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Capelli bianchi, i più. Per chi li ha ancora. Poi cappelli: alcuni inusuali, uno altoatesino in colore con il loden, altri a dire o a coprire. I baschi, le coppole, le lobbie grigie. Dalle nostre teste si leggono le storie, le professioni, le appartenenze. In alcuni casi il successo è arrivato e poi se n’è andato, è rimasta l’eccentricità a cui aggrapparsi per bisogno d’identità.
Borghesia liberal, spesso di sinistra, disincantata. Disponibile, ma fino ad un certo punto.
I capelli hanno seguito le storie, sono stati costretti. Si potevano cambiare, imbrillantare, lasciar lunghi e poi rasare, insomma, per la mia generazione i capelli sono stati il messaggio al mondo ancor prima di toccare i vestiti. Anche oggi nella cura del riporto, nella riga che trasloca, c’è la traccia di chi non rifiutò e convenne.
Ora tutte queste teste confluiscono e ci si guarda gossipando sulle storie attuali, le precedenti son note. Un taglio nuovo, un cappello blasè su giacca segnaletica: trasgressioni in corso. Qualche scuotimento di capo invidioso, tributo alla resa della propria incapacità di sognare.
Le parole sommate ai capelli rivelano le attese, una speranza tradita, un’ inguaribile sfarfallamento affettivo. Eppure molti sono in cattedra, insegnano oppure dirigono, sono, abbastanza, padroni del loro destino, ma qualcosa li ha fatti scegliere vie sbieche alla verità. Solo i loro capelli nella costrizione, continuano ad essere sinceri raccontando storie passate, sogni incompiuti, ribellioni quiete.
Ho le mani ruvide,
le unghie affilate,
il cuore nò,
quello non potevo.
Noi siamo ciò che ricordiamo: è il mio rapporto con il passato; con quello che è evidente ed accetto e con quello che sommergo nell’oblio.
Apparentemente, perchè se la razionalità soccorre, il sogno fa giustizia e riporta equilibrio.
In tutto questo essere, la memoria dialoga con il tempo, anche se i piani temporali si confondono. C’è una dislessia tra tempo cronologico ed emozioni, come se le correlazioni non fossero così necessarie. Ci sono più tempi e tra gli altri, quello in cui le cose interrotte possono riprendere. Da questo nasce la consapevolezza del prevalere dell’esperienza. Non importa quale, se fattuale ovvero unicamente immateriale, ma l’esperienza si radica e mi modifica. E’ banale dirlo, ma sono la somma delle mie esperienze e la memoria è il mio catalogo, pur fallace temporalmente. E non solo. La memoria modifica l’esperienza, l’arricchisce di sensualità e di contenuti. Tutti noi mutiamo ciò che è accaduto in un insieme di evidenze positive o negative. La memoria enfatizza le sensazioni, i fatti, li attualizza, ma non è con lei che alla fine farò i conti per il mio mutamento, bensì con l’esperienza, vero motore vitale. E anche nell’occultare compirò lo stesso procedimento: apparentemente cancellerò ciò che è sgradevole, ritenendolo inessenziale, ben sapendo che continuerà a vivere e che, nell’altro me della notte, riemergerà trionfante. Per questo non mi preoccupo più molto della cronologia esatta degli avvenimenti: c’è un tempo delle passioni, delle emozioni, dei sentimenti in cui la consequienzialità non è così importante, proprio perchè tutto si mescola in me. Nei miei desideri, nelle malinconie senza nome apparente, nella gioia immotivata, nell’attesa di futuro, nei fastidi e nelle idiosincrasie. Tutto questo passato esperienziale emerge in piaceri strani e sensibilità personali e a chi posso raccontare la passione per il mare d’inverno o per il camminare, per il limes e per i suoni, per gli odori d’estate e per i silenzi, se non a chi, in altri momenti e per altre vie, è giunto ad assonanze che permettono la comunicazione profonda. Il mio tempo non interferisce con la memoria: c’è un prima e un dopo, ma non è così importante se è legato a ciò che sono. E’ così, cari amici, che lo voglia o meno ed è questa consapevolezza che mi dà una ragione del presente.
Emma ha fatto una riflessione ben più accurata della mia e ricca di sollecitazioni sulla memoria:
http://milanovalencia.wordpress.com/2008/01/26/le-stagioni-della-memoria/
da lì, mi sono chiesto dove stava la mia affermazione che siamo ciò che vogliamo ricordare e mi è tornato in mente il gioco che facevo con mio figlio: il memory. Allegro perchè era un gioco e perchè eravamo assieme, allegro perchè c’era un futuro.
Le parole sono sostanza, rappresentano il presente, promettono il futuro, a volte raccontano il passato.
Condivido quello che scrive Barbara Spinelli su La Stampa di oggi e vorrei che Lei, assieme ad altri, avesse la voglia di scendere in politica.
Come in tanti momenti della vita pubblica, una donna, adesso, potrebbe essere il cambiamento e la salvezza. Per la capacità che hanno le donne di riconoscere il vecchio e dare vita al nuovo, scegliendo, senza compromessi, la passione e salvando la memoria.
Forse è questa la discontinuità vera di cui abbiamo bisogno.
