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E’ difficile Rachmaninoff, ma guardate le mani di Horowitz, immagine della vita: forte, apparentemente fragile, lancinante dopo la tranquillità. E poi di nuovo serena.
La scoperta di questo vecchietto dalle dita d’acciaio, trent’anni fa mi ha cambiato il modo di ascoltare. E sentire.
Dirige Zubin Metha, bravo, ma preferisco Ansermet sempre con Horowitz.
Lenzuola stropicciate, nel loro raccontar traccia dell’inquietudine notturna; d’insonnie e segni d’impresa.
Consuetudine immemore.
In questo stropicciar speculare, di sentimenti e d’anima, possiamo trovare molto di noi. Poesia e storia, della felicità procrastinata e di quella attuale, delle lacrime silenti e dei pensieri circolari, delle decisioni rimandate e di quelle senza ritorno, dei sogni sognati e di quelli che vorremmo, del riposo torpido e dei desideri pungenti. Tutto tra quelle lenzuola che dita misericordiose, nostre o d’altri, tenderanno a cancellare assieme all’impronta d’anima che ci portiamo dentro.
Mai cercare briciole tra le lenzuola.
i was five and you were six
we rode on horses made of sticks i wore black, you wore white
you would always win the fight
bang bang, you shot me down
bang bang, i hit the ground
bang bang, that awful sound
bang bang, my baby shot me down
Incompetente e ignorante. E’ ciò che penso di me e sarà per questo che i miei colleghi di funzione mi annoiano: spesso li trovo vecchi e vuoti. Contenitori di nozioni e di abitudini. Un incompetente è costretto alla fantasia, ad inventarsi la vita. E l’ignorante si deve inventare una cultura, deve imparare. Appartengo alla genia di quelli che perdono tempo facendo apparentemente altro, che seguono gli istinti e il principio di piacere. Questo da sempre e non rimpiango nulla. A volte mi piacerebbe avere qualche strumento in più, per orientarmi, per analizzare. Ma in realtà so che devo semplificare e che quello che apprendo è solo una piccola parte di ciò che potrei sapere.
Sono a credito con la vita e -sembrerà strano- non mi accontento, nè mi fermo.
Pervicace, mi sono giocata la condizionale.
una volta alla settimana un pezzo di formazione rimasto: il resto conta solo per la psicoanalisi
L’altro ieri ero dentro il porto, a Pozzallo. Davanti la porta di un capannone, tre auto della polizia, con alcuni agenti che parlavano tra loro. Sul fondo si vedevano alcune persone, non so quanti, dei 91 africani arrivati scortati dalle motovedette.
Questi erano il pericolo per il nostro benessere.
Alcuni seduti a terra, con la schiena appoggiata alla parete, altri in piedi. Lì, ammassati in un angolo, in attesa di chissachè. Un capannone portuale è grande, ancor più se è vuoto. Le persone si perdono, sia alla vista di chi guarda, sia dentro loro stessi. Non ci sono arredi, letti, tavoli, per dare una parvenza di luogo di vita: è un posto coperto e basta, dove si pensa e si attende.
Chissà cosa pensavano.
Ieri il giornale La Sicilia, usava toni civili, parlava della tragedia di un corpo in acqua annegato, della contentezza di essere vivi e arrivati. Del fatto che sono ignari delle leggi italiane, non sanno che verranno cacciati e non capiscono che per loro l’inferno non è finito. Sono arrivati cercando di vivere, pensando che ci sia la possibilità di avere un futuro. Ci dicono che non sarà compito dell’italia rispondere, ma da parte nostra, come uomini, possiamo dire che non c’è risposta, misericordia, aiuto, futuro?
Una cosa piccola al giorno per riaffermare la mia civiltà, un pensiero espresso pubblicamente, un aiuto rispettoso, un sorriso assieme ad una moneta, qualsiasi cosa che non mi faccia vergognare della mia storia. Me lo pongo come programma per ricordarmi che sono uomo e che la pena non deve precedere il reato.
Faranno bene, così sembrerà, e il consenso tacito darà loro ulteriore forza. La vita se ne andrà, senza far rumore, ma comunque tutto sembrerà uguale.
In fondo siamo nostalgici di qualcosa che forse era fantasia o un sogno prolungato nel giorno.
