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Come again, sweet love doth now invite

Thy graces that refrain To do me due delight,

To see, to hear, to touch, to kiss, to die

With thee again in sweetest sympathy.

A due amiche, Topolina e D. che hanno ripreso a sorridere e a tutti noi che vogliamo volare.

Ascolto di insofferenze domestiche, di figli infelici, di amori finiti che legano, di passioni che faticano a trovare il proprio corso, di pessimismo civile. Gli insoddisfatti sono maggioranza in questa società, fintamente satolla, che parla continuamente di felicità.  Come se au contraire bastasse esorcizzare il contrario quotidiano della felicità, per farla emergere.

 A volte  penso sia una questione di ordine d’importanza e che, riconosciute le cose che davvero servono, tutto il resto sono problemi da ricchi, cioè da persone che hanno più del necessario. Ma anche questo non mi accontenta, perchè la sofferenza è sempre reale e non si può essere felici pensando a come staremmo peggio se non avessimo quello che abbiamo. Credo che vivere sia un dis-equilibrio delicato, come il camminare, fatto di bisogno e soddisfazione, con rari momenti di coincidenza.

Le letture e l’esperienza mi dicono di valutare la vita nel suo insieme, attendendo felicità, ma sapendo che per il solo fatto di essere vivi e amanti di qualcosa,  l’evoluzione è sempre positiva.  Ma questo è un punto di arrivo, che arriva spesso troppo tardi.  L’umore collettivo è la sensazione della somma di tante piccole infelicità quotidiane e personali che pesano sul mondo, impedendone la crescita sua e nostra.

Così la vita è davvero camminare sulle ninfee.

Senza affidarsi al peggio per apprezzare quello che si ha, esiste una modalità per cambiare la nostra visione del quotidiano?

Forse lasciando aperta la porta della disponibilità, accettando la sofferenza dell’incompletezza, forse usando i sensi e il tempo a disposizione, forse relativizzando i successi, forse affrontando il rischio di amare.

Uso i forse perchè ormai so solo ascoltare e mi rifugio nella sfrontatezza di un gesto tenero per supplire alla parola che non avrebbe significato per chi ascolta.

Con leggerezza di stile, precisiamolo: io sono altro.

Ribadiamo la diversità, il nostro pensiero singolo, l’essere con altri, ma noi stessi. E’ un diritto, sta in noi esercitarlo o meno. Possiamo uniformarci, lasciarci prevaricare, a partire dai sentimenti per finire nella politica, ma lo sappiamo bene che il prezzo del quieto vivere è l’insoddisfazione. E questa non ci lascia scampo, è un tarlo a volte sottile e spesso annichilente, che porta al relativo, dove noi siamo il relativo rispetto alla vita voluta, desiderata, sognata.

Trovare assonanza dei gesti con le proprie note interiori, come esercizio costante, da accompagnare prima nei dì di festa e poi nel quotidiano. Una fermezza gentile in regalo a noi stessi, come augurio comune.

http://www.lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?IDmsezione=14&IDalbum=8788&tipo=AUDIO

Ascoltatela, perdio, ascoltatela questa telefonata al 118, perchè questa è Italia, questo è il lavoro, questa è vita vera.

Ascoltatela e piangete, emozionatevi, bestemmiate, urlate, fate quello che volete, ma rifiutatevi di pensare che è la normalità. Che è normale vivere e morire per lavorare, che questo è un prezzo lecito da pagare al mercato.

Ascoltatela e fatela ascoltare, ai vostri cari, ai vostri amici, a chi può ascoltare. 

Diffondetela, fino a far emergere l’insofferenza, fino a far riconoscere chi è da una parte e chi dall’altra.

Facciamo in modo che ci sia una data per il diritto al lavoro senza morte, una data da cui comincia una inversione del cinismo imperante e che questa sia il 6 dicembre 2007.

La conversione di Magdi Allam e la ecclesia che ostenta e trionfa: dopo il protestante Blair, il mussulmano scrittore. Di converso, il prete di Trento che fa la colletta per la moschea dei musulmani immigrati, viene diffidato dal vescovado. E’ lo stesso mondo fatto di soluzioni puntuali: mónadi di esemplarità in un agire coerente. Non arrabbiatevi agnostici, laici, atei, cattolici di frontiera e varia umanità, è nell’idea di chi possiede la verità, esibire ciò che rafforza la sua supremazia. Ma con la stessa mano, questa verità, provvederà a reprimere ciò che crea la contraddizione, la molteplicità delle verità. Meglio, comunque, queste conversioni piuttosto che quelle sul letto di morte, vi ricordate di Gottuso? La chiesa scientemente opera per situazioni esemplari al fine di rafforzare un pensiero medio. Ma che fa la laicità teorica ed imbelle? Lascia che anche nella politica, il pensiero uniforme prevalga.  Il cambiamento che poggia sulla ereticità viene disincentivato e ciò che rallenta il nuovo, viene favorito. Non ci sono schieramenti netti divisi su questo, come se il secolo procedesse solo sulla tecnologia e la società si fosse fermata. Anzi quest’ultima, spesso arretra, spaventata dalla propria crescita. Oggi il pensiero individuale è un bene prezioso e negletto, che crea la differenza e chiarifica: pensare singolarmente è un atto d’amore verso sè stessi e verso gli altri, arduo come tutti gli atti d’amore.

