Il laboratorio era in cima ad una scala bianca, di gradini ripidi, in pietra tenera consumata. Una volta all’anno, veniva imbiancata e l’odore di calcina persisteva a lungo, a dar l’idea di un pulito, già contraddetto dai segni delle scarpe. Mia madre, mi teneva la mano e salivo cantando, poi ci sarebbe stata la discesa giocosa fatta di scalini a due, a tre, sussurrando filastrocche.
La porta bianca, il laboratorio, l’odore delle stoffe. Tutti conosciamo l’odore dei tessuti, ma dal sarto, il profumo della stoffa si mescolava a quello del gesso a scaglie, del tabacco e del vapore della stiratura.
Gli abiti venivano sfumati, con ferri pesanti e tela bagnata, su tavoli in legno, con un sentore lieve di bruciato della tela. La stiratrice, immersa nel vapore, mi sorrideva. C’erano cinque o sei persone nella stanza, sedute su sedie impagliate o alla macchina per cucire. Un cliente piccolo era l’occasione per richieste, commenti, parole. Ma non era quello il mio posto, venivo accompagnato nel salottino di prova e attendevo paziente, tra vecchie riviste e mazzette di campioni. C’era Epoca, l’Europeo, Grand Hotel, ma la vera attrattiva erano i campioni di stoffa disposti in pile sul tavolo. Sia ben chiaro che non toccava a me scegliere, quello era compito della mamma, ma tra i principi di galles, occhi di pernice, covercoat, fustagni, pettinati, c’era tessiture, trame, morbidezze da percorrere in punta di dita.
Poi ci sarebbe stata la cerimonia delle misure e intanto l’attesa era un tempo sospeso e piacevole, fatto di odori e tatto.
Le voci di mia madre e del sarto contrattavano: prezzi, tempi di consegna, modello. La foggia, non lasciava scampo, al massimo si discuteva sui due o tre bottoni della giacca. Aspettavo curioso, del colore, della pesantezza, della lunghezza dei calzoni. Ho atteso, per molto tempo che i calzoni fossero lunghi anche d’estate, salvo poi ricredermi subito sull’utilità di quel pezzo di braga in più.
Alla fine iniziava il tormento delle misure, i centimetri giusti, mia madre che diceva che crescevo in fretta, il vestito che nasceva un pò lungo e largo. Dopo due settimane, la prima prova, quella in cui fatalmente gli spilli avrebbero punto. Ma il vero imbarazzo sarebbe giunto con la domanda se lo portavo a destra o a sinistra. All’inizio non capivo, non credevo ci fosse una possibilità alternativa e tantomeno una scelta, ma quel lieve aggiustamento del sarto alla seconda prova, mi imbarazzava terribilmente.
Quando ero già adolescente, l’imbarazzo su queste “confidenze” cresceva e pensavo a come evitarlo, ovvero pensavo che sarebbe stata meglio una sarta, pensavo… Era solo un momento, poi il rossore spariva. E di lì a poco sarei uscito nell’odore di calcina, le stoffe che avevo accarezzato sarebbero rimaste in pezza, il vestito dopo un mese l’avrei avuto addosso.
Non è durato poco, ma i jeans erano in agguato e poi tutto sarebbe mutato. Mi è rimasto solo il dubbio se lo porto dalla parte giusta.




6 comments
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30 Aprile 2008 a 4:25 pm
missminnie
e da che parte lo porti???……..eccccheeee dopo tutta questa manfrina ce lo devi pur dire da che parte stà
)))))))))))))))))))))
))
un sorriso, willy…che sono ultimi scampoli in ufficio, poi si chiude, e fino a lunedi non se ne parla più…vivadddio e il 1 maggio
minnie-scherzosetta
30 Aprile 2008 a 6:10 pm
willyco
Problemi??? maschili, chissà qual’è l’equivalente per le femminucce. ; ))
Buoni giorni Minnie
30 Aprile 2008 a 6:20 pm
Cristina
e dai rispondile almeno alleggeriamo l’atmosfera troppo seria!
mi hai invitata a sorridere ma in realtà sei stato anche tu a farmi meditare tanto da ieri sera leggendo quello che scrivi
ecco un sorriso per te….
(vedo che le donne ti adorano io sono solo l’ultima arrivata…)
30 Aprile 2008 a 6:28 pm
Cristina
“Spesso, troppo spesso mi hai parlato delle tue colpe. T’ho assolto prima di conoscerle, non erano importanti. Non m’ascoltavi, persa in te. Noi eravamo importanti e mi sei scappata tra le dita fino a stringere aria.”
accidenti!!! ma questi eravamo noi…lui che diceva che io non lo conoscevo che lui era pieno di difetti e io ridevo e un’ennesima volta a questa affermazione ho risposto non vorrai mica farmi credere di aver ucciso qualcuno nella tua vita…?beh no questo no ma io sono un uomo strano…accidenti willy…io e te abbiamo vissuto la stessa vita a parti invertite?
30 Aprile 2008 a 7:05 pm
BIANCA 2007
MOLTO BELLA
attenta,precisa la descrizione di quel sarto e di quelle stoffe da accarezzare immaginando d’averle indosso.Interessante anche, come per un’adolescente qual’eri a quel tempo,tu sentissi già il fascino dell’attesa e ti preparassi lall’evento con tecnica esperta.
Anch’io ho sempre assaporato e curato ogni gusto d’attese ma,sono anche smaniosa,entusiasta ed istintiva.E il fuoco di cui era composto il mio entusiasmo era anche il terremoto della VITA che non ammetteva indugi o ritardi di nessun tipo.Quando questo capitava ne è sempre valso la pena,ruzzoloni inclusi.Ora però ho anche imparato forse con la saggezza del tempo, a cercare di comprendere il mio ruolo “sotto il cielo”.Ho perso solo la “smaniosità”.L’entusiasmo è sempre fuoco che scintilla e scalda senza bruciare, ma ho aggiunto il “tempismo” di quella massima che ho fatto incidere nella targa d’ottone sul cancello della mia casa:”CHI TEMPO HA TEMPO ASPETTA TEMPO PERDE”.
A proposito dell’ultima tua frase che riguardano i jeans.Non l’ho capita e non è mia abitudine lasciare in sospeso ciò che non mi è chiaro.Please?…Bianca 2007
30 Aprile 2008 a 11:53 pm
willy
Bianca: con i jeans è finita la mia epoca del sarto su misura e sono iniziate le scelte personali. Mi spieghi Bianca come hai fatto a trovare Hawck, credo che a parte me che ci scrivo Tu sia l’unica ad averlo individuato.
Cristina e Minnie: a sinistra, che diamine. E poteva essere altrimenti? Come il cuore e il sentimento.