Così non è, lo sappiamo bene, è questo benessere presunto che succhia energia vitale. Come negli amori sbagliati, la felicità dista un niente.
Le parole impallidiscono, le storie sono cenere gettata. Che strano, pareva ieri che il passato era forza per il futuro.
Ma per un guerriero, amare non è mai sbagliato, è il solo posto dove riposare.
7.30, mattina, gessatino, attillato, non troppo serio, oggi look timida aggressiva.
Tacco 6 o tacco 8?
Agenda, niente ufficio, solo clienti esterni.
Tacco 6 o tacco 8?
Cosa mi ha detto? “non c’è problema, nema problema”
Scemo.
Agenda: settimana piena, mese pieno: sarà così fino ad agosto. Poi mare. Quest’anno non mi piace.
“La vestizione del guerriero”, così l’ha chiamata mentre mi rivestivo.
Scemo.
Che si può fare in pausa pranzo. E’ stupido, non capisce.
Oscillo tra il pensiero di lui e di me. Compasso, centro su me, qual’è il raggio?
Non mi piace ” mammina inquieta”: non ascolta, sente solo la superficie.
Banale.
Chissà se ha fatto insiemistica, se riesce a capire che noi due siamo A e B e siamo sovrapposti: AUB.
Quanto sovrapposti?
Tacco 6 o tacco 8?
Ci provano sempre, anche se hai il tacco basso. Ci provano insinuanti, sfrontati, imbecilli, carini. Mai quelli che vorresti.
Tacco 6 o tacco 8?
Aspetto che chiami lui, resisto. Non scrive. E’ così…
Scemo.
Non mi piaceva, quando l’ho conosciuto, sembrava distratto, felice. Chissà perchè poi sono cambiata. Perchè non era felice. Mesi di appuntamenti, sogni, nomignoli, parole. Parole e basta. Letto, sintonia. Mi piace come mangia piano, come ride. Chissà se chiama. Mi basterebbe… no, non mi basterebbe.
Scemo.
Ci siamo lasciati subito, appena dopo la prima volta. Paure sue e mie. Poi insieme perchè non bastava e di nuovo lasciati, spesso. “Un amore a termine” così l’ha definito. Quand’è questo termine che me lo trovavo dappertutto. Perchè non termina adesso ? Ieri ho girato per passare vicino a casa sua, ho guardato le finestre, il campanello. Volevo chiamarlo per dirgli “ E adesso che faccio: mi hai lasciato tempo per pensare, voglia di essere amata, pennellate di grigio da distribuire nella giornata. Sei scemo se mi lasci andare “
Devo andare, devo andare, devo…
Tacco 6, è lunga la giornata.
Tema: nella fattoria degli animali c’è un nuovo governo, il candidato trovi la specie e la razza corrispondente alle funzioni assegnate e alle caratteristiche personali.
Si consegna prima dell’intervallo.
Il clamore da pollaio della disputa Travaglio vs Schifani, nasconde la coda di paglia di un’informazione poco libera e di una politica acquiescente. Ma non per costrizioni esterne, piuttosto per ossequio e vantaggio. Dovrei aspettarmi un sussulto che non sia al servizio di qualcosa o qualcuno, la coscienza che al pari della magistratura, esiste un potere terzo, anzitutto, utile al cittadino. Ma questo sussulto non c’è e chi ha questo potere, non lo esercita, se non per eccezione, fa un mestiere senza dubbi, è assenteista alla società.
Almeno si radicasse questa terza parte civile che critica con coscienza e non si astiene, saremmo tutti più liberi e Berlusconi sarebbe solo un presidente del consiglio. E, badate bene, che non vorrei i professionisti dell’opposizione, ma solo uomini di modesto coraggio al servizio di sè stessi, degli altri, della funzione per cui sono pagati.
Le eccezioni che ho in testa, gli esempi di voce chiara ” che gliele canta”, sono quello che potrebbe essere e non è, non la normalità quotidiana.
Spinelli sulla Stampa dice parecchio, aggiungerei dell’altro sull’abitudine di mandare alla gogna persone e violentare la verità in un titolo, ma questo è corollario alla condizione di indipendenza di chi scrive.




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