L’avrete notato, parlo d’altro, guardo panorami, evoco passioni personali, scrivo di sentimenti, bisogni, desideri. Eppure un pensiero non riesco ad esorcizzarlo: perchè dovrei meritarmi 5 anni di epigoni del berlusconismo? Badate bene, non mi preoccupa la politica liberista, la cantilena sul comunismo incombente, e neppure la possibilità di una Italia a coriandoli regionali. Se la destra fa il suo mestiere con coscienza, il dualismo conservazione vs. innovazione è parte del sistema democratico e non guasta le fondamenta comuni. Ciò che non sopporto è il dilagare di un modo di pensare in cui il denaro ordina il valore sociale, la solidarietà viene confusa con carità, il codice è orientato dai problemi delle lobbies, il lavoro giovanile o maturo è un prodotto della fortuna, la sanità, la scuola pubblica e le pensioni sono pesi sociali. Ciò che temo è che si disfi definitivamente il tessuto lacero che ci tiene assieme, che gli interessi personali prevalgano alla luce del sole su quelli collettivi, che il senso comune della moralità dell’agire pubblico venga stravolta. Il centro sinistra ha fatto molto perchè emergesse un senso del relativo, nell’agire politico. Forse non poteva fare le riforme con una maggioranza così composita, ma questa idea di mediazione e compromesso, ha portato verso un paese che non si entusiasma più per i propri valori. Ora le cose sono più nette e gli schieramenti definiti, ma il problema è salvare i fondamenti: la laicità dello stato, la difesa dei diritti della persona, l’eguaglianza sociale sostanziale, il diritto al lavoro e alla retribuzione. E chiedersi da che parte questi diritti potranno crescere, magari insufficienti e con incazzature, adesso e nel futuro.

magari dopo le elezioni, se non Si Può Fare

 

Da molto tempo ho un cattivo rapporto con gli auguri dal significato religioso, nel senso che non hanno per me significato. Non mi muovono nulla, si riferiscono a cose che guardo e limito al rango del conoscere comprensivo. Mi interessa, sono curioso: la notte di natale ero in piazza san Pietro per vedere le persone in attesa. Ho anche cercato di entrare in chiesa, affascinato dalle luci, i canti, la ritualità. Era interessante, ma capisco che chi crede ci trova cose e sensazioni che non mi appartengono.

Questi giorni di festa pescano nel miei ricordi di ragazzo, nelle preesistenze dei campanacci agitati per scacciare presenze maligne, nel fascino e nella potenza di formule latine e greche che chiedono conto del male fatto, nell’uso della tenebra e della luce. Qualche anno fa ero a Ratisbona la notte di pasqua e sono entrato in cattedrale. La chiesa era immersa nel buio, gremita e silente. In mezzo all’abside, illuminato da un cero, il lettore si rivolgeva al vescovo e al popolo, scandendo le parole. Poi l’esplosione del gloria e della luce: una saetta ha attraversato le navate diretta ai sentimenti e ognuno ne ha ricavato il suo. E’ stato emozionante, ma mi fermo a questo livello di sensazione profonda.

Capisco che le feste per chi ha fede hanno altri significati, epperò non è il mio bisogno. Sarà per questo che gli auguri mi mettono a disagio come una formula vuota. Che faccio, uso la formula degli auguri astronomici, assolutamente incomprensibili?  No, amici cari, vi auguro di passare tre giorni allegri, con bel tempo e buona compagnia. E poi ciascuno ci aggiunga ciò che conta.

Post particolare, da perditempo: in rete ci sono altre perversioni e intelligenze. Quindi non lamentatevi in caso di lettura. 

Mocha è un inchiostro Parker. Il colore è tra il caffè a tostatura media e la castagna.

