e d’estate, la mamma mi caricava sul sellino della Legnano per andare ai bagni sul fiume. Dalla bici la città scorreva negli occhi come un film. Dopo il Prato, il Corso e, proprio davanti al bar bologna, dopo tanto sole, si entrava nell’odore dell’ombra del mastio. Ero alla soglia del profumo del fiume che cresceva dall’androne, attraverso il boschetto e il campo di sabbia per distillare, infine, nel misto di sapone, di doccia e di acqua di canale. Credo che da allora, gli odori siano stati importanti nella mia vita, tanto che delle persone e le cose conservo il ricordo dell’odore assieme al resto. In quel primo ricordo c’è mia madre giovane, prima in canotta e gonna e poi nel costume di allora. E’ accanto a me, che ho il cappellino di paglia e tanta sabbia in cui giocare, nel profumo d’alberi e canale. Poi tutto si mescola: brandelli di parole, fotogrammi di ragazzi grandi (chissà quanto grandi? ) che giocano a pallone, il profumo dei pezzetti di pesca. Frammenti tenuti assieme dall’olfatto, come se la vita fosse cucita dagli odori.
Adesso che abito a 200 metri, stasera guardo l’androne, dal mio aperitivo, sò che oltre quella porta ci sono io bambino che odoro di mamma, latte, giochi e sudorino. Una compagnia da accogliere e tenere con amore perchè adesso tocca a me, gli altri hanno già dato.
Scoprire i problemi di Berlusconi non è difficile, basta leggere le leggi che fa.
(Benigni)
L’anomalia di questo paese è l’assenza di etica alta e condivisa.
Come si fa a spiegare il comportamento deviante di chi dovrebbe stabilire la devianza e la sua sanzione?
Come si fa a spiegare che tutto questo interessa una parte minoritaria del paese e che la stanchezza cresce?
Come si può spiegare che l’opposizione non è alternativa alla maggioranza?
Come spiegare che i comici dicono la verità e tutti ridono, anzichè piangere?
Noioso, sono noioso come una mosca in bottiglia.
Benigni mi piace, anche se adesso è troppo di moda. Quando parlavo io di divina commedia, mi guardavano come un marziano. Però fa caldo, in prato sarà bello.Penso.
Mi spiace che non reciti l’inferno. A me piaceva l’inferno. Ne so brani lunghi a memoria. Bello l’inferno, pieno di amore, di passioni forti. Bello. Ma si è imbolsito anche benigni. Sarà il successo. Penso.
Telefono, devo cambiare suoneria: ciao, ti ho visto, le suonerie musicali assomigliano ai loro proprietari penso, come sarebbe,” ti porti una sedia” , non voglio sedie per me, se sono stanco mi siedo sull’erba. Dopo, ci vediamo dopo, per un gelato. A me non piace il gelato. Penso. Ma in prato da Rocco, il gelato è un ritorno al liquido amniotico. La nafta poi, è squisita. Da quanto tempo non la mangio? Penso. Allora non avevo neppure i soldi per una pallina e adesso non mi piace il gelato. Penso. E’ bello abitare da queste parti. L’appartamento mi è piaciuto perchè non avevo nessuno sulla testa. Mi hanno detto, guarda che stai diventando vecchio, come fai al 4° piano senza ascensore. embè ho detto io, se divento vecchio mi trasferisco. Questo penso. Bello il prato stasera, tanti giovani. Di notte è meraviglioso, difficile trovare un posto così grande e romantico. E’ unico penso. Bello essere in una città media. Penso. Il lavoro non lo voglio stasera, mi perseguita in questi mesi: finchè non risolvo tre problemi, il lavoro è una condanna. Non lo volevo così il lavoro. Penso. A dire il vero sono tagliato per fare altro e mi piace farlo, ho troppa fantasia per una società di ingegneria. Penso. Cazzo, quanta gente, che bello. E’ bello il prato affollato. E’ bello anche d’inverno con la nebbia. Penso. E’ caldo stasera, ho evitato la compagnia: sono un lupo socievole, ma lupo. Penso. Sono cambiato, vedi, adesso sto solo con me stesso o con chi mi piace. Penso. Non era così un anno fa. Penso. Me l’hai detto anche tu che non sono più aggrovigliato, che adesso faccio ridere e piangere, ma almeno dico quello che penso. Quasi sempre. E’ meglio così, davvero meglio. Penso. Ascolto, quelli di fianco che parlano di esami, non voglio posti riservati. Non mi interessano più. Penso. Bello così. Penso. Aria fresca. Che bello il prato, con lo sfondo di santa Giustina, bello anche verso la loggia Amulea e non sto pensando a niente. Bello penso.
