Da molto tempo ho un cattivo rapporto con gli auguri dal significato religioso, nel senso che non hanno per me significato. Non mi muovono nulla, si riferiscono a cose che guardo e limito al rango del conoscere comprensivo. Mi interessa, sono curioso: la notte di natale ero in piazza san Pietro per vedere le persone in attesa. Ho anche cercato di entrare in chiesa, affascinato dalle luci, i canti, la ritualità. Era interessante, ma capisco che chi crede ci trova cose e sensazioni che non mi appartengono.

Questi giorni di festa pescano nel miei ricordi di ragazzo, nelle preesistenze dei campanacci agitati per scacciare presenze maligne, nel fascino e nella potenza di formule latine e greche che chiedono conto del male fatto, nell’uso della tenebra e della luce. Qualche anno fa ero a Ratisbona la notte di pasqua e sono entrato in cattedrale. La chiesa era immersa nel buio, gremita e silente. In mezzo all’abside, illuminato da un cero, il lettore si rivolgeva al vescovo e al popolo, scandendo le parole. Poi l’esplosione del gloria e della luce: una saetta ha attraversato le navate diretta ai sentimenti e ognuno ne ha ricavato il suo. E’ stato emozionante, ma mi fermo a questo livello di sensazione profonda.

Capisco che le feste per chi ha fede hanno altri significati, epperò non è il mio bisogno. Sarà per questo che gli auguri mi mettono a disagio come una formula vuota. Che faccio, uso la formula degli auguri astronomici, assolutamente incomprensibili?  No, amici cari, vi auguro di passare tre giorni allegri, con bel tempo e buona compagnia. E poi ciascuno ci aggiunga ciò che conta.