Sulla pagina bianca o avorio, accompagna bene la scrittura ricca di rotondità. Dipende dalla granulosità del foglio e dall’assorbenza, ma lascia una densità irregolare ai contorni delle lettere che ne accresce il fascino. Usualmente lo adopero con pennino medio, a taglio diritto, sufficientemente morbido, su stilo Omas, Parker Mosaic, Aurora oppure sulla classica Pelikan nero-verde. Quest’ultima è la stessa della mia infanzia. Su questa penna si potrebbe scrivere assai: ha accompagnato sgorbi infiniti e scritture veloci, disegni al tratto e marginalia, ha coinvolto giacche e camicie in disastri, si è lasciata mettere in disparte contando sul suo fascino da ragazza. Ripresa, non si è lamentata e l’amore è ricominciato. Associo questo inchiostro a queste penne, proprio per la morbidezza di colore. Altre pennini e penne danno il meglio con altri inchiostri e colori. Ad esempio la Montblanc si esprime bene su colori decisi: il nero, il blù-nero Pelikan, il rosso rubino. Naturalmente, sono opinioni ampiamente contestabili.

Devo giustificare tutto questo, che è vaniloquio per molti? Non credo, la scrittura con pennino su carta adeguata, fornisce sensazioni apprezzabili per chi non giudica lo scrivere a mano un esercizio inutile. Della serie o si conosce e piace, oppure non c’è verso. Regalare una stilografica è impegnativo e spesso inutile. Una stilografica non perdona, diventa faticosa e non regge a nessuna comparazione: è utile solo se è un piacere, una passione. Nello scrivere con la stilografica le lettere sono più lente e dense, il tratto medio o il fine, dopo uso prolungato, permettono di apprezzare meglio le parole nel significato singolo e nel contesto, fosse solo per la necessaria lentezza di scrittura. Anche chi disegna ottiene effetti particolari. Nel caso del mocha, si evocano echi di sud, caldo, ricerca d’ombra, interni.

Una passioncella innocua? Non tanto, visto lo spazio che occupano gli inchiostri e le penne nei miei cassetti, ma limitandosi nell’acquisto, si può convivere. E come per i piaceri che devono restare tali, senza schiavitù, si usa alla bisogna.

Con poca cura le stilo, sono amici fedeli e restano, hanno una loro identità, ma prendono l’impronta di chi la usa, assecondano l’inclinazione e il peso di una mano. Modellano una scrittura sulla personalità di chi scrive, si lasciano ammirare, ma sono per sè, non per altri, specie se disattenti.

Sono sceso da Castelsardo verso Stintino, la mattina dopo Lunissanti.

La domenica delle palme c’era così tanto maestrale che buttandomi in avanti non cadevo e la sensazione era di essere portato via. Un metro e 91 per 90 chili che vola sopra i tetti. Un fuscello maneggiato dal vento: bellissimo. 

La notte successiva la processione con le confraternite e i figuranti. L’immagine del violinista di Chagall e della sua inquietudine, mi accompagnava nella notte.  C’è lo stesso sapere arcaico in chi suona un violino o modula la voce sulla monodia del canto rituale. Entrambi sanno che in aria suoni e pensieri  si combinano: gradevoli, profondi, inquietanti. Dipende.

I sogni da ” Mandrolisai” svaniscono con il giorno: a Stintino, dunque, in cerca di spiaggia e mare severo.

E a Stintino, tra le parole leggere del mezzogiorno, sono spuntati i cercatori di ricci. Appena riparati tra cespugli e rocce, con mastelli di plastica, già pieni. 

L’offerta del riccio aperto, con il pane da intingere e il vino é stato il gesto antico dell’ospitalità al forestiero. Richieste di notizie? Poche, sulla provenienza e sul dialetto. Qualche ricordo di lavoro o militare, qualche parente emigrato: Lo conosce? Abita lì da tanti anni. Non lo conoscevo, ma era come l’avessi frequentato.

Ho pranzato con i ricci, tra folate di vento, chiacchere sui carciofi “moretti” e sul cantar parlando, mescolando ricordi di solitudini isolane. Solo a volte -e per caso- la bontà dei ricci ha soverchiato il piacere dell’esserci. Solo per caso abbiamo mescolato dialetti e riso in silenzio.

E con le pause lunghe, la sera è arrivata presto.

Si promette, la sera e si crede alle promesse, di esserci, sentirsi, rivedersi. Forse è per il rito del fuoco, che rinserra persone e pensieri in cerchi magici di condivisione. Forse perchè c’è una vita parallela che a volte tocchiamo, rendendo sbiadita l’altra che pratichiamo. Forse perchè quello che manca è al suo posto che attende. Sia esso uomo, cosa, sentimento, amore. Forse…

A Stintino torno solo per i ricci e per il maestrale. Ogni anno.

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Falls of Spring - Swinging Bridge, Yosemite National Park, California

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