Applausi, sono le 9 e mezza, siamo stanchi, è caldo. Benigni aspetta che venga buio. Penso.
Arriva. Solita corsetta sul palco: è proprio un folletto. Penso. Comincia. Battute a raffica, sono ben disposto, sorrido. E’ bello essere qui. Non mi piaceva il paradiso, ma è bravo. Penso. Teologia spicciola, filosofia spicciola a piene mani e se le cose non si incastrano, si forza un poco il pensiero, e che importa. Bello e convincente, anche le castronerie sono verosimili. Applausi, bravo penso. Se non fossi venuto avrei perso molto, ho fatto bene a non ascoltarti. Penso. Sei un pò snob, fai cose differenti, non ti piace pensare di ridere assieme agli altri. Scarti quello che non ti contraddistingue. Penso. Parla dell’amarsi, bello questo concetto dell’amarsi, così la passionalità del paradiso è bella. Magari non sarà proprio questa l’interpretazione canonica, ma è bello il fatto che il corpo sia in paradiso. Penso. Emergono cose importanti stanotte. Caspita. Il senso della nostra vita siamo noi e noi ci troveremo camminando: questo mi viene da pensare. Accidenti. Bello ’sto paradiso. Stanotte se non riesco a dormire riprendo in mano, la commedia. Ti ricordi che mi prendevi in giro quando al recitavo. Embè, prova tu a farlo. Penso. Ultimamente non dormo niente, ma sto bene da solo, si pensa bene così. Penso. Che vita incasinata. Penso. Mi piace così. Penso. Sta recitando l’intera cantica. Bello benigni. E’ trasfigurato. Il comico è scomparso. Che meraviglia, ha mostrato un lato sconosciuto di Maria: il fatto che lei vede dio. Il libero arbitrio di Maria nella risposta all’angelo, il limite di dio che non può superare il libero arbitrio. Questo va bene anche a un miscredente, ad un agnostico. Penso. Ecco ha finito, c’è silenzio prima della gloria. Solo questa stronza telefona e disturba. Penso. Adesso ti vorrei qui accanto a me, perchè è uno spettacolo da condividere avere 50.000 persone in silenzio. Ma Tu sei lontana mentre scoppia l’applauso, lungo. Non ci può essere un bis. Lo spettacolo teatrale è perfetto così. Penso. Officiato. Penso. Adesso è ora di parole. Penso. Il gelato da rocco. Penso. La notte è tiepida. Penso. So chi chiamare e ascoltare. Penso.
Bello penso.
Tra voglia del tutto e la pratica del mezzo. Vita, piaceri, amanti, mariti, mogli, politica e dispiaceri: tutto a metà. Come si compensasse un desiderio di assoluto insufficiente con altro, senza mai arrivare davvero in fondo. Ci si chiede troppo, un eroismo del decidere precluso ai nostri saggi genitori, praticanti della sanità dell’accontentarsi. I loro obbiettivi misurati, le passioni smorzate e comunque mai tutte assieme; oggi, invece, prevale la voracità del vivere, del mantenere in vita le possibilità accelerando le vite; il che, come nella corsa, porta ad un continuo disequilibrio. La condizione dell’esistere insoddisfatto oscilla tra questi due poli: il bisogno d’altro e ciò che si ha, in un continuo dialogare tra necessità e sogni.
E’ questo il frutto del ‘68, di una generazione che ha considerato il possibile ben più ampio delle generazioni precedenti?
E’ questa la genesi dei nostri malesseri speciali e della felicità fatta a bolle senza continuum?
Dovevamo saperlo che quando abbiamo cominciato ad evocare una quiete fatta di terapie ayurvediche, shiatsu, buddismo tantrico, benzodiazepine, autocoscienza e psicoterapia, qualcosa non tornava nel monopoli della felicità.