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/hrubrica.asp?ID_blog=40
buona domenica a tutti
ho parlato controvento
e tutte le parole son tornate dentro,
perchè mi guardi attonita:
non sono muto,
son solo afono d’amore.
Vorrei riavere il mio album delle figurine. Ho bisogno di un posto in cui incollare facce note. Lo aprirei, oggi, alla pagina politica, con l’odore di coccoina nel naso e le figurine da incollare. Metterei anche quelle che non mi piacciono per la soddisfazione di avere la pagina completa. Invece troppi buchi vuoti: mancano i giovani, gli operai, le donne, i cinquantenni disoccupati, gli anziani. Vorrei la speranza di completare il quadro, di dare un posto a tutti, vorrei che il poligrafico di stato mi rassicurasse che stamperanno tutto e che il nuovo album avrà tutti dentro.
Prodi è caduto con onore, ma noi dove cadiamo?
Il mio falò riluce nella nebbia;
le scintille si smorzano nel volo…
Nessuno può vederci nella notte,
e noi sul ponte ci diciamo addio…
La notte scorre ed al primo mattino
Me ne andrò, con la folla delle zingare,
lontano nella steppa amato mio,
per seguire la nomade kibitka.
Jakov Petrovic Polonskij
Sono tornato stanotte da Salerno: strade pulite, pullulare di attività, traffico intenso, persone ospitali e buoni clienti per il mio lavoro. Di immondizia nessuna traccia, anzi Salerno è più pulita della mia nordica città.
Nei giorni scorsi ero nel Casertano, anche qui poche tracce evidenti del disastro rifiuti, invece molta preoccupazione nelle persone. La munnezza, mi dicono, è principalmente in alcune parti di Napoli, nei comuni del circondario e in altre località, ma non dappertutto, però seppellisce tutto anche dove non c’è.
Mi ero fatto l’idea dell’intera regione sotto uno strato di rifiuti: non è quello che ho visto e le considerazioni che seguono sono mie impressioni, senza pretese di analisi.
- il disastro è grave e noi vediamo le situazioni peggiori perchè il sensazionale fa più notizia, ma la realtà è composita;
- è in atto un regolamento di conti tra politici locali e nazionali, che parte dall’evidente inefficienza degli amministratori attuali, con l’obbiettivo di arrivare a un cambiamento di governo regionale e locale;
- chi si propone di sostituire gli uscenti è in politica da tempo e spesso ha amministrato, quindi sapeva e non ha parlato nè fatto;
- i danni provocati all’ immagine e all’ economia sono immani. Mozzarelle e verdure si producono, ma prendono origine in altre regioni per essere collocate sui mercati. La provenienza campana non è gradita ai consumatori;
- la Campania è una regione che ha molte attività economiche legate al territorio, tra queste, l’orto-frutticultura, il lattiero-caseario, l’allevamento, il turismo; tutte stanno colando a picco, con disdette di massa per le prenotazioni e le vendite. Un patrimonio costruito con fatica, viene disperso;
- la situazione attuale dei rifiuti verrà risolta in qualche modo, ma ciò che sta emergendo è una regione inquinata da decenni, con materiali provenienti da tutta Italia, che dovranno essere rimossi con bonifica dei terreni: questa è l’immagine vera del disastro destinata a durare ben più dell’attenzione politica e giornalistica;
- la camorra dopo il business dei rifiuti potrà fare anche quello della bonifica;
- se quello che si teme di trovare in Campania è anche in altre parti del Paese, la situazione è ben più grave;
- nella solidarietà una parte dell’Italia è contro un’altra parte, questi giudizi e insofferenze quando si radicano sono destinati a produrre effetti profondi che si pagheranno in altri momenti;
- se non si riesce affrontare collettivamente un disastro, il sistema paese non esiste e questo in un’economia globalizzata non dà speranze;
- la cosa più semplice è mandare a casa chi non ha saputo governare, la cosa più difficile è trovare chi governerà bene;
- bisogna eradicare la camorra e la malavita dalla politica, dall’economia, dalla vita civile della regione.
Per quanto mi riguarda dalla costiera amalfitana al matese le località turistiche sono integre e accoglienti. Ho deciso: quest’anno andrò in vacanza in Campania, poca gente, prezzi bassi e panorami mozzafiato.
Dirò cose scombinate.
Per i più, da scuotere il capo e passare oltre.
Perchè facciamo male alle persone a cui vogliamo bene?
E perchè facciamo bene a persone che non si interessano, come vorremmo, a noi?
Invaghiti di una luce, tralasciamo il bene che non si difende: vorremmo appartenere ai no, stancamente ripetuti.
Solo questione di orgoglio ferito? di conquista difficile?
La sconfitta, a volte, si ammanta di nobiltà: si pensa all’altrui bene. Che strano, è un bene rifiutato, non se ne farà nulla e vale solo per noi quel bene disperso.
Alla fine si diventa maestri nell’arte dell’interpellare senza perdere dignità, del ritrarsi feriti, eppoi di nuovo, ritrovar speranza, mentre da qualche parte, per un pò, qualcuno aspetta che la sua stella cambi corso verso una congiunzione amica.
Negli amori tagliando, tagliando, restano solo segmenti, che attendono una ricomposizione, magari incollandoli con pazienza su una retta che viaggia chissà dove.



