L’altro ieri ero dentro il porto, a Pozzallo. Davanti la porta di un capannone, tre auto della polizia, con alcuni agenti che parlavano tra loro. Sul fondo si vedevano alcune persone, non so quanti, dei 91 africani arrivati scortati dalle motovedette.

Questi erano il pericolo per il nostro benessere.

Alcuni seduti a terra, con la schiena appoggiata alla parete, altri in piedi. Lì, ammassati in un angolo, in attesa di chissachè. Un capannone portuale è grande, ancor più se è vuoto. Le persone si perdono, sia alla vista di chi guarda, sia dentro loro stessi. Non ci sono arredi, letti, tavoli, per dare una parvenza di luogo di vita: è un posto coperto e basta, dove si pensa e si attende.

Chissà cosa pensavano.

Ieri il giornale La Sicilia, usava toni civili, parlava della tragedia di un corpo in acqua annegato, della contentezza di essere vivi e arrivati. Del fatto che sono ignari delle leggi italiane, non sanno che verranno cacciati e non capiscono che per loro l’inferno non è finito. Sono arrivati cercando di vivere, pensando che ci sia la possibilità di avere un futuro. Ci dicono che non sarà compito dell’italia rispondere, ma da parte nostra, come uomini, possiamo dire che non c’è risposta, misericordia, aiuto, futuro?

Una cosa piccola al giorno per riaffermare la mia civiltà, un pensiero espresso pubblicamente, un aiuto rispettoso, un sorriso assieme ad una moneta, qualsiasi cosa che non mi faccia vergognare della mia storia. Me lo pongo come programma per ricordarmi che sono uomo e che la pena non deve precedere il reato.