Sembrerà strano, ma comunque, mi sembra meglio ora rispetto alla calma lenta che contrassegnava le vite appena l’altro ieri.
Questo era il mogol battisti lato b che mi piaceva più del lato a.
E mi è rimasto dentro, oltre ogni previsione.
Prima notte calda, giusta per sedersi in terrazza e pensare ad un tema in cui sono scivolato negli ultimi anni: la disaffezione dal mio partito.
La mia storia politica nasce prima del ’68 e parte dalle persone, dalle storie individuali. C’è ingiustizia che circola, ho analisi rozze, più che altro sensazioni. Sono certo che si può cambiare e che chi lavora ha ragione, così arrivo al sindacato, solo dopo qualche anno, al partito. Ho fatto il militante, il dirigente, l’amministratore pubblico, ho rifiutato incarichi, fino a dimettermi. Troppo indipendente, inaffidabile. Così sono tornato alle persone. Non è stato facile, anni di peso, malumore, ma adesso sono sereno. E’ stata una belle esperienza ed ora torno da dove sono partito. Certo, adesso gli operai votano lega e non pci, il lavoro sembra una variabile da usare a piacimento, ma le persone mi appassionano ancora di più e ancora credo che possa diminuire l’ingiustizia. Solo che la linea del mio partito non mi convince più, è distante da me e forse da molti altri. Vorrei che le idee della sinistra fossero almeno discusse. Che si dicesse qual’è la speranza e la direzione del cambiamento.
Oggi bisogna fare argine, analizzare il presente e proporre un futuro accettabile, riformare la rete di consenso e della speranza sulle idee di cambiamento.
Mi è tornato in mente ”per chi suona la campana” e “terra e libertà”. In Spagna nel ‘37 c’era tutto: il macello delle idee e delle persone, lo scontro a sinistra, gli ideali, l’entusiasmo, il cambiamento, la coscienza delle battaglie da combattere. E il mondo pensava che quello che accadeva avrebbe cambiato la vita di tutti.
Aveva ragione.
Una frazione di secondo dura moltissimo.
Quando mi è venuta addosso l’auto, stamattina, il tempo non fluiva più. Era dalla mia parte. Veloce da frantumare ossa e muscoli e uccidere.
Lo scarto in corsa, con la mente fredda, neppure un’imprecazione.
Sarà così che morirò? Senza capire e senza paura.
Oggi non era la mia ora.
Tra le passioni c’è una specie che sconvolge l’acqua cheta e divora, e brucia: tutto in un attimo.
E’ sguardo sull’abisso che intimorisce ed attrae.
Quando si accetta di viverla, ogni percezione viene alterata, come nell’ebbrezza d’una corsa che lascia spossati ed ansanti. Ciò di cui si sorrideva, diventa importante e tutto sembra possibile mentre la paura scivola come seta. Non si pensa secondo logica, il bisogno si tematizza fino ad essere monodico.
Serve, allora, cuore per governare la propria vita e non cedere al fascino del vuoto. Eppoi vivere nel timore che tutto venga ingoiato, che nulla di importante resti e la vita ridiventi banale.
Del tempo atmosferico non si può dire nulla, solo subirlo o viverci dentro.
Oggi ero a Muggia e il cielo mutava in continuazione. Davanti, c’era il golfo di Trieste di una bellezza provocante. Ostentava potenza, capacità di regolare vite e desideri. Come se i colori e le nubi potessero appartenere.
La pioggia è arrivata a scroscio trasformando tutto in bianco e nero, con persone in fuga verso portiere riottose, mentre altri, divertiti e al riparo, guardavano fumando. Nell’ angolo del molo, alla pioggia, due africani fumavano e ridevano nelle cerate gialle.
E’ finito com’era iniziato, il tempo atmosferico, indifferente e perso in pensieri propri. Siamo troppo insignificanti perchè rida di noi.
Il tutto mi ha riportato ad altri anni a Trieste, con calzoni a zampa d’elefante senza tasche, camicia attillatissima, stivaletti neri mangia calzini.
Radici su altri grigi e speranze di caldo: se non in giugno, quando?




Commenti Recenti