Ascolto di insofferenze domestiche, di figli infelici, di amori finiti che legano, di passioni che faticano a trovare il proprio corso, di pessimismo civile. Gli insoddisfatti sono maggioranza in questa società, fintamente satolla, che parla continuamente di felicità.  Come se au contraire bastasse esorcizzare il contrario quotidiano della felicità, per farla emergere.

 A volte  penso sia una questione di ordine d’importanza e che, riconosciute le cose che davvero servono, tutto il resto sono problemi da ricchi, cioè da persone che hanno più del necessario. Ma anche questo non mi accontenta, perchè la sofferenza è sempre reale e non si può essere felici pensando a come staremmo peggio se non avessimo quello che abbiamo. Credo che vivere sia un dis-equilibrio delicato, come il camminare, fatto di bisogno e soddisfazione, con rari momenti di coincidenza.

Le letture e l’esperienza mi dicono di valutare la vita nel suo insieme, attendendo felicità, ma sapendo che per il solo fatto di essere vivi e amanti di qualcosa,  l’evoluzione è sempre positiva.  Ma questo è un punto di arrivo, che arriva spesso troppo tardi.  L’umore collettivo è la sensazione della somma di tante piccole infelicità quotidiane e personali che pesano sul mondo, impedendone la crescita sua e nostra.

Così la vita è davvero camminare sulle ninfee.

Senza affidarsi al peggio per apprezzare quello che si ha, esiste una modalità per cambiare la nostra visione del quotidiano?

Forse lasciando aperta la porta della disponibilità, accettando la sofferenza dell’incompletezza, forse usando i sensi e il tempo a disposizione, forse relativizzando i successi, forse affrontando il rischio di amare.

Uso i forse perchè ormai so solo ascoltare e mi rifugio nella sfrontatezza di un gesto tenero per supplire alla parola che non avrebbe significato per chi ascolta.